Antoni Tàpies: Il Muro come Tela dell'Anima e Specchio della Paura Contemporanea

L'arte, nel suo incessante dialogo con l'esistenza umana, spesso si manifesta come un tentativo di dare forma al caos interiore e di confrontarsi con le angosce che permeano la condizione umana. La figura di Antoni Tàpies, artista catalano di fama mondiale, incarna perfettamente questa tensione. Attraverso le sue opere, in particolare i celebri "muri", Tàpies non solo esplora la profondità del proprio essere, ma riflette anche le inquietudini collettive della società contemporanea, un tema reso particolarmente attuale dalle riflessioni dello psicoanalista Massimo Recalcati.

Opere di Antoni Tàpies con texture materiche

Il ciclo di incontri "Il Trauma dell’opera. Percorsi dell’arte contemporanea letti attraverso la psicoanalisi", tenuto da Recalcati all'Accademia di Belle Arti di Brera, ha dedicato una lezione fondamentale ad Antoni Tàpies, proseguendo un percorso iniziato con Alberto Burri e che si concluderà con Claudio Parmiggiani. L'assunto centrale che guida queste analisi è radicale: l'opera d'arte non è un mero prodotto secondario della biografia di un artista, bensì un elemento fondante della sua stessa esistenza. In altre parole, il percorso artistico e quello esistenziale non sono predeterminati. Lontano da una visione romantica o filosofica che postula una mente generatrice di uno "scheletro estetico" da trasferire sul supporto, molti artisti, Tàpies in primis, hanno vissuto la creazione come un cammino di scoperta. Come affermava lo stesso Tàpies, «All’inizio lo scopo non è sempre chiaro: il cammino si forma sotto i passi».

Dal Reale al Simbolico: L'Arte come Organizzazione del Vuoto

Per comprendere appieno l'approccio di Tàpies, è necessario fare riferimento alle distinzioni teoriche dello psicoanalista Jacques Lacan, figura di riferimento per Recalcati. Lacan distingue tra "realtà" e "reale". La realtà è la dimensione quotidiana, la nostra percezione stabile e rassicurante del mondo, quella in cui ci muoviamo abitualmente, basata su abitudini e ripetizioni. È un rifugio, un luogo sicuro che ci protegge dal contatto diretto con il "reale". Il reale, al contrario, è l'angosciante e spaventoso contatto con la vita nella sua essenza più nuda, pura e pericolosa, incomprensibile nella sua natura sfuggente e condizionante.

Diagramma che illustra la differenza tra Reale e Realtà secondo Lacan

Se applichiamo questa dicotomia al campo artistico, possiamo dire che la realtà è ciò che è figurabile e rappresentabile, mentre il reale è informe, magmatico, ombroso, impermeabile a qualsiasi trasposizione diretta. L'arte, secondo Lacan e come magistralmente messo in pratica da Tàpies, opera sul confine tra queste due dimensioni. Il processo creativo si configura come un' "organizzazione del vuoto" (Lacan, seminario VII), un tentativo di dare parvenza di forma a ciò che intrinsecamente ne è privo.

L'Autoritratto e il Mistero dello Sguardo

Il più grande mistero che Antoni Tàpies ha cercato di ricondurre alla realtà, e che ha guidato gran parte della sua ricerca, è stato il mistero di sé stesso. Come ogni individuo, Tàpies percepiva la propria presenza nel mondo, ma si scontrava con una profonda difficoltà nel definire chi fosse realmente. Questa esigenza di auto-decifrazione ha inizialmente guidato la sua produzione verso l'autoritratto, in particolare concentrandosi sugli occhi. L'occhio, per Tàpies, è un luogo dicotomico: il supporto anatomico è manifesto, ma la sua autentica natura risiede nello sguardo, un elemento sfuggente e inafferrabile. Per quanto Tàpies abbia tentato di raffigurare il proprio sguardo, questo gli sfuggiva puntualmente, proprio come a noi accade davanti a uno specchio. Lo sguardo è definito da lui come "un luogo di oscurità impenetrabile e di chiarore abbagliante", e per questo impossibile da ritrarre.

