Valutazione del Danno Psichico nella Donna Maltrattata: Riconoscere, Comprendere e Recuperare

Il danno biologico di tipo psichico rappresenta una lesione profonda dell'equilibrio interiore di una persona. Analogamente a come un organo fisico può ammalarsi, anche la sfera psichica è suscettibile di subire un danno che ne compromette il funzionamento, la stabilità e l'armonia. Questo tipo di lesione, in ambito legale, assume un'importanza cruciale, specialmente quando si tratta di accertare il danno subito da donne vittime di violenza. In tali circostanze, uno psicologo specializzato può essere chiamato a svolgere una perizia per quantificare il danno psichico, permettendo alla vittima di intraprendere azioni legali per ottenere un eventuale risarcimento.

Cosa si Intende per Danno Psichico?

Secondo l'ordinamento giuridico italiano, il danno psichico rientra nella più ampia categoria dei "danni non patrimoniali". L'articolo 2043 del Codice Civile stabilisce chiaramente che "Qualunque fatto doloso o colposo che cagiona ad altri un danno ingiusto obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno". Questo principio generale si applica anche ai danni di natura psichica, purché ne venga accertato il nesso causale con la condotta illecita.

Il danno psichico viene provocato da un trauma, il quale a sua volta è causato da un fatto illecito di cui la persona ha subito le conseguenze. In un processo giudiziario, è quindi indispensabile stabilire con certezza la relazione tra il trauma patito e il fatto illecito commesso dall'aggressore, ai fini del riconoscimento di un risarcimento o dell'eventuale condanna. Un elemento fondamentale per l'accertamento del danno psichico è che la vittima non soffrisse del medesimo disturbo in maniera preesistente all'illecito subito.

Illustrazione di una bilancia della giustizia con simboli legati alla psicologia e al diritto

L'Accertamento del Danno Psichico: Il Ruolo dello Psicologo e del CTU

L'esistenza e l'entità di un danno psichico devono essere accertate da uno psicologo professionista. Per poter effettuare una perizia approfondita, lo psicologo può essere incaricato dal giudice (in qualità di Consulente Tecnico d'Ufficio - CTU) o da una delle parti in causa (come Consulente Tecnico di Parte - CTP). La consulenza o perizia psicologica si concretizza in una dichiarazione formale, scritta o verbale, in cui lo psicologo espone i risultati dello studio psicologico condotto sulla persona. L'accertamento di un danno psichico è, pertanto, un passaggio fondamentale nelle indagini legali volte a ottenere giustizia per la vittima.

Se viene accertato che il danno psichico è direttamente collegabile all'illecito subito, la vittima acquisisce il diritto di richiedere un risarcimento. Tra i casi più comuni in cui si ottiene un risarcimento per danno psichico figurano il danno da mobbing e quello da violenza sessuale. Nel primo caso, la pressione psicologica esercitata sul luogo di lavoro può sfociare in disturbi d'ansia o dell'umore. Nel caso della violenza sessuale, tale illecito può compromettere, in parte o del tutto, la vita sessuale e il benessere psicologico della persona offesa.

La Violenza di Genere: Un Trauma Profondo

La violenza contro le donne, definita dalla Convenzione di Istanbul del 2011 come una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione, comprende tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica. Numerose iniziative a livello internazionale mirano alla lotta contro la violenza di genere, tra cui la Giornata per l'eliminazione della violenza contro le donne istituita dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

I dati Istat del 2022 in Italia evidenziano un aumento delle chiamate al 1522, numero di emergenza dedicato alle vittime di violenza di genere e stalking. Il 97,7% delle chiamate proviene da donne, di cui più della metà ha figli. Il 50% delle chiamanti ha subito violenza dal partner attuale, il 19% da ex partner e lo 0,7% da partner occasionali. Le ragioni principali per cui molte donne non denunciano includono la paura della reazione dell'aggressore (20% dei casi) o la volontà di non compromettere il contesto familiare (18,5% dei casi). Un ulteriore 7,1% delle donne non denuncia o non si allontana perché non sa dove andare.

