La Ghianda Interiore: Ritrovare la Propria Unicità Oltre l'Apatia e la Fatica

Da oltre quarant'anni si offrono strumenti pratici per migliorare la vita quotidiana, ma spesso ci si imbatte in stati d'animo come l'apatia e la stanchezza che sembrano insormontabili. L'apatia, tuttavia, non va confusa con la depressione. È uno stato interiore che l'anima ci invia come un segnale, un invito a ritornare sul nostro cammino autentico, verso la nostra unicità, quel modo di essere naturale che ci caratterizza profondamente: la nostra "ghianda" interiore. La stanchezza e l'apatia ci colpiscono con particolare intensità ogni volta che confondiamo le nostre radici profonde con le vicende della nostra storia personale - un lavoro insoddisfacente, un amore non corrisposto, un genitore che non ci ha amati. Queste esperienze, per quanto dolorose, sono solo la "buccia del seme", gli strati esterni che proteggono il potenziale vitale al loro interno.

La Storia di Federica: Un Viaggio nell'Apparente Smarrimento

La storia di Federica illustra vividamente questo concetto. Dopo aver riflettuto a lungo, decise di trasferirsi dal suo piccolo paese d'origine in una grande città, convinta di trovare la luce di una nuova vita. Tuttavia, quella che le era parsa una svolta luminosa si rivelò presto un abbaglio. Nonostante avesse rinunciato alla sua passione per il canto e al gruppo musicale di cui faceva parte, era inizialmente certa della sua decisione. Ben presto, però, le cose iniziarono a non funzionare. Sopraffatta dallo sconforto e dall'apatia, cercò consolazione nel cibo, accumulando peso. Si ritrovò impiegata, ansiosa e succube di un capo invadente, intrappolata in una relazione soffocante. Il suo fidanzato la criticava costantemente, dai suoi allenamenti in palestra alle porzioni di cibo, fino all'aderenza dei suoi vestiti, giudicando ogni aspetto della sua vita. A peggiorare le cose, un'altra persona, oltre a supervisionare il suo lavoro, si intrometteva nella sua vita privata, tentando di organizzarla e spingendola a dimagrire. Federica soffriva visibilmente; la sua anima non si "allineava". Ma a cosa esattamente? A un'immagine di sé che non le corrispondeva, e così, per "romperla", iniziava a ingrassare.

Un giorno, mentre era in ufficio, le riaffiorò il ricordo dei periodi felici trascorsi in trasferta con il suo gruppo musicale. Lasciò prima il lavoro, corse a casa e, dopo una lunga ricerca, ritrovò in un cassetto una vecchia fotografia che la ritraeva accanto a un pianoforte. In quel momento di solitudine, migliaia di emozioni riemersero. Da quel giorno, quando l'apatia e gli attacchi di fame si presentano, Federica riprende quella foto, si perde nella sua immagine e ritrova sé stessa, riconnettendosi con la sua essenza.

Vecchia fotografia di una persona accanto a un pianoforte

La Quercia: Simbolo di Forza, Resistenza e Radici Profonde

La quercia (Quercus robur) è un albero maestoso e antico, appartenente alla famiglia delle fagacee, con foglie dentate o lobate e il suo caratteristico frutto, la ghianda. Diffusa in Asia, Africa, Europa e America, dalla fascia temperata a quella tropicale, il suo nome stesso evoca solidità e resistenza: "quercus" deriva dal celtico e significa "albero bello", mentre "robus" in latino indica "forza". Oltre a offrire riparo a numerosi animali, il mito la descrive come un luogo prediletto dalle ninfe e sacro agli dei, testimone dell'unione tra Zeus ed Era. Protezione, forza e coraggio sono i simboli della quercia nella tradizione celtica, principi che il dottor Bach ha identificato anche nel suo rimedio floreale "Oak", volto a infondere tenacia, perseveranza e forza fisica.

