L'Enigma Femminile nella Psicoanalisi Freudiana: Tra Mistero e Interpretazione

Fin dagli albori dei tempi, la donna ha sempre rappresentato per l'uomo un enigma perturbante, un profondo mistero sempre dotato di una certa potenza, costituendo di conseguenza il fulcro di ricerche, speculazioni, indagini da parte di correnti psicologiche, filosofiche, religiose, sociologiche, antropologiche, politiche. Infatti, in ogni tempo e cultura, il principio femminile è sempre stato caratterizzato da un carattere ambiguo e oscuro, data la sua intima associazione con l'ignoto, l'Eros, la morte, la stregoneria, il sacro, il mondo degli spiriti e l'aldilà.

Simbolismo femminile antico
Aveva cioè sempre rappresentato un "mediatore privilegiato delle conoscenze primarie del mistero della natura e dell'esistenza". Tuttavia tale atteggiamento in fondo non stupisce oltremodo, se si considera il fatto che di per sé la femminilità rimane sempre legata allo stato edenico perduto e più in generale a "conflitti profondi per ciò che riguarda il rapporto con la prima donna che abbiamo conosciuto, nostra madre, e la nostra identificazione con lei, quale che sia il nostro sesso".

Anche la psicoanalisi, e in particolare il suo fondatore Sigmund Freud, non ha mancato di sostenere in modo dogmatico stravaganti asserzioni sulla concezione della donna, dimostrando spesso pregiudizi personali e culturali piuttosto che un atteggiamento genuinamente orientato analiticamente. Non a caso lo stesso Freud definiva la donna come il "continente nero" della psicoanalisi, esprimendo più volte il grado di incompletezza delle esplorazioni teoriche nei suoi scritti e la parzialità dei risultati ottenuti sino a quel momento: "Se volete sapere di più attorno alla femminilità, interrogate la vostra esperienza, o rivolgetevi ai poeti, oppure attendete che la scienza possa darvi ragguagli meglio approfonditi e più coerenti". Sembra infatti che nemmeno Freud, figlio di un contesto storico e culturale specificatamente positivista e patriarcale, sia stato risparmiato da certe macchie cieche inerenti al materno, nel corso delle sue teorizzazioni intorno al tema. D'altronde giova ricordare che fu proprio grazie alle donne che Freud potè costruire le sue prime intuizioni psicoanalitiche: la stessa intensa "passione per l'ignoto, l'inconscio, fa pensare alla compenetrazione con il corpo materno, e all'isteria come linguaggio enigmatico, linguaggio del corpo [femminile]". Forse la donna è sempre stata un problema per l'uomo, ma mai come oggi è stata tanto 'problema' a se stessa. Della donna si parla, si discute, si scrive in tutti i campi, a tutti i livelli, dai giornali ai convegni politici, dai saggi alle interviste, ai libri di scienza; il discorso sulla donna appare, anzi, oggi, in un certo senso già logoro, perché tutte le strade su cui si è impostato il problema tendono a esaurirlo con soluzioni troppo univoche o radicali.

Premesse Teoriche: Bisessualità Psichica e Principi Maschile/Femminile

A scanso di equivoci, per intraprendere l'esplorazione di tale ampio tema, occorre fare alcune premesse e precisazioni. Considerando l'intera storia sessuale delle forme viventi, per ragioni evoluzionistiche, nell'homo sapiens (e nella maggior parte degli animali omeotermi) la sessualità è arrivata a specializzarsi in una differenziazione di due soli sessi da un punto di vista biologico, anatomico e fisiologico. Diventa legittimo dunque presupporre una corrispondenza anche su un piano psichico, al di là delle diverse manifestazioni culturali che definiscono cosa sia maschile e cosa femminile in una data società, come d'altronde si riscontra attraverso la letteratura antropologica, mitologica, filogenetica. Così, in linea teorica, si può parlare di principio maschile (mascolinità) e di principio femminile (femminilità), che ovviamente non si presentano mai in forma pura ed esclusiva nell'uomo e nella donna, né dal punto di vista biologico né da quello psicologico (già Freud sottolineava come sia un errore far equivalere la femminilità alla sola donna e la mascolinità solo all'uomo).

