L'antropologia cognitiva si configura come un affascinante indirizzo di ricerca all'interno dell'antropologia, focalizzato sull'indagine dei complessi legami tra linguaggio, cultura e la nostra percezione della realtà. Il suo obiettivo primario è quello di gettare luce sui processi cognitivi fondamentali che guidano gli esseri umani nell'elaborazione delle loro conoscenze sul mondo. Nata negli Stati Uniti intorno agli anni Sessanta, questa disciplina ha gradualmente consolidato metodologie e elaborazioni teoriche, affermandosi negli anni Ottanta come uno dei settori di punta della ricerca antropologica contemporanea.

Le Radici e l'Evoluzione dell'Antropologia Cognitiva
L'antropologia cognitiva trae le sue origini dagli studi pionieristici dell'etnologo tedesco Franz Boas, che, stabilitosi negli Stati Uniti nella seconda metà dell'Ottocento, fondò la scuola di linguistica antropologica. Boas criticò aspramente la visione evoluzionista dominante all'epoca, considerata chiusa verso le altre culture, i diversi punti di vista e le abitudini differenti. Egli si oppose fermamente al "metodo comparativo" e all'idea di "leggi universali", sostenendo invece che ogni cultura possiede una storia unica e distinta, plasmata dal proprio habitat. La sua opera ha posto le basi per una comprensione più sfumata e contestualizzata della diversità culturale e dei processi cognitivi ad essa associati.
Le concezioni iniziali dell'antropologia cognitiva erano legate alla polarizzazione antitetica tra il paradigma evoluzionista e la concezione empirista dell'universalità della mente umana. Tuttavia, l'evoluzione della disciplina ha portato a una maggiore enfasi sulla variabilità dei processi mentali, influenzati dalle specifiche forme culturali. Questo ha comportato uno studio approfondito delle relazioni tra linguaggio, pensiero, percezioni e cultura, considerando la cultura stessa come un sistema dinamico di conoscenze, credenze e valori.
L'Oggetto di Studio: Cultura, Mente e Realtà
Uno dei principali problemi che ha sempre afflitto la teoria antropologica è l'individuazione dell'oggetto disciplinare. Dalla definizione di E. B. Tylor nel 1871 fino ad oggi, i tentativi di definirlo si sono susseguiti in modo frenetico. La questione non è da sottovalutare, perché se non è chiaro cosa si stia cercando, diventa estremamente difficile stabilire come, dove e quando cercarlo. Il saggio più citato in proposito, redatto da C. Kluckhohn e A. L. Kroeber nel 1952, intitolato "Culture. A critical Review of Concepts and Definitions", evidenzia questa problematica. Nonostante gli sforzi, del concetto di cultura esistono un'enormità di definizioni, tutte valide e nessuna definitiva.
Pragmaticamente, si è tentato fin dall'origine di definire la cultura in senso diacritico, sostenendo che è cultura tutto ciò che non è natura. Tuttavia, a parte il rischio di un dualismo ontologico, nemmeno questa strada appare facilmente percorribile, specialmente considerando l'intromissione di un terzo elemento, la mente, e le più recenti acquisizioni sulla continuità evoluzionistica del phylum antropiano, che testimonierebbero dell'innata capacità di implementare la mente in una relazione dialettica con l'ambiente sociale, simbolico e fisico. Anche questa definizione sembra presentare un'insormontabile difficoltà: trovare la fine della natura e l'inizio della cultura, e collocare, tra le due, gli individui con le loro menti, storie e capacità. Il punto cruciale sembra essere che, quando si parla di cultura, tutti pensiamo di sapere a cosa ci stiamo riferendo, ma nessuno è veramente in grado di trovare un modo inconfutabile per definirla.

