L'ambiente, un tempo considerato uno sfondo passivo per le vicende umane, è oggi al centro di un dibattito acceso e urgente. La crescente consapevolezza della gravità della crisi ecologica ci pone di fronte a un interrogativo fondamentale: come possiamo conciliare le immagini di progresso illimitato e di un pianeta inesauribile con le prove tangibili di carestie e cambiamenti climatici che ci travolgono? Questo articolo esplora le complesse dinamiche psicologiche che sottendono la nostra relazione con l'ambiente, attingendo alle profondità della psicoanalisi per comprendere i meccanismi di difesa che ostacolano un'azione consapevole e responsabile.
L'Eco della Psiche: Freud e la Natura Ambivalente
Sigmund Freud, nel suo saggio "Il disagio della civiltà" (1929), getta le basi per una riflessione sul rapporto tra l'uomo e la natura, delineando un quadro complesso e, per certi versi, contraddittorio. Da un lato, Freud dipinge la natura come una "madre terribile e potente", una forza selvaggia e disordinata da cui l'uomo, fragile e indifeso, deve necessariamente proteggersi attraverso la tecnica e il dominio. Questa visione antropocentrica, intrinseca all'ideologia del progresso lineare tipica dei primi del Novecento, pone l'accento sulla necessità di assoggettare la natura per garantire la sopravvivenza e lo sviluppo della civiltà.
Tuttavia, Freud non si limita a questa prospettiva. In altri scritti, come "Caducità" (1915), egli introduce il concetto di "lutto anticipatorio", suggerendo come l'ambiente e gli oggetti affettivamente investiti possano essere esperiti in un clima di "perdita incipiente e di paura incombente della fine". La bellezza della natura, pur celebrata in momenti di lirismo, è vista come effimera, soggetta alla distruzione e al ritorno ciclico, inducendo un senso di precarietà che richiede un'elaborazione del lutto, spesso evitata attraverso difese narcisistiche.
Freud riconosce anche l'importanza della bellezza, della pulizia e dell'ordine come requisiti della civiltà, esortando l'uomo a onorare la bellezza naturale e a tradurla in opere d'arte. Nonostante ciò, la natura rimane, in ultima analisi, un dominio da sottomettere alle esigenze umane. Nonostante le felici intuizioni, il pensiero freudiano risente dell'ottimismo tecnologico dell'epoca, che vede nella tecnica uno strumento primario per il progresso, pur riconoscendone il potenziale distruttivo.

L'Ambiente "Non Umano": Le Intuizioni di Searles e Winnicott
Fu solo negli anni Sessanta del Novecento, in un clima segnato dalla minaccia nucleare e dalla paura della distruzione planetaria, che emerse una riflessione psicoanalitica più profonda sul valore dell'ambiente "non umano". Lo psicoanalista americano Harold F. Searles, ampliando le intuizioni di Donald Winnicott sulla fusione tra bambino e madre e sul "set-up uomo-ambiente", diede un senso e un valore inediti all'habitat quotidiano.
Searles sottolineò come il mondo vegetale, gli animali, le strutture architettoniche e persino gli arredi giochino un ruolo determinante nella formazione psichica, specialmente nell'infanzia, tanto quanto l'ambiente affettivo e sociale. Egli descrisse un "senso di colleganza" tra l'essere umano e l'ambiente non umano, un'intima affettività tra i processi della vita umana e quelli ambientali, la cui negazione o distorsione, in concomitanza con il deterioramento ecologico, genera angosce e difese. L'apatia generalizzata che osserviamo di fronte alla crisi ecologica, secondo Searles, si basa su difese inconsce dell'Io contro queste angosce.
Winnicott, dal canto suo, aveva introdotto un concetto ampio di "sostegno ambientale", evidenziando come un ambiente facilitante sia essenziale per la realizzazione dei processi maturativi innati. La sua celebre affermazione "Non esiste l'infante" sottolinea l'inscindibile legame tra il neonato e la sua figura di accudimento, estendibile all'ambiente più ampio che nutre e sostiene lo sviluppo.
SINTESI di Freud e la nascita della psicoanalisi a cura di Umberto Galimberti
Le Difese Psichiche di Fronte all'Emergenza Climatica
Negli anni Duemila, il tema della crisi ecologica è diventato sempre più centrale negli scritti di numerosi psicoanalisti, tra cui Josef Dodds, Sally Weintrobe, Luc Magnenat e lo stesso Cosimo Schinaia. Questi autori si concentrano sull'analisi dei meccanismi di difesa che impediscono un'adeguata presa di coscienza della gravità della situazione.
Sally Weintrobe individua tre forme principali di rifiuto:
- Negazionismo: La diffusione intenzionale di disinformazione per interessi politici, ideologici o commerciali. Questo si manifesta in campagne politiche fuorvianti o in schede informative che minimizzano o negano le scoperte scientifiche sul cambiamento climatico.
- Negazione: L'affermazione che qualcosa "non c'è veramente", pur essendo consapevole della sua esistenza. Questa difesa, simile al primo stadio del lutto, aiuta a proteggersi dall'angoscia e dalla perdita, ma non distorce attivamente la realtà.
- Diniego: Una forma più insidiosa in cui si sa e non si sa contemporaneamente. La realtà è conosciuta, ma il suo significato viene fortemente minimizzato attraverso un'alchimia psicologica. Questa modalità difensiva porta a un irrigidimento delle difese e alla creazione di una "realtà alternativa" per gestire le emozioni negative.
Altri meccanismi di difesa identificati includono la scissione, l'intellettualizzazione, la rimozione, il dislocamento e la repressione. Questi meccanismi, pur offrendo un sollievo temporaneo dall'angoscia, ostacolano la possibilità di riparazione del danno, sia materiale che psicologico e morale.
La Melanconia Ambientale e l'Impasse dell'Azione
Renee Lertzman introduce il concetto di "melanconia ambientale" per descrivere la condizione di lutto inelaborato di fronte all'emergenza climatica. Non si tratta di apatia o mancanza di consapevolezza, ma della paralisi che deriva dal sentire troppo intensamente, dalla sensazione di impotenza ad agire. Lertzman critica il "mito dell'apatia", sostenendo che le campagne ecologiste spesso non tengono conto della complessità degli investimenti affettivi, delle memorie e delle angosce individuali.
La difficoltà nel tradurre le preoccupazioni ambientali in azione deriva anche dalla natura astratta e a lungo termine della crisi climatica. A differenza di pericoli immediati e visibili, il cambiamento climatico opera su scale temporali e spaziali che rendono difficile la nostra capacità di elaborazione emotiva. Questo ci porta a minimizzare i problemi, a restringere le nostre menti e ad assumerci un ruolo di spettatori amorfi, piuttosto che di attori corresponsabili.