Benché "l'identità nucleare di genere" si stabilisca a partire da un'età molto precoce, intorno ai 15-18 mesi di vita, la psicoanalisi ha mostrato come psicologicamente non si nasca come uomo o donna, in quanto femminilità e mascolinità rimangono due aspetti complementari di una vita psichica sempre inevitabilmente bisessuale nell'uomo e nella donna. In altre parole, i due sessi, per quanto caratterizzati dalla differenza, restano comunque soggetti "misti", in cui mascolinità e femminilità sono sempre amalgamati in diversa misura: "Non si tratta dunque soltanto di ammettere che ogni individuo, uomo o donna, è nello stesso tempo uomo e donna, ogni volta le due cose, ma di stabilire in quale misura ciascuno abbia 'solo un po' più l'uno o l'altra'". Ecco perché Freud ha sempre preferito parlare di psicosessualità, ossia considerando sempre l'intima relazione tra il biologico e lo psicologico (corpo e mente), in cui, accanto alle influenze ambientali e culturali, mascolinità e femminilità necessiteranno di venire integrate nel corso di un lungo sviluppo, per l'appunto, psicosessuale.

Infine, nonostante la differenziazione sessuale sia già nota precedentemente al bambino, è con l'entrata alla fase edipica che il riconoscimento delle differenze tra i sessi raggiunge l'impatto psicologico più significativo, costringendo il bambino ad accettare, non senza dolore e sacrificio, l'impossibilità di appartenere ad entrambi i generi e di possedere entrambi i genitori (e quindi di orientarsi contemporaneamente in modo eterosessuale o omosessuale). Tuttavia, benché il bambino si scontri così inevitabilmente con il proprio destino corporeo monosessuale, invidiando ciò che gli manca e che invece è posseduto dall'altro sesso (fatto che costituisce una delle più profonde ferite narcisistiche dell'infanzia), dal punto di vista psichico, tale bisessualità continuerà a permanere nella psiche dell'adulto. D'altronde, il dilemma dell'umano non consiste altro che in questo: voler essere tutto in modo onnipotente in una realtà definita da un corpo mortale e limitato; ambizione che troverà il suo compromesso nella creatività e nell'amplesso genitale (dove psiche e soma ritornano temporaneamente fusi). La scoperta da parte del bambino della differenza tra i sessi ha un corrispettivo, quanto a traumaticità, nella precoce scoperta dell'alterità e nella successiva rivelazione dell'inevitabilità della morte. Alcuni individui non riescono a venire a capo di questi traumi universali, e tutti noi tentiamo di relegarli, in maggiore o minor misura, nei più profondi recessi della mente, là dove siamo perfettamente liberi di essere onnipotenti, bisessuali e immortali!

Sviluppo Psicosessuale: Dalla Fase Orale alla Scoperta della Differenza

Secondo la maggior parte degli autori, l'evoluzione del maschio e della femmina è quasi identica fino alla fase fallica (le fasi orali e anali sono praticamente sovrapponibili nei due sessi), nonostante vi siano tempi, capacità e atteggiamenti già distinti nella bambina rispetto al bambino, a causa della diversa pressione ormonale a cui i sessi sono sottoposti fin dalla nascita.

Nonostante la fase preedipica nella bambina duri più a lungo rispetto al bambino (per il suo attaccamento identificatorio con la madre), per entrambi i sessi la madre è l'oggetto d'amore esclusivo e ha caratteristiche idealizzate e onnipotenti, essendo "capace di tutto e dotata di tutti gli attributi di valore". Ossia, in altre parole, entrambi i sessi nelle prime fasi si identificano primariamente con la madre idealizzata che soddisfa i loro bisogni in modo onnipotente, rimanendo l'oggetto su cui ricade ogni investimento libidico. L'omosessualità primaria della bambina la spinge a desiderare di possedere sessualmente la madre, di penetrare la sua vagina, di 'arrampicarsi dentro di lei', di 'mangiarla per incorporare completamente il suo corpo, con tutti poteri magici di cui è dotato. La piccola vuole essere anche penetrata dalla madre, vuole fare un bambino con lei, e diventare così il suo unico oggetto d'amore, escludendo il padre.