Grafico a torta che mostra le percentuali di donne che chiamano il 1522, suddivise per tipologia di aggressore e motivo di mancata denuncia.

Meccanismi di Difesa Psicologica nelle Donne Vittime di Violenza

Di fronte a una situazione di pericolo, ogni individuo elabora, in modo più o meno consapevole, delle strategie difensive. Questo accade anche alle donne vittime di violenza. A differenza delle strategie di coping, che implicano un processo consapevole, i meccanismi di difesa psicologici sono "risposte automatiche" che la mente mette in atto per proteggersi da situazioni stressanti. La loro funzione è protettiva, ma nel contesto della violenza di genere, non sempre questi meccanismi hanno effetti positivi sul benessere della persona.

Comprendere le proprie difese è fondamentale nel percorso di cura per le vittime di violenza. Le donne che sviluppano una maggiore consapevolezza psicologica tendono a riconoscere più chiaramente le difficoltà relazionali connesse a esperienze traumatiche passate (Zamir & Lavee, 2014).

I meccanismi di difesa sono spesso risposte apprese nell'infanzia, in situazioni avverse caratterizzate da intensa paura, orrore o impotenza, quando non vi era altro modo per proteggersi. Questi meccanismi si riattivano poi in ogni nuova situazione di pericolo, come può essere subire aggressioni o violenze.

Comprendere le proprie strategie di difesa, la loro origine e funzione, può aiutare la vittima a gestire emozioni dolorose come il senso di colpa. Questo processo può contribuire a interrompere la spirale della violenza, che può coinvolgere anche i figli attraverso la violenza assistita. In molti casi, ciò implica l'apprendimento di strategie alternative di autoregolazione emotiva, attingendo alle risorse individuali.

L'utilizzo di strategie di coping di disimpegno (disengagement) per affrontare l'aggressione sessuale è stato associato a un maggiore livello di disagio psicologico generale e alla presenza di sintomi di disturbo post-traumatico da stress (Santello & Leitenberg, 1993).

Tipi di Difese Psicologiche Comuni nelle Donne Vittime di Violenza

È importante chiarire che i meccanismi di difesa non fungono da "attenuanti" per l'aggressore né implicano una responsabilità della vittima, essendo meccanismi inconsci di protezione.

  • Negazione: Si presenta comunemente nelle prime fasi della violenza, servendo a proteggere la persona da una situazione traumatica non affrontandola direttamente. Gli aspetti negativi e insostenibili della realtà vengono messi da parte. Chi nega può scherzare sull'accaduto o cercare di normalizzare i fatti. Questo meccanismo può essere rischioso, poiché porta a non proteggersi da abusi e maltrattamenti. Una donna che nega potrebbe decidere di incontrare il suo aggressore, pensando: "Non è possibile che abbia fatto una cosa del genere, lo ha fatto perché aveva bevuto".

  • Evitamento: Similmente alla negazione, l'evitamento indica la difficoltà a entrare in contatto con un'esperienza traumatica come la violenza di coppia. Nei racconti di una donna che subisce violenza, si osserva la tendenza a perdersi in dettagli secondari, mantenendo così una certa distanza dal problema principale. Un altro esempio è la tendenza ad evitare situazioni che possono "scatenare" l'aggressore, nel tentativo di mantenere la pace. L'illusione di aver trovato una strategia si scontra con la possibile conseguenza della procrastinazione della denuncia.

  • Dissociazione: Questa strategia difensiva permette di prendere le distanze da una situazione intollerabile, quando non vi è altra via d'uscita dalla violenza. Impedisce l'integrazione di pensieri, emozioni ed eventi, ed è comune nelle persone che vivono uno stress post-traumatico. Nel film "Precious" (2009), si osservano scene di dissociazione in cui la protagonista immagina di ballare e cantare mentre subisce violenza sessuale. Talvolta, questo meccanismo assume la forma della depersonalizzazione: la persona si sente spettatrice di ciò che sta vivendo, come se la situazione non la riguardasse.

