La Crisi Umanitaria a Gaza: Una Prospettiva Psicoanalitica sulla Sofferenza e la Resilienza

L'Allarme degli Psicoanalisti: Una Lettera Aperta sulla Catastrofe Umanitaria a Gaza

Una vasta coalizione di oltre mille psicoanalisti provenienti da tutto il mondo ha lanciato un accorato appello, sottoscritto in una lettera aperta promossa da Domenico Schinaia, per denunciare la gravissima crisi umanitaria in corso a Gaza. L'iniziativa, che vede la partecipazione di professionisti come Capitanio Mariagrazia, psicoanalista italiana, esprime una profonda e urgente preoccupazione per la situazione sul terreno e per la minaccia di un'escalation regionale e globale.

Manifestazione per Gaza

I firmatari mettono in luce come i bombardamenti incessanti, il lutto profondo, l'assedio soffocante, la fame e la distruzione sistematica delle infrastrutture sanitarie abbiano generato a Gaza un'emergenza che si manifesta su più livelli, sia fisico che psicologico. La deliberata privazione di risorse essenziali - acqua, cibo, riparo, assistenza sanitaria e istruzione - sta infliggendo sofferenze particolarmente acute a bambini e adolescenti. Questi giovani subiscono traumi in fasi cruciali del loro sviluppo fisico, emotivo e psicologico, con un impatto che si preannuncia profondo, diffuso e duraturo.

Le ripercussioni di questi traumi si estenderanno alle famiglie, alle comunità e attraverso le generazioni, lasciando cicatrici indelebili sulla salute mentale collettiva della popolazione. Non solo i palestinesi, ma anche gli israeliani e tutti coloro che assistono a questa devastazione saranno toccati da questa tragedia. Inoltre, la distruzione ambientale - degrado del suolo, contaminazione dell'acqua e crollo degli edifici - mina le prospettive di guarigione, ricostruzione e conservazione della vita in tutta la sua diversità.

Gli psicoanalisti sottoscrittori, tra cui spiccano nomi come Emanuela Quagliata, Cinzia Carnevali, Patrizia Masoni, Camilla Pozzi, Fiamma Vassallo, Livia Tabanelli, Carmela Maria Nicoloso, Laura Cavaliere, Thomas Marcacci, e molti altri dall'Italia e da diverse parti del mondo, sottolineano la loro piena consapevolezza degli effetti a lungo termine che la violenza e le privazioni prolungate esercitano sulla psiche umana.

La Fame e la Sopravvivenza: Una Prospettiva Psicoanalitica

In questo contesto di crisi umanitaria estrema, la riflessione sulla pulsione di assunzione di cibo e i meccanismi di difesa ad essa correlati assume una rilevanza clinica e teorica fondamentale. La psicoanalista Capitanio Mariagrazia, nel suo studio, esplora le implicazioni della fame prolungata e della privazione, attingendo sia alla teoria freudiana sia a testimonianze di sopravvissuti a eventi traumatici.

Il punto di partenza è una domanda fondamentale: le pulsioni di autoconservazione sono tutte uguali dal punto di vista metapsicologico? Secondo Freud, la risposta è negativa. Le pulsioni relative alla sete e alla fame presentano una peculiarità: sono inflessibili, imperative e indifferibili. Questa eccezionalità è legata alla natura delle loro fonti organiche. Freud stesso, nel suo "Compendio", evidenzia come le pulsioni organiche operino nell'Es e si differenzino per il loro rapporto con specifici organi o sistemi. L'indagine su queste differenze, suggerisce Capitanio, è cruciale, specialmente in relazione al loro rapporto con l'Io, poiché entrambe servono all'autoconservazione dell'individuo e dell'Io stesso.

L'oggetto della pulsione di assunzione di cibo è duplice: il cibo stesso e l'Io. Una parte delle "pulsioni dell'Io" ha infatti carattere libidico e prende come oggetto l'Io del soggetto. L'Io, con le sue funzioni, rappresentazioni e identificazioni, è deputato alla propria conservazione e autoaffermazione, proteggendo al contempo l'Es. La meta auto-conservativa, stimolata dai "grandi bisogni somatici", viene raggiunta attraverso l'investimento, con l'energia della pulsione di assunzione di cibo, dell'Io e dell'oggetto esterno (il cibo) reperito tramite l'Io. Senza un minimo funzionamento dell'Io, l'individuo non sopravviverebbe. L'organizzazione egoica risulta quindi "vantaggiosa" per il soddisfacimento di questa pulsione, intrinsecamente "egoistica". Tuttavia, l'egoismo non preclude forti investimenti libidici oggettuali, purché il soddisfacimento sull'oggetto rientri nei bisogni dell'Io. Gli interessi libidici e quelli di autoconservazione non sono necessariamente in contrasto.

