Shell Shock: Le Nevrosi di Guerra e l'Eredità del Trauma

La Prima Guerra Mondiale, con la sua brutalità senza precedenti, ha scoperchiato un vaso di Pandora di sofferenze umane, lasciando un'eredità indelebile non solo sui campi di battaglia, ma anche nelle menti e nei cuori di coloro che ne furono testimoni e protagonisti. Tra le ferite più profonde e meno visibili, emersero le cosiddette "nevrosi di guerra", un complesso di disturbi psicologici che colpirono migliaia di soldati, gettando le basi per la nostra attuale comprensione del Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD).

L'Emergere dello "Shell Shock"

Sulla scena della Prima Guerra Mondiale, tornando ai nostri tempi, alcuni veterani tornarono feriti, ma non con evidenti ferite fisiche. Il termine "shell shock" (traducibile in italiano come “shock da combattimento”) fu utilizzato da Charles Myers nel 1915 sulla rivista medica “The Lancet” per definire una serie di disturbi riportati da molti soldati ed ufficiali durante la prima guerra mondiale. La guerra era terminata, le battaglie finite, ma i soldati avevano flashback, incubi, attacchi di panico, ansia, tendenze suicide, aggressività ingiustificata, squilibrio e depressione.

Soldati australiani in una stazione di medicazione vicino a Ypres, Belgio, 1917

Inizialmente, la comunità scientifica e medica cercò di spiegare questi sintomi attraverso un'ottica prettamente neurologica. Myers stesso ipotizzò che le lesioni cerebrali fossero una conseguenza della vicinanza ai bombardamenti, dovute al rumore eccessivo e all'avvelenamento da monossido di carbonio. Tuttavia, questa teoria si rivelò presto infondata, poiché i danni cerebrali erano presenti anche in soggetti lontani dai bombardamenti. Il neurologo francese Joseph Babinski, nel 1917, attribuì i sintomi all'isteria, una condizione all'epoca ritenuta diffusa prevalentemente tra le donne (da "hysteros", utero in greco), suggerendo quindi un trattamento basato sull'ipnosi, metodo già in uso per l'isteria femminile.

Le cartelle cliniche dell'epoca descrivevano una vasta gamma di manifestazioni: «esaltamento maniaco», «eccitamento psicomotorio», «accesso confusionale», «confusione allucinatoria», «confusione mentale» e «delirio sensoriale», «tremori irrefrenabili», «ipersensibilità al rumore». I soldati colpiti erano descritti come «uomini inespressivi, che volgono intorno a sé lo sguardo come uccelli chiusi in gabbia» o che «mangiano quello che capita, cenere, immondizia, terra», alternando diarrea incontrollabile ad ansia implacabile, tic isterici e crampi allo stomaco.

La cura per questi soldati era mirata a un rapido reintegro sul campo di battaglia. Nelle cartelle cliniche si leggeva che, in caso di "paralisi dei nervi", la terapia consisteva in massaggi, riposo, dieta appropriata e trattamento con scosse elettriche. Nonostante questi sforzi, quattro quinti degli uomini entrati in ospedale in stato di shock non furono mai più in grado di tornare al servizio militare.

La Psicoanalisi e le Nevrosi di Guerra

La Grande Guerra fu la prima guerra totale. Un’«orribile devastazione che ha sommerso il mondo» (Tausk, 1916, p. 113). Per Zaretsky, ciò che sconvolse la mente collettiva non fu solo la scala senza precedenti della tragedia, ma, specialmente, «lo stallo difensivo che trovò il suo simbolo nella trincea. Ne risultò un nuovo paesaggio psichico oltre che geografico: cunicoli, esplosione di mine, paura di essere sepolti vivi, rumori e vibrazioni assordanti, l’insidia del gas, disorientamento, frammentazione, mancanza di riferimenti visivi, cancellazione della differenza tra notte e giorno, identificazione con il nemico, riduzione della coscienza» (2004, p. 137).

La psicopatologia bellica divenne, inevitabilmente, un capitolo clinico e teorico che si impose con prepotenza allo studio degli psichiatri e degli psicoanalisti nel primo ventennio del secolo scorso. Il termine "shell shock" venne usato per la prima volta in un articolo sul Lancet nel 1915 dallo psicologo medico Charles Myers, che combatté nella British Expeditionary Force in Francia nella Prima Guerra Mondiale, per indicare i disturbi psicologici che causarono il rimpatrio di molti militari fin dal dicembre 1914.

