La natura umana, con le sue intrinseche pulsioni distruttive e il suo anelito alla pace, è stata al centro di un’intensa riflessione da parte di due delle menti più brillanti del XX secolo: Albert Einstein e Sigmund Freud. Nel 1932, in un mondo sull'orlo di un conflitto devastante, il fisico premio Nobel scrisse al padre della psicoanalisi, Sigmund Freud, ponendogli una domanda che ancora oggi risuona con drammatica attualità: "C’è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra?". Questo scambio epistolare, raccolto nel volume "Perché la guerra?", non è solo un documento storico di inestimabile valore, ma un invito a indagare le radici profonde dell'aggressività umana e le possibili vie per superarla.
La Domanda di Einstein: Un Grido di Angoscia
Albert Einstein, profondamente turbato dalla crescente minaccia bellica che incombeva sull'Europa, si rivolse a Freud con un misto di urgenza e preoccupazione. La sua lettera, datata 14 Maggio 2024 (anche se la corrispondenza originale risale al 1932), esprimeva un senso di impotenza di fronte alla "lussuria dell'uomo per l'odio e la distruzione". Einstein riconosceva la propria inadeguatezza nel discernere gli oscuri recessi della volontà e del sentimento umano, ambiti di competenza del celebre psicoanalista. L'insuccesso dei tentativi di pace degli anni precedenti lo aveva portato a concludere che "forti fattori psicologici" paralizzavano gli sforzi.

Tra questi fattori, Einstein individuava lo smodato desiderio di potere politico, strettamente legato alle mire di chi cercava vantaggi mercenari ed economici. Tuttavia, riconosceva che questo non era l'unico elemento: "com’è possibile che la minoranza ora menzionata riesca ad asservire alle proprie cupidigie la massa del popolo, che da una guerra ha solo da soffrire e da perdere?". La risposta immediata che Einstein offriva, pur consapevole della sua parzialità, era legata al controllo esercitato dalla minoranza al potere su "la scuola e la stampa, e perlopiù anche le organizzazioni religiose". Ma la sua intuizione più profonda, quella che lo spingeva a interrogare Freud, era la seguente: "perché l’uomo ha dentro di sé il piacere di odiare e di distruggere?". Da qui scaturiva l'ultima, cruciale domanda: "Vi è una possibilità di dirigere l’evoluzione psichica degli uomini in modo che diventino capaci di resistere alle psicosi dell’odio e della distruzione?". Einstein non si limitava alle guerre tra Stati, ma includeva anche conflitti interni, guerre civili e persecuzioni di minoranze, riconoscendo l'ampia operatività dell'istinto aggressivo.
La Risposta di Freud: Tra Pulsioni e Civiltà
Sigmund Freud, pur ammettendo inizialmente una certa sorpresa e un senso di "incompetenza" di fronte a un compito che sembrava più attinente agli statisti, accolse la sfida con la consueta profondità analitica. Nella sua risposta, egli si concentrò sulla complessa interazione tra diritto e forza, un punto di partenza che riteneva fondamentale. Freud ripercorse l'evoluzione storica dalla violenza bruta all'affermazione del diritto, spiegando come l'unione di individui più deboli contro un singolo prepotente avesse dato origine al concetto di diritto come "potenza di una comunità". Tuttavia, sottolineò la necessità di un "legame emotivo" stabile tra i membri per garantire la durata di tale unione.

Il nucleo della sua argomentazione, tuttavia, risiedeva nella sua teoria delle pulsioni. Freud confermò l'esistenza di una "pulsione all'odio e alla distruzione", che definì "pulsione di morte" (Thanatos), contrapposta alla "pulsione erotica" (Eros), legata alla conservazione della vita. Spiegò che l'istinto aggressivo e distruttivo, sebbene intrinseco alla natura umana, non era necessariamente invincibile. La pulsione di morte, quando rivolta all'esterno attraverso l'aggressività, poteva manifestarsi come distruzione, ma questo scarico esterno poteva avere un effetto benefico sull'individuo, proteggendo la propria vita.
Freud non nutriva illusioni sulla possibilità di sopprimere completamente le tendenze aggressive. Criticava le speranze riposte nel comunismo e nei bolscevichi, che credevano di poter eliminare l'aggressività garantendo il soddisfacimento dei bisogni materiali e stabilendo l'uguaglianza. Per Freud, questa era un'illusione, soprattutto considerando che anche questi regimi si armavano e fomentavano l'odio verso gli stranieri.
Tuttavia, Freud intravedeva una speranza nel processo di "incivilimento" o civilizzazione. Questo processo, guidato dalla ragione, poteva progressivamente dominare la vita pulsionale e interiorizzare l'aggressività, impedendone la manifestazione distruttiva verso l'esterno. La civiltà, secondo Freud, rafforzava l'intelletto, limitava le pulsioni e creava un Super-io individuale e collettivo capace di soffocare le pulsioni di morte. La prevenzione sicura delle guerre, quindi, risiedeva nella creazione di un'autorità centrale sovranazionale a cui gli Stati cedessero parte della propria sovranità, e nella prevalenza del diritto sulla violenza, della civiltà sulla forza bruta. In sintesi, "Tutto ciò che funziona per lo sviluppo della cultura funziona anche contro la guerra".
La Dialettica tra Diritto e Forza: Una Sfida Aperta
Lo scambio tra Einstein e Freud mette in luce la perenne dialettica tra diritto e forza. Einstein, con la sua visione più pragmatica e politica, auspicava la creazione di un'autorità internazionale con poteri legislativi e giudiziari per comporre i conflitti. Questa idea, già presente nel pensiero kantiano della "pace perpetua" e ripresa nelle Nazioni Unite, si scontra però con la realtà del potere. La "sete di potere della classe dominante" e gli interessi del "complesso militare-industriale", come lo avrebbe definito Eisenhower, ostacolano costantemente la limitazione della sovranità nazionale e la rinuncia alla violenza come strumento di risoluzione delle controversie.

