L'idea di "guarigione" nel campo della psicoanalisi si discosta radicalmente da quella medica, proponendo un percorso di trasformazione personale piuttosto che un mero ritorno a uno stato precedente. Questa distinzione fondamentale emerge quando si analizzano le tematiche cliniche psicoanalitiche, che spesso si riconducono a problemi di ordine sociale, e le questioni sullo statuto epistemologico della psicoanalisi, che in sostanza si rivelano essere questioni politiche.
Contesto Epistemologico e Politico della Psicoanalisi
Critiche al paradigma concettuale della psicoanalisi, come quelle avanzate da epistemologi quali Alfred Grünbaum e Karl Popper, hanno posto l'accento sulla falsificabilità. Popper, in particolare, ha affrontato la questione dal punto di vista centrale della sua epistemologia, mentre Grünbaum si è basato su presupposti positivisti. Tuttavia, una lettura più approfondita rivela come questi interrogativi epistemologici siano intrinsecamente legati a orientamenti economici e politici che tendono a imporre determinate scelte amministrative.
La razionalità burocratica, studiata da Max Weber, e lo "scientismo" - un'estensione impropria della scienza che trapianta metodi scientifici in campi a essa inadatti per imporre il calcolo e strumenti di controllo - presentano una singolare corrispondenza. Questo fenomeno evidenzia come le discussioni sulla validità della psicoanalisi siano spesso influenzate da dinamiche di potere e da una tendenza a quantificare e standardizzare l'esperienza umana.

Guarigione Medica vs. Trasformazione Psicoanalitica
Nella medicina, la guarigione è un concetto pienamente inscritto nel suo campo teorico e operativo. Si tratta di un ritorno a uno stato precedente all'insorgenza di lesioni, traumi, infiammazioni o infermità. La medicina mira a una restitutio ad integrum, un ripristino delle condizioni originali.
Nella psicoanalisi, questo modello non è applicabile. Il sintomo non è semplicemente un disturbo da eliminare, ma un indice di molteplici questioni inerenti al soggetto, che emergono attraverso l'esperienza psicoanalitica. La psicoanalisi non mira a sopprimere il sintomo, ma a elaborarlo, comprendendone la funzione e il significato per il soggetto.
Psicoanalisi e Psichiatria: Un Rapporto Complesso
In Italia, i legami storici tra psichiatria e psicoanalisi non sono mai stati particolarmente stretti. Sebbene alcuni psichiatri all'inizio del XX secolo, come Gustavo Modena ed Enrico Morselli, si siano interessati alle teorie freudiane, questo interesse è stato spesso accompagnato da una presa di distanza.
Lo scenario americano presenta una dinamica differente. Il dibattito sulla "psicoanalisi laica" - condotta da non medici - è iniziato già ai tempi di Freud. Negli Stati Uniti, tuttavia, la necessità di un riconoscimento sociale ha portato molti a vincolare la formazione psicoanalitica a quella medica. Questo ha fatto sì che, per un periodo, uno psichiatra americano dovesse essere anche psicoanalista, e viceversa.
Questo intreccio ha raggiunto il suo apice negli anni Quaranta e Cinquanta, quando il trattamento psichiatrico era fondamentalmente psicoanalitico. Tuttavia, con l'introduzione del DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), in particolare con la terza edizione (DSM III) nel 1980, la psichiatria ha iniziato a distanziarsi dall'approccio psicoanalitico. Il DSM III ha eliminato il concetto di conflitto psichico come fattore eziologico primario delle nevrosi, privilegiando una prospettiva evidence-based, basata su dati statistici e oggettivazione sperimentale. Questo cambiamento ha segnato una sorta di divorzio tra psichiatria e psicoanalisi, portando quest'ultima a rivendicare uno statuto giuridico autonomo come disciplina indipendente.

La Psicoanalisi Come Terapia Non Soppressiva del Sintomo
Il mio libro, intitolato "Il trucco per guarire", porta come sottotitolo l'espressione "una terapia non soppressiva del sintomo". Questo titolo, sebbene possa apparire malizioso, intende contrapporsi all'idea di una "ricetta" per guarire. A differenza della medicina, dove il medico fornisce prescrizioni basate su una rete diagnostica universale, la psicoanalisi non offre ricette standard.
SINTESI di Freud e la nascita della psicoanalisi a cura di Umberto Galimberti
La Singolarità del Sintomo
Nella psicoanalisi, le categorie diagnostiche come psicosi o nevrosi sono più che altro grandi categorie concettuali di orientamento. Ogni paziente presenta un problema singolare, e la caratteristica distintiva della psicoanalisi è il trattamento di queste singolarità. I sintomi non sono elementi universali da catalogare, ma espressioni uniche della sofferenza individuale.