Illustrazione botanica di una quercia con ghiande

Le proprietà fitoterapiche della quercia sono notevoli: antinfiammatorie, astringenti, emostatiche, analgesiche, antisettiche, febbrifughe e toniche. È quindi utile nel trattamento di disturbi come la diarrea, le infiammazioni delle mucose intestinali e del cavo orale, e favorisce la coagulazione del sangue in caso di ferite ed emorragie. La quercia si assume principalmente sotto forma di infuso e decotto, anche per uso esterno, e tintura madre. Per estrarre i preparati fitoterapici si utilizzano ghiande, corteccia, gemme e radici. L'infuso di quercia è un rimedio efficace per le infiammazioni intestinali e per contrastare la diarrea. Il decotto, usato esternamente, è indicato per sciacqui e gargarismi volti ad alleviare le infiammazioni della bocca e della gola, oltre a rassodare le gengive. Lavaggi locali con il decotto sono utili per detergere e lenire le zone intime arrossate e per attenuare l'eccessiva sudorazione di piedi e ascelle. Per bagni di mani e piedi, si prepara un decotto versando 500 grammi di corteccia di quercia sminuzzata in circa 4-5 litri d'acqua. Impacchi locali con decotto di quercia, applicati mediante compresse di garza, sono utili per riequilibrare il cuoio capelluto grasso o con forfora, lenire eruzioni cutanee e disinfiammare le emorroidi.

Non si rilevano particolari controindicazioni per l'assunzione della quercia, purché si rispettino le dosi indicate dal medico di fiducia, la cui consultazione è sempre raccomandata prima dell'uso. Per precauzione, se ne sconsiglia l'impiego in gravidanza, allattamento e nei bambini di età inferiore ai tre anni. La potenziale tossicità della quercia è legata ai composti tannici; è quindi da evitare in caso di ipersensibilità verso uno o più componenti del fitocomplesso.

Le Leggi della Fioritura: Oltre il "Perché"

Ho sempre pensato che in ognuno di noi esista una capacità cosmica, universale, di realizzare la propria unicità. Sembra quasi una contraddizione: come può l'"unico" essere il "tutto"? La risposta risiede nel concetto di fioritura. Fiorisce la rosa, o è il mondo che fiorisce in lei? La rosa è un singolo individuo o un'intera cosmologia?

La prima legge fondamentale è: "Fiorisce senza perché". Questo significa che la fioritura è un atto intrinseco, una funzione costituita dal nostro essere nel mondo, priva di una ragione esterna o di una motivazione esplicita. La seconda legge è: "Non bada a se stessa". Lo sguardo interiore non deve essere focalizzato sull'Io, sui ricordi, sul passato o sulle aspirazioni personali. Il "farsi" della rosa non appartiene alla nostra autocoscienza o all'idea che ci siamo costruiti di noi stessi. Mentre noi continuiamo a interrogarci e ad adottare un atteggiamento valutativo e critico nei confronti di noi stessi, il nostro seme interiore sta fiorendo. L'attenzione dovrebbe spostarsi dal seme, invece di fissarsi sulle "ferite" inflitte all'albero della nostra vita.

La soluzione, la cura, il benessere emergono dal seme, che opera nell'oscurità, immerso nella terra, radicandosi pian piano. La rosa non si preoccupa di sé perché sa che la realtà è mutevole e sconosciuta; le sue radici, ben riparate e nascoste alla vista, provvedono a nutrirla in vista della fioritura. Non badare a sé stessi e non preoccuparsi eccessivamente degli altri è la via delle radici, che sanno sempre cosa fare e come prendersi cura della pianta. Tutto si svolge e si sviluppa con la stessa semplicità del seme.

Carl Jung osservava: "Come è difficile essere semplici". Lo scoprì quando la sua vita stava raggiungendo il suo punto più alto, il tramonto. Lo sguardo del tramonto coglie aspetti che la giovinezza e la maturità non vedono. Serve uno "sguardo eccentrico", come avrebbe detto James Hillman, lo sguardo degli anziani che osservano da una prospettiva diversa, dove le cose sono percepite più autenticamente, libere dai pensieri che le allontanano dalla loro natura e dal loro radicamento nel reale. Le cose sono come sono: come la rosa, che non ha bisogno di un "perché".

"Senza perché" riassume, secondo Angelus Silesius, le prime due leggi del nostro essere. Vuoi conoscere il tuo fiore? Niente domande, niente perché. Vuoi portare a compimento la tua fioritura? Niente perché. Silesius ci insegna che le spiegazioni e le analisi ci allontanano dalla rosa e dalla sua azione intrinseca: la fioritura. Qui inizia il grande mistero: c'è un'azione nascosta nei semi, per cui una ghianda può diventare solo una quercia. La ghianda, come tutti i semi, incarna l'unicità: vive per diventare quercia, dotata di un'azione innata che sa creare l'albero, il "suo" albero.

