Immaginate un'esistenza priva di coscienza, dove il senso di colpa e il rimorso sono concetti estranei. Un'esistenza in cui nulla soddisfa appieno, e il benessere altrui, persino quello dei propri cari, è l'ultima delle preoccupazioni. Immaginate che la responsabilità sia un vuoto significato e che ogni azione apparentemente gentile nasconda un tornaconto personale, invisibile agli occhi altrui. In un tale scenario, la superbia diventerebbe, quasi naturalmente, il marchio distintivo. Ma come si vivrebbe una tale vita, e quali azioni si compirebbero da una prospettiva così segreta ed estesa?
La Diversità Umana: Tra Coscienza e Assenza di Scrupoli
Ogni essere umano è un universo a sé, e di conseguenza, desideri e aspirazioni variano enormemente. Persino gli individui privi di scrupoli presentano sfaccettature diverse. Molti, indipendentemente dalla presenza di una coscienza, anelano alla tranquillità, alla serenità e a una solida stabilità. Altri, invece, si nutrono di sogni irraggiungibili e progetti destinati al fallimento. Vi sono poi coloro che brillano di talento e vitalità, contrapposti a individui apatici e malinconici. La maggior parte, tuttavia, si colloca in una via di mezzo, con o senza coscienza.
Le statistiche rivelano un quadro interessante riguardo alla prevalenza di determinate condizioni. Si stima che circa il 3.43% della popolazione mondiale soffra di anoressia, una percentuale definita epidemica, pur essendo inferiore al 4% attribuito alle personalità antisociali. La schizofrenia colpisce l'1% della popolazione, un quarto rispetto alle personalità antisociali, eppure in molti Paesi, come Norvegia, Giappone e Germania, gli investimenti in campagne di sensibilizzazione sulla schizofrenia sono diventati un modello. L'incidenza della psicopatia nella società ha profonde ripercussioni sulla vita delle persone comuni, poiché gli individui psicopatici tendono a distruggere le relazioni interpersonali, con una predilezione per i legami familiari, causando spesso notevoli danni economici e minando il benessere psicofisico.

La Psicopatia: Oltre gli Stereotipi del Criminale
Sorprende la mancanza di conoscenza diffusa sull'argomento. Molti associano la psicopatia esclusivamente a assassini seriali, leader genocidi o criminali "pazzi". Ignorare i danni causati dagli psicopatici non violenti, quelli che il sistema giuridico fatica a identificare, ci rende psicologicamente impreparati. Spesso, non riconosciamo la connessione tra un leader genocida e quel conoscente, amico, parente o partner bugiardo compulsivo che ostinatamente difende le proprie menzogne, anche di fronte all'evidenza.
Tuttavia, la corrispondenza psicologica è innegabile: l'assenza di un meccanismo interno capace di imporre limiti sani alle loro azioni spregiudicate. Se appartieni al tipo di persona che chiede il permesso per l'ultimo pezzo di torta, che si sforza di essere puntuale per rispetto altrui, o che offre sostegno incondizionato a un genitore o figlio malato senza considerare il "tempo sprecato", la probabilità di diventare una vittima è elevata.
La "Zona Morta" Cerebrale: La Differenza Fondamentale
Ciò che distingue gli psicopatici dal resto dell'umanità è la "zona morta" del loro cervello. Questa espressione indica che le funzioni cognitive superiori legate all'empatia e al sentire non si sono sviluppate appieno. Cosa impedisce a uno psicopatico, che agisce in modo parassitario e sfrutta le sue "prede" sessualmente e/o economicamente, di ucciderle quando si ribellano al suo insaziabile bisogno di gratificazione? Cosa lo trattiene dal passare dalla violenza psicologica a quella fisica?
La risposta potrebbe risiedere in diversi fattori: lo status sociale acquisito e il timore di trascorrere il resto dei propri giorni in un luogo "inospitale" come la prigione; la parte intellettiva calcolatrice che valuta i pro e i contro della soppressione della persona oggetto del suo astio; il timore di compromettere l'immagine costruita; la capacità di tenere a bada fantasie violente grazie a un precario controllo degli impulsi; e, infine, l'assenza di un'opportunità di commettere l'azione desiderata senza lasciare tracce.