Diagramma della Psiche Freudiana

Le Difese di Fronte all'Affamamento: L'Esperienza dei Sopravvissuti

Affrontando la questione delle difese messe in atto in situazioni di affamamento in prigionia, Capitanio Mariagrazia si affida alle parole di scrittori sopravvissuti a esperienze estreme, come Imre Kertész e Liliana Segre.

Nel suo romanzo "Essere senza destino", Kertész descrive la fame in modo vivido: "Mi trasformai in un buco, in un vuoto, e ogni mio sforzo, ogni mio tentativo mirava a superare, a riempire, a far tacere le continue richieste di quel vuoto senza fondo, quel vuoto incolmabile. Non avevo occhi che per quello, tutto il mio intelletto serviva soltanto a quello, soltanto quello determinava ogni azione, e se non mangiavo legno, ferro e pietre era solo perché sono cose che non si lasciano masticare né digerire. Però ci ho provato per esempio con la sabbia, e quando mi capitava di vedere dell’erba non ho mai esitato". Anche Liliana Segre riporta tentativi simili, pur senza successo, di nutrirsi di erba, ostacolati dalla debolezza.

Questa testimonianza evidenzia come la pulsione di assunzione di cibo si manifesti come una "urgenza vitale che agisce di continuo". Il suo tempo è quello dell'urgenza, poiché la frustrazione della soddisfazione pulsionale ammette dilazioni temporali minime pena la morte. Il tempo è scandito da richieste che generano dolore fisico e psichico. La fame, con la sua urgenza, inderogabilità e il dolore associato, tende a essere frequentemente e insistentemente cosciente. Questo stato di coscienza eccessiva, secondo Capitanio, erode la qualità preconscia tipica dell'Io, ponendolo di fronte a un fattore potenzialmente traumatico che compromette il suo funzionamento.

L'Io, per autoconservarsi e autoaffermarsi, deve contenere, rispondere e inibire la richiesta pulsionale che rischia di "svuotarlo" delle sue funzioni. In questo scenario, le funzioni dell'Io - percezione, memoria, giudizio, anticipazione - diventano esse stesse difensive, orientate a difendersi dall'Es, a difendere l'Es e a difendersi dalla realtà esterna. È importante ricordare che le funzioni egoiche si sono sviluppate anche grazie alle pulsioni di autoconservazione, che forniscono l'impulso a un ulteriore sviluppo psichico.

Quando la forza pulsionale diventa "poderosa", l'Io può non riuscire a difendersi incrementando le proprie funzioni. In questi casi, allenta temporaneamente la sua adesione al principio di realtà tramite regressioni. La regressione, come difesa, può essere indipendente dallo stadio evolutivo raggiunto dalla struttura psichica ed essere "antica quanto le stesse pulsioni". Le regressioni temporanee dell'Io, normali nei bambini, sono dovute sia al dolore psichico sia a quello fisico, e la fame ne è un esempio tipico.

L'esempio di Gyurka che considera di mangiare legno o sabbia illustra come, in situazioni estreme, l'Io possa temporaneamente perdere acquisizioni recenti (come l'idea che il legno non sfama), l'esame di realtà e la capacità di giudizio possano affievolirsi, e la spinta alla realizzazione allucinatoria del desiderio possa influenzare il processo secondario con effetti saltuari sul comportamento.

Di fronte alla frustrazione pulsionale e per preservare sé stesso, l'Io può quindi impiegare due forme di difesa principali:

  1. L'iperinvestimento delle proprie funzioni: le capacità mentali vengono impiegate intensamente per fronteggiare la minaccia.
  2. La regressione temporanea: l'Io regredisce a stati precedenti o a modalità di funzionamento meno mature per gestire la pressione.

Lacan : La Pulsione

Il Diventare "Muselmann": Diniego e Automatismo

Un altro fenomeno osservato in condizioni di estrema privazione è il diventare "Muselmann", termine che descrive uno stato di apatia e disconnessione dalla realtà, osservato nei campi di concentramento. Capitanio Mariagrazia si interroga se questo processo, pur essendo pluri-determinato, possa avere tra le sue origini un meccanismo difensivo paradossale, in cui la difesa dalla pulsione di assunzione di cibo gioca un ruolo.

Kertész descrive questo stato: "Gelo, umidità, vento, pioggia, niente mi disturbava più: non mi tangevano, nemmeno li avvertivo. Anche la fame mi passò; ancora portavo alla bocca qualunque cosa trovassi di commestibile ma lo facevo distrattamente, meccanicamente, per abitudine per così dire".