COME FAR NASCERE UNA GHIANDA in soli 30 giorni

La Prospettiva Psicoterapeutica: Oltre la Ricerca di Cause Esterne

Come psicoterapeuta e psichiatra, ho imparato a non cercare spiegazioni per attacchi di panico, ansia o depressione. Il seme contiene in sé la foglia, i rami, le spine, le radici, i germogli, i fiori: l'intera pianta in uno spazio dove non esistono "perché" e non esiste il tempo. La ghianda è la quercia, in uno spazio nascosto, come il cervello nel cranio, un tabernacolo dove le cose avvengono da sé, senza un perché. Se la rosa fatica a fiorire, perché dovremmo faticare noi per stare bene o guarire? Non è necessaria alcuna fatica per essere sé stessi. L'identità, ciò che crediamo di essere, è il veleno che iniettiamo nel nostro albero interiore. Non si tratta di altro che di opinioni comuni che abbiamo assimilato. Di unico, di veramente nostro, c'è solo la nostra rosa che, "senza perché", fiorisce. E, qualunque cosa ci sia accaduta, continua a fiorire, con le sue caratteristiche e secondo i suoi tempi.

La nostra epoca, così focalizzata sulla razionalità cerebrale, ha perso il contatto con la natura, credendo erroneamente che la mente autunnale sia identica a quella primaverile. L'unicità che vale per la rosa, vale ancor di più per l'essere umano. È assurdo pensare che esista un meccanismo terapeutico universale, valido per tutti! Una pianta spinosa come il pungitopo detesta il contatto, a differenza del giglio, i cui petali cercano l'accarezzamento e il cui profumo inebria. I contadini sanno più delle loro piante di quanto gli psichiatri sappiano dei loro pazienti: conoscono i semi e vedono l'albero che verrà.

"Che pianta è?" mi chiedo per ogni persona che incontro nel mio studio. Spesso i pazienti mi riferiscono: "La sua è stata una seduta strana. Dagli altri psichiatri, invece, parlo dei miei problemi: 'Non va questo, non va quello…'". Per "fare" la rosa, così come per ciascuno di noi, è necessaria una conoscenza innata. Con l'espressione "fiorisce senza perché", Silesius suggerisce che i semi compiono azioni invisibili, azioni che ci creano, che provengono dalla notte dei tempi. Forse è proprio di notte, quando non siamo coscienti di esistere, quando danzano le immagini dei sogni, che siamo più vicini a "quella rosa che fiorisce senza perché".

Ecco la terza legge di Silesius: forse è per questo che la rosa non bada a sé stessa. Fiorire non dipende da noi, ma da uno sguardo che si distoglie dall'Io, dal protagonista che crediamo di essere. Quanto sono dannose le parole di chi, dopo lunghe terapie, afferma: "Ho lavorato su di me, per questo sto bene". Lavorare su di sé significa domarsi, addomesticarsi secondo un modello estraneo alla nostra natura. Lavorare su di sé significa perdere la spontaneità, l'autenticità che rende una rosa un fiore unico. Dopo aver "lavorato su di sé", ci ritroviamo con una maschera da esibire agli altri, che nasconde e soffoca la nostra fioritura. La rosa fiorisce come ogni pianta, fiorisce perché fiorisce, ma soprattutto, fiorisce. Ognuno, alla sua stagione, fiorisce.

Mi preoccupo per coloro che, pur venendo da me, non riescono a sbocciare, forse perché impediscono a sé stessi di "annaffiare la pianta" che sono, o rinunciano inconsapevolmente alla luce. In tali condizioni, quale pianta riuscirebbe a fiorire? Lo psichiatra è come un contadino: ha il compito di riconoscere la pianta che ha di fronte, di non confondere il suo seme con quello di un'altra, e di aiutare il paziente a realizzare la sua fioritura, intraprendendo il percorso verso l'Immagine unica che ciascuno di noi è. In questa prospettiva, i problemi non sono mai esterni: separazioni da affrontare, addii o abbandoni da cui difendersi, amori tormentati… Sono solo fughe dalla propria Immagine innata. Ho sempre considerato i disturbi come messaggi del proprio seme, non traumi da ricondurre alla propria storia. Qualunque sia la famiglia, gli incontri, gli incidenti che ci sono capitati, una rosa è una rosa. La vera malattia è dimenticarsene. Jung diceva che una tigre vegetariana è una pessima tigre. E i disturbi? I disagi? Sono forse segnali che annunciano la nascita della rosa, o si oppongono al suo fiorire?