Lacan, in una delle sue ultime conferenze, pur riconoscendo di non sapere esattamente cosa induca la guarigione psicoanalitica dopo una vita dedicata alla disciplina, sottolinea l'importanza di "sussurrare all'orecchio del paziente qualcosa che, detto nel modo giusto, porta alla guarigione". Questo si collega al concetto di "soggetto supposto sapere", fulcro della traslazione, dove l'ascolto attento di qualcosa di impercettibile nel paziente, unito all'esperienza e al tatto, permette di costruire una soluzione specifica per l'individuo.
Distinguere il Sintomo dalla Sofferenza
Nella psichiatria, il sintomo è ciò di cui il paziente soffre e che si cerca di sopprimere o tacitare per eliminare la sofferenza. L'equivalenza sintomo = sofferenza, tuttavia, non vale completamente in psicoanalisi. Sebbene il paziente si rivolga all'analista perché soffre del proprio sintomo e desidera liberarsene, il sintomo rappresenta anche una "soluzione" che il soggetto ha trovato per gestire conflitti interni. Sopprimere il sintomo senza elaborarlo significa eliminare una via d'uscita, seppur disfunzionale, che il paziente ha inconsciamente costruito.
Freud, nel suo testo "Inibizione, sintomo e angoscia", distingue tre posizioni logiche:
- Inibizione: Un primo punto d'arresto, di carattere immaginario, dovuto alla sovradeterminazione del senso di un atto (es. scrivere) con significati conflittuali.
- Sintomo: Un secondo sbarramento, con valore simbolico, che rappresenta una costruzione con un senso specifico.
- Angoscia: L'espressione di un pericolo per l'Io.
La psicoanalisi, quindi, non è una terapia soppressiva del sintomo, poiché questo non è solo un disturbo, ma anche un modo, seppur doloroso, di gestire la complessità psichica.

L'Esperienza di un Paziente: Un Percorso Difficile
Numerose testimonianze evidenziano la complessità e le difficoltà che possono emergere durante un percorso psicoanalitico. Giuseppe, ad esempio, racconta di un'esperienza terapeutica disastrosa iniziata quindici anni fa, caratterizzata da elucubrazioni sul passato, mancanza di interesse da parte della terapeuta e un aggravamento delle sue difficoltà di adattamento nel nuovo ambiente. I tentativi di esprimere i propri dubbi venivano liquidati con frasi fatte, mentre i farmaci antidepressivi si rivelavano inefficaci.
Successivi tentativi con altri terapeuti hanno portato a un peggioramento della sua condizione, con lo sviluppo di agorafobia e alcolismo. La memoria si è deteriorata, e la terapia ha avuto l'unico effetto di farlo dubitare delle cose elementari e imprigionarlo in dolorose rimuginazioni. La perdita dei genitori ha ulteriormente complicato la sua situazione, portandolo a rimpiangere un rapporto deteriorato a causa della terapia che lo aveva indotto a considerarli la radice dei suoi mali. Attualmente, Giuseppe affronta problemi di alcolismo, isolamento sociale, insonnia cronica e malessere fisico. La sua conclusione amara è che "andare in terapia è stato il più grande errore della mia vita".
Le risposte ricevute da professionisti evidenziano la comprensione per il suo dolore e la frustrazione, sottolineando che non tutte le psicoterapie sono adatte a tutti e che esistono approcci diversi. Si riconosce la gravità della sua situazione e la necessità di un approccio multidisciplinare, con particolare attenzione alla sicurezza, al benessere fisico e mentale, e al sostegno concreto. Si incoraggia a cercare il professionista più idoneo, valorizzando la sua forza vitale nel continuare a cercare aiuto.
La Psicoanalisi Come "Trucco" per la Trasformazione
Il termine "trucco" nel titolo del libro di Marco Focchi non si riferisce a un gioco di prestigio, ma alla singolarità e all'imprevedibilità del processo psicoanalitico. Non esiste una formula universale, ma un "sussurrare all'orecchio del paziente qualcosa che, detto nel modo giusto, porta alla guarigione". Questo implica la necessità di ascoltare attentamente il problema particolare del paziente per trovare la via che può seguire.

Il "Fare Mente" e la Menzogna
La psicoanalisi, nel suo fondamento, ha elaborato il concetto di genesi, intendendo sia l'originario rimosso sia il generativo, il divenire, il creativo. Il "fare mente", nel senso di "mentire", è intrinseco alla pratica analitica. Ogni enunciato sulla psiche è frutto di una copula tra preconcetti individuali e l'esperienza attuale. Il transfert, concettualizzato da Freud, è visto come una forma di "mentire", dove la persona a cui si fa riferimento è nascosta nelle sembianze dell'altro, in particolare dell'analista.