Le 5 fasi di sviluppo secondo Freud

Invidia del Pene e Complesso di Evirazione: La Ferita Narcisistica Femminile

Anche con l'accesso alla fase fallica, la madre rimane l'oggetto d'amore principale verso cui la bambina ha un atteggiamento attivo e possessivo (il padre è rivale e la zona erogena preminente è il clitoride): infatti tale fase si chiama fallica proprio perché è il fallo (incarnato dal pene e dal clitoride) ad essere il protagonista assoluto della scena psichica per entrambi i sessi, segnando un punto cruciale dello sviluppo in due direzioni diverse nel bambino e nella bambina. Se infatti il primo continua ad investire sul pene come "garanzia di una riunione con l'oggetto amato", la bambina si scontra con una sorta di "tragedia biologica", pensando che non l'ha ottenuto, l'ha perso, o che le crescerà più tardi (significazione anatomica). È l'inizio cioè di una fase di invidia del pene: la sensazione di essere mancante di qualcosa e l'impossibilità di disconfermare tale fantasia, fa sì che la bambina possa avvertire il proprio sesso come una specie di ferita (e le mestruazioni osservate nella madre ne diventano la prova schiacciante secondo l'associazione che lega emorragia e ferita).

Infatti, nonostante le controversie sul tema, che sia onnipresente o che possa avere una natura anche difensiva, di fatto l'invidia del pene nella bambina affonda le sue radici nelle pulsioni esibizionistiche e voyeuristiche tipiche di questa fase: il carattere nascosto dei propri genitali rispetto al maschio, lo scarso afflusso di sangue e l'assenza di secrezioni, le differenze osservate rispetto alla minzione, le limitate possibilità di stimolazioni erogene durante le varie esperienze di igiene e di gioco, forniscono alla bambina una scarsa rappresentabilità della propria vagina. Anche le prime esperienze masturbatorie sembrerebbero dare alla bambina solo vaghe sensazioni cenestesiche, spesso confuse con gli organi interni del corpo (lo stomaco, l'intestino) o con le zone confinanti (l'ano). Tutto ciò non consentirebbe alla bambina di costruire uno schema psichico ben definito del proprio corpo, con confini ben delimitati e con un'integrità sempre verificabile (come accade nel bambino): ella infatti potrà ottenere una piena "conferma" corporea della propria identità femminile solo con la pubertà. Ecco perché Freud affermava che "l'anatomia è un destino", in quanto è sempre con l'osservabile (il pene), che la bambina si confronta continuamente, traendo le proprie conclusioni (castrato/non castrato): "la bambina galleggia nelle tenebre della propria anatomia genitale interna". "Anche se si pensa che le pulsioni femminili siano all'opera sin dall'inizio e che la bambina possieda un organo adeguato, di cui ha una più o meno chiara coscienza, resta non di meno vero che, sul piano narcisistico, la bambina si vive in misura variabile come dolorosamente incompleta."

Illustrazione anatomica dei genitali maschili e femminili nell'infanzia

Il Ruolo del Padre e lo Spostamento Narcisistico

Ma perché il fallo acquista una tale importanza psichica nel bambino/a? Per due motivi: quello libidico, perché il fallo rappresenta l'organo per mezzo del quale è possibile possedere attivamente la madre (e quindi realizzare il desiderio, da parte di entrambi i sessi, di ricongiungersi con lei - non a caso il fallo in mitologia è il simbolo della fertilità, della completezza e del desiderio sessuale); quello narcisistico, perché permette di differenziare, separare, individuare la propria identità da quella della madre. Infatti, come ricorda la clinica delle perversioni, il fallo costituisce la garanzia e la costante rassicurazione contro la minaccia dell'incorporazione e della fusione indistinta col materno (e quindi contro la perdita dell'Io). Una corrispondenza biologica sulla necessità di differenziazione dalla madre si trova anche dal fatto che "dal punto di vista embriologico il pene è una clitoride mascolinizzata; il fatto neurofisiologico è che il cervello maschile è un cervello femminile androgenizzato [cosa che accade a partire dall'ottava settimana del feto]". Dunque nella bambina il momento del riconoscimento psichico di tale mancanza "si fonda sull'alterazione, sull'inversione della valorizzazione del suo genere, che da idealizzato e pieno perviene ad una condizione di inferiorità e di carenza".

