La filosofia contemporanea è costellata di pensatori la cui opera, pur divergendo nei percorsi, si interseca in un dialogo complesso e spesso inafferrabile. Tra questi, le figure di Jacques Derrida e Jacques Lacan occupano un posto di rilievo, le cui interazioni, pur non configurandosi come un dialogo diretto e lineare, hanno segnato profondamente il panorama intellettuale del XX secolo. Il loro rapporto, mediato dalla linguistica strutturale di Ferdinand de Saussure e dalla rilettura di Sigmund Freud, si presenta come un confronto asimmetrico, caratterizzato da un intervento critico esplicito da parte di Derrida e da risposte da parte di Lacan che oscillano tra l'allusione, l'ironia e la presa di distanza.

Il Punto di Partenza Comune: Freud e la Linguistica
Entrambi i pensatori condividono un terreno comune nell'interpretazione di Sigmund Freud attraverso la lente della linguistica strutturale. Lacan, in particolare, è noto per la sua celebre affermazione che "l'inconscio è strutturato come un linguaggio". Questa prospettiva pone il linguaggio al centro dell'esperienza umana, considerandolo non solo un mezzo di comunicazione, ma il vero e proprio tessuto della realtà psichica.
Derrida, pur partendo da premesse simili, intraprende un percorso decostruttivo che ne mette in discussione le implicazioni. Per Derrida, ogni struttura linguistica è intrinsecamente attraversata da uno "scarto irriducibile", un "differimento" che impedisce la chiusura definitiva del senso. Questo concetto, noto come différance, suggerisce che il significato non è mai pienamente presente, ma è sempre in sospeso, rinviato ad altri significanti in un gioco infinito di rimandi.
La Critica Derridiana a Lacan: "Le Facteur de la Vérité"
Il punto di maggiore divergenza critica di Derrida nei confronti di Lacan si manifesta nel saggio "Le Facteur de la vérité" (La lettera rubata), incluso nella sua opera "La carte postale". Qui, Derrida sottopone a un'analisi serrata il seminario lacaniano dedicato all'omonimo racconto di Edgar Allan Poe. La formula lacaniana "la lettera arriva sempre a destinazione" è il fulcro della critica derridiana.
Derrida sostiene che "affermare che la lettera arriva sempre a destinazione significa già reinscrivere il significante in una teleologia della verità". Secondo Derrida, l'idea di un ritorno inevitabile del significante, di una destinazione garantita, implica una chiusura del gioco della scrittura e neutralizza ciò che per lui è essenziale: la possibilità strutturale della perdita, dell'erranza, della disseminazione. In questo senso, Derrida arriva a formulare un'accusa teoricamente molto forte: "Il ritorno della lettera è il ritorno della verità come presenza mascherata".

