La questione del destino, intimamente legata alla nostra identità sessuale, rappresenta un nodo cruciale nel pensiero psicoanalitico, un terreno fertile di riflessione che parte dalle intuizioni di Freud per giungere alle complesse elaborazioni di Lacan. Se Freud, citando Napoleone, affermava che "l'anatomia è il destino", questa formula, per quanto suggestiva, si rivela incompleta se non si indaga a fondo il significato del termine "anatomia" e la sua intrinseca relazione con il concetto di "taglio".
L'Anatomia come Taglio: La Dissezione del Corpo e del Sé
Il termine "anatomia", derivante dal greco ana-tomia, letteralmente "taglio", pone l'accento sulla funzione dissezionatrice, sul processo di separazione che ci permette di conoscere il corpo. Questa pratica della dissezione, pur rivelando la struttura fisica, è intrinsecamente legata al nostro destino, in quanto definisce, in una certa misura, il rapporto dell'uomo con quella funzione vitale che è il desiderio. Il desiderio, infatti, trova la sua piena espressione nello "spezzettamento" del proprio corpo, in quel "taglio" che è al centro dell'analisi e della dialettica del desiderio stesso.

Non è solo l'anatomia a rimandare al concetto di taglio, ma anche il termine stesso "sesso", che deriva dal latino secare, ovvero tagliare, separare e, di conseguenza, distinguere il maschile dal femminile. Questa funzione del taglio, della differenza tra i significanti, si rivela centrale per il parlessere (l'essere che parla) e per la scrittura del suo destino.
L'Angoscia come Segnale del Destino
Interrogare il proprio destino provoca inevitabilmente angoscia, un affetto che, nella sua etimologia (angst: soffocare, stringere), tocca il corpo e funge da segnale inequivocabile della relazione tra il soggetto e l'oggetto a. L'angoscia, in quest'ottica lacaniana, è la traduzione soggettiva dell'oggetto a, un indice di ciò che passa tra il soggetto e questo oggetto. Per questo motivo, è fondamentale "farla parlare", darle voce affinché possa essere compresa.
L'origine del destino del desiderio, per Lacan, risiede nell'ananke, il limite a cui l'uomo è sottomesso. Questo limite si manifesta nella congiunzione di una certa anatomia con la necessità che il godimento si confronti con il significante. Il vero destino del parlessere, quindi, non è la mera geografia anatomica, ma l'oggetto a, quel resto inafferrabile che struttura la nostra esistenza.
Oltre l'Anatomia: La Scelta e l'Atto Sessuale
Lacan sovverte l'enunciato freudiano, obiettando a una formula che sembra sigillare una predestinazione biologica. Per Lacan, per quanto riguarda l'essere uomo o donna, sono i soggetti a esercitare una scelta. Esiste un "aldilà dell'anatomia", un margine in cui la parola del soggetto si esprime nella sua scelta singolare, toccando il corpo incarnato.
L'anatomia non è più il destino perché non è sufficiente a distinguere i sessi nell'inconscio. Nell'inconscio, infatti, la sessualità si rivela nella sua "male-dizione", intesa come un buco, una mancanza strutturale. Se l'anatomia, intesa come dato biologico fisso, cessa di essere il destino, dove possiamo allora rintracciare questa dimensione? E fino a che punto il destino si intreccia alla scelta e all'atto?
Essere uomo, essere donna, o non essere né l'uno né l'altro, è un "dire" che si scontra con l'angoscia. Sappiamo, con Lacan, che "non c'è atto sessuale che abbia peso per affermare nel soggetto la certezza di essere di un sesso". L'amore stesso non fa Uno, come dimostra la celebre osservazione: "quando una donna crede di amare un uomo, in effetti lo desidera; quando un uomo crede di desiderare una donna, l'ama".
MASSIMO RECALCATI - Lacan e la psicologia del linguaggio
Il Godimento e l'Intima Eterogeneità
Il destino del parlessere si configura nel fronteggiare il proprio destino, articolando il rapporto tra uomo e donna in relazione alla dimensione del godimento. Questo godimento dell'Uno è segnato dall'impossibilità di costituire "l'Uno" della relazione sessuale, quel rapporto che permane come irrisolto. Essere uomo o donna appartiene all'ordine dei significanti, e nello psichico non vi è nulla di intrinsecamente maschile o femminile. Siamo nel campo di una "intima eterogeneità", dove corpo e Altro si intrecciano in una relazione complessa e non sempre definibile.
Il Caso C.: L'Incontro con l'Angoscia e la Parola
Il caso clinico di C., un giovane ragazzo che si presenta con il dubbio di potersi sentire una donna, illustra vividamente queste dinamiche. L'immagine di una donna transessuale suscita in lui gioia e un senso di appartenenza, un desiderio di essere una "femme fatale" che cattura lo sguardo dell'Altro. Tuttavia, questa immagine diventa anche una barriera che gli impedisce di riconoscere chi sia realmente e cosa desideri.
Il percorso analitico di C. si snoda attraverso l'incontro con un'angoscia profonda, manifestatasi in un momento di incertezza post-laurea riguardo alle possibilità lavorative. Il timore di un "posto fisso" che lo "fisserebbe" in un'immagine non sua catalizza la sua fixation tra l'immagine temuta e la relazione con il proprio godimento. Gradualmente, l'angoscia lascia spazio alla parola, a un dire che apre al soggetto nuove possibilità.
Il "dire del sesso", in questo senso, rappresenta la risposta che ognuno elabora in rapporto alla propria sessualità e all'angoscia, assumendo così il proprio destino di parlessere.
La Metapsicologia Freudiana: Inconscio, Pulsioni e Destino
La riflessione sulla metapsicologia freudiana, come illustrato dal lavoro di Francesco Tomasoni, getta ulteriore luce su questi temi. La metapsicologia, per Freud, doveva fornire un quadro generale per inserire i risultati delle sue indagini e stabilire un rapporto con l'intera cultura. Il concetto di inconscio, lungi dall'essere un mero serbatoio di passioni incontrollabili, si rivela una struttura mentale coesa e attiva.