In questo scenario, sembra emergere il meccanismo del diniego (Verleugnung), che consiste nel rifiutare la realtà di una percezione. Qui, il diniego si applicherebbe non solo alla realtà esterna, ma anche a una sensazione corporea interna: Gyurka afferma di non avvertire né il freddo né la fame. Freud suggerisce che il corpo stesso può fungere da mondo esterno per gli organi di senso, e che i meccanismi di difesa dell'Io falsificano la percezione interna, fornendo una conoscenza deformata dell'Es.

Il diniego e la relativa scissione non impediscono la funzione di percezione nel suo complesso, e l'oggetto della pulsione viene ricercato nel mondo esterno "meccanicamente". Questo avverbio suggerisce un ruolo importante dell'automatismo nel processo difensivo. Liliana Segre descrive un'esperienza simile: "La strada era disseminata di morti […]; io non li guardavo; ero un automa che camminava, una gamba davanti all’altra: volevo vivere, non volevo morire". L'espressione "ero un automa" indica un funzionamento automatico, quasi privo di coscienza o volontà.

L'automatismo potrebbe essere collegato alla ripetizione, alla tendenza delle pulsioni a ripristinare uno stato precedente. Freud distingue tra ripetizione e coazione a ripetere basandosi sul contesto. Le pulsioni organiche, incluse quelle auto-conservatrici, rivelano una tendenza a ripristinare uno stato precedente. Questa tendenza, intrinseca alla natura delle pulsioni, potrebbe essere utilizzata dalla pulsione relativa al cibo nel suo "dialogo" con l'Io, che a sua volta si approprierebbe di questa caratteristica.

La "Felicità Spietata Narcisistica" in Condizioni Estreme

Kertész, nel finale del suo romanzo, accenna alla "felicità dei campi di concentramento". Questa espressione, apparentemente contraddittoria, spinge a un'esplorazione metapsicologica di sentimenti complessi che emergono in prigionia. Capitanio Mariagrazia individua diverse sfumature di questa "felicità", tra cui la "felicità spietata narcisistica".

Il processo di questa felicità inizia con il sorriso di Gyurka durante la selezione per il lavoro forzato. Nonostante la consapevolezza del pericolo, di fronte al medico SS, Gyurka si erge e sorride. Questo sorriso, interpretato come un'espressione aggressiva mascherata, nasce dall'intreccio tra pulsioni narcisistiche auto-conservatrici e pulsione distruttiva. L'Io crea un rivale (Moskovics, un compagno) per rafforzarsi e mantenere la coesione in una situazione di pericolo. Questo affetto distruttivo aiuta a delineare i confini tra Io e non Io, favorendo lo sviluppo dell'esame di realtà e la capacità difensiva.

Un ulteriore meccanismo difensivo osservato è l'investimento libidico nei confronti dell'aggressore (l'SS). Gyurka prova fiducia nel medico SS a causa del suo aspetto gradevole, un esempio di identificazione con l'aggressore. Inconsciamente, Gyurka si identifica con il potere spietato del carnefice: "Se divento spietato, divento uguale all'SS, e allora non ho nulla da temere". Il sorriso spietato diventa quindi un modo per sentirsi al sicuro.

Dopo la selezione, il protagonista prova felicità per interposta persona, osservando la gioia dei compagni idonei al lavoro. Questa felicità cosciente si traduce in un pensiero razionalizzato: "Se siamo qui per lavorare è ovvio che scelgano i più forti". La razionalizzazione indica un conflitto interno, probabilmente tra la pulsione di autoconservazione e il Super-io, che giudica colpevole la gioia di fronte alla sofferenza altrui. L'Io, per risolvere questo conflitto, ricorre alla razionalizzazione, affermando il proprio successo. Questo pensiero rafforza il narcisismo e l'Io, permettendo all'individuo di sopravvivere.

L'insegnamento tratto da queste analisi è che la "felicità spietata narcisistica", in contesti ambientali dove la sopravvivenza è costantemente minacciata, è un'esperienza potenzialmente accessibile a chiunque. Essa rappresenta una complessa strategia difensiva che permette all'individuo di fronteggiare l'orrore e preservare, almeno in parte, la propria integrità psichica di fronte a una realtà devastante.

La Crisi a Gaza: Riflessioni sull'Impatto Psichico

La lettera aperta degli psicoanalisti e l'analisi dei meccanismi difensivi di fronte alla fame e alla privazione gettano luce sull'impatto psicologico devastante della crisi umanitaria a Gaza. La sofferenza inflitta a bambini e adolescenti, in particolare, è fonte di profonda preoccupazione per le sue conseguenze a lungo termine sulla salute mentale collettiva.

