Il saggio di Anna Oliva De Cesarei, "Alla ricerca del filo con la vita", si addentra nelle intricate dinamiche delle identificazioni patologiche e nelle loro profonde ripercussioni sullo sviluppo della personalità. Frutto di una vasta esperienza clinica con bambini e adulti, il libro esplora la distinzione tra pazienti affetti da "identificazioni bidimensionali" e coloro che presentano un "oggetto rifiutante e maltrattante interiorizzato". Attingendo a figure chiave della psicoanalisi come Winnicott, Bion e Odgen, l'autrice intreccia riflessioni teoriche con vivide narrazioni cliniche, permettendo al lettore di immergersi nell'atmosfera della stanza d'analisi.
La Fondamentale Importanza dell'Ambiente Materno e Paterno
La teoria psicoanalitica ci insegna che il bambino proietta sulla madre, in uno stato di "rêverie", quegli stati emozionali che ancora non è in grado di elaborare. Di conseguenza, il lavoro psicologico inconscio della madre diviene essenziale per permettere al bambino di affrontare le prime esperienze affettive senza angoscia. Quando questa capacità materna di "rêverie" è compromessa, le paure del bambino, proiettate su una madre incapace di contenerle, possono trasformarsi in un "terrore senza nome", come descritto da Bion nel 1962. L'esperienza clinica, sia come analista infantile che come osservatore, sottolinea l'importanza cruciale di un ascolto materno, inteso anche come recettività femminile, e di una funzione paterna che offra contenimento e organizzi l'aggressività.

Spesso, nella pratica clinica, si riscontrano nei genitori sentimenti ambivalenti, sia affettuosi che ostili, nei confronti dei propri figli. Inconsciamente, i genitori possono attuare difese inadeguate, arrivando a percepire i figli, fin dalla nascita, come potenziali nemici. Questa dinamica può generare esperienze traumatiche, sfociando in veri e propri "infanticidi psichici" che lasciano cicatrici indelebili nella psiche del bambino. Altrettanto ricorrente è il caso di genitori che, avendo vissuto esperienze di istituzionalizzazione o deprivazione affettiva, faticano a offrire un ambiente emotivamente positivo ai propri figli. In tali circostanze, la violenza agita, diretta o indiretta, sul figlio può essere interpretata come un meccanismo compensatorio per sopportare il dolore traumatico dell'adulto. Il bambino che cresce in un "ambiente-madre" confuso è costretto a uno sforzo di comprensione e adattamento che può rivelarsi insostenibile.
Identificazioni Patologiche: Una Risposta al Trauma
Anna Oliva De Cesarei, attraverso le testimonianze dei pazienti, illustra come i fattori traumatici possano innescare processi di identificazione patologica. Di fronte a esperienze traumatiche e alla "colonizzazione" del proprio Sé da parte di confusioni materne, il bambino sviluppa identificazioni patologiche al prezzo di profonde scissioni della personalità. Questo si verifica, come sottolinea Orofino (2005) in riferimento all'"infanticidio psichico", quando la violenza intrusiva da parte del genitore genera processi di identificazione patologica particolarmente intensi.

Il bambino, per sopravvivere a un trauma non totalizzante, mette in atto queste identificazioni patologiche, proiettando parti scisse di sé. In questi casi, la struttura della personalità non viene completamente compromessa. La parte introiettata, pur integrandosi con altre parti del Sé, può rimanere latente per riattivarsi in seguito a eventi che rievocano l'originaria esperienza traumatica. Tuttavia, in situazioni di trauma acuto e totalizzante, che evocano una sorta di "morte psichica", il bambino, privo di una consolidata continuità del Sé e dell'oggetto e incapace di elaborare il trauma, sviluppa tratti caratteriali rigidi e ripetitivi. Questi tratti costituiscono una "matrice di esperienza" chiusa, che blocca completamente la crescita psico-emotiva.
Il pensiero di André Green (1983) sulla "madre morta" risuona potentemente in questo contesto. La "madre morta" è fisicamente presente ma psichicamente assente, lasciando il bambino psicologicamente ed emotivamente solo, esposto alle proprie ansie. La depressione materna, con il suo conseguente disinvestimento affettivo e deficit della funzione riflessiva, impedisce l'empatia verso i bisogni del bambino, generando un'esperienza traumatica. Le identificazioni patologiche totalizzanti, in questi scenari, interrompono ogni flusso vitale, compromettono il legame affettivo e l'identificazione con l'oggetto, portando a quella che Winnicott (1963) definisce "agonia primitiva": uno stato di non integrazione, con perdita del senso della realtà e della capacità di relazione.
La Sfida dell'Analista di Fronte alla Patologia Grave
In questo scenario clinico, l'analista corre il rischio di cadere in una collusione controtransferale, reagendo all'immobilità del paziente con un eccesso di "fare". La ripetizione ossessiva di racconti, come in un "cerchio chiuso", riflette una mente chiusa. Come scrive Badaracco (2009), i pazienti gravi necessitano di processi di "disidentificazione" da identificazioni patogene per poter elaborare il conflitto. Queste identificazioni portano alla compulsione a ripetere o ricreare la situazione traumatica originaria. L'analista viene messo alla prova, dovendo guadagnare la fiducia del paziente per liberarlo da queste identificazioni, pur riconoscendo, controtransferalmente, quanto esse siano preziose per il paziente stesso.

