La poesia, da sempre specchio dell'animo umano, intreccia il suo destino con quello della psiche e della sua esplorazione. Questo articolo si propone di indagare il complesso rapporto tra la poesia e la psicoanalisi, con un particolare focus sul pensiero di Jacques Lacan e sulle sue intersezioni con la Divina Commedia di Dante Alighieri, esplorando come i versi poetici possano illuminare le profondità dell'inconscio e offrire preziosi spunti per la comprensione della sofferenza psichica.
La Poesia come Strumento Terapeutico e Clinico
Per un Medico Psichiatra, la conoscenza della Poesia ha un’importanza non inferiore a quella della neurobiologia e della psicopatologia. Questa affermazione, già esposta nel libro “Un Poeta per il Clinico” (Susil, 2022), sottolinea come la poesia possa offrire strumenti unici per comprendere la vita interiore dei pazienti. Il poeta, nel momento in cui scrive i suoi versi, sceglie parole che evocano vividamente ciò che sta provando e che possono comunicarlo al lettore. Analogamente, il terapeuta e il paziente intraprendono un percorso di comunicazione del mondo interno.
Il paziente cerca di esprimere il proprio vissuto interiore, talvolta con parole appropriate, altre volte in modo confuso a causa di limiti introspettivi, culturali o emotivi. In questi casi, il terapeuta interviene suggerendo parole che, basandosi sulla sua intuizione, riflettano fedelmente ciò che il paziente prova. Questo esercizio linguistico "poetico" ha una intrinseca funzione terapeutica: una migliore espressione porta a una migliore definizione di sé e a una maggiore lucidità introspettiva, favorendo l'acquisizione della padronanza di sé.

L'arricchimento del vocabolario del terapeuta attraverso lo studio della poesia potenzia notevolmente la sua capacità di stabilire un contatto empatico con il paziente. È un errore, infatti, comunicare con il paziente usando un linguaggio tecnico psichiatrico. Tale linguaggio, seppur necessario in un'analisi "a freddo", risulta spesso incomprensibile al paziente e lontano dalla sua esperienza emotiva. Esattamente l'opposto di ciò che è necessario in un rapporto fecondo tra curante e paziente, o più in generale, tra esseri umani.
Considerazioni analoghe valgono per i termini tecnici psicoanalitici, che possono comunicare troppo crudamente e prematuramente gli aspetti inconsci della psiche. La lettura ad alta voce di poesie, narrativa o altri prodotti dell'immaginazione, come proposta da Thomas Ogden nei suoi gruppi di supervisione, è essenziale per risvegliare la capacità del terapeuta di "sognare" in seduta, attivando l'attività immaginativa in risposta alle parole del paziente. Questo processo affina l'"ear training", la capacità di cogliere gli effetti interiori prodotti dal linguaggio, rendendo più sensibili alle comunicazioni subliminali, ai suoni, alla "voce" che parla nella comunicazione e alle "voci sovrapposte" ("oversounds"). Si diventa inoltre capaci di collegare significati disparati, intendendoli come comunicazioni ambigue o metafore.
La Divina Commedia: Amore, Oggetti Interni e Percorsi Terapeutici
La Divina Commedia, con la sua allegoria del viaggio ultraterreno, offre spunti profondi per comprendere la psiche umana. Nell'allegoria del poema, l'Amore che muove l'universo (Paradiso XXXIII, 145) corrisponde, in termini laici, all'Oggetto Interno Ideale, fonte dell'amore e della pulsione di vita che anima ciò che di sano esiste in noi. Ogni percorso autenticamente terapeutico, come quello spirituale di Dante, mira a far ritrovare un contatto con questo prezioso oggetto interno, risvegliando la capacità d'amare.
