L'Autismo e la Psicoanalisi: Un Dialogo Complesso tra Clinica e Teoria

L'autismo, una condizione complessa e sfaccettata, ha da sempre rappresentato una sfida e un terreno di indagine privilegiato per la psicoanalisi. Nonostante le recenti linee guida nazionali, come quelle presentate dall'Istituto Superiore di Sanità nel gennaio di quest'anno, che sembrano marginalizzare l'approccio psicoanalitico a favore di terapie comportamentali, la psicoanalisi vanta una lunga storia di esplorazione e comprensione dei disturbi dello spettro autistico. Questo articolo si propone di esplorare le diverse prospettive e i contributi della psicoanalisi all'autismo, attingendo alle riflessioni di autorevoli studiosi e clinici, e cercando di far luce sulla natura del dibattito attuale.

Le Origini Psicoanalitiche nell'Indagine sull'Autismo

È un paradosso che la psicoanalisi, pur essendo stata oggetto di recenti critiche e quasi esclusioni dai protocolli terapeutici ufficiali, sia stata in realtà una delle prime discipline psicologiche ad occuparsi dell'autismo. Già negli scritti di Melanie Klein, pioniera della psicoanalisi infantile, si ritrovano resoconti clinici di casi che oggi potremmo definire con sintomatologia autistica. Il suo lavoro ha aperto la strada all'esplorazione delle dinamiche psichiche precoci e alla comprensione del gioco come strumento terapeutico per bambini. Successivamente, autori come Frances Tustin hanno approfondito la rilevazione e il funzionamento di nuclei autistici anche in soggetti non psicotici. Thomas Ogden, con la sua teorizzazione della "posizione contiguo-autistica", ha postulato l'esistenza di uno stadio evolutivo normale che precede le posizioni kleiniane, offrendo ulteriori strumenti interpretativi.

Melanie Klein analizza un bambino

Storicamente, la psicoanalisi ha affrontato critiche significative, in particolare riguardo alla teoria della "madre frigorifero" sviluppata da Bruno Bettelheim. Questa teoria, che indicava una relazione patogena con la madre come causa dell'autismo, è stata successivamente interpretata come una cattiva interpretazione di un fenomeno complesso. Sebbene la diagnosi di autismo sia indubbiamente devastante per i genitori e possa generare alterazioni secondarie nella relazione, l'idea che la madre sia l'unica responsabile è stata ampiamente superata. La psicoanalisi classica, in particolare negli anni '50 e '60, si è trovata in difficoltà nell'adattare le proprie tecniche a patologie che non rientravano nei canoni tradizionali. Tuttavia, società psicoanalitiche come la Sipp (Società Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica) hanno sempre cercato di sviluppare modelli di psicoterapia psicoanalitica elastici e interpretativi, capaci di affrontare anche le "nuove patologie" del nostro tempo, tra cui i disturbi autistici.

La Clinica dell'Autismo: Esperienze e Metodologie

L'esperienza clinica con bambini autistici ha portato allo sviluppo di approcci terapeutici innovativi e profondamente radicati nell'osservazione e nell'interpretazione delle dinamiche relazionali. Antonio Di Ciaccia, figura di spicco nel panorama psicoanalitico, ha istituito nel 1974 l'Antenna 110 in Belgio, un'istituzione dedicata alla clinica del bambino autistico. La sua pratica si è ispirata all'affermazione di Lacan: "l'inconscio è strutturato come un linguaggio". Di fronte a bambini che sembravano distanti da tale definizione, Di Ciaccia ha dovuto reinventare il setting terapeutico, allontanandosi dai metodi allora in voga, come quelli della psicoanalisi kleiniana.

Bambino autistico che gioca con blocchi

La confusione tra i livelli simbolico, immaginario e reale aveva portato a una colpevolizzazione dei genitori, spingendo alcuni terapeuti a proporre cure psicoanalitiche ai genitori stessi, come se ciò potesse influenzare la condizione del bambino. Di Ciaccia ha invece proposto un modello basato sulla "pratique-à-plusieurs", un lavoro d'équipe dove ogni operatore, pur mantenendo la propria specificità, si integra in un contesto collaborativo. Il ruolo del direttore terapeutico non è quello di detenere un sapere assoluto, ma di facilitare la comprensione reciproca all'interno dell'équipe, riconoscendo la propria ignoranza e lavorando in un sapere in costruzione, ispirato dall'insegnamento di Lacan.