Oggi, un modo abbastanza accettato per definire la cultura consiste nel ricorrere agli strumenti della semiotica e della teoria dell'informazione. Tuttavia, anche così, l'impresa del ricercatore etno-antropologico è quasi disperata, poiché tutto può assumere valenza simbolica, e ogni individuo può, privatamente, creare un codice semiotico e dare un suo senso al suo mondo. Il concetto di cultura occupa uno spazio così vago da rendere quasi impossibile la delimitazione dei suoi confini. Il significato del termine oscilla in un arco semantico che va dall'indicazione di particolarissimi prodotti dell'intelletto, ritenuti qualitativamente pregevoli, alla denotazione dell'intera realtà umana. Ciò finisce naturalmente con il restringere o dilatare il fenomeno fino al punto di negarlo. È infatti ovvio che nel primo caso ciò che è cultura per alcuni, per altri non lo è, mentre nel secondo un uso totalizzante del termine porta a identificare la cultura con la vita stessa.
Il senso, in questo contesto, è inteso in relazione a una concezione estesa degli strumenti semiotici attraverso i quali un individuo, in quanto membro di una comunità, affronta l'esistenza e si esprime, o comprende l'esprimersi altrui, spaziando dal discorso esplicito ed autocritico alla pratica semicosciente implicata nell'interazione sociale. A ciò si deve aggiungere la considerazione che questo modo di dare e darsi senso non deve intendersi come un sistema chiuso, bensì come un sistema aperto e fluido, storicamente variabile a seguito delle fluttuazioni individuali e dei contatti tra individui, classi, gruppi, comunità, collettività, diaspore ed etnorami.
Metodologie e Sfide della Ricerca Etnografica
Il metodo che si è imposto in antropologia è ben delineato dall'Introduzione di Malinowski ad "Argonauti del Pacifico occidentale". La tecnica di ricerca antropologica, inaugurata ufficialmente da Malinowski nel 1922, si fonda sulla presunta neutralità dell'osservatore partecipante. Essa implica l'immersione nelle attività quotidiane della comunità da studiare, attraverso prolungati periodi di lavoro sul campo e la padronanza della lingua. Fondata sul concetto di empatia, mira a minimizzare il problema della reattività e l'effetto distorcente della partecipazione dell'antropologo, dissolvendo la presenza dell'osservatore tra gli osservati.
Non c'è dubbio che questo tipo di pratica abbia costituito un significativo passo avanti rispetto all'antropologia da tavolino. Tuttavia, l'atto simbolico del "piazzare la tenda" di fianco alla capanna del capo non poteva essere considerato un analogo del microscopio e del vetrino dello scienziato. Tornando ai fondamenti dell'osservazione partecipante, un posto di rilievo spetta a Dilthey, il quale aveva individuato, tra "scienze della Natura" e "scienze dello Spirito", una differenza di oggetto le cui ripercussioni a livello metodologico ed epistemologico risultavano fondamentali. La differenza di rapporto escludeva, per principio, la possibilità di impiegare i metodi delle scienze naturali nelle scienze umane, e proponeva la pratica dell'esperienza di vissuto, "il ritrovamento dell'io nel tu", come metodo proprio e autonomo delle scienze dello spirito.
Questa teoria, tuttavia, nascondeva intrinseche difficoltà concettuali. Oltre alle irrisolte questioni filosofiche dell'accesso diretto e dell'infallibilità, fra tutte spiccava la questione dell'identificazione del sé nell'alterità. La validità di tale pratica è venuta meno quando l'ermeneutica, la teoria della traduzione, le scienze cognitive, la filosofia della mente e in parte la stessa antropologia, nonché le varie critiche (culturali, postmoderne, postcoloniali, subalterne, ecc.) hanno dimostrato che l'immedesimazione totale presupposta dall'empatia diltheyana è inattuabile nella pratica.
Quanto detto non deve intendersi come uno svilimento dell'osservazione partecipante - o, come viene ridefinita ultimamente, esperienza intenzionale di esperienza, partecipazione osservata, perduzione, serendipità ecc. - ma semplicemente come un monito circa i limiti oggettivi e soggettivi della conoscenza in generale e di quella etno-antropologica in particolare. Di fatto, l'osservazione partecipante sintetizza due pratiche e processi cognitivi rapportabili, fra loro, in ordine gerarchico variabile: osservare e partecipare. Lo sguardo del ricercatore, nel proiettarsi "fuori della tenda", incontra altri sguardi; il suo orecchio si inserisce in flussi discorsivi multipli e stratificati. Ma basta davvero il mero partecipare alla loro vita per denudarsi del proprio punto di vista e cogliere il loro, la loro posizione davanti alla vita e comprendere la loro visione del loro mondo?