Questo risveglio, simile alla dissoluzione della paura iniziale di Dante, può contrastare il cronico stato d'ansia di certi pazienti, l'inerzia legata ai dubbi ossessivi o l'intolleranza per la realtà della psicosi. Sebbene la figura materna, "mamma della realtà", non sia priva di difetti, la persona sana tende ad astrarre gli aspetti sublimi e idealizzabili dall'esperienza con lei, costruendo l'oggetto interno che è fonte di amore e salute. Il compito della cura è aiutare il paziente a ripristinare questo contatto originario o, quando necessario, a ricreare condizioni iniziali favorevoli.

Ogni individuo è un caso unico. Il terapeuta non deve imporre al paziente una replica del proprio percorso di guarigione, ma aiutarlo a scoprire la sua particolare via verso la salute. La funzione di "guida" del curante consiste nell'aiutare il paziente a riconoscere gli auto-inganni, come la falsa scorciatoia che Dante credeva d'aver trovato all'inizio del poema, senza aver ancora affrontato le "fiere" che simboleggiano gli aspetti nocivi dell'animo umano capaci di farlo ripiombare nella regressione e nella malattia.
Peccati, Malattie e il Libero Arbitrio: Una Prospettiva Psicoanalitica
Il rapporto tra i peccati descritti da Dante nell'Inferno e le affezioni psichiatriche è illuminante. Dante, uomo del suo tempo, attribuisce un carattere illimitato al libero arbitrio, definendo "peccato" ogni comportamento dannoso per sé e per gli altri. Oggi, pur riconoscendo un margine di libertà interiore nella maggior parte delle persone, siamo più consapevoli dei fattori che la limitano.
I medici preferiscono definire "malattia" la tendenza, difficilmente controllabile, a scelte o comportamenti nocivi, o a un funzionamento globale difettoso. Dante giudica secondo un metro morale, ma come grande artista coglie con sensibilità gli aspetti meno evidenti del mondo interno dei peccatori. La "Giustizia Divina" di Dante può essere interpretata laicamente come la conseguenza logica e inevitabile di scelte sbagliate: la realtà che infligge la punizione.
I clinici, nel curare queste "anime dannate", si concentrano sui fattori che limitano la loro libertà interiore. Tuttavia, sarebbe un errore ignorare completamente il punto di vista morale dantesco, considerando i pazienti solo come "vittime" e disconoscendo la loro parziale responsabilità nella propria condizione. Il compito del medico è curare, ma anche, senza giudicare, riconoscere quel margine di "libero arbitrio" per cui il paziente è, almeno in parte, responsabile del proprio male.
L'Amor Cortese e la Sublimazione in Lacan
Jacques Lacan, nel suo Seminario VII dedicato all'etica, utilizza la figura di Beatrice della Vita Nova di Dante come esempio della Dama, oggetto di desiderio agognato e tenuto distante. Questa dinamica si traduce in termini psicoanalitici come la pulsione e le vie della sua trasformazione. Lacan distingue la pulsione dalla mera istintualità, evidenziandone la sua faccia significante. La soddisfazione pulsionale non è necessariamente legata a una meta sessuale "naturale"; la sublimazione ne è un esempio lampante.

La pulsione può trovare soddisfazione al di fuori della meta sessuale, dimostrando che nessuna etica può tracciare una linea retta dal bisogno all'oggetto e alla meta. L'amor cortese, recuperato da Lacan, illustra il processo di sublimazione e il paradosso che ne deriva: ogni attività di sublimazione realizza una soddisfazione, senza compromesso o cancellazione del godimento. Spesso il godimento è ottenuto per vie apparentemente contrarie, come nel caso del sintomo.
Il poeta dell'amor cortese, impedendosi di possedere e godere la Dama, gode nel portare il suo desiderio a un'intensità inaudita. Le caratteristiche di questo oggetto d'amore sono l'inaccessibilità, la distanza e l'impersonalità. L'oggetto, in particolare quello femminile, si introduce attraverso la "privazione" e l'"inaccessibilità". La Dama si presenta con caratteri spersonalizzati, quasi come se tutti si rivolgessero alla stessa persona. Nel ridurre un essere a puro significante, il poeta cortese mostra come, sotto ogni meta, la pulsione miri a "das Ding" (la Cosa), non all'oggetto concreto. La sublimazione eleva un oggetto alla dignità della Cosa.