  • Minimizzazione: Consiste nel sottovalutare l'importanza di alcuni eventi, il che diventa pericoloso quando porta a sottovalutare situazioni che mettono a rischio la propria incolumità. Dopo un'aggressione fisica, si potrebbe pensare: "È stata solo una spinta, non mi sono fatta nulla di grave". Questo modo di pensare può essere condiviso anche dall'aggressore o da persone vicine alla vittima, con frasi come: "Sono cose che succedono a tutte le coppie" o "È una brava persona, ha dei modi un po' bruschi ma non farebbe mai del male alla moglie".

  • Razionalizzazione (o Intellettualizzazione): Questa difesa ci tiene distanti dalle nostre emozioni, poiché contattarle in caso di esperienze traumatiche può essere troppo doloroso. La vittima si perde in ragionamenti per spiegare a se stessa il comportamento dell'aggressore, cercando di comprenderlo a livello razionale. Ad esempio, una donna che subisce violenza psicologica da un uomo geloso potrebbe giustificare il suo comportamento pensando che la gelosia sia dovuta alle sue precedenti relazioni di coppia. In questo modo, la donna non solo mantiene la distanza dalle proprie emozioni, ma rischia di giustificare l'aggressore.

  • Idealizzazione: Quando si idealizza qualcuno, si enfatizzano le sue qualità positive ignorando o minimizzando i difetti. Nelle storie di donne vittime di violenza, si narrano spesso relazioni iniziate con un "colpo di fulmine", caratterizzate da passione intensa. L'idealizzazione può impedire di conoscere a fondo il partner, portando a sviluppare un legame di dipendenza affettiva. Anche se vittima di abusi, la donna può pensare: "Non posso immaginare di vivere senza di lui". L'idealizzazione può anche portare ad aggrapparsi ai rari momenti positivi vissuti con l'aggressore, sottovalutando le minacce e bloccando l'accesso ai ricordi traumatici.

Meccanismi di difesa psicologica

Esempi Concreti di Meccanismi di Difesa: Storie dalla Realtà

Per comprendere meglio come i meccanismi di difesa si manifestano nella vita quotidiana delle donne vittime di violenza, è utile osservare alcune situazioni tipiche, ispirate a casi clinici e testimonianze reali (i dettagli sono stati modificati per tutelare la privacy):

  • Negazione: Anna, dopo un'aggressione dal partner, racconta all'amica: "Non è successo nulla di grave, era solo molto stressato". Cerca di proteggersi dal dolore, ma rischia di non riconoscere la gravità della situazione.
  • Evitamento: Lucia evita di parlare della sua relazione e cambia argomento quando qualcuno le chiede come sta, sperando che il problema si risolva da solo.
  • Dissociazione: Durante un episodio di violenza, Marta si sente come se stesse guardando la scena dall'esterno, una sensazione di distacco che la aiuta a sopportare il momento, ma può lasciarla confusa e disorientata dopo.
  • Minimizzazione: Dopo essere stata insultata e spinta, Giulia pensa: "Forse ho esagerato io, in fondo non mi ha fatto male davvero", sottovalutando il rischio e rimanendo nella relazione.
  • Razionalizzazione: Francesca giustifica i comportamenti aggressivi del compagno dicendo che "ha avuto un'infanzia difficile" o "è solo molto geloso perché mi ama", impedendosi di ascoltare le proprie emozioni di paura e disagio.
  • Idealizzazione: Silvia ricorda solo i momenti belli con il partner e si aggrappa all'idea che "in fondo è una brava persona", bloccando la consapevolezza del legame tossico.

