Il Corpo e l'Opera: Un Viaggio Psicoanalitico tra Pulsione, Godimento e Creazione Artistica

Il dibattito sull'arte, la sua genesi e il suo impatto sull'esperienza umana è un terreno fertile per l'indagine psicoanalitica. Il libro di Fabio Galimberti, "Il corpo e l'opera. Volontà di godimento e sublimazione", presentato recentemente alla Casa della Psicologia, offre una prospettiva affascinante e profondamente radicata nella teoria freudiana, rivisitata alla luce delle elaborazioni lacaniane. L'evento, parte della rassegna "inconscio e società", ha visto la partecipazione di un pubblico eterogeneo - filosofi, artisti, psicoanalisti, manager e responsabili di fondazioni artistiche - a testimonianza della trasversalità dei temi trattati.

Sala conferenze con pubblico

L'Opera d'Arte come Estensione del Corpo

La tesi centrale di Galimberti, discussa con la filosofa Laura Pigozzi e il pittore Vittorio Emanuele, ruota attorno all'idea che l'opera d'arte porti su di sé una traccia indelebile del corpo del suo creatore. In che senso, dunque, un'opera d'arte può essere vista come un prolungamento del corpo, un "altro corpo" che partecipa dell'impossibile e dell'ossessione pulsionale? Galimberti suggerisce che, in modo analogo a certe raffigurazioni del Cristo, l'opera d'arte si offre come oggetto di godimento, ma anche come oggetto sacrificale e salvifico. Questa dualità la pone in una posizione ambigua, al confine con l'oggetto scarto per eccellenza: il corpo morto, il cadavere. L'esempio evocativo dell'opera di Vittorio Emanuele, una "deposizione del Cristo" frammentata e ricomposta, incarna visivamente questa tensione tra la vitalità pulsionale e la sua potenziale riduzione a mero residuo.

La Pulsione: Il Concetto Chiave Dimenticato

Per comprendere a fondo questa prospettiva, è inevitabile addentrarsi nel concetto freudiano di pulsione (Trieb), che in tedesco significa "spinta". Galimberti sottolinea come la pulsione rappresenti il vero nucleo innovativo e di non ritorno della psicoanalisi, eppure sia oggi uno dei concetti più rimossi e dimenticati. Ancor più dell'inconscio o del transfert, la pulsione è stata relegata in un angolo della "archeologia psicoanalitica". Galimberti ci esorta a riscoprire questa fondamentale intuizione freudiana, rivisitata da Lacan, che segna una netta distinzione tra pulsione e istinto.

L'incontro tra il corpo umano e il linguaggio, secondo la prospettiva psicoanalitica, genera un trauma strutturale e irreversibile, un esilio dal mondo dell'etologia e dell'istinto puro. Mentre nel mondo animale le funzioni corporee sono strettamente legate alla sopravvivenza - nutrirsi, difendersi, riprodursi - nell'essere umano qualcosa "insiste" e "persiste" anche quando il bisogno primario è soddisfatto. Questa "spinta al troppo o al niente", sconosciuta agli animali, si manifesta nel desiderio umano di vedere e essere visti, di divorare e farsi divorare, di espellere e farsi espellere.

Diagramma dei concetti psicoanalitici

La Pulsione: Una Spinta Senza Oggetto Fisso

La pulsione è descritta come un fiume inarrestabile che corre verso una meta, ma senza un oggetto definito e stabile. Essa "prende quel che trova" lungo il suo corso, per poi ritornare sull'organo, sul corpo. È un "parassita", un "vampiro" che contorna gli orifizi corporei (sguardo, voce, seno, ano, fallo, secondo Lacan), i quali diventano luoghi privilegiati dove la pulsione si addensa. Questi "buchi" pulsionali, distintivi dell'umano, non hanno un corrispettivo nel mondo animale, dove gli orifizi servono esclusivamente a funzioni biologiche.

Sublimazione Artistica: Una Liberazione Momentanea

In questo quadro teorico, la creazione artistica, come ogni altra forma di sublimazione, si configura come un tentativo, più o meno riuscito, di "incorporare" una parte di questa pulsione all'interno del manufatto. Questo processo libera l'organismo, permettendo al corpo vivente di trovare un sollievo, un momentaneo alleggerimento, attraverso il deposito di un "troppo" di godimento nell'opera. La visione di Freud, in questo senso, appare pessimistica: la pulsione rende l'uomo schiavo e sofferente, gravato da una "spinta" (il "godimento" lacaniano) alla quale deve opporre una regolazione precaria.

L'opera d'arte diventa così un "capro espiatorio" che porta su di sé il "peso" del desiderio di essere guardata e ammirata. L'artista, attraverso il "terzo" della scena artistica, supera la propria vergogna e il proprio conflitto, depositando nell'oggetto le proprie fantasie e i propri desideri. Che si tratti di un quadro, di una performance di danza, di un'interpretazione attoriale o di un brano musicale, l'opera si trasforma in un "corpo estraneo", un "altro corpo" metaforico che esprime la pulsionalità che il soggetto è costretto a imbrigliare e negare a causa dei sacrifici imposti dalla civiltà e dal patto sociale.