Il padre diviene così colui che può riparare il suo narcisismo ferito (trionfo sulla madre preedipica onnipotente), e il pene (oggetto parziale) viene a costituire quindi il simbolo (il fallo) di potenza, autonomia, integrità, atto "contrastare il potere materno". Dunque "il padre non è potente solo perché ha il pene, ma perché (con il suo pene) simboleggia la libertà dalla dipendenza dalla madre potente della prima infanzia". L'individuazione o la fusione indistinta "vengono ora organizzati all'interno della struttura di genere", in cui "la sua diversità [del padre] è simboleggiata e garantita dai suoi genitali diversi".

Il futuro sentimento d'inferiorità della donna rispetto all'uomo (mancanza del fallo) si può inscrivere proprio a partire da questo iniziale collasso narcisistico, derivante sia dal tramonto della madre ideale onnipotente con cui la bambina si era identificata, sia dalla frustrazione libidica nel potersi riunire con lei (a causa della mancanza del pene). Ed è dunque su questa base ontogenetica (in cui viene perduto l'ideale femminile) che la bambina avrà d'ora in poi la possibilità di compensare e integrare il proprio maschile mancante o, a seconda delle dinamiche familiari e socioculturali, perseverare un'immagine svalutata del proprio genere (e continuare ad invidiare il fallo, sentendosi inferiore rispetto all'uomo). "La svalorizzazione della madre, che accompagna inevitabilmente l'idealizzazione del padre, dà al ruolo di liberatore del padre un'implicazione particolare per le donne. Significa che la loro necessaria identificazione con le madri, con la femminilità esistente, sconvolgerà la loro lotta per l'indipendenza."

Raffigurazione simbolica del fallo come simbolo di potere

La Donna come "Continente Nero": Freud e l'Enigma Femminile

Per Freud la pulsione sessuale era un qualcosa di fisiologico. Egli concepì questa pulsione come simile a quella della fame, allineandosi a quelli che erano i saperi dell'epoca. Ebbene, Freud nel dare rilievo all'aspetto fisiologico ha tralasciato un aspetto assai più rilevante, ossia che il desiderio sessuale non consiste nel liberarsi da una tensione o prurito, bensì è principalmente correlato alla basilare polarità maschio/femmina. In ragione della sua ideologia patriarcale: per Freud la donna era null'altro se non un uomo castrato e, pertanto, non era contemplata la libido femminile. Dunque, ben si comprende che, se la libido era solo del maschio, non avrebbe potuto immaginarsi alcuna polarità.

Quella tra "maschile" o "femminile", scrive Sigmund Freud, è la prima distinzione che viene fatta quando si incontra un essere umano. E tuttavia esiste in ognuno una forma di bisessualità, perché parti dell'apparato sessuale maschile si riscontrano anche nel corpo della donna. La proporzione in cui il maschile e il femminile s'intrecciano nell'individuo è soggetta a oscillazioni assai rilevanti e ciò che costituisce la mascolinità o la femminilità è un carattere sconosciuto, che l'anatomia non può afferrare. La distinzione non è psicologica: quando si dice maschile di regola si intende attivo, mentre con femminile si vuol dire passivo. Freud così si propone non di descrivere ciò che la donna è, ma di indagare il modo in cui diventa tale, sulla base di due presupposti: il primo è che la costituzione non si adatti alla funzione senza riluttanza; il secondo è il fatto che le svolte decisive sono avviate o compiute già prima della pubertà. È accertato, scrive Freud, che la bambina non può essere definita intellettualmente inferiore; entrambi i sessi infatti sembra che attraversino le prime fasi dello sviluppo libidico in modo analogo. Nella bambina tuttavia, col passaggio dalla fase fallica alla situazione edipica, è uno spostamento dell'oggetto amoroso che dalla madre diviene il padre. Col volgere del tempo la bambina deve anche cambiare zona erogena, mentre il maschio li mantiene entrambi. Come passa la bambina dall'una all'altra fase? L'attaccamento verso la madre è destinato a cedere il posto a un sentimento simile per il padre, ma non si tratta semplicemente di un cambio di oggetto, perché l'affetto si trasforma in odio e la relazione tra le due donne diviene apertamente ostile. La scoperta della propria evirazione (e la conseguente invidia del pene) è un punto di svolta nello sviluppo della bambina. Il terzo alla femminilità normale. Con l'abbandono della fase fallica, la bambina rinuncia parzialmente all'attività e la passività ha ora il sopravvento. Solo con la comparsa del desiderio del pene il nuovo bambino (bambola) diventa un bambino avuto dal padre e l'oggetto, da quel momento, del più forte desiderio femminile. Il risultato estremo di questo complesso di mascolinità sembra essere l'influsso esercitato sulla scelta sessuale. "È nostra impressione, conclude Freud, che alla libido sia stata fatta maggior violenza allorché la si è costretta al servizio della funzione femminile e che la natura tenga meno conto delle esigenze femminili che di quelle della virilità". Infatti, la realizzazione della meta biologica (l'accoppiamento sessuale) è stata affidata all'aggressività dell'uomo e resa entro certi limiti indipendente dal consenso della donna.

