La Natura della Relazione Psicoanalitica: Un Ponte tra Neuroscienze e Psiche

Nel panorama della psicoanalisi contemporanea, un dibattito fertile e in continua evoluzione riguarda la natura intrinseca delle relazioni umane e il loro impatto sulla psiche. Un contributo significativo a questa discussione proviene dalla convergenza tra la teoria psicoanalitica e le scoperte delle neuroscienze, un campo in cui figure come Otto Kernberg hanno giocato un ruolo pionieristico. L'esplorazione di questi legami, radicata nelle profonde strutture del cervello e nelle prime esperienze relazionali, offre una prospettiva illuminante sulla formazione della personalità e sui meccanismi terapeutici.

Cervello umano con aree evidenziate

Le Fondamenta Neurobiologiche delle Emozioni e delle Relazioni

Le osservazioni nell'ambito della teoria pulsionale, come quelle elaborate da Otto Kernberg, si basano su riferimenti neuroscientifici attinti principalmente dal vasto corpus delle Neuroscienze Affettive. Questo ramo delle neuroscienze, sebbene non sia un patrimonio comune tra tutti gli psicoanalisti, offre un quadro essenziale per comprendere le basi biologiche delle nostre esperienze emotive e relazionali.

Il modello del cervello tripartito, originariamente proposto da MacLean, fornisce un punto di partenza utile. Secondo questo modello, il cervello umano è composto da tre formazioni anatomiche e funzionali che si sono sovrapposte e integrate nel corso dell'evoluzione. Il cervello rettiliano, il più primitivo, è programmato geneticamente per la sopravvivenza e governa istinti legati alla nutrizione, alla territorialità, alla lotta per la dominanza, alla caccia, alla fuga e alla riproduzione. Il secondo livello, il sistema limbico, è responsabile delle emozioni superiori, della motivazione, dell'apprendimento e della memoria, oltre che dell'olfatto. Esso rappresenta uno sviluppo evolutivo cruciale che permette l'adattamento e l'integrazione dei messaggi interni con quelli provenienti dal mondo esterno, in relazione ai principi vitali dell'autoconservazione e della conservazione della specie. Infine, la corteccia, presente solo nei mammiferi, è l'acquisizione filogeneticamente più recente. Nata in gran parte tabula rasa, diventa la sede del linguaggio, dell'autocoscienza, delle concezioni dello spazio, del tempo, della causalità e del libero arbitrio, gestendo comportamenti che richiedono un'intelligenza più elaborata.

Tuttavia, Jaak Panksepp ha criticato il modello di MacLean per la sua eccessiva semplificazione e rigidità gerarchica. Panksepp ha dimostrato che i tre cervelli non sono affatto separati né in un rapporto gerarchico, ma che la causalità è circolare e l'influenza è reciproca. Al livello più basso, troviamo i sistemi emozionali affettivi selezionatisi per la sopravvivenza: i sistemi omeostatici (fame, sete, freddo, caldo) e i sistemi sensoriali innescati dall'esterno (disgusto, dolce, amaro). Seguono gli affetti emotivi veri e propri, caratterizzati da una componente emotiva, un correlato comportamentale e uno neurovegetativo. Tra le emozioni negative, troviamo l'ansia, la rabbia e la tristezza per la separazione. Le emozioni positive includono il desiderio di cura, l'accoppiamento, il gioco e la socializzazione. Una settima emozione fondamentale è il "seeking" (ricerca), che coincide con la curiosità e il desiderio di esplorare il mondo esterno, ampiamente sovrapponibile alla descrizione freudiana della libido o pulsione di vita, intimamente legata all'entusiasmo, all'autoconservazione e alla sopravvivenza.

Diagramma del cervello tripartito di MacLean

Le reti cerebrali coinvolte nell'attivazione e nel controllo di questi sistemi affettivi sono ben note. Un esempio lampante è il bisogno di sopravvivenza che spinge un neonato o un uccellino a piangere se ha freddo, fame o paura della solitudine. Questo comportamento innesca nei genitori o negli uccelli adulti sistemi emozionali predisposti che li spingono alla cura, dimostrando come le prime relazioni si strutturino nell'ambito degli affetti.

Secondo Kernberg, l'insieme delle esperienze emotive positive converge in quella che Freud chiamava pulsione di vita, come un livello secondario e sovraordinato. Allo stesso modo, le esperienze negative convergono in una pulsione globale che Freud identificava con la pulsione di morte, e che Kernberg colloca sotto l'ombrello dell'aggressività. Kernberg concorda con Freud sull'esistenza di un'aggressività autodiretta, includendo fenomeni come la coazione a ripetere, il sadismo/masochismo, la reazione terapeutica negativa, il suicidio e le tendenze distruttive. Egli ritiene che le emozioni positive e negative siano solo parzialmente predisposte geneticamente, venendo per lo più rinforzate ed espresse attraverso le esperienze relazionali precoci.