L'assedio, la distruzione sistematica, la mancanza di risorse essenziali e la violenza incessante creano un ambiente in cui i meccanismi di difesa studiati da Capitanio Mariagrazia diventano non solo strategie individuali, ma quasi necessità collettive per la sopravvivenza psichica. Il rischio di regressione, di diniego, di identificazione con l'aggressore e di sviluppo di forme di "felicità" disconnesse dalla realtà è elevatissimo.

La comunità psicoanalitica internazionale, attraverso questa mobilitazione, non solo denuncia la catastrofe umanitaria, ma richiama l'attenzione sulla fragilità della psiche umana di fronte a traumi di tale portata. La comprensione degli effetti duraturi della violenza e delle privazioni prolungate è fondamentale per poter offrire un supporto adeguato alle generazioni presenti e future, sia a Gaza che nelle aree circostanti, e per lavorare verso processi di guarigione e ricostruzione che tengano conto della profonda ferita psichica inflitta.

La distruzione ambientale, inoltre, aggrava ulteriormente la situazione, rendendo la speranza di un futuro più sereno ancora più ardua da coltivare. La preservazione della vita in tutta la sua diversità, sia fisica che psichica, diventa l'obiettivo primario in un contesto di tale disperazione.

La lettera aperta, firmata da centinaia di psicoanalisti tra cui molti dall'Italia (come Marco Longo, Marina Parisi, Massimiliano Spano, Pınar Kanlikilicer, Simone Pilia, Manuela Gabrielli, Leonardo Spanò, Jasmina Vrbaski, Chiara Pazzagli, Maria Cecilia Bertolani, Sabrina Pazzaglia, Ezio Maria Izzo, Paola Majeroni, Barbara Piovano, Carlo Pasino, Virginia De Micco, Riccardo Chiarelli, Valentino Ferro, Mara Siragusa, Romolo Petrini, Lorella Cerutti, Cristiano Rocchi, Marcello Turno, Maurizio Collovà, Michele Bezoari, Roberta Cardia, Donatella Lisciotto, Matilde Vigneri, Alessandra Macchi, Marinella Lia, Giuseppe Moccia, Giovani Deriu, Simonetta Mazzoni, Laura Colombi, Tiziana Bastianini, Fulvio Mazzacane, Andrea Gaddini, Angelo Moroni, Gabriela Gabriellini, Luca Caldironi, Giancarlo Di Luzio, Daniela Battaglia, Angelique Costis, Paolo Avvenente, Denise Fagiolo, Andrea Giorgianni, Orietta Bardi, Marco Marchetti, Cristiana Cimino, Elisabetta Cattaneo, Luca Bruno, Valentina Livolsi, Antonio Braconaro, Riccardo Galiani, Giuseppe Scoti, Claudia Teresa Pignatelli, Gemma Maresca, Francesco Agosta, Bruna Palazzetti, Davide Broglia, Lucia Bisaglia, Francesco Burruni, Elisabetta Caianiello, Nicoletta Corba, Anna Agazzi, Fausta Ferraro, Sabrina Gubbini, Daniele Di Girolamo, Giacomo Calvi, Laura Nasti, Barbara Cupello Castagna, Antonella Montezemolo, Elena Riva, Tiziana Pierazzoli, Claudio Neri, Laura Nardi, Marina Ester A. Medioli, Lidia Merolli, Giovanni Portuesi, Emilia Furbini, Sabrina Marino, Donatella Verrienti, Simone Roselli, Giovanna Rosa Rotiroti, Serena Indovina, Alessandra Meneghini, Roberto Simeone, Paolo Meucci, Domenico Timpano, Elena Lipari, Mauro Tassini, Paola Marion, Nicoletta Facenda, Maria Rosaria Tuccillo, Diana Norsa, Patrizia Marieni, Anna Scansani, Tullio Medici, Leonardo Albrico, Roberta Alesiani, Daniela Alessi, Cecilia Alvarez, Massimo Ammanniti, Andrea Baldassarri, Fiorenzo Baldussi, Davide Banon, Vanna Berlincioni, Alessandro Bruni, Amalia Giuffrida, Claudio Nicoli, Gabriella Giustino, Gabriella Minenna, Livia Pascalino, Maria Alice Pieroni, Maria Grazia Gallo, Maria Teresa Colella, Massimo Guido, Massimo Vigna Taglianti, Paola Masoni, Giuseppe Sabucco, Roberta Caporale, Rossella Candela, Silvia Pozzi, Vincenzo Greco, Marta Pezzati, Antonella Antonetti) testimonia un impegno globale nel riconoscere e affrontare le profonde ferite psichiche inflitte dalla violenza e dalla privazione.

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