Lo shock da bombardamento nella Seconda Guerra Mondiale: il miglior documentario di sempre.

Il V Congresso Internazionale di Psicoanalisi (28 e 29 settembre 1918), tenutosi a Budapest poche settimane prima della fine delle ostilità, fu ampiamente consacrato ai traumi psichici dovuti alla guerra. Fu il primo meeting analitico al quale partecipassero rappresentanti ufficiali di tutti i governi, in ragione della crescente attenzione che si dava alle “nevrosi belliche”. Diversi psicoanalisti stavano svolgendo attività di ufficiale medico al fronte (Abraham, Eitingon, Tausk e Ferenczi), acquisendo una vastissima competenza clinica sull’argomento, che consentiva loro di proporre modalità inedite di cura.

La psicoanalisi offriva un’opportunità di cura inedita, più umana e gravida di speranze. Nel 1918, il giovane Ernst Simmel, psichiatra e psicoanalista fedelissimo a Freud, pubblicò il libro “Le nevrosi di guerra e trauma psichico”, dove suggeriva una nuova terapia, caratterizzata dalla combinazione del metodo analitico-catartico-ipnotico con il colloquio analitico. Ebbe uno straordinario successo e, insieme all’eccellente lavoro pratico svolto dagli altri colleghi analisti impegnati al fronte, impressionò «gli ufficiali medici superiori dell’esercito, e si parlava di erigere in vari centri cliniche di psicoanalisi per il trattamento delle nevrosi di guerra». La prima clinica psicoanalitica doveva sorgere proprio nella capitale ungherese, sotto la direzione di Ferenczi.

Al Congresso di Budapest, Sigmund Freud e i suoi primi discepoli ancora una volta precorsero i tempi. In generale, vivere in una guerra significa essere sottoposti costantemente a una situazione di imminente minaccia alla sopravvivenza. Durante e dopo la Prima Guerra Mondiale migliaia di soldati furono ricoverati per disturbi mentali. Il termine “shell shock”, ovvero “shock da bombardamento”, fu utilizzato per la prima volta nel 1915 dallo psicologo Charles Myers sulla rivista medica The Lancet. Myers ipotizzava che le lesioni cerebrali fossero provocate dal frastuono dei bombardamenti oppure dall’avvelenamento da monossido di carbonio. Ma presto fu chiaro che alla base di questi disturbi c’era qualcos’altro, dal momento che i sintomi si manifestavano anche in persone che non si trovavano in prossimità di bombardamenti.

Copertina del libro

La "cura parlante", o "talking cure", un metodo terapeutico in cui la comunicazione verbale è utilizzata per curare disturbi emotivi e della personalità, iniziò a guadagnare terreno. Questo articolo analizza lo «shell shock», il trauma psichico provocato dalla Prima Guerra Mondiale. Gli «shell shocked man» erano troppo traumatizzati e mentalmente disturbati per continuare a combattere la guerra. Questo articolo, inoltre, tratta la storia delle politiche di trattamento del trauma e le strategie di controllo dell’anormalità nei soldati traumatizzati durante la Prima Guerra Mondiale. Questa ricerca in particolare prende in considerazione i soldati del manicomio di Racconigi, in provincia di Cuneo, tra il 1909 e il 1919.

L'Eredità e l'Evoluzione del Concetto

La Prima Guerra Mondiale fu un evento tragico, che sconvolse la vita quotidiana delle persone che l’hanno vissuta. Da allora nulla fu più lo stesso. La Grande Guerra segnò l’avvio di una nuova era di guerre con cambiamenti nel modo e nelle armi usate per combattere, e con la presenza delle celebri trincee. In quegli anni, vigeva l’obbligo di leva obbligatoria per cui scattata la dichiarazione di guerra, i giovani dei paesi coinvolti non poterono fare a meno di fare le valigie, salutare i propri cari e partire.