I primi scritti metapsicologici di Freud, tra cui "Pulsioni e loro destini", "La rimozione" e "L'inconscio", esplorano il complesso rapporto tra pulsioni e destino. La pulsione, radicata nel pensiero idealistico, viene connessa da Freud al termine "destino" per la sua intrinseca ambivalenza. L'amore può trasformarsi in odio, l'attività in passività. L'indagine freudiana mostra come la superficie nasconda spesso strati di valenza opposta, come nel caso del melanconico che, dirigendo l'aggressività contro di sé, mira in realtà a colpire l'altro.
Al di là del Principio di Piacere: La Pulsione di Morte e l'Accettazione del Limite
Il saggio "Al di là del principio di piacere" (1920) segna una radicale modifica nel pensiero freudiano. Il principio di piacere viene ridimensionato, affiancato dal principio del dispiacere, che si manifesta nella coazione a ripetere e si fonde con la pulsione di morte. Il destino delle pulsioni assume un aspetto più tragico, oscillando tra vita e morte. Da qui, l'invito freudiano all'uomo di accettare il proprio limite.
La riflessione metapsicologica successiva, in particolare in "L'Io e l'Es" (1923), circoscrive l'Io in uno spazio intermedio tra un Es "amorale" e un Super-Io "ipermorale", rendendo precaria ogni prospettiva di autodominio. In "L'avvenire di un'illusione" (1927), Freud critica la religione come un'illusione pericolosa, pur mantenendo un dialogo con figure come il pastore Oskar Pfister.
La Morte come Riferimento Costante
La morte rappresenta un riferimento costante nel pensiero freudiano. Fin dall'infanzia, le raffigurazioni del viaggio dei morti e delle divinità egizie impressero nella sua mente l'idea di questo evento decisivo e ambivalente. La morte, da un lato, è il debito che dobbiamo alla natura; dall'altro, suscita sentimenti contrastanti: timore, desideri reconditi, dolore, sollievo e persino gioia.

Negli scritti metapsicologici, l'ambivalenza si riflette nel lutto e nella melanconia, dove il vuoto lasciato dalla perdita di una persona cara pone il problema di come affrontarlo senza soccombere. Freud suggerisce una sostituzione con un oggetto alternativo, una soluzione la cui precarietà si rivelerà drammaticamente di fronte alle perdite personali.
Di fronte alla propria malattia, Freud si confronta con una realtà sempre più aggressiva. Già nel saggio "Il motivo della scelta degli scrigni" (1913), aveva posto l'uomo di fronte alla morte, suggerendo di accettarla trasformando la necessità in un atto di libertà. Durante la guerra, aveva criticato la propensione dell'uomo moderno a rimuovere la morte, richiamandolo drasticamente alla realtà.
Il Destino come Significato Personale
Freud riecheggia il pensiero greco sul destino, distinguendolo dal caso. Se il caso è irrazionale, il destino può assumere un significato, seppur assolutamente personale. Freud si adoperò per conferire questo significato personale continuando a occuparsi della psicoanalisi e della civiltà umana fino alla fine. La sua grandezza risiede nella ricerca mai conclusa, nel muoversi entro il limite, conferendo la propria impronta e trovando il proprio oggetto, come suggerito dal verso virgiliano posto a esergo de "L'interpretazione dei sogni": "Flectere si nequeo superos, Acheronta movebo" (Se non posso piegare i Celesti, muoverò l'Acheronte). Questo motto racchiude l'essenza del confronto con il destino: quando le forze superiori non bastano, si deve agire, muovere le acque profonde dell'inconscio per trovare il proprio percorso.