Ad un attento esame, l'ambizione metodologica si è rivelata col tempo per quello che era: un'ambizione che poggiava su un'immagine metaforica con cui, fino a quel momento, si era tentato di nobilitare la possibilità operativa della pratica antropologica. Si attribuiva infatti all'etnografo una singolare plasticità emotiva e gnoseologica in virtù della quale, dopo essersi sfilato la pelle dei propri pregiudizi e gli abiti delle proprie categorie, assumendo ad interim i panni altrui, era ritenuto capace di tornare carsicamente uno scienziato in grado di consegnare a terzi l'oggettività di quanto, con quei loro panni, era giunto a provare, capire e comprendere-in-sé. L'avvento del paradigma ermeneutico, oltre ad obbligarci a chiederci se sia davvero possibile praticare un simile denudamento, ha spinto molti antropologi ad interrogarsi su una questione: fino a che punto tutto questo vestirsi, denudarsi, rivestirsi ecc. è effettivamente possibile? È proprio su questi aspetti, infatti, che le pagine dei diari imponevano, a quanti avessero voluto rifletterci prendendo l'intera questione sul serio, il logico sbocco di dover ripensare l'oggetto di studio, e le strategie conoscitive e analitiche con cui, cercando di approssimarsi ad esso, era possibile provare ad approcciarlo.
Il Concetto di "Punto di Vista Nativo" e la Semiotica
Uno dei modi per provare a sciogliere i principali nodi dell'intera questione è suggerito da Geertz, quando segnala come, nelle scienze sociali, si sia realizzata una pericolosa fusione nella semantica del termine "pensiero". Il termine "pensiero", infatti, può essere inteso, di volta in volta, sia come "processo", sia come "prodotto". In breve, quando si parla di punto di vista nativo, cosa cerca l'antropologo? Se si cerca l'accesso ai processi di pensiero nativo - ma anche di un qualsiasi individuo - quest'accesso è onticamente interdetto a chiunque, poiché di un qualunque individuo si può, al limite, constatare l'attività dei suoi tessuti neurali e di lì inferire l'attività neurofisiologica sottostante ai processi di pensiero. Insomma, il luogo suggerito da Geertz non è più dentro la loro testa, ma sopra e/o dietro le loro spalle. Si tratta infatti di un luogo semiotico, e il cammino d'approssimazione è, principalmente, quello dell'analisi semiotica dei prodotti sociali del loro pensiero.

Questo problema generale ha provocato discussioni metodologiche in antropologia per almeno dieci o quindici anni. Forse il modo più semplice e diretto per porre il problema è nei termini di una distinzione formulata, per altri fini, dallo psicoanalista Heinz Kohut, tra ciò che definisce concetti "vicini all'esperienza" e concetti "lontani dall'esperienza". Un concetto vicino all'esperienza è, sommariamente, un concetto che chiunque può utilizzare naturalmente e senza sforzo per definire ciò che lui e i suoi colleghi vedono, pensano, immaginano e così via, e che comprenderebbe prontamente quando utilizzato da altri. Chiaramente è una questione di gradi. E la differenza, almeno per quanto riguarda l'antropologia, non è di tipo normativo, nel senso che un concetto debba essere preferito ad un altro. Il limitarsi a concetti vicini all'esperienza lascia l'etnografo immerso nelle immediatezze, e intrappolato nel linguaggio comune. Il limitarsi a concetti distanti dall'esperienza lo lascia arenato in astrazioni e soffocato dal gergo.
Il vero problema, e quello che è messo in luce da Malinowski dimostrando che nel caso dei nativi non occorre essere uno di loro per conoscerli, è che tipo di ruoli giocano i due tipi di concetti nell'analisi antropologica. O, più esattamente, come bisogna utilizzarli per ottenere un'interpretazione di come vive una popolazione che non sia imprigionata né nei suoi orizzonti mentali, né sistematicamente sorda alle tonalità peculiari della sua vita. Il primo passo di una simile analisi consiste nel tentativo di individuare il detto del flusso del discorso sociale. Il secondo, nel riconoscere e distinguere i concetti vicini e lontani dalla loro esperienza, ovvero ciò che il membro di un gruppo dice in quanto rappresentante di quel gruppo, da ciò che dice l'etnografo in quanto etnografo che entra in contatto con quelle persone.
