Il dandismo e l'estetismo rappresentano due correnti culturali e artistiche che, pur con sfumature e origini distinte, convergono nell'esaltazione della bellezza, della raffinatezza e di una vita vissuta come un'opera d'arte in sé. Entrambi i movimenti, emersi con particolare vigore nella seconda metà del XIX secolo, hanno profondamente influenzato la letteratura, le arti visive e la percezione stessa del ruolo dell'artista e dell'intellettuale nella società.
Il Dandismo: Eleganza, Originalità e Provocazione
Il dandismo, nato in Inghilterra alla fine del XVIII secolo, si configura come una "dottrina dell’eleganza, della finezza e dell’originalità". Non si tratta di una mera attenzione all'abbigliamento, sebbene questo ne costituisca un elemento cardine, ma di un vero e proprio stile di vita che abbraccia linguaggio, gesti e atteggiamenti. La definizione di un dandy come "un uomo dall’andatura preziosa, originale e ricercata e dal linguaggio scelto" coglie solo parzialmente la sua essenza. Il dandy era, infatti, un eccentrico che si dilettava a "stupire il pubblico, con atteggiamenti e gesti provocatori, con il suo modo di vestire e di vivere".

La figura del dandy non era statica né rigidamente definita; poteva variare notevolmente, adattandosi alle peculiarità individuali. Tuttavia, elementi comuni come l'ironia, un distacco quasi aristocratico dalle convenzioni sociali e una cura meticolosa per la propria persona erano quasi sempre presenti. Lord Brummell è forse l'archetipo di questo fenomeno, un uomo che fece dell'eleganza e dell'atteggiamento snob un'arte, influenzando la moda e il costume del suo tempo a tal punto da diventare una figura leggendaria.
Durante l'Età Vittoriana, questa mentalità trovò un terreno fertile e una sua declinazione anche all'interno del movimento artistico dei preraffaelliti. Artisti come Dante Gabriel Rossetti, pur immersedi in un'estetica differente, condividevano con i dandy un certo spirito di anticonformismo e una ricerca di un ideale artistico elevato, spesso in contrasto con la mentalità borghese dominante. La figura del dandy, dunque, trascende la mera apparenza per incarnare un atteggiamento esistenziale, una ricerca costante di distinzione e di unicità in un mondo che tendeva all'omologazione.
Il dandismo maturo, come osservato da alcuni critici, trasforma la sensibilità e l'amore per la bellezza in "mezzi con cui fare dei doni al mondo". Questo si discosta dal "dandismo nichilista e saturnino" di figure come Jean Floressas Des Esseintes, personaggio letterario creato da Joris-Karl Huysmans, che sceglieva l'isolamento e la contemplazione delle proprie ossessioni. Il vero dandy, lungi dall'essere un mero edonista, può aspirare a diventare un "poeta-soldato", capace di incidere sulla realtà attraverso la sua stessa esistenza, come suggerito da Ernst Jünger.
La figura del dandy, tuttavia, è stata spesso fraintesa e confusa con il "Gagà", un individuo eccessivamente vestito ma privo di profondità e valori, naufrago del contingente. Il dandy autentico, al contrario, è "maturo e politicamente impegnato", legato a "valori eterni ed assoluti che reggono la storia". Figure come Gabriele D'Annunzio o Mishima rappresentano esempi di questa dimensione, in cui l'eleganza esteriore si fonde con un profondo impegno intellettuale e, talvolta, politico.
L'Estetismo: L'Arte per l'Arte e la Vita come Bellezza
Parallelamente al dandismo, e in parte intrecciato con esso, si sviluppò il movimento dell'Estetismo, una corrente artistica e letteraria che raggiunse il suo apice nella seconda metà dell'Ottocento. Fondato sul principio de "l’arte per il gusto dell’arte", l'Estetismo concepisce l'arte come un'entità autonoma, "rappresentazione di sé stessa, possedente una vita indipendente proprio come il Pensiero". Questa visione implica un distacco dalle contingenze storiche e sociali, anzi, spesso una posizione di "contraria" ad esse. L'unica storia rilevante per l'esteta è quella del progresso artistico stesso.

