L'esperienza infantile, specialmente quella legata al legame affettivo con i genitori, getta le fondamenta della nostra psiche adulta. La narrazione di Maria, una donna che "non è stata mai amata dai genitori" e che ha fatto "di tutto per richiamare la loro attenzione", pur nella sua specificità, incarna un'esperienza universale di profonda sofferenza e disorientamento. La sua storia ci offre uno spaccato vivido delle conseguenze a lungo termine della deprivazione affettiva nell'infanzia, un tema centrale nell'ambito della psicoanalisi.
L'Eco del Disamore: La Ferita Primaria e i Suoi Riflessi
La frase "La mancanza d’amore dei genitori di Maria non potrà mai essere cancellata" sottolinea la natura indelebile di questa ferita primaria. Questa assenza di amore incondizionato non è un semplice ricordo, ma una cicatrice che si traduce in un "bisogno esasperato di amore senza condizioni". L'adulto che ha vissuto tale carenza si trova intrappolato in un ciclo ripetitivo, un "copione esistenziale" in cui cerca incessantemente di colmare quel vuoto primordiale. Maria, nella sua età adulta, "si sente bisognosa, dipendente… Si sforza continuamente di ricevere amore, non soltanto da papà e mamma, ma da ogni persona che riveste una qualche importanza". Questo meccanismo di compensazione, seppur inconsapevole, porta a una perpetua insoddisfazione e a difficoltà relazionali profonde.

La dinamica relazionale che ne consegue è spesso paradossale: l'adulto "non amato" agisce verso se stesso e verso coloro che ama "con quello che ha imparato: il disamore". Questo si manifesta in "difficoltà a relazionarsi, a empatizzare", e in una "frustrazione maggiore è proprio quella di avere un bisogno e non sapere qual è". La capacità di amare e di essere amati viene compromessa alla radice, poiché l'individuo non ha interiorizzato un modello sano di attaccamento e reciprocità affettiva. La citazione di Friedrich Nietzsche, "C’è sempre una certa follia nell’amore. Ma c’è anche sempre qualche ragione nella follia", risuona in questo contesto, suggerendo la complessità e spesso l'irrazionalità che guidano le dinamiche amorose quando sono intrise di antiche sofferenze.
Comprendere la Mancanza: Cause e Conseguenze dell'Assenza Affettiva
È cruciale comprendere che la "mancanza d’amore dei genitori" non implica necessariamente un'intenzionalità malevola. Spesso, i genitori, pur amando i propri figli, possono essere "troppo impegnati col lavoro o, peggio, con il circolo del bridge". Altre volte, la carenza affettiva deriva da "genitori poco attenti o disponibili" o da una disconnessione tra l'amore che i genitori credono di dare e quello di cui il bambino ha realmente bisogno. Molti genitori "non sono consapevoli degli effetti che esercitano sui figli, non conoscono strategie comportamentali funzionali e suppongono che i loro comportamenti siano innocui, se non addirittura educativi". Questo accade perché, inconsciamente, tendono a "riproporre schemi che loro stessi hanno appreso durante l’infanzia". Pertanto, non si può sostenere che un genitore si comporti in modo disfunzionale perché non ama il suo bambino; al contrario, "proprio perché lo ama, un genitore tenta di dargli ciò che egli stesso non ha avuto o ciò che ritiene giusto secondo la sua personalissima ottica".
Il bambino che sperimenta questa assenza di affetto sviluppa una complessa rete di auto-colpevolizzazione. Si "percepisce come la causa del conflitto e/o dell’interazione disfunzionale con uno o entrambi i genitori, fino al punto di poter pensare che ciò che accade è per colpa sua". Questa interiorizzazione porta alla costruzione di un'immagine di sé come "bambino non amato, perché cattivo e colpevole". In età adulta, questa ferita si riattiva nelle relazioni, dove la persona "si sente respinta, rifiutata" e "non fa altro che ripercorrere l’antico copione vissuto con i genitori, l’antico dolore per non essere stato amato con la speranza di sanare questa antica ferita".