La Maschera della Sanità: Aggettivi e Realtà
"Adorabile", "incantevole", "gentile", "tenero", "degno di fiducia", "intelligente" e "seduttivo": questi sono alcuni degli aggettivi usati da Hervey Cleckley nel suo classico e sempre attuale "La maschera della sanità". Cleckley ci mette in guardia sul fatto che gli psicopatici mimano le caratteristiche umane più ambite dalle persone comuni. L'estrema fiducia in sé stessi, dimostrata in ogni circostanza, viene spesso insegnata in corsi motivazionali per acquisire sicurezza. Per Cleckley, il deficit affettivo degli psicopatici è così profondo e incurabile da essere paragonato a una vera e propria malattia mentale. Le emozioni che possono provare sono superficiali e fugaci. Spesso, il loro agire è insolito e autodistruttivo, poiché non riescono a calcolare le conseguenze delle proprie azioni.
Chi sono gli psicopatici che finiscono in galera? Soltanto coloro che non sono riusciti ad aggirare le leggi a loro favore.
La "Vita Occulta": Un Bisogno Inevitabile
Un altro aspetto degno di nota è il bisogno che gli psicopatici hanno di una "vita occulta", che raramente è veramente tale. Sembra che avvertano regolarmente la necessità di recarsi in luoghi di degrado totale per "vacanza", in modo analogo a come le persone normali visitano mete turistiche per rilassarsi o acquisire cultura. Per uno psicopatico, agire in modo "normale" è estremamente stressante.
Le maschere della Psicopatia
L'"Argomentazione Legale": L'Arte dell'Imbroglio Sociale
Consideriamo ciò che Canup ha definito "l'argomentazione legale", un concetto onnipresente nelle sovrastrutture sociali. In sostanza, si tratta dell'arte dell'inganno: sarà creduto colui che è più abile nell'uso della parola e nello sfruttamento delle strutture sociali per convincere un gruppo di persone di qualsiasi cosa. Chi si prende il tempo di valutare attentamente se tutte le persone che entrano nella propria vita siano oneste?
Quando sorgono conflitti, cadiamo automaticamente nella presunzione culturale che entrambe le parti abbiano parzialmente ragione. La nostra opinione è spesso viziata dall'esposizione alle regole dell'"argomentazione legale". Immaginiamo una causa in cui una delle parti è innocente, onesta e dice la verità. Mentire non porta alcun beneficio a una persona innocente; quale bugia potrebbe dire? La supposizione elementare che la verità sia nel mezzo è vantaggiosa per chi mente, ma svantaggiosa per chi dice la verità. Questa distorsione, sommata al fatto che la verità viene "corretta" per danneggiare l'innocente, favorisce enormemente l'agire psicopatico nella nostra società.
La Connessione Astratta: Coscienza, Sentimenti e Futuro
Avere una coscienza e provare sentimenti significa possedere un collegamento astratto con l'idea di "futuro" e di "altri". Quando amiamo qualcuno, fantasticare su un futuro è spontaneo. Possiamo provare paura, compassione, empatia, tristezza, gioia, perché siamo in grado di immaginare il futuro in modo astratto, basandoci sull'esperienza pregressa. Anche con poca esperienza, riusciamo ad avere un'idea generale del futuro, colorandola con innumerevoli variazioni, per "prevedere" la reazione altrui alle nostre azioni. In parole povere, possiamo "vederci nei loro panni".
Gli psicopatici non possiedono questa capacità. Semplicemente, non riescono a stabilire una connessione con un altro essere umano al punto da immedesimarsi nel suo sentire. Le loro visioni del futuro si traducono più che altro in sogni di gloria e fantasticherie sulla rovina altrui. Gli unici "sentimenti" che sembrano provare, ciò che li spinge a mettere in scena drammi per ottenere un certo effetto sugli altri, è una sorta di "fame predatoria" verso ciò che desiderano. Sentono la necessità di un corpo disponibile e, per garantirlo, usano la parola "amore". Di conseguenza, quando i loro bisogni, desideri o capricci non sono pienamente soddisfatti, si sentono "poco amati", come se la preda non fosse "sintonizzata" con i loro bisogni. Al di fuori della loro "fame", nulla è reale. Contano solo le cose (persone) che possono essere assimilate dal loro immenso "stomaco" come fonte inesauribile di nutrimento narcisistico. "Cosa mi può dare questa persona?" "Che vantaggio posso trarre da questa amicizia?" sono le uniche preoccupazioni che sembrano avere.