Un elemento cruciale nella pratica di Di Ciaccia è stata la riattivazione del desiderio attraverso la parola e l'attività. Gli "atelier", con un quadro fisso dato da orario, luogo e persone, permettevano una grande libertà nell'espressione del movimento desiderante. La "riunione di parola", in cui bambini autistici e adulti cercavano di passarsi la parola come un oggetto, è un esempio emblematico di come si potesse costruire un ponte comunicativo.

La "Pratique-à-plusieurs" e il Ruolo dell'Altro

La "pratique-à-plusieurs" interroga l'équipe curante sulla capacità di trovare, giorno dopo giorno, modalità per operare "soli ma non da soli". In questo contesto, è fondamentale che la differenziazione dei ruoli sia massima, evitando che il genitore si trasformi in terapeuta, creando confusioni "mostruose". Nell'approccio di Di Ciaccia, ogni adulto che incontra il bambino sa che la stratificazione dei ruoli è inoperante: l'adulto può essere solo un "braccio" per raggiungere un oggetto, non necessariamente qualcuno a cui rivolgersi per una domanda. Lo scopo dell'adulto è suscitare un minimo movimento desiderante, creando una triangolazione tra sé, il bambino e un'altra persona. L'obiettivo è che il desiderio circoli, che il bambino autistico si rivolga all'adulto per chiedere qualcosa, non solo per ottenere un oggetto. L'adulto facilita questo processo senza chiudere la partita con interpretazioni frettolose, ma cercando di mettere in dialettica le espressioni del bambino con gli altri adulti e bambini.

Lacan e HegeI - Il godimento è il godimento dell'Altro- Psicanalisi e filosofia #26

Di Ciaccia sottolinea l'importanza della figura dell'Altro, un concetto centrale nella psicoanalisi lacaniana. Per il bambino autistico, l'Altro della domanda potrebbe essere assente o, al contrario, "troppo presente" al punto da essere allucinato. L'analista deve porsi come un Altro che non è il "maestro" o il "guru", ma qualcuno che aiuta a comprendere ciò che accade, basandosi sul "discorso analitico" che, per sua natura, impedisce la formazione di gruppi attorno a un leader. Questo principio è stato fondamentale anche per Lacan, che sciolse la sua École freudienne de Paris, ritenendo che essa avesse tradito lo scopo per cui era stata fondata.

L'Autismo: Una Frontiera per la Psicoanalisi Contemporanea

Negli ultimi decenni, l'interesse psicoanalitico per l'autismo è cresciuto, alimentato da un numero sempre maggiore di lavori clinici che descrivono trattamenti intensivi e processi trasformativi lungo un ampio arco della vita. L'autismo è diventato una frontiera per la psicoanalisi contemporanea, che si interroga sulle sue estensioni nel pre-psichico e nel pre-verbale. I "nuclei autistici" sono stati identificati anche in quadri psicopatologici diversi, come il borderline, l'anoressia e la tossicodipendenza, suggerendo che la comprensione dell'autismo possa illuminare aree rimaste separate dal resto della personalità anche in pazienti adulti.

Infografica che mostra le aree di sovrapposizione tra neuroscienze e psicoanalisi nell'autismo

Di fronte alla "debole soggettività" di un paziente autistico, alla mancanza di parola e gioco, l'analista è chiamato ad aprirsi a modi diversi di comunicare. L'attenzione si sposta sui gesti, sul linguaggio corporeo, sull'uso peculiare della parola, cercando di cogliere il significato profondo dell'esperienza del paziente. L'analista deve accettare di essere toccato a livelli primitivi, sensoriali, risuonando con angosce di intensità diversa. La creazione di un'esperienza di condivisione, dove il paziente si sente compreso, può dare inizio al percorso terapeutico.

Il processo mira a costruire insieme al paziente un linguaggio che amplifichi le sue possibilità comunicative. Le emozioni eccessive e traumatizzanti, data la mancanza di integrazione nell'autismo, devono essere modulate nell'interazione con l'analista. L'obiettivo è che il paziente giunga a riconoscere affetti, desideri e pensieri come propri, sviluppando la consapevolezza di uno spazio interno e del confine tra sé e il mondo esterno. Il setting terapeutico, con i suoi confini, ritmicità e affidabilità, insieme all'attenzione e alla "rêverie" dell'analista, diventa un contenimento fondamentale.