I soldati si ritrovarono a dover combattere nelle trincee con scarse condizioni igieniche, sotto condizioni meteorologiche incerte e in un perenne stato fisico di allerta e tensione. Inoltre, per i soldati era impossibile distinguere tra notte e giorno, situazione che peggiorava il loro stato psichico. Ma c’era ancora di peggio: la costante esposizione a bombe, esplosioni e rumori che vi erano sul campo di battaglia. Questi eventi non poterono non lasciare una traccia anche dopo la fine della Grande Guerra. Infatti, al ritorno dal fronte fu sempre più comune nei reduci di guerra una sorta di isterismo, così denominato proprio perché ricordava i sintomi della celebre malattia di inizio ‘800.

La prima reazione della maggior parte degli eserciti a cui questi soldati appartenevano, tra cui l’Italia, fu un rifiuto del fenomeno. Questi sintomi venivano attribuiti ad una debolezza, una codardia del soldato che non veniva visto come abbastanza coraggioso da affrontare la Guerra. Purtroppo, questo contesto non era certo utile ai veterani e alcuni di loro iniziarono a manifestare sintomi più gravi come forti aggressività verso sé stessi e verso gli altri, fino a vederli coinvolti in risse, omicidi o tentativi di suicidio.

Myers notò un pattern ripetitivo di sintomi in questi pazienti che dava origine a questa sindrome. La sua visione era ovviamente molto medica e neurologica. Infatti, il disturbo non era stato associato all’evento traumatico a cui i soldati erano stati esposti, bensì a conseguenze neurologiche causate dal contesto di guerra. Seguendo questa visione, il trattamento ideale fu indentificato nell’elettroshock. Questa terapia fu solo l’ennesimo trauma per i soldati che si ritrovarono ad avere effetti collaterali molto invalidanti sulla loro vita. Alcuni non si ripresero mai più. Altri, sebbene non esposti all’elettroshock, non tornarono comunque alla loro vita quotidiana e rimasero in ospedale psichiatrico fino alla fine della loro vita. È interessante anche accennare al fatto che la maggior parte di coloro che furono colpiti da shell shock erano semplici soldati, piuttosto che generali e ufficiali.

Fotografia d'epoca di un manicomio militare

A seguito dello shell shock, non solo i soldati furono deumanizzati, ma si ritrovarono anche a combattere con pregiudizi e vergogne di chi li considerava “gli scemi di guerra”, non coraggiosi e vigliacchi. Naturalmente, tutti questi elementi costruirono una catena che non faceva altro che alimentare il difficile stato psicologico in cui essi si trovavano.

Purtroppo, conosciamo molto bene la storia e sappiamo che la Prima guerra mondiale fu solo la prima di una serie di eventi sanguinosi e catastrofici. I modi di combattere sono cambiati, e se vogliamo, anche peggiorati da allora. Infatti, la sintomatologia denominata shell shock, emersa nei soldati dell’epoca andò via via diffondendosi; in breve iniziò a presentarsi anche nei soldati della Seconda guerra mondiale e di guerre “minori”, inclusa la guerra di Corea e la guerra del Vietnam. Tuttavia, ci vollero ancora molti anni prima che la psicologia riconoscesse e mettesse a punto nel DSM (Manuale Diagnostico e Statistico delle malattie mentali) il disturbo da stress-post traumatico (PTSD - post traumatic stress disorder).

Ma nonostante screening e la decisione di non arruolare soggetti “a rischio”, circa il doppio dei soldati americani mostravano sintomi di PTSD durante la Seconda Guerra Mondiale rispetto alla Prima Guerra Mondiale. Nel 1980, il “disturbo da stress post-traumatico da stress” divenne una diagnosi formale nella terza edizione del DSM. Oggi la definizione di PTSD è più inclusiva che mai, e rappresenta la possibile risposta di un soggetto ad un evento critico abnorme (terremoti, incendi, nubifragi, incidenti stradali, abusi sessuali, atti di violenza subiti o di cui si è stati testimoni, attentati, azioni belliche, etc.).