La Metafora Animale: Predatori e Prede
Basta pensare all'interazione tra predatori e prede nel regno animale per avere un'idea di ciò che si nasconde dietro la loro maschera. Avete mai pensato a cosa gli psicopatici realmente ottengono dalle loro prede? È facile comprendere cosa cercano quando mentono e manipolano per ottenere denaro, beni materiali, potere o incarichi lavorativi. Tuttavia, in molti casi, come negli pseudo-rapporti amorosi o nelle amicizie intrise di falsità, l'obiettivo non è sempre ovvio.
Cleckley afferma che gli psicopatici godono della sofferenza altrui. Pensate a un gatto che, prima di uccidere e mangiare un topo, ci gioca. Osservandoli, potremmo credere che il gatto si "intrattenga" con l'animaletto perché lo trova divertente, incapace di concepire il terrore e il dolore provati dal topo. Il gatto, quindi, sarebbe innocente da qualsiasi intento malvagio: uccide il topo, lo mangia, evviva la natura! Gli psicopatici, solitamente, non divorano fisicamente le loro prede. Tuttavia, osservando la dinamica tra gatto e topo, sorgono spontanee alcune domande: è troppo semplicistico pensare che il gatto, da innocente, si diverta con il topo che corre freneticamente cercando di scappare? O c'è qualcosa che ci sfugge? Oltre all'intrattenimento con le peripezie del topo, cosa viene evidenziato? In termini evolutivi, perché un tale comportamento dovrebbe essere attribuito al povero gatto? Il topo, forse, sarebbe più saporito grazie alle sostanze chimiche della paura che scorrono nel suo corpicino?
Utilizziamo questa metafora per suggerire che dobbiamo rivedere la nostra idea sugli psicopatici attraverso una prospettiva leggermente diversa. Un dato certo è: molte persone che hanno interagito con psicopatici/narcisisti affermano di sentirsi "esaurite" e confuse, avvertendo successivamente un deterioramento della loro salute. Cosa significa? Forse, la spiegazione del perché gli psicopatici persistono nel cercare "rapporti amorosi" e "amicizie", pur non provando nulla per l'umanità, e pur non traendo benefici materiali visibili, è che esiste un reale consumo di energia in queste situazioni.
La Letteratura di Guerra: Trauma, Memoria e Verità
Caro Andrea, ti scrivo sull'onda della lettura di una raccolta di racconti pubblicata da Einaudi: "Fine missione" di Phil Klay, un reduce di guerra in Iraq. Il suo libro, "Redeployment", vincitore del National Book Award, esplora l'esperienza della guerra e il processo di rielaborazione dei ricordi da parte dei soldati diventati reduci. Klay pone al centro la trattazione discorsiva dell'esperienza bellica, il modo in cui gli episodi della guerra vengono rielaborati e persino reinventati nel momento in cui i soldati costruiscono una propria narrazione personale con quei ricordi.
A volte, l'esperienza di guerra diventa un valore aggiunto nelle conversazioni da bar, un attributo raro che permette al reduce di "andare sempre a segno". Questo modo di raccontare la guerra, sebbene strano, rende l'idea del processo di elaborazione del trauma. Si tratta forse di un modo di rimuovere o prendere scorciatoie per fare i conti con la propria coscienza; dopotutto, come dice un personaggio, "i ricordi mentono". La menzogna che i reduci costruiscono sulla propria esperienza è un dato acquisito, un elemento "vero" che ci dice molto dei bisogni di compensazione e rieducazione della coscienza dopo il trauma della guerra. Momenti di struggimento emergono quando un sottufficiale riflette sulla morte di un suo soldato, ucciso dall'avventatezza. La morte azzera ragionamenti strategici e gerarchici, pone un filtro al ricordo, annacqua le criticità e valorizza fittizi elementi di onore e valore.
In "Billy Lynn - Un eroe e il suo scudiero", Ben Fountain esplora la percezione condivisa della guerra americana. I protagonisti, i soldati della compagnia Bravo, sono al centro di una trattativa con un magnate texano per finanziare un film sulla loro impresa bellica. Il romanzo condivide con "Redeployment" la necessità di romanzare i fatti e il tormento interiore di chi affronta la guerra in modo quasi infantile per nascondere un profondo rifiuto. Qui, la "menzogna" è definita dalla volontà di travisare i fatti da parte di chi vuole speculare, mentre l'innocenza di chi è stato costretto a combattere è preservata dalla loro incapacità di mentire.