Ponendo il problema in questi termini - nei termini di come bisogna fare l'analisi antropologica e come inquadrare i suoi risultati, piuttosto che nei termini della costituzione psichica che gli antropologi devono avere - si riduce il mistero di quello che significa "vedere le cose dal punto di vista dei nativi". Ciò, comunque, non rende la cosa più facile, né diminuisce il bisogno di essere percettivo da parte dello studioso sul campo. Cogliere concetti che, per altre popolazioni, sono vicini all'esperienza, e farlo sufficientemente bene da collocarli in connessioni illuminanti con i concetti distanti dall'esperienza che i teorici hanno costruito per cogliere le caratteristiche generali della vita sociale, è un compito per lo meno delicato, anche se un po' meno magico del mettersi nella pelle di un altro. Il trucco sta nel non entrare in sintonia di spirito troppo stretta con il proprio informatore. Il trucco sta nel capire che cosa loro pensano di stare facendo. Da un certo punto di vista, ovviamente, nessuno lo sa meglio di loro; da qui deriva la passione per lasciarsi trascinare dal flusso della loro esperienza, e l'illusione successiva di esserci in qualche modo riusciti. Ma questo semplice truismo è semplicemente non vero. Le persone usano concetti vicini all'esperienza in modo spontaneo, inconsapevole, in modo colloquiale. Esse non riconoscono, tranne che occasionalmente e superficialmente, che vi sono implicati dei "concetti": questo è ciò che significa vicino all'esperienza - che le idee e le realtà che esse informano sono indissolubilmente e naturalmente legate insieme. L'etnografo non percepisce - e secondo me in buona misura non può percepire - quello che percepiscono i suoi informatori. Ciò che egli percepisce è ciò che essi percepiscono con - o per mezzo di o attraverso.

Descrivendo gli usi dei simboli diamo una descrizione delle percezioni, dei sentimenti, delle apparenze, delle esperienze. E in che senso? Che cosa sosteniamo? Passare dal tentativo di spiegare i fenomeni sociali intessendoli in grandi trame di cause e di effetti al tentativo di spiegarli collocandoli in forme locali di conoscenza, significa scambiare una serie di difficoltà ben definite con altre largamente imprevedibili. Imparzialità, generalità e fondamenti empirici sono contrassegni caratteristici di qualsiasi scienza degna di questo nome, come lo è la logica. Chi sposa l'approccio determinista ricerca queste virtù nascoste operando una distinzione radicale tra descrizione e valutazione, limitandosi poi alla parte descrittiva, ma chi sposa quello ermeneutico, negando la radicalità delle distinzioni o trovandosi in mezzo ad esse, viene bloccato da una strategia così forte.
La Cognizione Umana e la Diversità Culturale
L'antropologia cognitiva si occupa dello studio della mente (esperienza, ragione, sistema concettuale) e si propone la conoscenza dei processi mentali. Pertanto essa comprende discipline diverse come le neuroscienze, la psicologia, la linguistica, l'antropologia fisica e culturale e la filosofia. Il genoma umano, infatti, codifica essenzialmente per l'aspetto morfologico - cioè citologico ed architetturale - del sistema nervoso. La funzione e i sistemi di coordinamento ed integrazione nervosi sono in larghissima parte determinati durante l'ontogenesi di ciascun individuo. Per questo motivo l'identità mentale di ognuno rappresenta un contributo originale e unico delle identità mentali e della collettività alla quale l'individuo appartiene.