L'"infanticidio psichico", sebbene meno visibile, persiste nella clinica. Il compito arduo, ma fondamentale, dell'analista è aiutare il paziente a sciogliersi da queste identificazioni patologiche. Attraverso la continuità dell'esperienza analitica condivisa, l'ascolto, la regolarità delle sedute e la funzione di "holding" dell'analista, il paziente può trovare un nuovo significato alla propria esistenza.
H. (la fonte non è specificata nel testo fornito, ma il riferimento è a un testo citato da Anna Oliva De Cesarei) suggerisce che la disidentificazione avviene quando il paziente acquisisce la fiducia e la forza psichica per "uccidere simbolicamente" l'oggetto patologico investito, permettendo all'analista di curare le cicatrici psicotiche in uno spazio in cui le agonie e il senso di morte del paziente vengono accolti.
Due Gruppi di Pazienti: Identificazioni Bidimensionali e Oggetto Rifiutante
Anna Oliva De Cesarei distingue due principali gruppi di pazienti con identificazioni patologiche:
Pazienti con "identificazioni bidimensionali": Caratterizzati da una fusione tra Sé e oggetto, dove vittima e aggressore sono indistinguibili. L'analista viene assorbito in un "amalgama indifferenziato" con le identificazioni del paziente, confrontandosi con un oggetto arcaico, "gelato" e instabile, che tende ad espellere.
Pazienti con "oggetto rifiutante e maltrattante interiorizzato": In questo caso, l'oggetto rifiutante e maltrattante è stato interiorizzato. Sussistono diverse sfumature e gradi di patologia, e l'analista funge da schermo di proiezione per le identificazioni del paziente.
In entrambi i gruppi, durante la traslazione, viene negata l'esistenza dell'analista come individuo separato e distinto.
I Due Tempi dell'Analisi e la Gestione del Trauma
L'autrice evidenzia come il trauma, in particolare quello sessuale, si svolga in due tempi: il "troppo presto" dell'immaturità neonatale e il "troppo tardi" della pubertà, intervallati dal periodo di latenza. La memoria, in questo senso, non è univoca ma molteplice, fissandosi in modi diversi. Nelle patologie caratterizzate dalla coazione a ripetere, si osservano diversi gradi di mentalizzazione. La ripetizione della dimensione temporale del trauma può manifestarsi nel setting analitico, richiedendo analisi più lunghe e pause per consentire al paziente di elaborare la propria storia traumatica.
Il primo tempo dell'analisi è dedicato a preparare il terreno per la fiducia e l'apertura. Il secondo tempo consente una maggiore elaborazione delle vicende affettive del paziente e una "narrabilità del trauma" (alfabetizzazione delle emozioni). In questa fase, il paziente può riproporre una "rottura" che riecheggia l'antica irruzione del non-Sé.
TRAUMA E VERGOGNA
L'Essenza del Sé: "Voglio Vivere Senza Dover Essere Altro da Me"
La frase "Voglio vivere senza dover essere altro da me", pronunciata da una paziente al primo incontro, racchiude una profonda richiesta di autenticità e accettazione. L'incontro con un analista rispettoso dell'individualità, che non mira a uniformare ma a far emergere la piena essenza dell'individuo, è fondamentale. Il Sé, come suggerito dalla filosofia orientale con il concetto di "Atman", è l'essenza ultima dell'individuo, ciò che persiste al di là della coscienza e dei sensi.
La pratica clinica, specialmente nel lavoro con bambini adottati, rafforza il rispetto profondo per l'"Atman" dell'altro. Winnicott stesso ha contribuito significativamente allo studio del processo di riunione con la madre dopo la separazione alla nascita, analizzando lo sviluppo di questo legame. Lo sviluppo di uno "spazio interno" dipende dalla capacità materna di fornire un ambiente adeguato, permettendo al bambino di differenziare il proprio spazio dal buio primordiale.
Il Caso di Marco: Alla Ricerca dell'Albero Perduto
Marco, un bambino di otto anni adottato a sei mesi, mostrava difficoltà scolastiche e di apprendimento, interpretate dai genitori come mancanza di intelligenza. L'arrivo di una sorellina naturale accentuò le insicurezze di Marco, che si sentiva sempre più estraneo alla sua famiglia. Il suo disegno di un albero con foglie verdi e una singola foglia secca che cadeva a terra rappresentava vividamente il suo senso di non appartenenza e solitudine. Attraverso mesi di lavoro condiviso, Marco intraprese un percorso alla ricerca del suo "albero perduto" e dello "sguardo materno", ritrovando la sua storia, il suo Sé, e la capacità di integrarsi nella sua famiglia adottiva. L'analista, in questo caso, diviene il catalizzatore che permette al paziente di "ri-trovarsi".
Il Caso di Adam: Dal Fico d'India all'Albero di Mele
Adam, un bambino indiano adottato a due anni e mezzo, manifestò dopo un iniziale periodo di adattamento positivi comportamenti di isolamento e tristezza. Il suo racconto "Io ero un fico d'India. Un bel fico succoso pieno di spine. Ma quando sono cresciuto ho incontrato un bell'albero di pere. Ho perso tutte le mie spine e piano piano sono diventato diverso ma anche il pero che mi ha incontrato è diventato diverso ed oggi siamo un bellissimo albero di mele" esprimeva la violenta trasformazione a cui era stato costretto per adattarsi, a scapito della sua essenza. Il lavoro analitico si concentrò sul riconoscimento del dolore e dell'umiliazione narcisistica subiti, permettendo ad Adam di riconnettersi con la sua storia e la sua identità originaria, integrando le sue diverse parti senza dover rinunciare a ciò che era.