In "Fine missione", invece, la menzogna scoperta appartiene al discorso di chi dovrebbe essere testimone di verità: il reduce. La raccolta di racconti di Klay è eccezionale perché fa emergere progressivamente la necessità di questa menzogna, che invece di invalidare la testimonianza, la rende più profonda, complessa e, paradossalmente, più vera.
Caro Giacomo, la tua attenzione su questo strano fenomeno della "war literature" americana, legata alle guerre in Afghanistan e Iraq, è molto pertinente. La copertura mediatica della prima Guerra del Golfo ci aveva abituati a narrazioni di comodo o volutamente ideologiche, funzionali a logiche politiche. L'11 Settembre ha riproposto uno schema simile, ma ha anche introdotto la costruzione e ricostruzione dei fatti attraverso diversi sistemi di rappresentazione, come se la percezione del reale avesse bisogno di nuovi filtri.
A partire dall'invasione dell'Afghanistan, la percezione di chi era realmente in guerra sembrava alterata da una "guerra artificiale". "Billy Lynn - Un eroe e il suo scudiero" rende bene questa stortura, introducendo un ulteriore grado di fictionalisation (il cinema) all'interno di un sistema già intriso di finzioni. Tuttavia, come fai notare, questo libro è scritto "dall'esterno", da una distanza di sicurezza che permette il commento.
Guardando oltre i facili dualismi, trovo interessante la letteratura di guerra degli ultimi anni, in particolare quella scritta da ex soldati. Negli Stati Uniti, escono quotidianamente libri di fiction, saggi e riflessioni di ex combattenti sulla loro esperienza bellica e sulle implicazioni di un sistema di perenne conflitto. Se la produzione saggistica e giornalistica è a volte "pilotata", cosa dire dei romanzi, film e serie TV che raccontano dall'interno le giornate dei soldati e le loro paure? A differenza della massiccia copertura mediatica della prima Guerra del Golfo, che aveva prodotto soprattutto indifferenza e una certa dose di fascinazione oscena, questa nuova letteratura sembra riportare la guerra all'interno della nostra quotidianità, fin nella nostra intimità.
I reduci tornano in un paese dove sono ormai stranieri, non perché il paese sia cambiato, ma perché il loro modo di vedere è irrimediabilmente mutato. L'esperienza della guerra modifica radicalmente la loro percezione delle cose, e questo emerge in modo evidente in "Fine missione". Esiste una relazione quasi necessaria tra l'esperienza straordinaria e il suo racconto; l'unico modo per tornare a casa è narrare ciò che si è vissuto. I reduci si collocano nelle loro nuove vite soltanto attraverso il filtro delle storie che raccontano.
Lo stesso termine "Redeployment" non indica tanto la fine di una missione, ma piuttosto, in gergo militare, un "riposizionamento", uno spostamento di truppe. I soldati di queste storie non tornano a casa, vengono solo spostati in un altro luogo, un luogo che non appartiene più a loro e di cui non comprendono più le logiche e le strutture, soprattutto quelle relazionali. Nulla finisce e nulla inizia, ma le storie raccontano soltanto una transizione: l'azione della memoria sul presente. All'interno di un supermercato, si proiettano immagini delle strade distrutte di Falluja e si cerca un riparo come se si fosse costantemente sotto tiro: questa è la reazione del reduce nella prima storia. "Redeployment" sfugge continuamente alla possibilità di essere inquadrato con precisione. Ciò che mi ha colpito maggiormente è il fatto che, in questo caso, un reduce non senta il bisogno di ricomporsi all'interno di un'unica prospettiva, ma piuttosto decida di percorrere fino in fondo la moltiplicazione delle storie che si susseguono e si accavallano in guerra. Klay propone una pluralità di punti di vista, diventando di volta in volta la narrazione di un ufficiale, di un paramedico, di un cappellano militare o di un impiegato dell'esercito.
