Il Seminario XXIII di Lacan: Il Sinthomo e la Logica del Non-Tutto

Jacques Lacan, figura centrale della psicoanalisi del XX secolo, ha lasciato un'eredità intellettuale vasta e complessa, i cui echi risuonano ancora oggi. Tra le sue opere più significative, il Seminario XXIII, "Il sinthomo", tenuto tra il 1975 e il 1976, segna un punto di svolta nel suo pensiero, introducendo nuovi concetti e rielaborando quelli preesistenti. Questo volume, testo stabilito da Jacques-Alain Miller e curato nell'edizione italiana da Antonio Di Ciaccia, rappresenta un'immersione profonda in un Lacan "altro", lontano dalle preoccupazioni iniziali incentrate sull'inconscio come linguaggio e sul simbolico.

Jacques Lacan in una foto d'archivio

Un Lacan in Transizione: Dal Simbolico al Reale, dal Desiderio al Godimento

Fin dagli esordi del suo insegnamento, Lacan si dedicò a rendere conto della scoperta freudiana dell'inconscio. L'inconscio freudiano, secondo Lacan, si manifesta come un sapere che agisce sul soggetto all'insaputa di quest'ultimo. Le formazioni dell'inconscio - sogni, lapsus, atti mancati e sintomi - rivelano un pensiero operante secondo una logica che mette in luce un desiderio erratico, spesso celato e inconfessabile. Per chiarire e esemplificare questo complesso funzionamento, Lacan si rivolse a linguisti, strutturalisti, letterati e poeti, sintetizzando la sua comprensione nell'aforisma: "l'inconscio è strutturato come un linguaggio".

Tuttavia, nel Seminario XXIII, e in generale negli ultimi anni del suo insegnamento, Lacan si posiziona su una "lunghezza d'onda" differente. L'attenzione si sposta da ciò che "funziona come un linguaggio" a ciò che "non funziona", a ciò che "non va". Questa è la definizione lacaniana del "reale" in psicoanalisi, un reale distinto da quello della scienza. Il simbolico cede il passo al reale, e il desiderio viene affiancato, se non sostituito, dal "godimento". Il godimento è quel qualcosa di impossibile da sopportare, eppure a cui è impossibile rinunciare.

Diagramma che illustra i tre registri: Simbolico, Immaginario e Reale

Il Sintomo Diventa Sinthomo: Un Nuovo Raccordo per l'Essere Parlante

In questo contesto di ripensamento, anche il concetto di sintomo subisce una profonda trasformazione. Se prima il sintomo era visto come una metafora del soggetto, un elemento che lo rappresentava nella catena significante, ora esso diventa "sinthomo" (con la "th"). Il sinthomo è definito come ciò che permette all'essere parlante di stabilire un raccordo tra i registri dell'immaginario, del simbolico e del reale. Non si tratta più solo di un messaggio da decifrare, ma di un elemento costitutivo dell'esistenza del soggetto.

L'introduzione del "th" nel termine "sintomo" non è casuale. Lacan attinge a un "modo antico di scrivere" il sintomo, risalendo a forme linguistiche precedenti all'inserzione greca che ha portato alla forma "sintomo" con la "y" nel francese moderno. Questa invenzione linguistica, ispirata alle creazioni di James Joyce, sottolinea la specificità del concetto. Mentre il "sintomo" può essere inteso come ciò di cui ci si lamenta, la cui forma può mutare con l'interpretazione, il "sinthomo" rappresenta il suo nucleo reale, immutabile, con cui il soggetto deve imparare a convivere.

Lacan : Il Reale

Joyce: Il Virgilio del Reale e la Logica del Non-Tutto

Per esplorare questa nuova prospettiva sulla struttura dell'inconscio, Lacan elegge James Joyce come suo "Virgilio". Joyce, con la sua opera letteraria, in particolare con "Finnegans Wake", offre a Lacan uno strumento privilegiato per pensare la psicoanalisi non più esclusivamente a partire dalla nevrosi, ma includendo la psicosi. La lingua di Joyce, ricca di omofonie, neologismi e un uso particolare di diverse lingue, diventa un modello per comprendere il funzionamento del reale e del godimento.

Lacan paragona la creazione linguistica di Joyce, in particolare l'uso delle lingue e le sue associazioni sonore, a ciò che si osserva nella "mania" psichiatrica, uno stato caratterizzato da un eccesso verbale e da un'euforia sproporzionata. Tuttavia, Lacan chiarisce subito che non intende fare una diagnosi dell'artista, ma utilizza la "mania" come un'analogia per descrivere la "diarrea linguistica" e la particolare struttura dell'ultima opera joyciana.

Il Seminario XXIII si apre con la riflessione sul "l'uso logico del sinthomo", ispirato al modello "Kant con Sade" che diventa "Freud con Joyce". Joyce rappresenterebbe, in questa prospettiva, una sorta di verità di Freud. Mentre per Freud il sintomo è un messaggio da decifrare, per Lacan, con Joyce, al sintomo si aggiunge il godimento, che entra nel "maneggio del sinthomo".