Il Caso di Elisa: Il Profumo della Madre Naturale
Elisa, una bambina colombiana adottata a cinque anni, presentava un sintomo peculiare: nascondeva le sue feci in giro per casa. Questo comportamento, inizialmente di difficile interpretazione, si rivelò essere un disperato tentativo di apparire "pulita e profumata", di liberarsi dall'identificazione negativa con la madre tossicodipendente e di risplendere nella sua bellezza intrinseca. Il disegno di una donna bellissima, con un'aura dorata, rivelò il suo desiderio di rievocare la madre naturale, percepita come "profumatissima" nonostante le difficoltà. Il lavoro analitico, supportato dall'accettazione della madre adottiva, permise a Elisa di recuperare il ricordo della madre naturale e di integrare la sua identità, trasformando il dolore in un "cosmo di elementi beta" gestibili.
Winnicott e la Teoria del Divenire
Il pensiero di Donald Winnicott, profondamente influenzato da Darwin e Freud, pone al centro la teoria della mente del soggetto in continuo divenire, in interazione con l'ambiente e l'altro. La sua concezione dell'analisi è orientata a individuare i contesti ambientali e di cura che favoriscono la ripresa e la riorganizzazione della vita psichica, evidenziandone la plasticità e le potenzialità trasformative.
Il concetto di "holding" emerge come fondamentale: l'esperienza, fornita dalla madre nei primi tempi di vita e dall'analista in fasi cruciali dell'analisi, di tenere insieme aspetti non integrati, di permettere esperienze emotive dissociate e di attraversare il timore del crollo grazie alla presenza rassicurante di qualcuno che "tiene insieme con le braccia della mente".

Winnicott sottolinea l'importanza dell'ambiente che si comporta "sufficientemente bene" per permettere la crescita personale e il mantenimento dei processi del Sé. L'analisi, secondo Winnicott, è il trattamento appropriato per rivivere gli stati emozionali di "breakdown", che richiedono un ambiente di dipendenza assoluta per essere sperimentati psichicamente.
La Psicoanalisi Relazionale e il Concetto di Soggettivazione
L'influenza di Winnicott sulla psicoanalisi contemporanea è vasta, in particolare sulla psicoanalisi relazionale. Concetti come l'"uso dell'oggetto" (per la costruzione del Sé) e l'incontro con l'"alterità" (oggetti non-me che suscitano emozioni soggettivizzabili) sono centrali. L'area transizionale, come spazio di passaggio tra il percepito e il simbolizzato, è alimentata dall'esperienza sensoriale che nutre la soggettività.
Thomas Ogden, uno dei pensatori contemporanei più influenti, analizza il linguaggio di Winnicott, caratterizzato da verbi, evidenziando il suo focus sul processo dinamico del "divenire soggetto". La psicoanalisi, in questa prospettiva, non è una ricerca di rappresentazioni rimosse, ma un processo di costruzione della realtà psichica attraverso la simbolizzazione e il tragitto tra mondo interno ed esterno.
Il concetto di "integrità degli oggetti" di Christopher Bollas sottolinea come gli oggetti, dotati di una loro struttura e bellezza, possano avviare processi evocativi e di trasformazione. Questo processo costruttivo-decostruttivo-costruttivo è vitale per la crescita psichica, muovendosi nel campo di incontri tra oggetti, persone e configurazioni che possiedono una loro coesione interna.
Il "filo con la vita" a cui allude Anna Oliva De Cesarei nel titolo del suo saggio è, in definitiva, la capacità di connettersi con sé stessi e con gli altri in modo autentico, superando i traumi e le identificazioni patologiche attraverso un percorso di profonda elaborazione e riconoscimento del proprio essere. La paura del crollo, intrinseca all'esperienza umana, può essere affrontata e trasformata quando si ritrova il filo conduttore della propria esistenza.
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