La Risposta Indiretta di Lacan
Lacan, dal canto suo, non risponde direttamente a Derrida in un testo polemico esplicito. Tuttavia, diversi seminari degli anni Settanta contengono affermazioni che, pur senza nominare Derrida, sembrano prendere di mira la decostruzione e la centralità della scrittura.
Nel Seminario XX, "Encore", Lacan afferma: "Non basta giocare con la scrittura per toccare il reale". Questa frase, densa e programmatica, segnala il punto su cui Lacan non è disposto a cedere: il reale dell'inconscio, il nucleo traumatico del sintomo, non è riducibile a un gioco testuale o a una disseminazione infinita del significante. In un'altra formulazione, altrettanto significativa, Lacan osserva: "Ci sono discorsi che girano indefinitamente attorno al significante senza mai incontrare il punto in cui esso fa male". Qui il riferimento implicito è a una filosofia che, secondo Lacan, resta confinata nel simbolico e non incontra mai ciò che resiste, ciò che non si lascia scrivere.
Il Disaccordo Fondamentale: Linguaggio, Reale e Verità
Il dissenso tra Derrida e Lacan non riguarda dunque solo la lettura di un racconto letterario, ma tocca questioni di fondo: lo statuto della verità, la funzione del significante, il rapporto tra linguaggio e reale, la possibilità o meno di una chiusura teorica.
Derrida teme che Lacan, pur decentrando il soggetto, finisca per stabilizzare l'ordine simbolico come luogo ultimo di verità. La sua critica si concentra sul rischio che Lacan, nel tentativo di fondare la psicoanalisi su una base linguistica rigorosa, finisca per ricadere in una forma di metafisica della presenza, dove il significante, pur differito, è destinato a un ritorno certo e a una verità ultima.
Lacan teme, specularmente, che Derrida dissolva il "reale" nella scrittura, perdendo il contatto con ciò che, nell'esperienza analitica, si impone come irriducibile. Il suo timore non è infondato: dissolvendo il "reale" nella scrittura, Derrida cerca di minare non solo le stesse fondamenta del logos occidentale, ma anche di svuotarlo del ruolo che in esso riveste la funzione paterna.
Derrida: differenza, scrittura, decostruzione
La Funzione Paternale e il Logos
Nella tradizione religiosa e filosofica occidentale, il logos è infatti correlato a un padre, "debitore a un padre - scrive Derrida - e la figura del padre è anche quella del bene, è cioè al tempo stesso un capitale e un bene, come attesta il fatto che in greco antico Pater voglia dire tutto questo insieme". Incrinando l'idea della possibilità stessa della funzione ordinatrice e razionale del logos, si priva di fondamento l'ordine del padre e dell'idea di bene che gli è corrispettiva. In questo senso, quello di Derrida non sarebbe nient'altro che l'ennesimo tentativo di parricidio operato dalla cultura occidentale verso il logos che sta a fondamento della sua metafisica.
L'Esperienza della Scrittura: Divisione e Abbandono
Fare esperienza del linguaggio in quanto scrittura significa per Derrida "fare esperienza di una divisione e di un abbandono, divisione nella e della parola, significa esperire un’essenziale incapacità di controllo, una radicale impossibilità di dominio". Quest'assenza di un dominio della parola e sulla parola non implica tuttavia un ineludibile abbandono alla deriva del suo senso, ma Derrida parla invece esplicitamente di una "deriva essenziale" che fa della scrittura una "struttura iterativa, separata da ogni responsabilità assoluta, dalla coscienza come autorità ultima".
Per questo ogni scrittura ha sempre a che fare con la confessione, e più in particolare, come sottolineava Franz Kafka riferendosi alla poesia, con la preghiera. E per questo, continuando comunque ad avere un destinatario, ancorché invisibile, non può mai venir meno al suo imperativo di essere comunicabile, di volersi lasciar catturare in un orizzonte di senso a suo modo sensibile e perspicuo, riconoscibile al suo estensore nel riflesso prodotto in un misterioso indefinito lettore.
La Cucina Filosofica di Derrida: Spergiuro e Perdono
Il seminario di Jacques Derrida "Lo spergiuro e il perdono", edito da Jaca Book, si inserisce in un contesto più ampio di riflessione sulla responsabilità, declinata in una chiave più direttamente politica. Derrida non affronta le questioni tematicamente, ma cerca di mostrare "ciò che accade quando si ha a che fare con lo spergiuro e il perdono". La decostruzione, in questo caso, si rivela come un evento singolare e la sua riproduzione archiviale.

Derrida indaga la natura del perdono, distinguendolo dalla scusa, dall'oblio, dall'amnistia o dalla grazia politica. Egli sottolinea come la possibilità del perdono si misuri in relazione all'imperdonabile, interrogandosi su come pensare la "possibilità" di questa "impossibilità". La sua analisi si snoda attraverso letture di testi filosofici, biblici, letterari (Shakespeare, Kafka, Baudelaire, Kierkegaard) e l'analisi di scene di perdono politico.
Un elemento centrale nella riflessione di Derrida è il concetto di "gusto", inteso come l'ingrediente segreto che "dà ancora più gusto" alla giustizia, ovvero la clemenza o la misericordia. Riprendendo le parole di Porzia ne "Il mercante di Venezia" ("Mercy seasons justice"), Derrida analizza la traduzione francese "relever", che racchiude in sé il senso di dare più gusto, di elevare, di trascendere.
La Cucina Filosofica: Ingredienti per il Perdono
Nella "cucina filosofica" di Derrida, il perdono è un piatto complesso che richiede ingredienti specifici:
- Il Gusto della Misericordia: La clemenza e la misericordia, elementi spesso associati alla tradizione cristiana, sono ciò che permette al perdono di varcare l'orizzonte del diritto e della giustizia, puntando all'imperdonabile.
- La Ripetizione delle Frasi di Uso Comune: Derrida gioca con espressioni quotidiane legate allo scusarsi e al chiedere perdono, come "Perdono, sì, perdono", "Non c’è niente di male", "Mi scuso".
- L'Ellissi della Negazione: Un punto cruciale è l'analisi della frase "non c’è niente di male". Derrida preferisce la traduzione francese "y a pas d’mal" rispetto a "il n’y a pas de mal", poiché l'ellissi cancella il "non", trasformando la negazione in affermazione. "Esiste ‘nessun male’. Nessun male, sì, c’è, esiste nessun male [ya pas d’mal], nessun male esiste: sì, y a". Questa sottile differenza linguistica apre uno spazio per un perdono infinito, che non si limita a negare il male, ma afferma la sua assenza, pur riconoscendone l'esistenza.