Lo Sviluppo della Psiche e la Costruzione del Sé Relazionale

Man mano che il neonato supera i primi mesi di vita, i livelli superiori delle strutture limbiche, mesencefalo e diencefalo, iniziano ad attivarsi. In queste aree dominano i bisogni affettivi in relazione ad altri esseri umani, le prime memorie e i primi apprendimenti. Kernberg sottolinea come questa funzione dei sistemi affettivi di mettere in relazione l'individuo con il proprio ambiente psicosociale sia "lo sviluppo più notevole della psiche umana".

L'esperienza degli altri viene gradualmente percepita come comportamento intenzionale, con una crescente capacità empatica da parte del Sé e, infine, una consapevolezza realistica della mente altrui, accompagnata da investimenti emotivi altamente individualizzati in figure significative. Questo processo, che ha una base neurobiologica tra unità esperienziali di rappresentazione di Sé legate affettivamente a una rappresentazione oggettuale, crea le basi per lo sviluppo delle strutture diadiche, definite da Northoff come i "mattoni della mente". La memoria affettiva, reiterata in migliaia di scambi fin dalla nascita, diventa la funzione centrale dell'ippocampo. Il mondo interno del soggetto si costituisce a partire da qui, con il contributo delle cortecce associative che valutano il potenziale positivo o negativo di ogni esperienza, permettendo l'emergere di livelli superiori di coscienza riflessiva e di un'autocoscienza esistenziale. Si avvia così un processo che porta a una visione integrata di sé, collocata nel tempo e nello spazio, un sé consapevole dei propri bisogni e di quelli degli altri significativi, in armonia con la realtà e il mondo interno fatto di storia, memorie e relazioni oggettuali consce e inconsce.

Infografica sullo sviluppo del cervello infantile

Secondo Kernberg, queste unità esperienziali sono originariamente dissociate e convivono parallelamente, secondo la diade oggetto buono-oggetto cattivo. Egli fa riferimento a specifiche strutture anatomo-funzionali in grado di contenere e/o integrare relazioni oggettuali intollerabili, estremamente desiderate o temute, che costituiscono parte dell'inconscio dinamico. Tali unità, più o meno dissociate e integrabili in presenza di variabili genetiche e relazionali, possono essere rilevate e interpretate in analisi, specialmente attraverso la lente del transfert, in una visione triangolare che include il terzo analitico. Kernberg riconosce in queste conflittuali e intollerabili relazioni Sé-oggetto incorporate una base neurobiologica per la teoria kleiniana e per i processi identificatori proiettivi e introiettivi che avvengono nella relazione transferale.

La Coscienza Affettiva e le Diverse Fasi dell'Inconscio

Per lungo tempo, i contemporanei di Freud furono convinti che la coscienza fosse legata alle percezioni provenienti dal mondo esterno. Freud stesso aderì a questa idea, ma fu il primo a intuire l'esistenza di una coscienza affettiva o emotiva, che proveniva dall'interno della persona. Kernberg, condividendo l'idea di molti neuroscienziati, ritiene che la coscienza affettiva sia molto più importante della coscienza percettiva. Le nostre sensazioni interne, siano esse omeostatiche, sensoriali o motivazionali, costituiscono il cuore della nostra coscienza primaria.

Motivazione, coscienza, affetto e sensazione, parti della stessa cosa, sia negative che positive, ci risvegliano verso il mondo esterno, guidandoci a cercare ciò che è necessario per la sopravvivenza e il benessere. Usciamo dall'incoscienza perché queste sensazioni ci spingono a cercare nel mondo esterno qualcosa di valore. Tale inconscio primario potrà divenire parte dell'inconscio dinamico solo con lo sviluppo della memoria a lungo termine, nel secondo o terzo anno di vita, con la maturazione dell'ippocampo e delle cortecce associative. Il suo contenuto, originariamente considerato "inconscio", era in realtà conscio. Questa considerazione è avvalorata dagli studi di Jaak Panksepp, padre delle neuroscienze affettive, che ha sempre cercato un dialogo con la psicoanalisi. L'osservazione di bambini anencefali, nati senza corteccia, dimostra la loro capacità di percepire ed esprimere emozioni in modo del tutto normale, agendo e interagendo di conseguenza.

Le 3 funzioni delle emozioni

Kernberg ripensa quindi alla definizione di conscio e inconscio. L'inconscio primario proviene dalla parte profonda e antica del cervello, dove risiedono le pulsioni. La coscienza affettiva primaria, secondo le neuroscienze affettive, è il punto di inizio. Per "inconscio secondario", Kernberg intende le primitive esperienze del bambino fino ai 2-3 anni di età, quando l'ippocampo, sede dei ricordi rievocabili e della memoria affettiva, non è ancora maturo. Questo stadio include apprendimenti automatici e modalità ripetitive di relazionarsi con l'ambiente, base della coazione a ripetere. I conflitti tra amore e aggressività vissuti con i caregiver, originariamente coscienti, lasciano tracce comportamentali. Se le circostanze sono state sufficientemente buone, il comportamento sarà sintonico; altrimenti, in presenza di traumi, si osserveranno pattern e affetti frammentati, apparentemente incongrui. I vissuti conflittuali saranno oggetto di meccanismi di scissione, portando a diversi gradi di organizzazione di personalità nello spettro borderline e psicotico, dove domineranno relazioni oggettuali idealizzate e persecutorie, confuse, che possono indurre ritiro e grave sfiducia. In analisi, si lavorerà sul "qui ed ora", sul "conosciuto non pensato".