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L'Esperienza degli Artisti: Tra Solitudine e Pubblico

Gli artisti presenti all'incontro hanno confermato la complessità del rapporto tra creazione e pubblico, sottolineando l'importanza del processo creativo per la loro economia soggettiva. Un pittore ha descritto il bisogno di solitudine durante la creazione, il non amare essere guardato o discorrere del processo, pur apprezzando in seguito le interpretazioni dei critici. L'anonimato tra il pubblico, mentre osserva la propria opera, gli procura una "sottile emozione". Uno scrittore ha enfatizzato la pulsione irrefrenabile che lo spinge a scrivere, cogliendo solo in seguito i nessi con le proprie ricerche. Altri hanno collegato la creatività alla soddisfazione in altri ambiti della vita o al mondo onirico.

Galimberti: Filosofo, Psicoanalista e Critico della Tecnica

Umberto Galimberti, professore emerito di Filosofia della Storia all'Università "Ca' Foscari" di Venezia, è una figura di spicco nel panorama culturale italiano. Esperto di Karl Jaspers, ha esplorato i legami tra psicopatologia e filosofia, i limiti della psicoanalisi e la pratica filosofica. Il suo pensiero, influenzato da Nietzsche e Heidegger, si concentra sull'uomo nell'era della tecnica, che si sente un "mezzo nell'universo dei mezzi", perdendo il senso della propria esistenza. Galimberti critica la razionalità strumentale che erode gli spazi dell'emotività e della creatività, proponendo un ritorno alla filosofia come strumento di orientamento e ricerca di senso.

Ritratto di Umberto Galimberti

La sua formazione è complessa: da un lato, un percorso accademico che lo ha portato a studiare i grandi filosofi e, dall'altro, un'esperienza psicoanalitica junghiana e una profonda immersione nella psichiatria attraverso la frequentazione dell'ospedale psichiatrico di Novara. Questa dualità gli consente di analizzare il disagio contemporaneo da diverse prospettive.

Un aspetto cruciale del suo pensiero è la distinzione tra la visione del mondo "greca" e quella "cristiana". Per Galimberti, la grecità assume la morte e il dolore come costitutivi dell'esistenza umana, in un'ottica tragica e immanente. Il cristianesimo, al contrario, tende a medicalizzare il dolore, a vederlo come espiazione di una colpa e a promettere una redenzione ultraterrena, minando così la serietà della morte. Questa prospettiva si riflette nella sua critica alla psicoanalisi, che, pur partendo da Freud, ebreo, eredita in parte questa tendenza a voler "guarire" dal dolore, anziché imparare a reggerlo.

La Crisi della Psicoanalisi e l'Avvento della Consulenza Filosofica

Galimberti ha osservato una perdita di slancio della psicoanalisi, legata al mutamento della società. Se in passato il conflitto era tra "permesso" e "proibito" (società della disciplina), oggi è tra "ce la faccio" e "non ce la faccio" a raggiungere gli obiettivi imposti dalla società dell'efficienza. La depressione, di conseguenza, non è più organizzata su un complesso di colpa, ma su un senso di inadeguatezza. In questo contesto, la psicoanalisi, fondata sulla metafora della sessualità e dell'aggressività, fatica a trovare nuovi scenari interpretativi.

Di fronte a questa impasse, Galimberti ha promosso la "consulenza filosofica", un approccio che utilizza le categorie della filosofia per interpretare il disagio esistenziale. A differenza della psicoanalisi, la consulenza filosofica non mira alla guarigione, ma a una chiarificazione dell'esistenza, a un recupero della saggezza greca e a una presa di coscienza della tragicità della condizione umana. L'uomo, nell'età della tecnica, si sente spaesato, privo di un futuro promessa e alienato dal proprio vissuto. La consulenza filosofica offre uno spazio per interrogarsi sul senso dell'esistenza, per ritrovare un'identità che non sia puramente funzionale.

L'Opera d'Arte come Spazio di Interrogazione

L'opera d'arte, in questa prospettiva, non è solo un prodotto della sublimazione, ma anche uno spazio privilegiato di interrogazione. Essa incarna la pulsione, il desiderio, il conflitto, ma anche la possibilità di un sollievo momentaneo. Il confronto tra il corpo vivente dell'artista e il corpo metaforico dell'opera apre a infinite possibilità interpretative, invitando lo spettatore a confrontarsi con le proprie pulsioni e i propri desideri, in un dialogo continuo tra il reale e il simbolico. La creazione artistica, nel suo essere un ponte tra il corpo e l'opera, tra il vissuto e il rappresentato, continua a offrire un terreno fertile per la comprensione della complessità dell'animo umano.

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