Una dottrina fondamentale per gli esteti è che "tutta la cattiva arte trae origine dal ritorno alla vita e alla natura e dal loro innalzamento al rango di ideali". Per gli esteti, l'arte che rinuncia alla fantasia in favore della realtà commette un "totale fallimento". Le cose veramente belle sono quelle che non riguardano direttamente la vita quotidiana o la morale convenzionale. In questa prospettiva, è "la vita ad imitare l’Arte", come spesso sottolineato da Oscar Wilde nel suo saggio "La decadenza della Menzogna". Questa imitazione non deriva solo dall'istinto, ma anche dalla necessità intrinseca della vita di "trovare espressione", e l'arte ne è la forma più pura. Di conseguenza, anche la Natura stessa si modifica a immagine dell'Arte, mostrando effetti visibili solo attraverso la poesia o la pittura.
Il pensiero estetista si lega indissolubilmente alla figura di Oscar Wilde, il cui saggio "La decadenza della Menzogna" è considerato un manifesto del movimento. Wilde, attraverso la sua vita e la sua opera, incarnò l'ideale dell'esteta, un individuo che perseguiva la bellezza in ogni aspetto dell'esistenza, spesso incurante delle convenzioni morali. Il suo romanzo "Il Ritratto di Dorian Gray" esplora in modo magistrale i temi della bellezza, della giovinezza eterna e delle conseguenze morali di una vita dedicata al piacere estetico.
L'Estetismo promuove un "continuo invito a godere della giovinezza fuggente", un edonismo nuovo dove l'esaltazione del piacere è strettamente connessa alla "corruzione della decadenza". La bellezza è intesa come manifestazione del genio, ma al contempo superiore ad esso. La figura dell'Esteta è stata ulteriormente consacrata da opere come "Controcorrente" (À rebours) di Joris-Karl Huysmans, con il suo protagonista Des Esseintes, e "Il Piacere" di Gabriele D'Annunzio, con Andrea Sperelli.
La vita di Oscar Wilde – Autore de Il ritratto di Dorian Gray – Grandi Personalità della Storia
Il Bohemianismo: Libertà, Anticonformismo e Vita Artistica
Il termine "bohemian" (o Bohème) emerse nel XIX secolo per descrivere uno stile di vita non tradizionale adottato da artisti, scrittori e musicisti che vivevano ai margini della società nelle grandi città europee. I bohémien erano associati a un "punto di vista politico non ortodosso e privo di affermazione sociale", spesso manifestato attraverso relazioni extramatrimoniali, frugalità e una "povertà volontaria".
L'origine del termine è legata alla credenza popolare, soprattutto in Francia, che i gitani provenissero dalla Boemia, una regione dell'attuale Repubblica Ceca. I letterati bohémien vennero così associati ai gitani vagabondi: persone al di fuori delle convenzioni sociali e disinteressate dall'opinione altrui. L'opera francese "Carmen" (1875) contiene uno dei primi riferimenti ai "Bohèmienne".
La popolarizzazione del termine è dovuta in gran parte a Henri Murger e alla sua raccolta di storie brevi "Scene della vita Bohème" (1845), che ispirò l'omonima opera lirica di Giacomo Puccini (1896). Quest'ultima, a sua volta, divenne fonte di ispirazione per Jonathan Larson nel suo musical "Rent".
Nel contesto anglofono, il termine fu diffuso da "La Fiera delle Vanità" (Vanity Fair) di William Makepeace Thackeray (1848), che offriva una "percezione dello stile di vita alternativo e fuori da ogni regola sociale e morale". George du Maurier, nel suo romanzo "La cultura bohémienne", narrò le vicende di tre bohémien, la loro modella e due musicisti nell'ambiente artistico parigino.

Accademici e teorici hanno definito il movimento bohémien come un'avanguardia politicamente e socialmente non conformista. Virginia Nicholson, nel suo studio "Among the Bohemians: Experiments in living 1900-1939" (2002), analizza sistematicamente lo stile di vita "boho", delineandone caratteristiche comuni relative a denaro, amore, educazione, bellezza, presentazione personale, pulizia, viaggi e altri aspetti.
Il Dizionario dell'American College definisce il bohémien come "una persona con tendenze artistiche e/o letterate che vive e agisce senza riguardo per le convenzioni e regole sociali". I bohémien "attuano uno stile di vita che non fa preoccupare loro del domani, permette il perseguimento della musica, del colore e delle relazioni intrapersonali senza l’ausilio del denaro che odiano". Si autodefiniscono "anime libere" perché non rispecchiano i canoni sociali. Il loro abbigliamento è spesso semplice, influenzato da culture gitane e di vagabondaggio, con una cura minima o trascurata dell’igiene personale.