Lacan riafferma il suo debito verso Freud attraverso la "buona logica", una logica che include il "non-tutto". Questa logica è quella che permette di considerare la natura come un "pot-pourri di fuori-natura" e di far esistere logicamente anche ciò che non ha un nome, come il batterio non nominato durante la creazione divina. La creazione divina si contrappone alle "ciance del parlessere", alle creazioni del linguaggio. Nel linguaggio si inserisce la "faglia", il fallo, significante della mancanza e del limite. La castrazione, intesa come "cessa", pone un limite reale al senso e alla sua fuga.

Illustrazione del nodo borromeo a tre anelli

Il Ruolo del Sinthomo e la Clinica Contemporanea

Nel Seminario XXIII, Lacan esplora diverse modalità di funzionamento dell'inconscio e di annodamento dei registri RSI (Reale, Simbolico, Immaginario). Mentre tradizionalmente il Nome-del-Padre fungeva da quarto anello che teneva insieme i tre registri e creava un "buco nel reale", Lacan mostra come altre strutture possano svolgere questa funzione. Nel caso di Joyce, è la sua scrittura d'artista che annoda il suo sinthomo. Il sinthomo, quindi, oltre a essere il nucleo reale del sintomo, può fungere esso stesso da nominazione.

Lacan discute la verità come prodotto di un "savoir-faire" a condizione che rimanga detta a metà, come un S1 (significante puro). L'aggiunta di un S2 (costruzione di senso) porta all'esistenza di entità come Dio, la Donna, l'Altro, che si allontanano dalla verità. La logica del non-tutto, dell'Uno-da-solo (S1), caratterizza la psicoanalisi dell'ultimo Lacan, in linea con l'opera di Joyce, mentre la logica dell'S2 appartiene ancora alla psicoanalisi freudiana.

La donna, secondo Lacan, si esprime attraverso un'espressione tipicamente femminile che porta la negazione, il "niente", ogni volta che apre la bocca: "tutto, ma non questo!". Questa espressione del singolare soggettivo, del "ma non questo!", è considerata da Lacan come un'espressione del sinthomo.

Per quanto riguarda la clinica, Lacan offre indicazioni preziose. L'uso logico del sinthomo non consiste nell'interpretarlo o nell'aggiungere un S2, che rischia di spostarlo o moltiplicarlo, ma piuttosto nell'"assetarlo", nel togliergli gradualmente la linfa vitale, cioè il godimento. Il sinthomo, vicino alla lettera (senza senso) piuttosto che al significante da decifrare, viene "usato" logicamente fino a raggiungere il suo reale, dopodiché non si ha più sete. Si tratta di uno "svezzamento del senso", in contrapposizione all'approccio ortodosso che alimenta il sintomo con il senso.

Lacan sottolinea che il sinthomo è del reale, non un ritorno del rimosso che cerca pacificazione con la verità o il senso. Joyce, con la sua arte, ha operato in questo modo, supplendo alla mancanza di fondamento con la sua tenuta fallica attraverso la sua opera. La sua arte ha fornito un quarto anello, una "tenuta" tra i registri, in assenza del Nome-del-Padre.

Una nuova definizione del fallo emerge: non più significante del desiderio o limite, ma la congiunzione di una parte del corpo ("pezzo staccato") con la funzione della parola, intesa nel senso del godimento. Joyce, da "povero hère" (diavolo), diventa "Hero" (eroe) e "The Artist", perseverando nella sua ricerca sul linguaggio e sull'arte nonostante le critiche.

Copertina del

L'Equivoco come Arma Contro il Sinthomo

Un'indicazione preziosa per il lavoro clinico, derivante dall'opera di Joyce e dal Seminario XXIII, è che "non abbiamo che questo, l'equivoco, come arma contro il sinthomo". Contro il sinthomo, l'interpretazione di senso (S2) non è efficace, poiché alimenta il sintomo. L'equivoco, invece, ne mostra il non-senso, ne esaurisce il senso e, in questo modo, sfinisce il sintomo, riducendone il campo d'azione.

Lacan, parlando della sua esperienza come supervisore di giovani analisti, descrive una progressione. Inizialmente, i giovani analisti si comportano come "rinoceronti", agendo in modo indiscriminato, e Lacan li approva sempre, riconoscendo che "hanno sempre ragione" in assenza di una verità univoca o di un'interpretazione-modello. La seconda tappa consiste nel "giocare con l'equivoco", una capacità che si affina nel tempo e che può liberare dal sinthomo. Questo "giocare" implica l'uso dell'equivoco per proseguire il lavoro clinico, esplorando le molteplici sfaccettature del linguaggio e del godimento, scavalcando il senso per raggiungere il reale del sinthomo.

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