La seconda fase dell'inconscio dinamico per Kernberg si caratterizza per la maturazione dell'ippocampo, sede della memoria affettiva, dove si deposita la memoria esplicita-dichiarativa ed episodica, rievocabile. Se meccanismi di difesa si attivano a seguito di frustrazioni e traumi, questa memoria può essere rimossa e confinata nell'inconscio dinamico vero e proprio, o le relazioni oggettuali interiorizzate possono essere dissociate, come nella posizione schizoparanoide kleiniana. La traumatizzazione grave e la patologia dell'aggressività favoriscono un'organizzazione borderline di personalità tra i due e i cinque anni di età. L'interiorizzazione di relazioni oggettuali persecutorie permette il mantenimento di relazioni idealizzate scisse. La differenza può dipendere da una maggiore o minore vulnerabilità genetica su base neurotrasmettitoriale o di sensibilità alla paura (amigdala).

È particolarmente interessante l'idea che all'inizio gli esseri umani siano coscienti di aspetti istintuali: emozioni affettive, sensoriali e omeostatiche. L'inconscio, quindi, conterrebbe ben più di quanto Freud ipotizzasse, compresi aspetti che possono essere successivamente rimossi o dissociati. Tuttavia, Freud stesso affermò che "il rimosso non esaurisce tutta la sfera dell'inconscio", un'affermazione che mantenne fino alla fine dei suoi giorni.

La Psicoanalisi Relazionale: Un Nuovo Paradigma

La psicoanalisi relazionale, una corrente nata negli Stati Uniti, enfatizza il ruolo delle relazioni dell'individuo con gli altri, reali o immaginarie, nei disturbi mentali e nella psicoterapia. Considerata un cambiamento di paradigma, trasforma la psicoanalisi da una "psicologia mono-personale" a una "psicologia bi-personale". Nata negli anni Ottanta, cerca di integrare l'esplorazione dettagliata delle interazioni personali con la teoria britannica delle relazioni oggettuali sull'importanza dell'interiorizzazione delle relazioni.

Gli psicoanalisti relazionali sostengono che la personalità emerga dalla matrice dei primi rapporti con genitori e figure significative. La capacità del clinico dipende dalle sue risposte soggettive: il suo stato d'animo, i suoi sentimenti, le sue fantasie e pensieri diventano strumenti fondamentali per comprendere i problemi del paziente, sostituendo la neutralità classica. Una differenza cruciale rispetto alla psicoanalisi classica è nella teoria della motivazione, che attribuisce primaria importanza alle reali relazioni interpersonali, piuttosto che alle pulsioni. I desideri e gli impulsi non possono essere separati dal contesto relazionale in cui si presentano. La motivazione non è determinata dall'ambiente, ma dall'interazione sistemica della persona con il suo mondo relazionale. Gli individui tendono a ricreare queste relazioni interiorizzate precocemente in relazioni successive, un processo chiamato "re-enactment" o ripetizione.

Illustrazione di due persone che interagiscono in un ambiente terapeutico

Secondo l'orientamento relazionale, la mente è inscindibile dall'ambiente in cui vive, è interattiva e costituita da una molteplicità di stati. La vita umana è mossa dalla relazione. Il vissuto del terapeuta incontra quello del paziente, dando vita a una relazione sottoposta a trasformazioni reciproche durante l'analisi. Sebbene la relazione sia mutuale, è inevitabilmente asimmetrica: paziente e analista non hanno ruoli, funzioni e responsabilità equivalenti. La mutualità non implica un'eguaglianza quantitativa o una simmetria funzionale.

Infine, Kernberg richiama i neurobiologi neuropsicoanalisti, osservando che si sono occupati più della strutturazione del Sé che della parallela integrazione al Sé degli altri significativi, le "unità diadiche", considerate la base dell'esperienza intrapsichica soggettiva riflessa nella fantasia inconscia e nella natura del mondo interiorizzato delle relazioni oggettuali. La teoria delle relazioni oggettuali, esplorata da autori come Melanie Klein, Ronald Fairbairn e Donald Winnicott, sottolinea come gli autori si discostino dalle ipotesi freudiane circa il momento in cui nella mente infantile si delinea la consapevolezza del rapporto con l'altro, in relazione allo sviluppo della personalità e alle vicissitudini delle pulsioni.

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