L'invidia del pene (in tedesco: Penisneid) è un concetto psicoanalitico classico teorizzato da Sigmund Freud. Riguarda lo sviluppo psicosessuale femminile e il senso di angoscia che sperimenterebbero le bambine quando notano di non possedere il pene. Freud considerava questa realizzazione un momento decisivo in una serie di transizioni verso una sessualità femminile matura e lo sviluppo di un'identità di genere. Nella teoria freudiana, la fase dell'invidia del pene segna il passaggio dall'attaccamento alla madre alla competizione con la madre per l'attenzione, il riconoscimento e l'affetto del padre. Freud suggerì il concetto di invidia del pene per la prima volta nel 1908, nel saggio "Sulle teorie sessuali dei bambini"; in seguito lo incluse estensivamente nella seconda edizione dei "Tre saggi sulla teoria sessuale", così come in diverse altre opere (in particolare, "Introduzione al narcisismo"). Secondo Freud, l'invidia del pene nasce come fantasia della bambina, che nel corso del suo sviluppo viene a conoscenza della differenza sessuale anatomica tra uomo e donna. Secondo la teoria pulsionale di Freud, ciò accade durante la fase fallica intorno ai 3-5 anni di età. In questa fase il pene diventa l'organo di principale interesse per entrambi i sessi. Questo diventa il catalizzatore di una serie di eventi chiave dello sviluppo psicosessuale. La bambina si rende conto che non ha un pene e sviluppa la fantasia inconscia che ciò è dovuto al fatto di essere stata castrata. Come difesa contro questa fantasia, che va di pari passo con il sentimento di inferiorità, la bambina sviluppa l'invidia del pene dell'uomo. Desidera allora possedere il pene e il potere che rappresenta.

Ritratto di Sigmund Freud

La Trasformazione della Femminilità: Dalla Clitoride alla Vagina

Il saggio "Tre saggi sulla sessualità" del 1905 di Sigmund Freud descrive lo sviluppo della sessualità e della libido femminile. La pubblicazione di questi saggi destò molto scalpore e scandalo, ma allo stesso tempo, parecchia curiosità nel mondo scientifico rispetto a nuovi modi di vedere e studiare i disturbi nevrotici ed isterici. Freud suddivise questo lavoro in tre parti: "Le aberrazioni sessuali", "La sessualità infantile" e "Le trasformazioni della pubertà". Oggi, la maggiore critica rivolta all'impianto teorico di Freud è che non risulta possibile verificare o falsificare a livello scientifico ciò che asserisce nelle sue opere.