Segnali d'Allarme: Quando i Meccanismi di Difesa Diventano un Ostacolo

Riconoscere i segnali che indicano l'attivazione di un meccanismo di difesa può aiutare a prendere coscienza della situazione e a chiedere aiuto. Ecco alcuni segnali a cui prestare attenzione:

  • Tendenza a giustificare sempre il partner, anche di fronte a comportamenti violenti o umilianti.
  • Difficoltà a parlare della relazione con amici, familiari o professionisti, o cambiamento di argomento quando si affronta il tema.
  • Svalutazione delle proprie emozioni, con pensieri come "esagero sempre" o "sono troppo sensibile".
  • Isolamento sociale: evitare contatti con persone che potrebbero accorgersi della situazione.
  • Senso di confusione o distacco dalla realtà durante o dopo episodi di violenza.

Se ci si riconosce in uno o più di questi segnali, è fondamentale ricordare che non si è soli e che chiedere aiuto è un atto di coraggio.

Illustrazione stilizzata di una persona che si libera da catene metaforiche

Quando l'Ambiente Condivide le Difese: Il Rischio dell'Isolamento

In alcuni casi, i meccanismi di regolazione difensiva possono essere condivisi dal contesto sociale in cui la donna vive. Questo può portare a situazioni drammatiche in cui la vittima cerca aiuto, ma incontra un muro di indifferenza o giustificazione: "Gli uomini sono fatti così, è lei che non sa stare zitta", "Ha detto che l'avrebbe tolta di mezzo, ma non l'ho preso sul serio".

Tutto ciò può rafforzare una bassa autostima, un senso di impotenza appresa e l'ambivalenza che molte vittime sperimentano, trovandosi divise tra il desiderio di andarsene e la speranza che la situazione cambi. In queste circostanze, possono emergere emozioni come:

  • Vergogna: "Cosa penserà la gente sapendo ciò che ho sopportato?"
  • Senso di colpa: "A causa mia la nostra famiglia è distrutta."
  • Tristezza: "Non volevo si arrivasse a tanto."
  • Paura: "Non oso immaginare quello che potrebbe fare se andassi via."

Il rischio è che, quando questi segnali emergono, la percezione di pericolo e la reazione di allarme vengano ignorate, portando la vittima ad abbassare la guardia e a non intraprendere azioni concrete per salvaguardare la propria incolumità.

Come Chiedere Aiuto: Risorse e Primi Passi

Riconoscere di aver bisogno di aiuto è un passo fondamentale e spesso il più difficile. Se si percepisce che i meccanismi di difesa impediscono una visione chiara della situazione o la protezione di sé, è possibile rivolgersi a professionisti e servizi specializzati:

  • Centri Antiviolenza: Offrono ascolto, supporto psicologico, consulenza legale e, se necessario, accoglienza protetta. In Italia, il numero nazionale antiviolenza e stalking è il 1522, attivo 24 ore su 24 e gratuito.
  • Professionisti della Salute Mentale: Psicologi e psicoterapeuti possono aiutare a riconoscere i meccanismi di difesa e a lavorare sulle emozioni che bloccano il processo di guarigione.
  • Rete di Supporto: Parlare con persone di fiducia, come amici o familiari, può essere un primo passo per rompere l'isolamento.

È importante ricordare che chiedere aiuto non significa essere deboli, ma prendersi cura di sé e dei propri diritti. Ogni percorso di uscita dalla violenza è unico e merita rispetto e ascolto.

La Valutazione del Danno Psichico in Ambito Giudiziario

La possibilità di ottenere un risarcimento per un danno alla salute psichica in sede giudiziaria è un'acquisizione relativamente recente, che richiede un'attenta valutazione per garantire risposte decisive. Il lento sviluppo di questa materia in ambito giurisprudenziale è in parte dovuto alla necessità di arginare richieste risarcitorie pretestuose. Il problema del risarcimento del danno alla persona va inteso come un atto di giustizia che tuteli le condizioni di compromissione dell'integrità psico-fisica, in seguito a un evento lesivo dell'equilibrio psicologico e della vita relazionale.