L'antropologia cognitiva studia le diverse forme del pensiero dovute alle diverse forme culturali. Si caratterizza per lo studio delle relazioni che vi sono tra linguaggio, pensiero, percezioni e cultura. Alla base di questa scienza vi è una concezione di cultura come sistema di conoscenze, di credenze e di valori. L'aspetto emotivo dell'uomo è considerato importante, in quanto vengono studiate sia la parte più profonda dell'uomo sia quella più superficiale, prendendo in considerazione le sensazioni che l'uomo prova dentro di sé e le espressioni facciali, intese come riproduzione ed espressione di ciò che l'uomo prova sentimentalmente al suo interno. Le espressioni facciali sono importanti anche negli animali, in quanto attraverso esse è possibile conoscere il loro stato d'animo, dato che sono privi di parola. Le espressioni del volto sono significative soprattutto per gli animali che vivono in gruppi sociali numerosi, che sono attivi nelle ore diurne e hanno bisogno di cooperare tra loro e riprodursi.
Secondo Lévy-Bruhl, i "primitivi" hanno un modo di ragionare e di riflettere molto diverso dall'uomo "civile", in quanto i primitivi hanno un forte senso di collettivismo, di unione e di insieme. Alla base della loro esistenza vi è la legge di partecipazione: il loro stato mentale è dominato da un sentimento così impetuoso che li trascina oltre i limiti dell'individualità, del singolo soggetto per imbattersi in qualcosa di più grande, ossia la collettività. Non esiste, per i primitivi, alcuna nozione di identità, soggettività. È inesistente il concetto di individualismo. Nella mentalità collettiva, l'identità personale non può competere con la pluralità delle persone, degli oggetti.

Le concezioni culturali, pur essendo apprese, influenzano profondamente la cognizione. Le persone che vivono in luoghi differenti avranno differenti culture, e, di conseguenza, differenti modi di percepire e interpretare il mondo. Gli antropologi hanno sottolineato che attraverso la cultura le persone possono adattarsi al proprio contesto ambientale in modi non-genetici, cosicché persone che vivono in contesti ambientali diversi avranno spesso culture differenti, anzi, addirittura elementi comuni tra le culture hanno quasi sicuramente significati diversi.
Acculturazione, Biculturalismo e Identità Complessa
Il fenomeno dell'acculturazione si manifesta quando gruppi di persone con differenti culture entrano in continuo contatto, portando a cambiamenti nei modelli culturali originali di entrambi i gruppi. L'acculturazione offre possibilità di "allargamento nell'ambito culturale" ma può anche favorire un assoggettamento di alcune culture, considerate deboli o minoritarie, rispetto a quelle ritenute più forti. Questo processo è spesso legato a fenomeni di monoculturalismo nazionale o continentale che tendono ad assorbire le culture compresenti in un unico modello unitario. L'assimilazione, di regola, è favorita dalla società di accoglienza, la quale si propone come società compiuta che non ha nulla da apprendere dagli immigrati portatori di altre culture.

Dal punto di vista quantitativo, la presenza di bambini e ragazzi stranieri nelle scuole italiane ha registrato un incremento annuo significativo. Ogni anno fanno il loro ingresso nelle classi decine di migliaia di nuovi alunni di altra nazionalità, suddivisi tra nati in Italia e arrivati in seguito al ricongiungimento familiare. Essi frequentano soprattutto le classi della scuola elementare, seguite dalla scuola media, materna e superiore. Una parte consistente di questi alunni è in condizione di non italofonia. Questo non significa, naturalmente, che siano privi di competenze linguistiche. Molti hanno sviluppato nella loro lingua madre (L1) una buona competenza sia nell'orale che nello scritto. Al momento dell'accoglienza dell'alunno straniero, è fondamentale rilevare, oltre alla sua storia personale e scolastica, anche la sua biografia linguistica.
