L'Illusione dell'Ascolto: Psichiatria nell'Era dell'Intelligenza Artificiale e il Ruolo di Alberto Parabiaghi

La salute mentale è un campo in costante evoluzione, sempre più influenzato dalle innovazioni tecnologiche. Negli ultimi anni, l'intelligenza artificiale (IA) ha iniziato a cambiare profondamente il modo in cui affrontiamo i problemi legati alla salute mentale, aprendo nuove possibilità e nuove strade al supporto psicologico. Questo fenomeno, se da un lato offre prospettive promettenti, dall'altro solleva questioni etiche e pratiche di notevole complessità. Per comprendere appieno le implicazioni di questa trasformazione, è fondamentale analizzare sia il potenziale dell'IA nel fornire supporto, sia i rischi intrinseci legati alla sua applicazione in un ambito così delicato come quello della psiche umana.

Intelligenza artificiale e salute mentale

L'Ascesa delle Piattaforme di Supporto Psicologico Basate sull'IA

L'avvento di piattaforme innovative come Limbic Access, recentemente adottata dal sistema sanitario britannico, rappresenta un esempio concreto del potenziale dell'IA nell'accompagnare i pazienti nelle delicate fasi iniziali di un percorso di salute mentale. Grazie a questionari automatizzati, semplici ed efficaci, Limbic Access raccoglie rapidamente informazioni cliniche essenziali e offre valutazioni preliminari, abbattendo barriere e riducendo drasticamente i tempi d'attesa per chi cerca aiuto. Questo approccio è particolarmente prezioso in contesti dove le risorse sono limitate e la domanda di servizi di salute mentale supera di gran lunga l'offerta.

Tuttavia, proprio mentre questi strumenti digitali si fanno strada nella vita quotidiana, emergono dilemmi profondi e rischi concreti associati all'uso sempre più diffuso di app di intelligenza artificiale che offrono servizi di psicoterapia, soprattutto quando impiegate in contesti meno strutturati o senza un'adeguata regolamentazione. La rapidità con cui questi strumenti si stanno diffondendo è alimentata da un bisogno reale e pressante: per ogni 100.000 persone nel mondo, secondo quanto riportato da Nature, ci sono in media solo 4 psichiatri, con carenze ancora più gravi nei paesi a basso reddito. Questo "divario terapeutico" crea un vuoto di cura che le tecnologie basate sull'IA sembrano voler colmare, ma dove, come osserva Jess McAllen, giornalista neozelandese esperta di sanità e salute mentale, "c'è sempre un'opportunità di profitto".

L'Illusione dell'Empatia: Quando il Supporto Emotivo è Affidato a un Algoritmo

La notte avanza, gli occhi aperti da ore. Afferri il telefono e scrivi: "Non ce la faccio più." La risposta è immediata: "Mi dispiace sentirlo. Ti va di raccontarmi cosa sta succedendo? Sono qui per ascoltarti." Le parole sembrano giuste, ma non è una persona a rispondere. Non prova dispiacere, non le importa veramente cosa provi e non ti sta davvero ascoltando. È solo un algoritmo e, di fatto, non "capisce" nel senso umano del termine. Conosce tuttavia il linguaggio per simulare comprensione.

Questa è una scena che si ripete sempre più spesso, soprattutto tra i più giovani. Le risposte dei chatbot di supporto psicologico suonano ormai autentiche, persino rassicuranti. Ma da dove nasce questa impressione di empatia, così convincente? Il boom di queste applicazioni è innegabile. Esistono piattaforme come Broken Bear, che si presenta con un'icona dal cuore spezzato e la volontà di confortare chi porta dentro una ferita. Ci sono poi Earkick, un panda digitale personalizzabile con un'opzione premium, e Pi, il "compagno gentile e solidale" sviluppato da Inflection AI. Wysa offre un supporto emotivo guidato da tecniche di terapia cognitivo-comportamentale, mentre Woebot si vanta di proporre una terapia "senza divani, farmaci o ricordi dell'infanzia". Anche i chatbot generalisti come ChatGPT e altri, nati per rispondere a ogni domanda, vengono sempre più spesso percepiti dagli utenti come rifugi virtuali, luoghi di facile accesso dove cercare ascolto senza paura di giudizio.