La Scapigliatura: La Ribellione Artistica nell'Italia Ottocentesca
In Italia, la Scapigliatura emerse come movimento artistico e letterario a partire dagli anni Sessanta dell'Ottocento, con epicentro a Milano. Il termine, traduzione italiana del francese "bohème", si riferiva alla "vita disordinata e anticonformista degli artisti parigini". Gli scapigliati erano animati da uno "spirito di ribellione contro la cultura tradizionale e il buonsenso borghese".

Uno dei loro obiettivi principali fu il "moderatismo della cultura ufficiale italiana". Si scagliarono sia contro il romanticismo italiano, giudicato "languido ed esteriore", sia contro il "provincialismo della cultura risorgimentale". Cercarono di individuare il "nesso sottile che legava quella fisica a quella psichica", sviluppando un fascino per il tema della malattia, che spesso si rifletteva tragicamente sulla loro vita, caratterizzata da una brevità simile a quella dei bohémiens francesi.
La Scapigliatura, pur non essendo una scuola organizzata con manifesti teorici, ebbe il merito di far emergere in Italia il "conflitto tra artista e società". Il processo di modernizzazione post-unitario aveva emarginato gli intellettuali italiani, alimentando tra gli scapigliati un sentimento di ribellione e disprezzo per le norme morali e le convinzioni correnti, dando vita al mito della "vita dissipata ed irregolare" (il cosiddetto "maledettismo").
Negli scapigliati si sviluppò una "coscienza dualistica", che sottolineava il contrasto tra l'"ideale" e il "vero", la cruda realtà, descritta in modo oggettivo. Il movimento trasse ispirazione dai modelli romantici tedeschi di E.T.A. Hoffmann, Jean Paul, Heinrich Heine e, in modo particolare, da Charles Baudelaire. Il termine "scapigliatura" fu utilizzato per la prima volta da Cletto Arrighi nel romanzo "La Scapigliatura e il 6 febbraio" (1862). Tra i suoi esponenti di spicco figurano Iginio Ugo Tarchetti, Carlo Dossi, Arrigo Boito, Emilio Praga, e in campo artistico i pittori Tranquillo Cremona e Daniele Ranzoni. Anche Giacomo Puccini mosse i suoi primi passi all'interno di questo mondo.
Intersezioni e Divergenze: Dandy, Esteta, Bohémien e Scapigliato
Sebbene distinte, queste correnti condividono un comune rifiuto delle convenzioni sociali e una profonda attenzione alla forma e all'estetica. Il dandy incarna un'eleganza ricercata e un distacco ironico; l'esteta eleva la bellezza a principio supremo, perseguendola in ogni aspetto della vita; il bohémien abbraccia uno stile di vita anticonformista, spesso segnato da povertà volontaria e libertà creativa; lo scapigliato italiano esprime una ribellione radicale contro la società borghese e la cultura tradizionale.
Figure come Oscar Wilde rappresentano un ponte tra queste diverse manifestazioni, incarnando sia l'esteta che il dandy. Gabriele D'Annunzio, con il suo culto del "superuomo" e la sua vita vissuta come un'opera d'arte, si colloca tra l'estetismo e una forma di dandismo impegnato.
Walter Benjamin, analizzando la figura del dandy, coglieva il legame tra "l'individualità del dandy ed il ciclo della storia", affermando che "il cospiratore di professione e il dandy si congiungono nel concetto d’eroe moderno". Da George Brian Brummell a Vladimir Majakovskij, i secoli sono costellati di dandy che hanno cercato, "in modo più o meno riuscito, di modificare il ciclo della storia per mezzo della loro persona".
Il pensiero di Søren Kierkegaard, espresso in "Aut-Aut" con lo pseudonimo Victor l'Eremita, offre una critica alla figura eccessivamente frivola del dandy, evidenziando come la ricerca incessante di piaceri estetici possa essere una fuga dai dolori animici e spirituali derivanti dalla consapevolezza della discrasia tra mondo reale e ideale.
Il dandismo estremo, definito da Honoré de Balzac come "scellerato, autoreferenziale, che muta l’egotismo in eremitaggio ed onanismo intellettuale", viene descritto come "decadente e, come ben traspare dalle perverse poesie di Verlaine, anche poco costruttivo per la società", proponendo un modello di uomo "effimero e debole".
In conclusione, dandismo ed estetismo, pur con le loro specificità, rappresentano un affascinante capitolo della storia culturale, un inno alla bellezza, alla libertà individuale e alla ricerca di un'esistenza vissuta con intensità e stile, al di là delle convenzioni e delle omologazioni del mondo moderno.
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