L'amor cortese è il paradigma della sublimazione, un modo raffinato di supplire all'assenza di rapporto sessuale facendo finta che sia l'individuo stesso a ostacolarlo. È un tentativo "formidabile" di godimento ottenuto attraverso la privazione.
Beatrice: Da Oggetto di Desiderio a Causa del Desiderio
Nel Seminario VII, Lacan nota come la Beatrice della Vita Nova possa corrispondere al modello della dama dell'amor cortese. Un semplice "batter di palpebre" di Beatrice ha mosso Dante all'opera di una vita. Uno sguardo, tre volte niente, genera un effetto squisito, dando vita a quell'Altro che non si può identificare se non al godimento di lei, che Dante non può soddisfare.
Nella Vita Nova, Beatrice assume diversi statuti come oggetto causa del desiderio. Il primo incontro, in cui lo sguardo è causa, è il primo e più grande godimento concesso all'uomo. Beatrice è causa di desiderio non solo per Dante, ma per tutto ciò che la circonda. Amore risiede nei suoi occhi e si trasmette a ciò che ella guarda. Dopo nove anni, la sua voce diventa causa del desiderio. La morte di Beatrice rappresenta un terzo punto di condensazione, che la farà ulteriormente causa del desiderio.

Lacan sottolinea l'atto di pura invenzione nel collocare una creatura come la donna al posto dell'essere, non in quanto donna, ma in quanto oggetto del desiderio. L'essere a cui il desiderio si rivolge è un essere di significante, e il carattere inumano dell'oggetto dell'amor cortese è evidente. Nel Seminario IX, Lacan riprende questo tema precisando il valore di medium dell'oggetto d'amore: nel godimento, il medium che permette di avvicinare la Cosa non può essere che un significante.
Dalla Vita Nova alla Commedia: Una Trasformazione Radicali
Dalla Vita Nova alla Divina Commedia, Dante compie un salto enorme, superando i suoi maestri e amici dello stil novo e dell'amor cortese. La Commedia mette in scena una Beatrice nuova, un amore nuovo, una lingua nuova e una poesia nuova, segnando un inedito rapporto tra amore, sapere e scrittura. La Commedia non è in continuità con l'amor cortese; c'è un taglio netto, e Beatrice stessa non è la stessa.
Se nell'amor cortese la donna è oggetto che muove il desiderio verso la scrittura, nella Commedia Beatrice non è la destinataria di canzoni d'amore, né l'ispiratrice di volteggi poetici, ma il percorso di trasmutazione in atto. La Commedia non è un'esperienza di sublimazione poetica, ma di "trasumanazione". L'amor cortese si identifica con la sublimazione (elevare l'oggetto alla dignità della Cosa), dove l'azione è sull'oggetto. La Commedia, invece, si identifica con la trasumanazione (significar per verba non si poria), dove l'azione è sul soggetto.
Già nella Vita Nova, Dante parla di Beatrice come colei che ha effetti sul suo corpo. Nella Commedia, Beatrice è una donna che parla, guida e insegna. Non è più un'immagine di donna angelicata, ma la cosa che orienta al reale. Beatrice mobilita quel principio femminile in grado di aprire un diverso sentire del corpo. Il Paradiso non è luogo di astrazione, ma di intensificazione dei sensi, del sentire e dell'esperienza corporea.