Nuove Prospettive e Ricerche Contemporanee

Un punto importante su cui ci si è concentrati è sulla possibilità che gli effetti del trauma e dello stress possano essere trasmessi da una generazione all’altra attraverso cambiamenti chimici che influenzano il modo in cui il DNA viene espresso. Un’ importante studio di Rachel Yehuda ha esaminato i campioni di sangue di 32 sopravvissuti all’olocausto e dei loro 22 figli adulti, confrontandoli con un gruppo di controllo composto da coppie ebree e rispettivi figli, che presentavano la metilazione dell’introne 7, una regione specifica all’interno del gene FKBP5. Questo studio suggerisce una possibile trasmissione epigenetica degli effetti del trauma.

La pandemia e i fattori di stress ad essa associati possono anche avere gravi conseguenze sulla salute mentale. È abbastanza normale che si verifichi un’angoscia come risultato di uno stress cronico di questa portata. Le perdite reali (di persone care, senza la possibilità di un funerale rituale) o simboliche (feste di laurea) abbondano. Ci può essere dolore per molti, e dolore irrisolto per alcuni. L’isolamento può portare alla depressione per molti e all’ideazione suicida per alcuni.

Decenni di scienza psicologica sui traumi collettivi indicano che le risposte degli individui si basano probabilmente su diversi fattori. Tra questi vi sono le loro circostanze pre-pandemiche e le loro esposizioni prioritarie in termini di risorse alle avversità, le vulnerabilità fisiche e mentali e i sostegni economici e sociali. Bisogna anche considerare le esposizioni incontrate durante la pandemia: un membro della famiglia si è ammalato? La persona ha perso il lavoro?

La ricerca continua a esplorare nuove vie per comprendere e trattare il PTSD. Tra le nuove terapie, un posto di eccellenza è dato all’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing). Si tratta di una terapia non invasiva che permette la rielaborazione di ricordi ed eventi traumatici innescando precisi movimenti oculari. In particolare, si stimolano determinati movimenti (apertura/chiusura o ritmici) al fine di favorire una migliore comunicazione tra gli emisferi destro e sinistro.

Il contributo analizza lo «shell shock», il trauma psichico provocato dalla Prima Guerra Mondiale. Gli «shell shocked man» erano troppo traumatizzati e mentalmente disturbati per continuare a combattere la guerra. La storia delle politiche di trattamento del trauma e le strategie di controllo dell’anormalità nei soldati traumatizzati durante la Prima Guerra Mondiale, con particolare attenzione ai soldati del manicomio di Racconigi, tra il 1909 e il 1919, offre uno spaccato prezioso di questo difficile capitolo della storia medica e umana.

La scarsità di filmati sulle nevrosi di guerra, o sui mutilati ecc., è dovuta a una falsa costruzione delle notizie sul fronte di guerra, che dovevano corrispondere nello spirito alle tavole di Beltrame su la Domenica del Corriere. Le sequenze girate al fronte, sia nei film di fiction ma anche nei documentari e nei reportages, documentavano difatti solo eventi positivi, imprese eroiche e di eccezionale enfasi retorica e, per quasi tutti i documentari, valeva un tipo di messa in scena di totale disinformazione. Le riprese di scene ‘eroiche’ di combattimento, la visione delle stragi, le panoramiche, o le inquadrature ravvicinate sui morti, venivano eliminate quasi ovunque. D’altra parte, tutti i filmati di guerra erano sottoposti al controllo del Comando Supremo dell’Esercito, nell’articolo n. 17, comma c, del fascicoletto dal titolo Norme per i corrispondenti di guerra. Prescrizioni per il Servizio fotografico e cinematografico, pubblicato nel 1917 dal Comando Supremo, dove si legge, tra l’altro che è vietato l’invio di materiale relativo «allo stato sanitario delle truppe».

Il film "Scemi di guerra" di Enrico Verra (2008) e la "Regeneration Trilogy" di Pat Barker offrono importanti riflessioni artistiche e narrative sulle cause e gli effetti dello shell shock. Questi lavori, basati su ricerche approfondite e testimonianze storiche, ci permettono di avvicinarci alla complessa realtà di coloro che soffrirono in silenzio, lontano dai clamori delle battaglie, ma non meno segnati dalla brutalità della guerra.

In definitiva, lo "shell shock" non fu solo un fenomeno legato alla Prima Guerra Mondiale, ma il precursore di una comprensione più profonda e sfaccettata del trauma psichico, un'eredità che continua a plasmare la nostra ricerca scientifica e il nostro approccio alla salute mentale.

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