La questione fondamentale nello studio del linguaggio umano, come sottolineato da celebri scienziati cognitivi come Pinker e Jackendoff (2005), risiede nella sua collocazione all'interno della natura. Comprendere di che tipo di sistema biologico si tratti e quale sia il suo rapporto con altri sistemi, sia nella nostra specie che in altre, è cruciale per svelare i misteri della cognizione umana. Questa prospettiva naturalistica e biologistica segna una netta evoluzione rispetto all'approccio della scienza cognitiva "classica" degli anni Settanta e Ottanta.
Dalla Scienza Cognitiva Classica al Connessionismo e alle Neuroscienze
La scienza cognitiva classica, pur non negando la base biologica, poneva l'accento sull'identificazione e lo studio dei processi cognitivi, incluso il linguaggio, a un livello di astrazione più elevato rispetto alla loro realizzazione biologica. L'idea centrale era che un processo cognitivo potesse essere concepito come un algoritmo, implementabile da diverse architetture, siano esse naturali (cervelli umani o animali) o artificiali (computer digitali). In questa visione, i dettagli specifici dell'implementazione biologica erano considerati secondari, potenzialmente d'intralcio alla comprensione dei principi generali. Questo approccio ha portato alla creazione di sistemi classici di elaborazione automatica del linguaggio naturale, sviluppati da ricercatori come William A. Woods, Terry Winograd, Mitchell P. Marcus e Graeme Hirst.
Tuttavia, verso la fine del XX secolo, questo paradigma ha iniziato a perdere terreno sotto la pressione di due forze convergenti: il connessionismo e le neuroscienze. Il connessionismo ha proposto un'architettura alternativa per i sistemi artificiali, discostandosi dal modello sequenziale classico. Invece di istruire un sistema a eseguire operazioni discrete, il connessionismo si concentra sull'addestramento del sistema a raggiungere stati finali che rappresentano l'elaborazione dei dati di input. In questa prospettiva, il processo cognitivo non è più un programma separabile dal sistema, ma il modo di operare intrinseco al sistema stesso, una volta addestrato. Questa architettura si basa sull'intuizione che i processi cognitivi umani e animali non possano essere efficacemente emulati da sistemi con un funzionamento radicalmente diverso da quello cerebrale, mettendo in discussione la tesi classica dell'indifferenza del substrato materiale.
Parallelamente, i progressi esponenziali delle neuroscienze hanno alimentato la nascita della neuroscienza cognitiva. Questo campo si propone di indagare i "correlati neurali" dei processi cognitivi, andando oltre la semplice anatomia e fisiologia del cervello. L'intensificarsi dello studio di pazienti cerebrolesi, le nuove tecniche di neuroimmagine e scoperte rivoluzionarie come quella dei neuroni specchio (fondamentali per la comprensione del linguaggio e delle azioni altrui) hanno reso possibile studiare i processi cognitivi, incluso il linguaggio, come manifestazioni del funzionamento cerebrale.

Il Linguaggio Umano: Una Prerogativa Specifica?
La definizione di linguaggio, nel senso delle lingue naturali come l'italiano, lo swahili o l'urdu, si basa su due condizioni essenziali: la capacità di usare segni per riferirsi a oggetti o concetti indipendentemente dal contesto, e la composizionalità, ovvero la possibilità di combinare segni in espressioni complesse il cui significato deriva da quello dei segni semplici. Sebbene alcuni animali possiedano sistemi di comunicazione sofisticati, come i segnali vocali del cercopiteco verde per indicare i predatori o le danze delle api per segnalare la presenza di cibo, essi non soddisfano pienamente questi criteri. Il cercopiteco agisce solo in presenza di una minaccia, e il linguaggio delle api, pur efficace, non è composizionale. Pertanto, si ritiene che solo Homo sapiens sia dotato di linguaggio nel senso pieno del termine.
Le Origini del Linguaggio: Evoluzione Biologica o Culturale?
La questione dell'origine del linguaggio è complessa e dibattuta. Michael Tomasello, ad esempio, suggerisce che il linguaggio sia un'evoluzione culturale, basata su una singola modificazione biologica: la capacità di interpretare il comportamento altrui basandosi sulla somiglianza con sé stessi. Questa capacità, che implica l'attribuzione di stati mentali e intenzioni ai conspecifici (una "teoria della mente"), è considerata assente nei primati non umani. Senza di essa, l'accumulazione culturale, fondamentale per lo sviluppo del linguaggio, sarebbe impossibile.
L'oasi delle Scimmie
Tuttavia, la teoria di Tomasello fatica a spiegare l'universalità di molte proprietà strutturali dei linguaggi umani. Se il linguaggio fosse puramente culturale, ci si aspetterebbe una varietà maggiore, simile a quella osservata in altre forme culturali come le pratiche abitative o le religioni.