La Poesia Civile di Claudio Lolli: Tra Politica e Umano
La poesia civile, come quella di Claudio Lolli, si distingue per la sua capacità di legare la spinta politica e la ricerca della trasformazione del mondo alla poesia stessa. Senza poesia, la rivoluzione rischia di trasformarsi in reazione, i rivoluzionari in funzionari dogmatici. La poesia civile non abbandona l'umano per mondi utopici, ma resta vicina alla terra, all'humus umano, parlando della vita della polis, delle sue piazze, dei suoi conflitti, della sua follia e del suo entusiasmo.

La poesia civile non è retoricamente celebrativa, ma ricorda la scissione contraddittoria che attraversa l'esistenza. L'interesse di Lolli è sempre stato per le vite rammendate, escluse, fragili, "lontane dal traguardo", insegnandoci che la fragilità non è estranea alla politica. La sua forza risiede nel non dimenticare l'irregolarità, il dolore, l'incondivisibile, la contraddizione umana che nessuna rivoluzione può cancellare. La sua parola svela il "volto nascosto tra i capelli", evitando generalizzazioni e universalismi.
Il poeta, per Lolli, è colui che conserva il segreto, che ama il nascondimento più che l'esibizione. La sua estetica non è quella rozza del passamontagna, ma quella del volto che resiste all'anonimato della massa. Le sue parole correggono la tendenza universalistica della politica con la cifra critica della sua melanconia. La sua poesia si concentra sul nome proprio, sulla singolarità di ogni esistenza.
"Bella Ciao" e le Canzoni della Resistenza: Voci di Libertà
"Bella Ciao", pur con una storia complessa e non del tutto definita, è diventata un simbolo universale della lotta per la libertà. Le sue origini sono incerte, ma è probabile che derivi da un canto ottocentesco delle mondine padane. Negli anni Sessanta, viene riconosciuta come l'inno della Resistenza.
Il canto "Fischia il Vento", cantato sulla melodia di una canzone russa, è stato composto da Giacomo Sibilla, partigiano di Oneglia. Il testo, originariamente amoroso, è stato adattato al contesto della guerra partigiana, trasformandosi in un inno alla lotta contro l'invasore.

Nel contesto della guerra partigiana, molte canzoni del repertorio leggero assumono un significato nuovo. Gli italiani, dopo il ventennio fascista, respirano "il vento di libertà" portato anche attraverso le canzoni americane di Duke Ellington e Frank Sinatra.
Le canzoni della Resistenza, come "Bella Ciao" e "Fischia il Vento", rappresentano la voce di chi ha lottato per la libertà e la giustizia, un patrimonio culturale e storico di inestimabile valore. Esse testimoniano la forza della musica come strumento di espressione politica e di coesione sociale.
La Musica Sacra e la Liturgia: Bellezza e Mistero
La musica sacra nella liturgia ha il compito ministeriale di dare espressione più soave alla preghiera, favorire l'unanimità e arricchire di solennità i riti. La bellezza nella musica sacra non è un mero ornamento, ma un elemento che eleva verso Dio, nutrendo la fede.
Tuttavia, si nota un deficit di formazione musicale di base che porta a un approccio dilettantistico e istintivo. Molti si cimentano in composizioni liturgiche con esiti dubbi, sfornando canti banali che si disperdono e inaridiscono. Il criterio compositivo tecnico della musica liturgica non differisce dalle regole generali della metrica, del contrappunto e dell'armonia.
È importante che il tema melodico non sia banale, ma sintonizzato con il testo, creando un clima di preghiera. Le celebrazioni e i canti dovrebbero essere gioiosi, vivaci e coinvolgenti, ma il clima sereno non dipende solo dalla musica, bensì da una molteplicità di componenti.
Il rischio è che la musica liturgica si trasformi in intrattenimento, sminuendo il mistero che è l'essenza della liturgia. La grandezza della liturgia non sta nell'offrire uno spettacolo interessante, ma nel rendere tangibile il "Totalmente Altro", che noi da soli non siamo capaci di evocare. Il mistero, realizzato nella ritualità comune della Chiesa, è ciò che conta; tutto il resto può sminuirlo.