La nozione di danno psichico viene citata per la prima volta in materia giuridica con la sentenza del 1986 (Corte Cost. 184/1986), definendola come "lesione all'integrità psico-fisica della persona", sottolineando così non solo la dimensione fisica, ma anche quella psichica del soggetto leso. La genericità della norma ha portato negli anni a battaglie interpretative sulla nozione di danno, distinguendo tra danno patrimoniale, biologico e morale.

La svolta giurisprudenziale arriva nel 2003 con le sentenze della Corte di Cassazione (8827-8828) e della Corte Costituzionale (233), che ridefiniscono i concetti di danno. Il danno morale diventa risarcibile anche se il fatto non costituisce reato, qualora l'evento abbia inciso sull'intangibilità degli affetti, della famiglia e sulla libera esplicazione della personalità umana. Vengono considerate forme di danno alla persona diverse dal danno patrimoniale: il danno alla sfera sessuale, il danno estetico, il danno alla vita di relazione, il danno al peggioramento della capacità lavorativa, oltre alle lesioni psico-fisiche.

Diagramma che illustra le diverse tipologie di danno non patrimoniale: biologico, morale, esistenziale.

Danno Biologico, Danno Morale e Danno Esistenziale: Distinzioni e Sovrapposizioni

  • Danno Patrimoniale: Si distingue in "danno emergente" (diminuzione del patrimonio) e "lucro cessante" (mancato guadagno).

  • Danno Non Patrimoniale: Include il danno biologico, il danno morale e il danno esistenziale.

    • Danno Biologico di Natura Psicologica (Danno Psicologico): Consiste in una patologia psichica che insorge dopo un evento traumatico o un logoramento sistemico di una certa entità, doloso o colposo. Si manifesta attraverso sintomi che si stabilizzano in un periodo variabile. Il danno biologico è un danno primario, rappresenta il primo effetto pregiudizievole del fatto illecito e si prospetta come danno alla salute (art. 32 Cost.), andando oltre la nozione medica per sottolineare l'articolazione del rapporto tra individuo e contesto. L'introduzione del danno biologico di natura psicologica colma le lacune del danno morale, che per il suo carattere "transitorio" non considera eventuali modificazioni permanenti dell'equilibrio psico-fisico della vittima. Il danno psicologico rappresenta un'alterazione dell'integrità psichica e dell'equilibrio di personalità provocata da un evento traumatico, limitando l'esplicazione della personalità nella vita quotidiana. La valutazione può essere fatta solo in base al funzionamento psichico e all'alterazione di determinati processi mentali rispetto alla condizione antecedente al fatto illecito.

    • Danno Morale: Consiste nel turbamento soggettivo patito, un dolore, un disagio, una sofferenza psico-fisica che si manifesta come danno-conseguenza all'evento lesivo di natura transitoria, destinata a riassorbirsi in breve tempo senza lasciare conseguenze patologiche. La Corte Costituzionale lo definisce come "transuente turbamento dello stato d'animo della vittima". Si tratta di un danno secondario che rende difficoltoso un momento particolare della vita senza comprometterne il proseguimento negli aspetti principali.

    • Danno Esistenziale: Costituisce una nuova voce nel risarcimento del danno, delineando "la compromissione della qualità della vita normale del soggetto o uno stato di disagio psichico che non arriva a configurarsi come un quadro clinico patologico". Mentre il danno morale esprime un "sentire", il danno esistenziale definisce una perdita di "chances", un "non poter più fare" che inficia le azioni realizzatrici della persona (rapporti familiari, sociali, attività di svago). Il danno esistenziale pone l'individuo di fronte a un cambiamento negativo e duraturo dello stile di vita, aggravando oggettivamente i presupposti della sua esistenza. A differenza del danno biologico, non riguarda la lesione del bene salute in senso stretto, ma gli sconvolgimenti delle abitudini di vita e delle relazioni interpersonali provocati dal fatto illecito. Il danno esistenziale può essere definito "abiologico" (Cendon P., 2001). La vittima può manifestare alterazioni comportamentali, disinteresse per attività prima piacevoli, affaticamento, tendenza alla passività, disturbi del sonno, riduzione dell'appetito e dell'attività sessuale. In questa categoria può rientrare il "danno riflesso", subito da soggetti diversi dalla vittima diretta ma legati da uno stretto vincolo affettivo-parentale.