In questa scelta aleggia il dubbio che si tratti solo di invenzione, ma l'esperienza vissuta in prima persona da chi scrive è presente. L'esperienza e l'osservazione della molteplicità dei gradi a cui la guerra viene combattuta sono il centro del discorso di Klay. Vale la pena interrogarsi sulla dimensione dell'immaginario della guerra. Sappiamo che molte operazioni militari sono condotte "in condizioni di sicurezza", interi villaggi distrutti sono solo un centro su un monitor, e il riferimento di molti soldati è prevalentemente mediatico: videogiochi, film di guerra, documentari. Ciò che non possiamo evitare di pensare, però, è che l'autore ha probabilmente conosciuto direttamente l'odore di morte e di sangue che ogni guerra porta con sé, al di là di ogni posizione sicura e schermatura.
Caro Andrea, quando parli di Phil Klay che "propone una pluralità di punti di vista", mi fai pensare a come, proseguendo nella lettura di "Fine missione", continuassi a dare fiducia ai narratori, nonostante la diversità dei loro profili e delle loro vicende. Credevo loro sulla base dell'autenticità dell'esperienza di guerra dell'autore, anche se era impossibile che lui fosse veramente tutti i personaggi. Questo riconoscimento di affidabilità va oltre ciò che Klay ha vissuto in prima persona e si allarga a tutto ciò che ha visto o sentito.
Ritengo che il motivo della fiducia risiedesse proprio nella complessità e varietà dell'esperienza di guerra raccontata, che risultava infinitamente più credibile di qualsiasi racconto esplicitamente autobiografico focalizzato su un unico personaggio. Da un lato, conta la portata conoscitiva per chi, come me, legge da un paese che non possiede più una letteratura sulla guerra dai tempi della Resistenza. Vedere all'opera nella quotidianità del campo un cappellano militare, un ingegnere civile e un soldato addetto ai cadaveri dei caduti significa ampliare l'immaginario della guerra a settori e funzioni inaspettate. Dall'altro lato, la coralità che emerge da questi diversi racconti appare tanto più autentica quanto più l'esperienza narrata in un racconto contraddice quella riportata in un altro. La guerra emerge come un evento impossibile da ricondurre all'univocità, e anzi, trova la propria verità nel continuo avvicendamento di verità diverse e in contrasto tra loro.
La cosa strana è che nessuno di questi racconti fornisce davvero una verità; al contrario, ogni narratore pone una serie di domande che non trovano risposta, ma che possono essere postulate e affrontate solo attraverso la loro messa in narrazione. L'impressione avuta, terminata la lettura di "Fine missione", è stata quella di una "Mille e una notte" in salsa americana, con l'autore nella parte di Sherazade, costretto a prolungare il proprio racconto perché l'esperienza vissuta non diventasse l'ennesimo tassello di una narrazione mediatica ipocrita e politicamente corretta. La nuova missione, per chi si è definitivamente congedato dall'esercito, consiste nel tentativo di riportare le tante identità e far rivivere, anche con l'ausilio dell'invenzione, i traumi che compongono l'esperienza bellica, affinché questa non si riduca al buon soldato corso in Medio Oriente per difendere i valori offesi della "più grande democrazia del mondo". E il rischio che questo accada è evidente.
Non so se ti è capitato di vedere, l'inverno scorso, "American Sniper", l'ultimo film di Clint Eastwood. Il film è ispirato all'autobiografia di Chris Kyle, il cecchino dei Marines a cui si attribuiscono 250 omicidi di guerriglieri iracheni, una sorta di idolo nazionale per quella parte della popolazione statunitense convinta che l'esercito americano sia impegnato in Medio Oriente per impiantare pace e civiltà. Il film è un biopic senza sfu…
La Chiusura della Relazione: Il Dolore del Distacco
Cala il sipario sulla storia più disumana, dolorosa, squallida e incomprensibile che probabilmente tu abbia mai vissuto. Il quadro è desolante. I primi tempi, la vittima si sente in parte sollevata dalla chiusura della relazione e trova ristoro dall'interruzione dei meccanismi malati di tortura, avvertendo un abbassamento dei livelli di ansia che erano diventati altissimi, soprattutto nelle ultime fasi della storia, quando il narcisista perverso, senza comunicarlo apertamente, aveva già deciso di scartarla, aumentando dosi di violenza, insulti e silenzi.