Autoritratto di Tàpies con enfasi sugli occhi

Nel suo ultimo autoritratto, Tàpies si rappresenta mentre indica con il dito indice un foglio su cui è scritto il suo nome: Tàpies. La particolarità risiede nella "T" iniziale, sproporzionatamente grande e quasi a formare una croce con il trattino. Questo dettaglio segna un passaggio fondamentale nella sua ricerca: l'attenzione si sposta dal narcisismo legato all'immagine al mistero del nome proprio, e ulteriormente, al mistero della lettera.

Il Muro: Sintesi di Fisicità, Spiritualità e Segni Universali

Questa operazione di riduzione, già sperimentata da artisti come Alberto Burri (per cui la base dell'opera, come i sacchi o la tela, è tanto importante quanto l'opera stessa) e Piero Manzoni (per cui gli elementi basilari sono già opera), porta Tàpies a condensare la poetica della lettera in soluzioni prive di forma e figura. L'unione tra l'esigenza di una fisicità che conservasse un aspetto spirituale e la pulsione all'autoanalisi genera la sua più celebre soluzione artistica: i muri.

I muri diventano dimensioni spaziali e temporali in cui coesistono segni, tracce, graffi e incrostazioni. Questi elementi rimandano simbolicamente a un contenuto universale, diventando tele su cui si iscrive l'esperienza umana nella sua complessità. Inoltre, l'artista scopre una risonanza linguistica profonda: in catalano, "tàpies" è proprio il termine che indica il muro.

Un muro con graffiti e segni d'arte urbana

La Paura Contemporanea e la Tentazione del Muro

Le riflessioni di Massimo Recalcati sull'arte e sulla psicoanalisi si intrecciano in modo sorprendente con le tematiche sociali e politiche attuali. La paura è diventata un tema centrale, come dimostra la direzione di Recalcati del Festival della Psicologia di Torino, incentrato sul romanzo "Io non ho paura" di Niccolò Ammaniti. Il festival affronta "incubi di oggi" come il terrore per gli attentati, gli atti distruttivi, il trauma, ma anche il perdono e il senso d'identità.

Recalcati evidenzia come la paura generi la "tentazione del muro", intesa come esclusione, segregazione e rafforzamento delle difese. Questa tendenza al "muro" contrasta con la necessità vitale di "ossigeno", di apertura e contaminazione, senza cui la vita si spegne. La paura, infatti, porta alla chiusura, all'isolamento, proprio come un individuo impaurito si chiude in casa.

Massimo Recalcati - A pugni chiusi. Psicoanalisi del mondo contemporaneo.

Il festival propone un'analisi approfondita della paura, interrogandosi sulla prevenzione della violenza, sulla sua spiegazione ai bambini e sul concetto di "confine", sia nazionale che individuale. La paura più grande, secondo Recalcati, è la paura di avere paura.

Violenza, Narcisismo e la Necessità dell'Apertura

Recalcati collega la violenza al narcisismo, spiegando che il gesto omicida può essere compreso attraverso la figura di Narciso. La violenza terroristica, stravolgendo la vita delle città, può paradossalmente rafforzare un desiderio di fascismo, una "diffusione epidemica" che "Io non ho paura" si propone di contrastare. Non si tratta di negare la violenza, ma di evitare che i confini, l'accoglienza e l'apertura delle nostre città vengano traumatizzati.

La tentazione di erigere muri, che spazia da Trump in America all'Europa, rischia di "insterilire la vita". La psicoanalisi, in questo senso, è un'esperienza di transizione che promuove la contaminazione e l'apertura. Il muro rappresenta la trasformazione di un luogo di transito in una "barricata di cemento armato", un ostacolo alla vitalità.

Il sapere psicologico, nella visione di Recalcati, è laico, ignora le verità assolute e si fonda sulla tolleranza e sull'ascolto. È un antidoto contro ogni forma di fanatismo ideologico, promuovendo un approccio che, lungi dal demonizzare la paura, cerca di comprenderne le radici e le manifestazioni, sia a livello individuale che collettivo, per poter costruire un futuro di maggiore apertura e comprensione reciproca. In questo, l'arte di Tàpies, con i suoi muri carichi di segni e significati, offre una potente metafora della condizione umana e delle sfide che essa comporta.

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