L'Io Ecologico: Verso Nuovi Paradigmi
Di fronte a questa complessa rete di difese e resistenze, emerge la necessità di sviluppare un "Io ecologico". Questo implica la creazione di spazi di collaborazione e dialogo che permettano di ridurre l'intensità delle nostre difese, di condividere i nostri mondi interni e di riscoprire la nostra creatività e capacità riparativa.
È fondamentale favorire un clima di collaborazione, riducendo lo spazio del "Super-Io ecologico" che giudica e colpevolizza, e accrescendo lo spazio dell'Io ecologico, capace di contenimento e regolazione. Questo processo incoraggia le persone a esplorare i propri dilemmi interiori, liberando la sollecitudine, la cura e la creatività.
La psicoanalisi, pur non potendo offrire risposte preconfezionate, può aiutarci a riflettere sulle domande poste dagli individui e dalle comunità, evitando scorciatoie semplicistiche. Essa ci ricorda che aspetti distruttivi della natura umana sono presenti in ognuno di noi, ma anche che possediamo una profonda capacità di cura e riparazione.
L'Umanità e il Futuro: Un Principio di Responsabilità
La trasmissione tra le generazioni gioca un ruolo cruciale. Evitare che modalità denegatorie e fossilizzazioni psichiche si depositino nelle generazioni future è un imperativo etico. Dobbiamo farci carico di una nuova presa di coscienza e di una nuova etica, basata sul principio di responsabilità, come teorizzato da Hans Jonas: "Agisci in modo che le conseguenze della tua azione non distruggano la possibilità futura di un’autentica vita umana sulla terra".
È necessario affrontare le angosce, il senso di colpa, la vergogna e la crisi dell'autostima derivanti dal nostro utilitarismo e dalle manipolazioni della verità. Solo attraverso un'analisi profonda delle dinamiche individuali e collettive, possiamo sperare di modificare gli stili di vita e promuovere azioni sostenibili che siano creative, riparative e parte di un rinnovamento globale.
Oltre l'Antropocentrismo: Un Nuovo Legame con il Vivente
È importante superare una visione antropocentrica che riduce la natura a mero materiale simbolico o a risorsa da sfruttare. La biosfera è il nostro "metasetting" fecondo e contenitivo, la cui stabilità è fondamentale per la nostra personalità e collettività.
Dobbiamo valorizzare non solo la bellezza, ma anche il benessere psicofisico e il futuro delle generazioni. Questo richiede un'etica della responsabilità che riconosca la nostra interconnessione con tutte le forme di vita e che promuova una difesa della natura, piuttosto che una difesa dalla natura. Un approccio che inciti alla frugalità, alla generosità e all'umiltà, radicandoci nella terra che ci nutre.
La psicoanalisi, implicata e in dialogo con altre discipline, può offrire strumenti preziosi per comprendere e affrontare la crisi ecologica, guidandoci verso un futuro in cui la nostra specie possa coesistere in armonia con il pianeta che la ospita.

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