Il Ruolo dello Psicologo Forense nella Valutazione del Danno Psichico

Nonostante l'importanza dell'inquadramento psico-diagnostico per un maggiore approfondimento scientifico, la sua concreta applicazione nella cultura giuridica risulta ancora limitata. La valutazione psichiatrica è utile per stabilire terapie farmacologiche, ma alcuni settori di questa disciplina non sempre si basano su teorie consolidate sulla malattia mentale, e le classificazioni psichiatriche possono rendere difficile la "personalizzazione" del danno.

Per questi motivi, lo psicologo forense viene indicato come la figura più idonea alla valutazione del danno psichico. Nella valutazione del danno biologico di natura psicologica, il consulente deve considerare i fattori che contribuiscono all'evoluzione del disturbo. Tale valutazione può avvalersi di informazioni raccolte da testimoni o persone informate sui fatti (D’Angio, Recco, 2009).

Il CTU (Consulente Tecnico d'Ufficio) deve verificare l'esistenza o meno del trauma psichico, valutando compromissioni, menomazioni e la riduzione della capacità di comprendere e accettare la realtà. Vengono utilizzati strumenti specifici che consentono di individuare e smascherare una eventuale simulazione da parte del soggetto (Bohm, 1969, 1995).

Il Gaslighting: Una Forma Insidiosa di Violenza Psicologica

Il gaslighting è una forma di manipolazione psicologica in cui una persona induce deliberatamente un'altra a dubitare della propria memoria, percezione e sanità mentale. Si manifesta attraverso affermazioni subdole che forniscono false informazioni o negano ciò che è stato effettivamente detto, con l'obiettivo di svilire e ferire, spesso anche in presenza di altre persone.

Per quanto concerne lo stalking, esso si concretizza con modalità precise come pedinamenti, messaggi o chiamate insistenti e ossessionanti, volte a stravolgere la vita della vittima. In passato, la sottomissione al volere di una persona fino a ridurla in stato di totale soggezione configurava il reato di plagio (art. 603 c.p.), poi dichiarato illegittimo. Si è cercato di colmare questo vuoto legislativo, ma il disegno di legge sulla manipolazione mentale non ha ancora avuto esito positivo.

Come Aiutare una Donna Vittima di Violenza

Spesso, chi si trova a conoscere una donna vittima di violenza e il suo aggressore, non sa come comportarsi o se intervenire. La paura, la vergogna o il timore di non essere creduti possono portare le vittime a essere reticenti nel parlare.

Per offrire un aiuto concreto:

  • Informarsi: Approfondire le dinamiche della violenza di genere.
  • Ascoltare senza giudicare: Evitare consigli affrettati e domande accusatorie come "perché non te ne sei andata prima?".
  • Porre domande mirate: Chiedere da quanto tempo avviene la violenza, se è aumentata in gravità, se ci sono armi in casa, per valutare la pericolosità della situazione.
  • Non sottovalutare le paure: Riconoscere e validare le sue emozioni.
  • Offrire supporto concreto: Fornire il numero di un centro antiviolenza o di professionisti, rassicurarla che non si rivelerà nulla al partner.
  • Sostenere le sue decisioni: Ogni scelta comporta rischi, ed è fondamentale supportarla, riconoscendo il suo coraggio nell'aprirsi.

La violenza contro le donne è un problema complesso che richiede un approccio multidisciplinare e una crescente sensibilità socio-culturale per garantire la tutela dei diritti fondamentali della persona. La valutazione del danno psichico, sebbene ancora in evoluzione in ambito giuridico, rappresenta uno strumento essenziale per ottenere giustizia e percorsi di guarigione per le vittime.

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