Elena racconta che i suoi attacchi di panico sono scomparsi non in seguito a scelte di vita radicali, ma al ritrovamento del suo rapporto tattile con i tessuti. "Me ne ero dimenticata, ma da piccola passavo ore e ore a toccare il broccato delle tende di casa, il rivestimento del salotto…" Questo ritrovato contatto con la sensorialità le ha permesso di ritrovare sé stessa.

Primo piano di mani che accarezzano tessuti pregiati

L'Unicità Cosmica: Vibrare con l'Universo

Nel suo mirabile lavoro sulla sincronicità, Jung ci ha segnalato che viviamo in un tempo e uno spazio unici, dove gli eventi accadono simultaneamente, legati da un senso profondo. Vibriamo come una cellula dell'universo intero, in sintonia con tutti gli oggetti del mondo. Che vita sarebbe se perdessimo la magia del mistero? I bambini sanno che un sasso è un talismano perché hanno lo sguardo aperto all'infinito che abita ogni cosa. Così, ogni "cosa" che incontriamo assume importanza: il broccato di Elena, una farfalla che si presenta in un momento specifico della nostra vita. La nostra unicità vibra con il cosmo.

Nel discorso tenuto per l'ottantesimo compleanno di Heidegger, Tusjimura citò un passo di Dogen in cui una semplice fioritura porta con sé l'intero universo. Dogen descrive un vecchio pruno: il cielo e la terra, il sole splendente e la luna chiara, sono tutti aspetti del vecchio pruno, inseparabili l'uno dall'altro. In questa chiave, ognuno di noi è un essere cosmico: un individuo e, al contempo, l'universo. Quante cose possono rivelarci i nostri disturbi, se non li soffochiamo con le nostre spiegazioni e i nostri "perché"! Esiste una nitida azione cosmica che ci accompagna passo dopo passo: nel silenzio assoluto, nell'invisibile, un seme fa la rosa, senza un perché.

Ogni sforzo di cambiare le cose, di migliorare il proprio stato, è vano. L'invito è a "stare nelle cose che accadono, così come sono", proprio come la rosa, che non si preoccupa di cambiare il mondo intorno a sé. Le radici, nascoste, nutrono la pianta; la trama di ciascuno di noi si sta svolgendo. Non chiediamoci "perché mi ha lasciato?" o "perché soffro?". Lo sforzo di allontanare il disagio lo complica, lo cronicizza, lo fissa. L'unica dimensione psicologica che conta è quella della rosa che "fiorisce perché fiorisce". Per questo, lo sguardo va rivolto a ciò che sta fiorendo. Non a ciò che è successo, ma a ciò che sta funzionando, a ciò che sta accadendo. Cosa caratterizza quella persona? Cosa le riesce facile? Quale Immagine la abita? Cosa sta aspettando?

È un sostare nel buio e nel silenzio, che può incutere timore. Ma accogliere quel buio, quel silenzio interiore, quel vuoto, quell'estraneità ci apre al nostro cammino individuale, quello proprio a ciascuno di noi. Sapendo che, in realtà, quando un fiore fiorisce, sta fiorendo il mondo intero. Ai miei pazienti insegno l'accoglienza senza domande: accolgo il disagio, mi lascio sopraffare senza oppormi, non per un senso di dovere cristiano di sopportazione e sacrificio, ma semplicemente perché i disagi provengono da territori sconosciuti, dove non regnano il pensiero e il tempo, e dove invece vive l'essenza.

La rosa non bada a sé stessa. Ancora meno ci deve importare di cosa pensano gli altri. La via della salute è la via della solitudine, intesa come accoglienza del silenzio interiore. Silesius sapeva che l'identità è il nemico: più ci fissiamo su ciò che crediamo di essere, più ci troviamo in gabbia. "Non ho un parere su di me", diceva Jung a 80 anni. Aveva ragionano come la rosa, che non si cura del proprio sguardo né di quello altrui: si fida unicamente dell'Immagine innata che vive nel segreto dell'essere e da lì agisce. Il mistero custodisce la nostra Immagine innata, la nostra guida. È a lei che dobbiamo affidarci, smettendo di credere di aver fatto scelte sbagliate nella vita. Tormentarsi su ciò che non è stato può trasformarsi in un'inutile tortura autoinflitta. Spesso, certe decisioni sono state prese perché erano le più adatte al tempo e al contesto, ma soprattutto perché erano le più congeniali ai nostri desideri di quel momento, consapevoli o inconsapevoli. In sintesi, il giudizio che esprimiamo su noi stessi, sul nostro passato, su ciò che ci fa bene e ciò che ci allontana dalla nostra essenza, è quasi sempre errato.