Nel terzo saggio, Freud affronta la "differenziazione tra uomini e donne": "Le emissioni spontanee dell’eccitamento sessuale che tanto spesso avvengono proprio nelle ragazze si manifestano con spasmi della clitoride. Le frequenti erezioni di tale organo consentono alle ragazze di formarsi una giusta idea, senza alcun insegnamento, delle manifestazioni sessuali dell’altro sesso: esse non fanno altro che trasferire sui ragazzi le sensazioni derivate dai propri processi sessuali. Se vogliamo capire allora come una ragazza si trasformi in donna, dobbiamo seguire le ulteriori vicende di questa eccitabilità della clitoride. La pubertà, che porta con sé un sì grande aumento di libido nei ragazzi, è caratterizzata nelle ragazze da una nuova ondata di rimozione, che si abbatte proprio sulla sessualità clitoridea. Ciò che viene così colpito dalla rimozione è una parte della sessualità maschile. L’ulteriore pressione del freno sulla sessualità determinata dalla rimozione puberale nelle donne, negli uomini serve da stimolo alla libido aumentandone l’attività. Accanto a questo accrescimento di libido c’è anche un aumento della sopravvalutazione sessuale che appare allora in tutta la sua forza di fronte alla donna che si trattiene e nega la sua sessualità. Quando infine è permesso l’atto sessuale, la clitoride eccitata conserva ancora una funzione: il compito, cioè, di trasmettere l’eccitazione alle adiacenti parti sessuali femminili, proprio come, per fare un esempio, si deve appiccare il fuoco ai trucioli di pino se si vuole far ardere un ceppo più duro. Prima che questa traslazione si compia, deve spesso trascorrere un certo lasso di tempo, durante il quale la giovane donna è frigida. Tale frigidità può diventare permanente se la zona clitoridea si rifiuta di abbandonare la sua eccitabilità, e a questa possibilità la strada è spianata proprio da un’intensa attività di quella zona nell’infanzia. La frigidità nelle donne, come è noto, spesso è solo apparente e locale. Esse sono frigide per quanto concerne l’orifizio vaginale ma non sono affatto incapaci di eccitamento in quando nasca dalla clitoride o anche da altre zone. Quando la donna riesce a trasferire la suscettibilità erogena alla stimolazione dalla clitoride all’orifizio vaginale, vuol dire che ha scelto una nuova zona principale per gli scopi della sua futura attività sessuale. La zona principale dell’uomo, invece, resta immutata dall’infanzia. Il fatto che le donne cambino in tal modo la zona erogena principale, insieme con l’ondata di rimozione della pubertà, che, per così dire, accantona la loro mascolinità infantile, sono i determinanti principali della maggiore propensione delle donne alla nevrosi e particolarmente all’isterismo."

Diagramma del passaggio della libido dalla clitoride alla vagina

Critiche e Nuove Prospettive sull'Enigma Femminile

Sebbene Freud abbia posto le basi per una comprensione della psiche femminile, le sue teorie sono state oggetto di numerose critiche e revisioni nel corso del tempo. Molte delle sue affermazioni, specialmente quelle riguardanti l'invidia del pene e la passività femminile, sono state considerate riflettere il contesto patriarcale della sua epoca piuttosto che verità universali. Autrici come Karen Horney hanno ribaltato la prospettiva, suggerendo che non siano le donne a invidiare il pene, ma gli uomini a invidiare l'utero femminile, capace di generare vita.

Nonostante le controversie, è innegabile l'influenza di Freud sullo studio della femminilità. La sua audacia nel considerare la sessualità infantile e nel porre la donna al centro di indagini scientifiche, seppur con i limiti del suo tempo, ha aperto la strada a ulteriori esplorazioni. La psicoanalisi, evolvendosi, ha integrato prospettive più complesse e meno androcentriche, riconoscendo la fluidità del genere e la molteplicità delle esperienze femminili. L'eredità di Freud non risiede tanto nelle sue conclusioni definitive sulla donna, quanto nella sua capacità di sollevare domande, di indicare un "continente nero" che, pur rimanendo in parte enigmatico, ha stimolato generazioni di pensatori a esplorarne le profondità. La donna, lungi dall'essere un enigma irrisolvibile, si rivela piuttosto un universo in continua evoluzione, la cui comprensione richiede apertura, dialogo e un costante superamento dei pregiudizi.

Le 5 fasi di sviluppo secondo Freud

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