Einstein, inoltre, sollevava la questione cruciale di come una minoranza possa asservire le masse. La risposta, come già intuito, risiede nel controllo dei mezzi di informazione e nell'organizzazione dei sentimenti popolari attraverso la scuola, la stampa e le organizzazioni religiose. Questa manipolazione delle masse è un fattore che alimenta la propensione alla guerra, trasformando le pulsioni distruttive in strumenti politici.
La Guerra come Espressione della Natura Umana?
La domanda fondamentale rimane: la guerra è una componente ineludibile della natura umana, una giustificazione biologica degli impulsi distruttivi? Freud, pur riconoscendo la forza delle pulsioni di morte, non arrivava a una conclusione fatalistica. Egli vedeva nella guerra una contraddizione stridente con l'atteggiamento psichico imposto dal processo di incivilimento. La guerra, per quanto radicata nell'aggressività, poteva essere resa insopportabile, un obiettivo che la civiltà, con la sua razionalità e il suo rafforzamento dell'intelletto, poteva perseguire.
Israele Palestina Una storia senza pace
Il cinema, nella sua capacità di ibridare generi e approcci, ha spesso esplorato queste tematiche. Registi come Amos Gitai, con il suo film "Why War?", hanno ripreso il dialogo tra Einstein e Freud, cercando risposte alla ferocia dei conflitti. Il cinema d'autore, il docufilm, il film-saggio, attraverso un linguaggio che alterna narrazione, performance e riflessione, ci invitano a interrogarci sulle radici profonde della violenza umana, evitando la spettacolarizzazione della guerra che ormai ci ha anestetizzato.
Oltre la Guerra: Speranza nella Ragione e nella Cooperazione
Nonostante lo scetticismo di Freud sull'eliminazione totale delle pulsioni aggressive, il suo pensiero, e quello di Einstein, offrono una prospettiva di speranza. La civiltà, intesa come progresso della ragione e rafforzamento del Super-io collettivo, rappresenta la principale arma contro la guerra. L'idea di un'autorità sovranazionale, il rafforzamento dei legami emotivi tra gli individui e le comunità, e la promozione di un senso di solidarietà globale sono vie maestre per contrastare le pulsioni distruttive.
Il dialogo tra Einstein e Freud, nato in un'epoca di imminente catastrofe, continua a offrirci spunti di riflessione in un mondo ancora dilaniato da conflitti. L'eredità di questo scambio epistolare risiede nella consapevolezza che la lotta contro la guerra non è solo una questione politica o militare, ma un profondo viaggio interiore alla ricerca di una maggiore razionalità, empatia e cooperazione. Sebbene la strada sia lunga e irta di ostacoli, la civiltà, alimentata dalla ragione e dallo spirito di collaborazione, rappresenta la nostra migliore speranza per un futuro libero dalla fatalità della guerra.
L'eredità di questo carteggio è ancora più preziosa oggi, in un'epoca di crisi sistemiche globali che generano infiniti conflitti. La constatazione che, secondo monitoraggi internazionali, oltre alla guerra in Ucraina siano attivi sul pianeta contemporaneamente 170 conflitti armati, evidenzia l'urgenza di recuperare integralmente il messaggio di Albert Einstein e Sigmund Freud. In un mondo minacciato da migliaia di testate nucleari, la costruzione di mezzi alternativi alla guerra per la risoluzione dei conflitti, come auspicato da Einstein e implicitamente sostenuto da Freud attraverso la promozione della civiltà e della razionalità, non è più solo una scelta etica, ma una questione di sopravvivenza per l'umanità. La Costituzione italiana, che "ripudia la guerra", non solo come strumento di offesa ma anche come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, ci indica la via: costruire attivamente mezzi alternativi per affrontare le controversie. Il processo di incivilimento, la prevalenza del diritto sulla violenza, la forza delle idee e dei legami emotivi sono le fondamenta su cui costruire un futuro di pace duratura.
tags: #quale #scrittore #italiano #attacco #freud #e