Nonostante i limiti al cambiamento, il guadagno di sentirsi vivi, capaci di esprimere le proprie emozioni e di scoprirsi parte della comunità umana, pur con le proprie specificità, rappresenta un risultato significativo del lavoro analitico. I cambiamenti osservati dimostrano che l'autismo non è una condizione statica e inalterabile.

Dialoghi Interdisciplinari: Infant Research e Neuroscienze

Il confronto con l'Infant Research ha portato a una revisione del concetto di "autismo primario normale", un errore che aveva distorto la comprensione sia della natura dell'autismo che dello sviluppo. Non esiste una fase autistica "normale"; l'autismo è una condizione correlata a uno sviluppo atipico. L'importanza attribuita da entrambe le discipline all'osservazione, seppur intesa in modi diversi, ha stimolato un dialogo fertile. L'osservazione psicoanalitica pone al centro l'esperienza soggettiva dell'osservatore e rappresenta un allenamento all'uso del contro-transfert.

L'influenza dell'Infant Research ha dato vita a psicoterapie informate dallo sviluppo, che prestano attenzione ai minimi segnali evolutivi e adattano l'intervento al livello del paziente. Parallelamente, le neuroscienze hanno approfondito concetti utili alla comprensione degli stati autistici, come l'attenzione, l'imitazione e l'empatia. Autori come Uta Frith e Baron Cohen con la teoria della mente, e Rizzolatti e Gallese con i neuroni specchio, hanno offerto prospettive complementari a quelle di Meltzer, Gaddini, Lebovici e Tustin sul versante psicoanalitico.

Il lavoro di Kanner e Spitz ha stimolato un crescente interesse per la clinica psicoanalitica del bambino in tenerissima età. In Italia, Dina Vallino ha testimoniato cosa significhi "essere neonati" attraverso un attento lavoro contro-transferale. Si è prestata sempre più attenzione alla vita psichica dell'infans e alla sua sofferenza. La comprensione ereditata da autori come Tustin e Winnicott, che giunsero a conclusioni simili riguardo ai modi di separazione del lattante dalla madre, costituisce un prezioso capitale di conoscenza.

La Molteplicità degli Autismi e il Concetto di Vulnerabilità

È ormai un'evidenza consolidata che esistano "molti autismi", un insieme eterogeneo di condizioni cliniche con cause e percorsi eziopatogenetici differenti, accomunate da difficoltà nel comprendere e interagire con gli altri. L'autismo in "cultura pura", come descritto da Leo Kanner nel 1943, rimanda a una fragilità costituzionale. Tuttavia, è fondamentale riconoscere che l'autismo non è una condizione statica e inalterabile.

Il concetto di "vulnerabilità di base" è centrale per comprendere come alcuni bambini, pur acquisendo le tappe evolutive, possano collassare di fronte a eventi di vita anche lievi. La predisposizione biologica influenza il rischio, ma non determina la certezza della patologia. L'interazione tra fattori genetici, ambientali e relazionali è cruciale.

Le prime esperienze sensoriali condivise con la madre sono fondamentali per la percezione del "non-me", del mondo esterno. È a questo livello che possono verificarsi deviazioni dallo sviluppo tipico, con un passaggio non scontato dall'esperienza sensoriale alla percezione. La precocità dell'intervento, soprattutto attraverso il lavoro con i genitori e il setting congiunto, può rendere reversibili alcune distorsioni relazionali. Il coinvolgimento dei genitori li rende protagonisti e co-artefici delle trasformazioni, aumentando il loro senso di efficacia e l'interesse per il mondo interno del bambino.

Illustrazione di un bambino che disegna

L'emergere della soggettività, anche in momenti fugaci, può coagularsi nella costruzione di un Sé più coeso. Un esempio significativo è il caso di Riccardo, descritto da Carla Urbinati, che inizialmente comunicava solo attraverso numeri. La sua risposta "Sei" alla domanda "Giochiamo?" non era un rifiuto, ma l'unico modo possibile di rispondere, utilizzando un linguaggio cifrato. Questa competenza precoce con la scrittura e il calcolo, pur in assenza di una parola espressiva, suggerisce un accesso al simbolico, ma forse non alla "legge dal volto umano".