Il Percorso verso l'Amore di Sé: Consapevolezza e Strumenti di Crescita
La psicoanalisi, e in particolare le teorie freudiane e junghiane, ci illuminano sulla natura dell'inconscio e sul suo impatto sul comportamento cosciente. L'inconscio, definito da Freud come quella "parte 'sommersa' della nostra personalità che comprende quei contenuti psichici (esperienze, impulsi, sentimenti) repressi o che non sono mai pervenuti alla coscienza", gioca un ruolo fondamentale nel perpetuare questi schemi relazionali disfunzionali. L'inconscio collettivo, invece, come teorizzato da Jung, rappresenta un "patrimonio comune dell'umanità", una sorta di memoria ancestrale che può influenzare la nostra psiche.
La grafologia, analizzando la scrittura, può offrire spunti sulla prevalenza delle forze inconsce o coscienti in un individuo. Segni di "volontà" possono indicare un "conscio attivo e presente a se stesso", mentre segni che esprimono "emotività o la disattenzione in grado elevato" possono rivelare la parte più "inconscia e impulsiva dell'essere". Come afferma Charles Brenner, "noi abbiamo a che fare ogni giorno con gravi conflitti tra l'IO e l'ES. Questi costituiscono la vera essenza delle nevrosi".
Jung: vita, archetipi e processo di individuazione(prima parte)
Di fronte a questa realtà, il primo passo verso la guarigione è la "Consapevolezza". È "praticamente impossibile non trattare noi stessi nello stesso modo in cui ci hanno cresciuto i nostri genitori". Se siamo stati "frequentemente ignorati, rimproverati, incolpati, giudicati o puniti fisicamente tendiamo a ripetere questo stesso trattamento". Molte persone vivono "in una realtà legata strettamente ai loro traumi. Soffrono e proiettano le loro sofferenze".
Acquisire consapevolezza significa "scoprire chi sei, in cosa credi, cosa desideri e a cosa dai valore". Implica "comprendere la tua storia, le tue esperienze e come ti sei adattato a queste". La chiave è "essere onesto con te stesso", un processo che può essere più arduo di quanto si pensi, poiché "molti di noi sono così bravi a 'raccontarsela' che non si rendono neanche conto che lo stanno facendo".
L'Enneagramma: Una Mappa per Comprendere Sé Stessi
In questo percorso di auto-scoperta, strumenti come l'Enneagramma possono offrire una preziosa "mappa". L'Enneagramma è una "dottrina dei tipi psicologici molto antica" che, "come l’astrologia descrive dodici tipi di uomo secondo il segno zodiacale, l’Enneagramma… ne descrive nove, classificate secondo lo schema planetario classico". Il suo nome evoca "argomenti esoterici e un po’ misteriosi", con origini che si fanno risalire a Babilonia e possibili legami con gli antichi Zoroastriani e i Pitagorici.

L'Enneagramma, rappresentato da una "stella a nove punte, ciascuna delle quali rappresenta un tipo psicologico", è stato integrato nella cultura dei sufi circa 900 anni fa. George Ivanovic Gurdjeff, un "controverso maestro di conoscenza", lo introdusse in Europa negli anni '20, avendolo appreso durante la sua formazione in Medio Oriente. Successivamente, Oscar Ichazo fu il primo a "svelare l'Enneagramma al pubblico", e fu lo psichiatra Claudio Naranjo a contribuire in modo significativo alla sua "diffusione e la prima riorganizzazione moderna di questo sistema, nel tempo poi sempre più variamente utilizzato come strumento coadiuvante della psicoanalisi".
Studi come quello citato, condotto su un "campione molto grande di neonati" per identificare le loro "modalità di risposta agli stimoli del mondo", hanno rivelato l'esistenza di "9 vettori fondamentali di temperamento/personalità (Thomas + Chess)". L'Enneagramma si presenta quindi come un "geroglifico fondamentale per un particolare linguaggio universale", uno strumento che, tracciando una circonferenza con un triangolo equilatero inscritto, rappresenta graficamente le interconnessioni tra i diversi tipi psicologici.
Il "confine tra conscio ed inconscio non è mai ben definito, ed è mobile". L'esplorazione di sé, attraverso strumenti come la psicoanalisi e l'Enneagramma, ci permette di navigare questa complessità, di comprendere le radici delle nostre sofferenze e di intraprendere un cammino verso un amore più autentico, a partire dall'amore per noi stessi.
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