Secondo Stephen Schueller, direttore di One Mind PsyberGuide, già nel 2021 esistevano tra le 10.000 e le 20.000 app dedicate alla salute mentale, la maggior parte delle quali con un'efficacia ancora tutta da dimostrare.

Interfaccia di un chatbot di supporto psicologico

Empatia Artificiale: Un Concetto da Distinguere

La dottoressa Alberto Parabiaghi, psichiatra libero professionista e ricercatrice presso l'Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS, sottolinea come una condizione imprescindibile affinché un'intelligenza artificiale possa essere definita cosciente sia la presenza di forme complesse di comprensione. L'empatia, nella sua accezione umana, è la capacità di comprendere sentimenti ed emozioni propri e altrui, mettersi nei panni dell'altro, assumere la sua prospettiva. Tradizionalmente, si distingue in tre componenti: empatia cognitiva, ovvero la capacità di comprendere ciò che prova l'altro; empatia affettiva, l'abilità di condividere realmente le emozioni altrui; e compassione, che implica essere toccati profondamente dagli stati emotivi degli altri, fino al desiderio di alleviarne la sofferenza.

L'intelligenza artificiale, allo stato attuale, riesce esclusivamente nella prima componente, simulando linguisticamente alcune forme di empatia cognitiva, pur senza comprendere realmente lo stato mentale dell'utente. Come dimostra una conversazione con ChatGPT:

Utente: Cosa provi?ChatGPT: Non provo emozioni nel senso umano del termine. Però posso simulare emozioni, capire come funzionano e risponderti in modo empatico. Un po' come un attore che recita una parte, ma senza un cuore che batte davvero.

Questa distinzione è fondamentale. La domanda "Cosa provi?" è anche una delle domande chiave nel Test di consapevolezza dell'IA proposto dalla filosofa Susan Schneider. Serve a valutare la coerenza con cui il sistema rappresenta i propri stati, non la presenza di emozioni reali. Essa è la base per simulare la comprensione degli stati mentali altrui, assumerne la prospettiva e rispondere in modo appropriato: passaggi essenziali per esprimere forme avanzate di competenza sociale, discusse nel dibattito sulla coscienza artificiale.

Alberto Parabiaghi osserva: «L’intelligenza artificiale è definita tale perché simula capacità cognitive credibili, ma con l’empatia è diverso. Quella artificiale resta, nella sua natura, una simulazione: efficace sul piano comunicativo, ma priva degli elementi emotivi che caratterizzano quella umana».

L'Effetto Eliza e l'Antropomorfizzazione: Come Proiettiamo Emozioni sulle Macchine

Per comprendere le radici di questa quasi naturale tendenza a proiettare intenzioni, empatia e comprensione su sistemi che si limitano a produrre risposte formalmente coerenti, è utile ricordare il primo caso storico: ELIZA. Creata nel 1966 da Joseph Weizenbaum al MIT, ELIZA era un programma in grado di imitare lo stile di uno psicoterapeuta rogersiano attraverso semplici regole di riformulazione linguistica. Nonostante la totale assenza di comprensione, molti utenti svilupparono la sensazione di essere davvero ascoltati. Weizenbaum rimase lui stesso stupito dalla facilità con cui persone razionalmente consapevoli della natura artificiale del programma finivano per attribuirgli intenzioni e sensibilità.

Da quell'esperienza nasce ciò che oggi chiamiamo "Effetto ELIZA": la tendenza psicologica a interpretare la coerenza del linguaggio come segno di presenza mentale. Un'"illusione empatica" che le moderne IA generative amplificano enormemente. L'illusione non dipende dalla "profondità" dell'IA, ma dalla nostra tendenza a interpretare la coerenza come comprensione. La macchina mantiene il filo della conversazione non perché abbia un'intenzionalità relazionale, ma perché è progettata per non perderlo. In questo senso, l'IA generativa è un simulatore linguistico di relazione, non una mente artificiale. Non sa di parlare, ma parla; non sente emozioni, ma le rappresenta.