Tuttavia, col trascorrere dei giorni, il silenzio dello psicopatico, il suo mancato ritorno, risuona e dilania. Lo psicopatico chiude la storia, o induce la preda a chiuderla, nel modo peggiore, allo scopo di lasciare la vittima, per un periodo molto lungo e a volte per sempre, psicologicamente agganciata al suo ricordo e in perenne e inconfessabile attesa. La vittima è ormai costretta ad affrontare la verità, a muoversi tra le macerie, ma non riesce ad accettare che tutto sia stato falso, creato fin dall'inizio dal carnefice solo allo scopo di ottenere il suo più totale sfruttamento e la sua distruzione. Non riesce ad accettare di essere stata uno degli oggetti e che, per questo massacro, non vi sarà risarcimento né pentimento alcuno.
La parte più faticosa sarà cancellare il manipolatore relazionale dalla propria emotività. Egli si è piantato lì, nella mente della vittima, vi si è seduto come un re sul proprio trono e vive in lei come se fosse reale. A distanza di mesi, a volte anni, le vittime, nei loro pensieri, continuano a parlargli, lo insultano, lo immaginano buono e felice con un'altra, lo odiano, poi no… lo adorano, senza osare confessarlo a nessuno.

Il Disturbo Post-Traumatico da Stress e la Ripresa
La vittima, i suoi familiari o amici, e spesso anche i terapeuti a cui si affida, non si rendono conto della violenza subita e non sanno individuare che molto frequentemente ha sviluppato un disturbo post-traumatico da stress (PTSD). Questo disturbo, connesso alla deprogrammazione psichica attuata dal carnefice, è uno dei più importanti e caratteristici disturbi legati all'esperienza di eventi traumatici.
Secondo il DSM-IV-TR, il disturbo post-traumatico da stress si manifesta quale conseguenza di un evento particolarmente stressante e traumatico vissuto direttamente o a cui si è assistito, che ha implicato morte, minacce di morte, gravi lesioni o una minaccia all'integrità fisica propria o di altre persone. La risposta della persona all'evento traumatico è estremamente variegata e comporta paura intensa, sentimento di impotenza e/o orrore. L'evento viene rivissuto frequentemente con ricordi spiacevoli, invasivi e ricorrenti (pensieri, percezioni, incubi, sogni spiacevoli, sonno disturbato, irritabilità, collera immotivata, ipervigilanza, difficoltà a concentrarsi, disagio psicologico intenso di fronte a fattori scatenanti).
Solo con il "contatto zero" inizierà la riprogrammazione: le vittime, de-programmate, hanno pensieri propri; tutto gira intorno a lui, nel bene e nel male. Il Dott. Marietan, psichiatra argentino esperto in psicopatia e nel recupero delle vittime, dichiara: "Per uno psicopatico, cosa sono le vittime? Sono oggetti che gli appartengono al di là di qualsiasi norma sociale o giuridica."
Come convincere la paziente che desidera parlare con lui? In primo luogo, è necessario aumentare l'"io" mortificato di questa persona, poiché lo psicopatico mina l'autostima dell'altro, inducendolo a credere di essere qualcuno solo grazie allo psicopatico. Se non è accanto a lui, si sente spazzatura. La prima cosa da fare è elevare l'autostima, rafforzare la persona "complementare" e, in secondo luogo, spiegare la personalità del suo partner. Queste sono situazioni straordinarie, dove le regole standard delle tecniche psichiatriche potrebbero essere inutili. Una volta rafforzata l'autostima e fornite informazioni, si dovrebbe cercare qualcuno nell'ambiente familiare della complementare che la possa aiutare, una persona significativa che si renda disponibile a sostenere e fermare la complementare qualora tentasse di contattare lo psicopatico, o viceversa. Una volta ottenuta maggiore autostima, fornite informazioni e risolti i problemi materiali o pratici, solo allora si può imporre la distanza con lo psicopatico. Questo dovrebbe essere fatto, secondo l'esperienza del Dott. Marietan, con durezza totale e assoluta, senza alcuna concessione, poiché lo psicopatico non ne avrà con lei. Il contatto da quel punto in avanti deve essere pari a zero.
Le Regole del Contatto Zero: Un Percorso di Guarigione
La tabella si riferisce a una fase successiva la presa di consapevolezza del disturbo del partner abusante e presuppone che il rapporto sia chiuso e che possa essere attuato il contatto zero. In caso di interazioni necessarie, si consiglia di applicare anche strategie di contro-manipolazione.