Il "Passo" Oltre il Diritto
Il concetto di "passo" di Derrida, come esplorato da giuristi e teorici del diritto, suggerisce che la decostruzione permette di andare "al di là del diritto", ma anche "verso un diverso inizio". La tesi è che una lettura di Derrida sia fondamentale per chi si occupa di diritto, poiché la decostruzione permette di superare una teoria del diritto che, nel tentativo ossessivo di fondarsi su se stessa ("law founded on law"), trascura questioni cruciali come la giustizia e il potere.
Il "passo" derridiano implica un movimento che, pur partendo dal diritto, ne supera i confini, aprendo verso un orizzonte etico e politico dove la giustizia può manifestarsi in forme inedite e imprevedibili. È un invito a pensare il diritto non come un sistema chiuso e autoreferenziale, ma come un campo dinamico, attraversato da tensioni e possibilità che lo spingono costantemente oltre se stesso.
Derrida e la Macchina: Iterabilità ed Evento
Il concetto di "macchina" nell'opera di Derrida, sviluppato a partire dagli anni '90, si lega indissolubilmente alle tematiche della scrittura, dell'iterabilità e dell'evento. La decostruzione della nozione metafisica del vivente come auto-sviluppo infinito porta Derrida a esplorare una nuova dialettica del vivente, dove il supplemento, la copia, l'altro da sé, la morte, diventano condizioni di possibilità della stessa sopravvivenza.
Il seminario del 1975, in particolare con il confronto con "Al di là del principio di piacere" di Freud, rivela come l'automatismo della coazione a ripetere passi da essere un mero strumento della Bindung traumatologica all'archi-principio della separazione stessa tra il sé e l'Altro. Un principio tecnico-meccanico di iterazione, come reattività automatica all'evento dell'Altro, viene riconosciuto come motore attivo della dialettica del vivente.
Questo approccio, che intreccia la cibernetica, la biogenetica e la psicoanalisi, apre la strada a una comprensione radicalmente nuova della vita e della morte, dove la ripetizione non è mera replica, ma condizione necessaria per l'emergere di qualcosa di nuovo, di un evento che sfugge alla chiusura del presente.
Derrida e le Arti: Un Dialogo Necessario
Il confronto con le arti e la letteratura è una costante nell'evoluzione del pensiero di Derrida. Mallarmé, Ponge, Artaud, Jabès, Joyce, Valéry, Adami sono solo alcuni dei protagonisti di un dialogo ininterrotto che segna i passi fondamentali del suo cammino filosofico.
Nonostante una diffidenza iniziale nei confronti dell'estetica, l'incontro tra estetica e decostruzione si rivela non solo possibile, ma necessario. L'analisi dei testi artistici e letterari, spesso oscuri ed enigmatici, diventa per Derrida un terreno privilegiato per saggiare la possibilità dell'impossibile, per esplorare le aporie del senso e per mettere in luce le fragilità del logos occidentale.
La letteratura, in particolare, sembra offrire a Derrida uno spazio in cui l'impossibile può manifestarsi, dove la "letteratura impossibile" diventa il luogo in cui si annuncia una differenza intraducibile, una differenza che la traduzione stessa tenta di cogliere. In questo senso, l'arte e la letteratura non sono semplici oggetti di studio, ma vie maestre per comprendere le sfide che il pensiero contemporaneo deve affrontare.
Derrida e la Politica: La Democrazia a Venire
Il pensiero di Derrida, soprattutto negli ultimi anni della sua vita, si è progressivamente orientato verso questioni politiche ed etiche. La decostruzione della sovranità, l'analisi della logica autoimmunitaria degli stati, il ritorno del religioso, la critica all'ipsocentrismo e l'esplorazione del concetto di "democrazia a venire" ne sono esempi emblematici.
La "democrazia a venire" non è un progetto politico concreto, ma un orizzonte di attesa, un ideale regolativo che spinge verso una democrazia sempre più aperta, inclusiva e radicalmente democratica. Essa si contrappone alle forme di democrazia esistenti, spesso viziate da logiche di esclusione, sovranità e auto-conservazione.

La riflessione di Derrida sulla politica è intrinsecamente legata alla sua decostruzione dei concetti metafisici e alla sua attenzione per le "spettralità" che attraversano la storia e il presente. Gli spettri di Marx, ad esempio, non sono solo echi del passato, ma presenze inquiete che interrogano il presente e invitano a ripensare le promesse non mantenute e le possibilità future.
In definitiva, il rapporto tra Derrida e Lacan, pur segnato da divergenze e critiche, rappresenta un momento cruciale nella filosofia del XX secolo. Entrambi, partendo da un terreno comune, hanno aperto sentieri inesplorati nel campo del linguaggio, della psiche, della politica e dell'etica, lasciandoci un'eredità di pensiero complessa e stimolante, che continua a interrogare e a sfidare le nostre certezze.
tags: #derrida #per #amore #di #lacan