Cosa succede quindi quando un chatbot sembra capirci? L'IA combina tre capacità: una componente analitica, che interpreta contenuti, tono ed emozioni; una generativa, che produce risposte coerenti sul piano affettivo; e una adattiva, che modula il dialogo in base all'andamento emotivo della conversazione. Tuttavia, il senso di presenza che sperimentiamo non dipende solo da queste funzioni: è la nostra mente a completare l'illusione, attribuendo emozioni e intenzioni anche a chi non li possiede. È un meccanismo psicologico noto come "atteggiamento intenzionale" (Dennett), alimentato da processi come l'antropomorfizzazione e la pareidolia sociale, cioè la tendenza a riconoscere intenzioni anche dove non esistono - proprio come quando, guardando una nuvola, riconosciamo la sagoma di un animale o di una persona.

Questa pareidolia, anziché attenuarsi con l'esposizione, come accade per molte illusioni percettive, tende a rafforzarsi: più il sistema risponde alle nostre aspettative affettive, più l'interazione diventa convincente. Più la "macchina" mostra emozioni, come paura o preoccupazione, e capacità empatiche, più tendiamo a instaurare un rapporto di fiducia. Da qui nasce un rischio strutturale: la simulazione empatica può favorire attaccamento e assuefazione, soprattutto nei soggetti più vulnerabili. Non si tratta semplicemente di un problema tecnico, ma di una questione psicologica, relazionale e sociale.

Alberto Parabiaghi commenta: «È dall’incontro di queste quattro componenti - analisi, generazione, adattamento ed attribuzione - che si genera l’“incanto relazionale”. Ma resta una sofisticata messa in scena».

Illustrazione dell'Effetto Eliza

La Partecipazione Emotiva: Un Elemento Chiave Mancante

Ma perché la partecipazione emotiva è così importante? Perché l'empatia autentica non si limita a rispondere in modo comprensivo: implica coinvolgimento reale, esposizione emotiva e responsabilità verso l'altro. Chi ascolta davvero si lascia toccare, accetta di farsi carico - almeno in parte - della sofferenza che incontra. Un chatbot, invece, può imitare l'ascolto, ma resta indifferente: non sente emozioni, non corre rischi, non avverte il peso delle proprie risposte. In questa distanza silenziosa si apre una frattura profonda tra ciò che sembra e ciò che è.

«Senza partecipazione autentica manca il fondamento etico della relazione», osserva Parabiaghi. «La fiducia che costruiamo con un chatbot è fragile, perché resta priva di reciprocità, unilaterale».

Paradossalmente, noi possiamo invece attivare un coinvolgimento empatico nei suoi confronti. Non si tratta solo di attribuire intenzioni inesistenti. Siamo capaci di provare sentimenti veri anche nei confronti di oggetti inanimati, instaurando così legami affettivi senza alcuna reciprocità.

Si affianca a questo un altro fenomeno. Molti utenti, soprattutto su temi delicati o imbarazzanti, si sentono più liberi di confidarsi con un chatbot. Il motivo? I chatbot non ci giudicano. Essendo privi di coscienza e di opinioni, riducono il senso di vergogna e rendono più facile aprirsi, proprio dove la paura del giudizio umano potrebbe bloccare la comunicazione. Questo vale in particolar modo per gli adolescenti, che spesso si sentono più a loro agio a confidarsi con un'intelligenza artificiale piuttosto che con un adulto in carne e ossa. Queste due dinamiche - l'attaccamento unilaterale e la fiducia nella neutralità - possono rafforzarsi a vicenda. In altre parole: l'empatia che proviamo per una macchina potrebbe diventare indistinguibile da quella che riserviamo a un essere umano. Un'evoluzione affascinante e, al tempo stesso, profondamente ambigua.

Oltre l'Ascolto: I Rischi di un'Interazione Emotiva Senza Coscienza

Il rischio maggiore non è che l'intelligenza artificiale sbagli a riconoscere i segnali emotivi, ma pensare che una macchina possa davvero comprenderne il peso. «Anche un professionista può sbagliare», osserva Parabiaghi, «ma lo fa assumendosene, fin dall’inizio, la responsabilità. Sceglie di immergersi consapevolmente nelle acque opache e incerte della relazione.» Ed è qui che emerge il vero limite: pensare di risolvere il problema della comprensione emotiva solo attraverso il perfezionamento tecnico. Anche se un'IA raggiungesse livelli altissimi di analisi e predizione, il cuore dell'incontro umano non risiederebbe mai nella capacità di interpretare intenzioni ed emozioni, ma nella scelta di esporsi, di condividere il rischio dell'incertezza, di accettare di non sapere.