REGOLA N. 1: Dopo la relazione, a causa della distruzione dell'identità e dell'autostima, una parte di te è rimasta asservita al narcisista perverso o psicopatico. La parte dipendente e fragile si opporrà all'accettazione della fine definitiva della storia.
REGOLA N. 2: Il contatto zero non deve essere mai interrotto. Significa non frequentare luoghi o persone frequentate da lui. Il contatto zero durerà per tutta la vita.
REGOLA N. 3: Bisogna essere consapevoli ed accettare il dolore e il senso di ansia. Sappi che non esiste un modo per non soffrire. Sappi che tutto questo ha un inizio e una fine.
REGOLA N. 4: Resisti ai sintomi. I sintomi iniziano piano e crescono di intensità in pochi minuti, raggiungendo un picco quasi insostenibile.
REGOLA N. 5: Ricontatta le persone sane e positive a cui vuoi bene o con cui stai bene e che hai trascurato durante la relazione. Movimenta la tua vita sociale, anche facendo piccole cose (visite al museo, passeggiate, cinema, cene tra amici) almeno una-due volte alla settimana.
REGOLA N. 6: Limita, ma senza forzare, il pensiero invasivo di lui. La mente non può avere due pensieri contemporaneamente; all'inizio, il pensiero di lui sarà fisso e stancante. Pertanto, senza arrabbiarti o spazientirti, ogni volta che arriverà il pensiero intrusivo, accettalo per pochi minuti e poi distogli la mente con pensieri precedentemente scelti (pensieri-aiuto: pensieri positivi, anche frivoli, o pensieri-aiuto su un periodo o episodio divertente della tua vita).
REGOLA N. 7: Per i primi due o tre mesi, conta i giorni. Puoi anche tenere un diario su cui annotare l'inizio del percorso e le giornate.
REGOLA N. 8: NON GIUDICARTI. Avrai la tendenza a giudicarti stupida, incapace, fallimentare, non amabile e attraente.
REGOLA N. 9: Alcune risposte non le avrai mai, ma molte le avrai in seguito. Arrovellarsi il cervello per trovare risposte è deleterio in questa fase. Sei troppo vicina alla relazione, troppo destabilizzata, troppo immersa nella nebbia.
REGOLA N. 10: Se riesci a vivere altre storie, importanti o frivole, bada a chi sia il nuovo lui. Le persone sane danno serenità, non scariche adrenaliniche.
REGOLA N. 11: Sentirsi in colpa per non aver avuto la forza di evitare tutto il massacro è inutile. Ora sei "malata", sei stata abusata e nessun abusato sottoposto a un massacro riesce a fare le cose per bene. Ora stai curando la malattia.
REGOLA N. 12: LA RABBIA. Prima o poi esploderà. È necessaria e durerà mesi. Non scrivergli e non chiamarlo. Se già lo hai fatto, ripetiti a mente ciò che gli hai detto. Se vieni assalita dalla gelosia, rifletti su ciò che ti ha fatto. Pensi davvero che possa fare diversamente nel medio termine?
REGOLA N. 13: Non solo non ti crederebbero, ma penserebbero che sei pazza e rischi una denuncia.
REGOLA N. 14: NON SARAI CREDUTA DA AMICI. Molti non ti crederanno e penseranno che sei immatura perché non riesci a superare la fine di una storia. Non crederanno al trauma, all'abuso, a nulla. Fregatene.
REGOLA N. 15: TERAPIA. Stai combattendo una battaglia durissima. Stai combattendo per la tua incolumità. Se non riuscirai a rispettare queste regole, non giudicarti e ricomincia. Abbi affetto e dolcezza per te stessa, prenditi cura di te come ti sei presa cura di lui. Stai per uscire dal labirinto, impiegherai mesi, ma non importa.
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Lo sai? Immaginavo le nostre mani intrecciate e le dita impazzite nello stringersi per l’ultima volta. Che piega avrà il tuo sorriso fra vent’anni? A ben vedere, sei invece colui che ha sistematicamente infilato la lama proprio nel punto più sottile della mia anima. Ricordi? Eri talmente bravo a scusarti ed a promettere che mai più avresti squarciato le fessure delle mie fragilità, che io ti ho creduto una, due, tre, mille e mille volte. Adesso so che sei soltanto molto disturbato, quelli come te li chiamano psicopatici. Sei un bravo mimo, ma questo non basta per renderti un essere umano.