La psicoanalisi, a differenza delle scienze che scoprono verità transitorie sul modo in cui le cose si presentano, utilizza uno "sguardo nudo", non finalizzato a uno scopo, aperto all'ignoto. Questo sguardo, simile a quello del mistico o del poeta, permette di vedere ciò che sta al di là del limite sensibile, inducendo nell'altro la possibilità di crescita. Freud stesso, di fronte a situazioni affettive sconvolgenti, ha dovuto ricorrere al suo "armamentario scientifico", ibridando il suo sguardo con la cultura del suo tempo.
Il Ruolo dell'Analista e la Relazione Terapeutica
L'analista non dirige, non dà consigli, non giudica. L'analisi è una collaborazione sincera, una situazione unica nella vita dove la libertà è totale. La fiducia reciproca tra paziente e analista è fondamentale. L'analisi non riguarda l'intelligenza, la cultura o il livello sociale, ma il "vedersi", ovvero confrontarsi con la propria realtà interiore, spesso difesa da meccanismi inconsci.
L'analista è definito un "chirurgo dell'anima", ma è anche colui che deve essere "operato" prima di poter operare gli altri. L'ascolto e il dialogo portano il paziente a una presa di coscienza dei suoi turbamenti interiori. La ricompensa del percorso, sebbene arduo e richiedente un "grande bagno di umiltà", è la scoperta di sé e una sorta di "rinascita".
Il Transfert Negativo e la Gratitudine
La distruttività che a volte emerge nel paziente durante la terapia è legata a moti d'odio verso il curante. Questo odio, enigmatico, nasce dall'invidia verso l'altro percepito come pieno, e dal rinnovarsi dell'esperienza infantile di dipendenza e impotenza. L'analista, tuttavia, può sopportare il peso del transfert negativo solo se ha a sua volta attraversato un'analisi personale, integrando il proprio "essere poca cosa".
Il concetto chiave, ripreso da Winnicott, è la gratitudine: il paziente è grato all'analista di sopravvivere ai suoi attacchi. Questo avviene perché l'oggetto delle passioni, rimanendo vivo, resta altro dal soggetto, imprendibile. L'analista offre una forma di amore non classica, non protettiva, non domandante, permettendo al paziente di sperimentare la vera alterità e di integrare le proprie parti scisse.
Un Cambiamento di Prospettiva Terapeutica
Le discussioni online tra pazienti e medici evidenziano la difficoltà di trovare l'approccio terapeutico corretto. Un paziente, dopo quattro anni di psicoanalisi per disturbi d'ansia con attacchi di panico, esprime dubbi sull'efficacia del trattamento e considera un passaggio alla terapia cognitivo-comportamentale. I medici, pur riconoscendo la validità della psicoanalisi in certi contesti, suggeriscono che per i disturbi d'ansia la terapia cognitivo-comportamentale potrebbe essere più indicata, sottolineando l'importanza di una buona relazione terapeutica anche in questo caso.
La gestione della farmacologia, in particolare delle benzodiazepine, emerge come un altro punto critico. I pazienti spesso si trovano a confrontarsi con protocolli di scalaggio che ritengono troppo rapidi o inadeguati, mentre i medici discutono sulla corretta equivalenza dei farmaci e sulla necessità di un approccio graduale e personalizzato.
La testimonianza di un infermiere con esperienza in SPDC, che rifiuta categoricamente alcuni neurolettici ma si ritrova in un lungo trattamento con benzodiazepine, solleva interrogativi sulla coerenza delle scelte farmacologiche e sulla comunicazione medico-paziente. La sua frustrazione di fronte a un medico che propone uno scalaggio "feroce" delle benzodiazepine e a un altro che suggerisce il passaggio da Rivotril a Xanax, senza una chiara razionalità, evidenzia la necessità di trasparenza e di un solido rapporto di fiducia.
Conclusione Provvisoria
La psicoanalisi, lungi dall'essere un semplice metodo per "guarire" nel senso medico del termine, si configura come un complesso percorso di trasformazione personale. Le sfide epistemologiche, politiche e cliniche che la circondano richiedono un'attenta riflessione. L'esperienza individuale, come quella di Giuseppe, sottolinea quanto sia cruciale trovare l'approccio terapeutico e il professionista più adatti alla propria singolare condizione. La psicoanalisi, con il suo "sguardo nudo" e la sua attenzione alla profondità dell'esperienza umana, offre una via per esplorare le complessità della mente, non per eliminare i sintomi, ma per comprenderli e integrarli in un percorso di crescita.
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