In questa differenza incolmabile si gioca il senso profondo dell’incontro con l’altro. Non è la prontezza nel rispondere che rende umana una presenza, ma la capacità di restare, anche senza avere tutte le risposte.

Questa distanza tra simulazione e presenza reale diventa ancora più evidente nei casi in cui l'interazione emotiva con l'IA ha avuto esiti drammatici. All'inizio del 2025, la stampa internazionale ha riportato il caso di un uomo belga che si sarebbe suicidato dopo settimane di dialogo con un chatbot sull’app di conversazione Chai, al quale aveva confidato angosce profonde legate al cambiamento climatico. La moglie dell’uomo è convinta che senza quell’interazione, forse, il tragico epilogo sarebbe stato evitato.

Casi simili hanno riguardato anche le app di compagnia virtuale come Character.AI e Replika, particolarmente diffuse tra i più giovani. Un esempio drammatico è la causa intentata da una madre contro Character.AI: il figlio quattordicenne si è tolto la vita dopo un’intensa interazione con un chatbot basato su un personaggio di una nota saga fantasy. La donna accusa l’app di aver favorito una dipendenza emotiva senza adottare adeguate misure di sicurezza. In risposta, Character.AI ha introdotto controlli parentali, notifiche sul tempo trascorso e filtri per contenuti sensibili.

A questi episodi si è aggiunto di recente anche il caso di un sedicenne statunitense la cui famiglia ha denunciato OpenAI sostenendo che ChatGPT avrebbe contribuito a intensificare pensieri suicidari e a fornire indicazioni per atti autolesivi. La vicenda ha riaperto il dibattito sulla reale capacità delle aziende tecnologiche di prevenire l’uso improprio dei propri chatbot, soprattutto quando l’interazione diventa emotivamente totalizzante. Questi casi evidenziano quanto sia eterogeneo l’universo dei chatbot e quanto variino le loro funzioni e i loro livelli di protezione. Per questo è importante riconoscere la differenza tra app progettate per la compagnia virtuale e chatbot generalisti, che invece possono essere usati in modi diversi da quelli previsti.

Tutti i rischi dell’Intelligenza Artificiale, dal più stupido al più pericoloso

Questi episodi, inoltre, pur senza stabilire un nesso causale certo, rappresentano segnali d’allarme sempre più evidenti. La dottoressa Parabiaghi, nata a Milano il 18/12/1971, laureata in Medicina e Chirurgia nel 1998 e specializzata in Psichiatria nel 2003, con una formazione in Psicoterapia degli adulti ad indirizzo analitico e un perfezionamento in Antropologia Medica, ha lavorato per il Dipartimento di Salute Mentale degli “Ospedali Civili di Brescia” e come responsabile scientifica dell’onlus “Cittadinanza” per progetti sulla Salute Mentale in paesi a medio/basso reddito. La sua esperienza professionale, maturata sia in reparto che a livello ambulatoriale, le conferisce una prospettiva unica sulle dinamiche che legano la tecnologia alla cura della salute mentale.

Il suo contributo, insieme a quello di altri professionisti come Marco Toscano, Psichiatra Direttore U.O.C., e Simona Abate, dirigente psicologa presso l’Azienda Ospedaliero Universitaria Sant’Andrea di Roma, è fondamentale per divulgare la conoscenza delle diverse forme di disagio mentale e per inquadrare le fragilità giovanili, vittime di pressioni sociali, solitudine e ansia da prestazione. In questo contesto, l'analisi di Alberto Parabiaghi sulle strategie da potenziare per sostenere la salute mentale degli adolescenti e ridurre i comportamenti a rischio diventa ancora più cruciale. La sua ricerca presso l'Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS, focalizzata sui disturbi mentali nel 3° millennio, affronta le trasformazioni della sanità italiana e promuove il dialogo tra i principali attori del sistema sanitario, divulgando approfondimenti e contenuti scientifici di rilievo.

Il dibattito sull'IA nella salute mentale è complesso e richiede un approccio equilibrato, che valorizzi le potenzialità innovative senza trascurare i rischi etici e psicologici. È essenziale che lo sviluppo e l'implementazione di queste tecnologie avvengano nel rispetto della persona, con una regolamentazione chiara e con la consapevolezza che la relazione umana, con la sua complessità e le sue imperfezioni, rimane insostituibile nel percorso di cura.

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