"Non si cura di chi la guarda" è la quarta legge di Silesius. È lo stato interiore di chi si è liberato dal pensiero altrui. Non possiamo progredire se siamo omologati, se cerchiamo di aderire a modelli esteriori. Come ricordava Céline, siamo sempre su un palcoscenico dove il pubblico ci applaude, critica, approva e disapprova.

Il Lavoro Interiore: Oltre la Ricerca Esterna di Soluzioni

Ci scrive Federica: “Faccio un lavoro che non mi piace, non mi sento realizzata. Ma il problema è che non so cosa voglio fare. E sto male, mi dico di non pensarci ma poi ci penso di continuo.” Molti credono che il lavoro sia la causa del proprio malessere. Certo, in casi estremi come il mobbing, è vero. Ma in generale, è l'approccio ad essere sbagliato: quando stiamo male, non è mai per una causa esterna, ma perché siamo come una pianta che non fa il suo fiore. E questo non dipende dall'esterno, ma dal rapporto con noi stessi. Concentrarsi sulle cause per correggerle ci farà solo girare a vuoto: i disagi non hanno cause, hanno invece un destino, un percorso che ci spingono a intraprendere.

Del resto, se Federica volesse davvero cambiare lavoro, l'avrebbe già fatto. Invece, rimane lì. Starà forse meglio dicendosi: “Faccio un lavoro che non mi piace, devo fare qualcosa!” e ripetendolo ottanta volte al giorno? No. L'aiuterà a cambiare? No. L'anima non ragiona così, non comprende questo linguaggio. Come puoi dire ai pensieri: “Non venite più”? È come chiedere a un uomo di stare con te se non vuole starci: impossibile. Non è questa la partita.

Il seme della rosa fa la rosa. Se non fa la rosa, è una rosa abortita, il peggio che possa capitare. Noi siamo nati per fare qualcosa che ci caratterizza. Federica è nata per fare Federica, non un'altra, non una qualsiasi. E Federica deve fare il suo lavoro. Ma come si fa a capire quale sia il lavoro giusto per noi? Non lo si deve capire, ecco il punto. La rosa non vuole capire com'è fatto il suo seme. Eppure, il suo seme sta facendo la rosa. Qualcosa sta facendo Federica. Come? Ad esempio, mandando le mestruazioni ogni ventotto giorni. È un processo di una complessità inimmaginabile: il cervello antico crea Federica ogni ventotto giorni e rifà tutto il femminile.

Come vanno prese allora le decisioni? "Senza di te!" Tu puoi diventare il vero ostacolo, con i tuoi lamenti, i tuoi obiettivi, le tue convinzioni. “Questo lavoro non va bene perché non è abbastanza prestigioso, cosa penseranno di me, forse quell’altro va meglio, ma se poi non sono all’altezza? Se fallisco? Devo sforzarmi! E se non è quello giusto?”. Così non se ne esce più.

Una ghianda non chiede il permesso per fare la quercia. La fa. Nessuno spiega all'ape come fare il miele. Nessuno spiegherà mai a Federica come fare Federica. Nel silenzio, qualcosa sta facendo Federica. La fa! E decide da solo cosa è funzionale, di volta in volta. È questa la sua unicità. C'è una Federica che continua incessantemente a essere creata. Ma qual è? Quella del nucleo che le invia tutti gli stati d'animo, o quella imbrigliata nei dubbi acquisiti dall'esterno? Finché darà spazio alla seconda, la prima non potrà emergere.

Cosa fare allora? Semplice: se arrivano pensieri ossessivi, percepisci dentro di te che ci sono questi pensieri e tienili con te. Non combatterli. Facendo così, sfumeranno rapidamente, perché la psiche non è statica, è come il vento, un soffio in cui tutto si muove di continuo. Uno stato emotivo ritorna solo se siamo noi a farlo tornare. I pensieri ossessivi diventano invalidanti perché tu non li vuoi. Cosa interessa all'anima? Che tu percepisca.

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