Il biculturalismo si verifica quando la doppia (o multipla) identità, reciprocamente accettata, rappresenta non una marginalità, ma un arricchimento e una crescita. Consente al bambino o all'adulto di sviluppare una maggiore capacità di astrazione, una migliore concettualizzazione, un'ampia utilizzazione del pensiero vigente e un indice di socialità più elevato. In questo contesto, i sistemi simbolici, linguistici e culturali sono opportunamente separati, senza interferenze, in un rapporto non competitivo e non conflittuale. L'identità complessa, esito costruttivo di un programma avanzato di formazione interculturale, è una caratteristica peculiare della psicologia dell'uomo moderno. Si tratta di costruire nella scuola e nella società le premesse psicologiche e non solo materiali perché tale prospettiva possa affermarsi, non esaurendosi in azioni educative rivolte soltanto alle minoranze. L'identità complessa si acquisisce attraverso un processo in continuo divenire, dove, sulla base di valori comuni condivisi, continuità e discontinuità si alternano, provocando ristrutturazioni progressive della mappa mentale, aprendo al mutamento cognitivo e relazionale, e facilitando la sostituzione dei punti di riferimento statici ed inadeguati utilizzabili come "bussole provvisorie" per risolvere problemi pratici e contingenti.

Linguaggio, Bilinguismo e Capitale Sociale
Il bilinguismo si intende come la capacità di potersi esprimere e pensare senza difficoltà in due lingue diverse, con un livello di precisione identico in ciascuna delle due. I parlanti autenticamente bilingui hanno una forte impronta di entrambe le culture. Esistono diverse classificazioni del bilinguismo, considerando il momento in cui la seconda lingua viene acquisita:
- Bilinguismo ideale: conoscenza perfetta di entrambe le lingue.
- Bilinguismo precoce: apprendimento dell'idioma prima dello studio grammaticale della seconda lingua, solitamente in età prescolare.
- Bilinguismo simultaneo: acquisizione dei due idiomi nello stesso momento, come nel caso di persone che vivono in famiglie dove i due idiomi coesistono.
- Bilinguismo consecutivo: acquisizione della lingua madre e poi della seconda lingua, tipico di chi emigra in un paese con una lingua diversa.
- Bilinguismo passivo: una delle due lingue è solo compresa, ma non riprodotta. Questo tipo è considerato da molti linguisti un particolare tipo di bilinguismo poiché le competenze sono diverse nei due idiomi.

La capacità dell'emigrante di apprendere la seconda lingua senza dimenticare la lingua madre è fondamentale. Le teorie psico-linguistiche mostrano la connessione funzionale tra sviluppo cognitivo, personalità e lingua, e l'importanza della lingua madre per la formazione dei concetti. È stato osservato che i bambini bilingui mostrano, rispetto ai monolingui, maggiore flessibilità cognitiva, più vivace pensiero divergente e più ricca creatività. L'apprendimento della seconda lingua, da parte dell'emigrato, minaccia la sopravvivenza della lingua materna con notevoli ripercussioni anche sull'identità personale, che tende a manifestarsi secondo il nuovo codice linguistico e i valori culturali che lo sostengono.
La commutazione del codice avviene sempre nell'ambito dello stesso discorso e può riguardare poche frasi o una singola frase. Questo fenomeno è presente soprattutto nelle comunità o nelle famiglie bilingui. Ad esempio, se i membri di una famiglia sono appena immigrati in un paese in cui si parla una lingua diversa dalla loro lingua madre, nella fase di apprendimento del nuovo codice, alterneranno continuamente le due lingue, anche per mancanza di competenze linguistiche appropriate ad ogni contesto.
Il "capitale sociale" è un concetto che, sebbene derivi dall'economia, ha un significato più ampio nelle scienze sociali. Esso si riferisce all'insieme di relazioni, norme, fiducia e reti che facilitano la cooperazione e il raggiungimento di obiettivi comuni. Le sue componenti possono includere:
- "Credit-slip": controllo della rete di capitale sociale da parte del capofamiglia, con la possibilità per ogni componente di vedere attivato tale capitale per il proprio interesse.
- "Canali informativi": relazioni utilizzate per raccogliere informazioni.
- "Norme e sanzioni": relazioni prescrittive e repressive che impediscono la devianza e il cambiamento.
- "Relazione di autorità": attribuiscono il potere-diritto di controllare e decidere.
- "Organizzazione sociale appropriabile": possibilità di utilizzare una relazione sociale per un fine diverso da quello per cui è nata.
Questi elementi, intrecciati con la cultura e il linguaggio, contribuiscono a definire le dinamiche sociali e cognitive all'interno delle comunità.
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