La strategia terapeutica di Urbinati, che si pone come "Altro desiderante" senza costringere il bambino, e l'idea di disegnare volti su oggetti commestibili, hanno creato un "teatro di burattini" in cui Riccardo ha potuto sperimentare la simulazione, un passaggio fondamentale verso la dimensione soggettiva. L'idea che il numero casuale possa rappresentare la soggettività per l'autistico, o che l'attesa dell'"e poi?" segnali la consapevolezza di una mancanza, sono spunti di riflessione profondi.

Superare i Limiti e le Controversie

Le recenti linee guida dell'Istituto Superiore di Sanità, che privilegiano la terapia cognitivo-comportamentale, sollevano interrogativi sull'esclusione della psicoanalisi. È necessario un "mea culpa" da parte del pensiero psicoanalitico, che deve impegnarsi in attività scientifiche per validare le proprie tecniche. La terapia diadica di matrice psicoanalitica, ad esempio, può offrire una valida alternativa nel trattamento delle sindrome autistiche.

È importante superare l'idea che l'autismo sia una condizione esclusivamente legata a un danno cerebrale o a disfunzionalità relazionali materne. Le dotazioni biologiche innate, la neurodivergenza, e i deficit di base giocano un ruolo significativo. L'esclusione dell'oggetto, la difficoltà a sentirsi gratificati, e l'uso di "barriere autistiche" per proteggersi da un mondo vissuto come minaccioso sono aspetti cruciali.

L'autistico non è incapace di provare emozioni o di costruire legami affettivi; piuttosto, esistono ostacoli all'adattamento che devono essere gestiti. La stimolazione della capacità di fantasia e immaginazione, spesso ingiustamente sottovalutata, può rappresentare un percorso terapeutico efficace. La psicoanalisi, con la sua attenzione alla complessità del mondo interno, continua a offrire strumenti preziosi per comprendere e accompagnare le persone nello spettro autistico, promuovendo una visione più inclusiva e sfaccettata della cura.

L'Importanza del Contesto e del Supporto Familiare

Il ruolo dei genitori e del contesto familiare è di primaria importanza nel percorso di crescita e nel trattamento dei bambini autistici. La frustrazione e il logorio che una madre può sperimentare nel non ricevere risposte chiare dal proprio bambino sono profondi. Le difficoltà di allattamento, ad esempio, possono creare un clima angosciante, alimentando la percezione di un'incompetenza materna.

Famiglia che gioca insieme all'aperto

In questo senso, il lavoro con i genitori in stanza, il "setting congiunto", si rivela una risorsa fondamentale. Permette ai genitori di interiorizzare ciò che condividono con il terapeuta e di creare un ambiente idoneo a recepire i messaggi e i cambiamenti del bambino, risuonando emotivamente con lui. L'esperienza di trasformazioni straordinarie grazie al coinvolgimento genitoriale testimonia l'importanza di sentirsi protagonisti e co-artefici del percorso terapeutico.

La collaborazione tra diverse figure professionali - pediatri, neurologi, genetisti, psicoterapeuti - è essenziale. Un approccio multidisciplinare, ispirato da una tradizione consolidata di ricerca e clinica, può offrire un supporto completo al bambino e alla sua famiglia. L'invio tempestivo ai colleghi specialisti, quando necessario, garantisce che ogni caso riceva l'attenzione adeguata.

Il pediatra, nel corso del primo anno di vita del neonato, ha un ruolo cruciale nel monitorare indicatori precoci di rischio. L'evitamento relazionale, i disturbi dello sguardo, dell'ascolto, posturo-motori, della prensione, non devono essere considerati isolatamente, ma inseriti in un'osservazione globale dell'interazione e delle fantasie genitoriali. Il compito del pediatra è monitorare senza allarmare, sostenere la competenza materna e capire quando è il momento di inviare.

La psicoanalisi, quindi, non si limita all'intervento diretto sul bambino, ma si estende al sostegno delle famiglie, alla formazione degli operatori e alla promozione di un dialogo interdisciplinare. L'obiettivo è sempre quello di promuovere una maggiore comprensione dell'autismo e di offrire percorsi terapeutici efficaci, che riconoscano la complessità dell'individuo e il potenziale di crescita e benessere che risiede in ogni persona.

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