Un'altra prospettiva, avanzata da Giacomo Rizzolatti e collaboratori, collega l'origine del linguaggio al sistema dei neuroni specchio. Questi neuroni, attivi sia durante l'esecuzione di un'azione sia durante l'osservazione della stessa azione compiuta da altri, potrebbero essere alla base della nostra capacità di comprendere i gesti altrui. Poiché l'area cerebrale che ospita i neuroni specchio nei primati è omologa all'area di Broca nell'uomo (una regione cruciale per il linguaggio), si ipotizza che la comprensione linguistica sia un'evoluzione della comprensione dei gesti. In questa visione, il linguaggio emergerebbe dall'associazione di suoni a gesti significativi, con lo sviluppo della vocalizzazione che richiederebbe l'evoluzione di nuove aree corticali per controllare un repertorio vocale più ricco.
Il Programma Minimalista di Chomsky e la Ricerca Contemporanea
La teoria linguistica di Noam Chomsky ha sempre rappresentato un punto di riferimento per la scienza cognitiva, proponendo il linguaggio come componente del sistema mente/cervello e postulando meccanismi computazionali sottostanti. Nonostante le riserve di Chomsky sulla possibilità di descrivere i processi neurocerebrali con la precisione desiderata, la sua ricerca si è intrecciata con quella delle neuroscienze, dell'antropologia e della biologia evoluzionistica.
Il "programma minimalista" di Chomsky, sviluppatosi negli anni Novanta, si basa sull'idea che il linguaggio umano sia una soluzione "ottimale" e "massimamente economica" per esprimere pensieri attraverso suoni. L'obiettivo è dimostrare che i principi della grammatica universale e le regole grammaticali delle singole lingue derivano da vincoli minimi legati al meccanismo computazionale e alle interfacce del sistema linguistico. Questo approccio ha portato a una revisione dei modelli precedenti, eliminando livelli di rappresentazione intermedi e assorbendo i vincoli nel processo di derivazione delle espressioni linguistiche.
Tuttavia, il programma minimalista ha incontrato critiche, come quelle di Pinker e Jackendoff (2005), che lo accusano di imporre un carico computazionale eccessivo al modulo linguistico e di richiedere manovre "ad hoc" per dedurre le regole grammaticali.
Scienze Cognitive della Comunicazione: Un Campo Interdisciplinare
Il campo delle scienze cognitive della comunicazione si configura come un'area di studio altamente interdisciplinare, che fonde prospettive provenienti dalla psicologia cognitiva, dalle neuroscienze, dalla linguistica, dall'intelligenza artificiale, dalla filosofia e dalle scienze sociali. L'obiettivo è comprendere i processi cognitivi alla base della comunicazione umana e sviluppare modelli e interfacce comunicative avanzate, anche attraverso l'applicazione delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione (ICT).

I laureati in questo settore acquisiscono competenze teoriche e metodologiche per analizzare fenomeni comunicativi in vari ambiti, dalla comunicazione pubblica e d'impresa al marketing, dall'editoria alla ricerca. Sono in grado di progettare e realizzare ricerche, comprendere le dinamiche delle interazioni quotidiane e mediatiche, e valutare le strategie linguistiche impiegate.
Le competenze sviluppate includono la capacità di applicare modelli cognitivi della comunicazione in contesti pubblici e privati, progettare attività di ricerca in settori come il marketing e le pubbliche relazioni, padroneggiare saperi tecnologici e competenze comunicative, e valutare i processi informativi attraverso l'analisi delle strategie linguistiche.
Il percorso formativo è caratterizzato da un'ampia gamma di discipline, tra cui filosofia (etica, del linguaggio, della mente), psicologia (cognitiva, neuroscienze), sociologia, linguistica, informatica e scienze economiche. Questa formazione interdisciplinare mira a creare figure professionali capaci di comprendere e adattarsi alle rapide trasformazioni della società contemporanea, operando con autonomia e responsabilità in ambiti quali il giornalismo, la comunicazione strategica, il marketing cognitivo e la gestione delle interazioni nei media digitali.
Il corso di Laurea Magistrale in Scienze Cognitive della Comunicazione e dell'Azione, ad esempio, prepara professionisti in grado di analizzare meccanismi cognitivi, gestire dinamiche comunicative e applicare strategie innovative, assumendo ruoli di responsabilità nella progettazione e coordinamento di contenuti per contesti pubblici e privati. Le attività a libera scelta dello studente permettono di personalizzare il percorso formativo, agevolando l'accesso a dottorati di ricerca o master in aree disciplinari come le scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche, o le scienze politiche e sociali.
Le figure professionali in uscita sono quindi specializzate in discipline linguistiche, letterarie e documentali, o giornalisti (nel rispetto delle normative vigenti), trovando impiego in agenzie di stampa, gruppi editoriali, uffici stampa, agenzie di informazione, enti culturali, fondazioni, biblioteche, musei, enti pubblici e privati, e in generale in tutti i settori dove la comprensione dei processi cognitivi e comunicativi è fondamentale.
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