Mobbing Familiare: La Violenza Psicologica tra le Mura Domestiche
Quante possibilità hai dato al soggetto che hai accanto? Quante volte le tue speranze sono state tradite e la violenza psicologica è, anzi, aumentata? Se sei stata ripetutamente tradita, lasciata pressoché sola in gravidanza, se le svalutazioni ed i silenzi hanno costituito gran parte della relazione, se si è sottratto ad ogni responsabilità verso la sofferenza che ti procurava, verso gli impegni assunti, qualora tu rimanga a disposizione per i figli, stai sbagliando. Cosa, infatti, ti fa credere che saprà assumersi la più grande delle responsabilità nella vita di un essere umano, cioè quella di essere genitore? Se lo psicopatico o narcisista maligno ha abusato di te, abuserà, almeno psicologicamente, anche dei tuoi figli, che vanno protetti.
Di recente configurazione, il concetto di mobbing, utilizzato nel diritto del lavoro, è stato trasposto all'ambito familiare. Per mobbing familiare si deve intendere la concomitanza di una serie di comportamenti (alcuni dei quali potrebbero avere autonoma rilevanza penale) che vengono ripetuti costantemente in danno del partner. Tali comportamenti si concretizzano in una serie di vere e proprie vessazioni, soprattutto di tipo psicologico, che portano il soggetto destinatario a subire una svalutazione della propria personalità, ad annullare la propria autostima al punto di venirsi a trovare in una posizione di totale sottomissione davanti al mobber (il partner che pone in essere tali comportamenti).
Così, ad esempio, dai semplici apprezzamenti negativi sulle capacità di gestione del ménage familiare, si passa alla costante denigrazione dell'aspetto fisico, delle capacità del coniuge, alla sistematica demolizione dell'integrità della personalità mediante l'insulto, il rifiuto di ogni apprezzamento e via dicendo. Qual è il disegno del mobber? Quello che caratterizza infatti il mobbing familiare (o mobbing coniugale) è un vero e proprio disegno posto in essere al fine di operare una vera e propria distruzione della personalità del partner che (quasi in preda alla c.d. Sindrome di Stoccolma) cade in uno stato di depressione indotta dal mobber (dai suoi comportamenti), nella quale la perdita completa dell'autostima e l'annullamento della personalità sono, spesso, lo strumento per indurre l'allontanamento della vittima. In pratica, ciò corrisponde alla fase della svalutazione che compone il ciclo delle relazioni malate di psicopatici e narcisisti patologici.
Può essere utile riferimento la sentenza del T.A.R. Campania (Napoli Sez. II n. 2036 del 20 aprile 2009) - nella prospettiva di mutuare elementi dal diritto del lavoro - che afferma come: "il mobbing presuppone dunque i seguenti elementi: a) la pluralità dei comportamenti e delle azioni a carattere persecutorio (illecite o anche lecite, se isolatamente considerate), sistematicamente e durevolmente dirette contro il dipendente; b) l'evento dannoso; c) il nesso di causalità tra la condotta e il danno; d) la prova dell'elemento soggettivo". Mentre, sotto il profilo della sussistenza dell'ipotesi di mobbing familiare o mobbing coniugale, nell'ambito di un giudizio relativo alla separazione dei coniugi (in questo caso ai fini dell'addebitabilità), la Corte di Appello di Torino (nel 2000) venne, per la prima volta, a configurare la fattispecie indicando la rilevanza di un "comportamento, in pubblico, del coniuge offensivo ed ingiurioso nei confronti dell'altro coniuge, sia in violazione delle regole di riservatezza, e sia, soprattutto, in riferimento ai doveri di fedeltà, correttezza e rispetto derivanti dal matrimonio, condotta ancor più grave se accompagnata dalle insistenti pressioni ("mobbing") con cui il coniuge stesso invita reiteratamente l'altro ad andarsene di casa". La figura del mobbing familiare ha trovato spazio in una sentenza della Corte d'Appello di Torino del 21 febbraio 2000 con la quale i giudici di se…
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