La Vergogna Tossica: L'Ombra Persistente del Trauma Relazionale Precoce

Per lungo tempo, il disturbo da stress post-traumatico (PTSD) è stato considerato primariamente un disturbo basato sulla paura. Questa prospettiva, ampiamente diffusa nella letteratura scientifica (Foa, Hembree & Rothbaum, 2007; Foa & Kozak, 1986), ha guidato la comprensione e il trattamento di questa condizione per decenni. Tuttavia, negli ultimi anni, un crescente corpo di ricerca ha spostato l'attenzione verso un'altra emozione, spesso più subdola ma non meno devastante: la vergogna. L'interesse per la vergogna come conseguenza del trauma emotivo è aumentato significativamente (Saraiya & Lopez-Castro, 2016), rivelando un aspetto cruciale e spesso trascurato dell'esperienza traumatica.

Sebbene le attribuzioni negative siano considerate un antecedente cognitivo della vergogna, è fondamentale riconoscere che le caratteristiche specifiche del trauma giocano un ruolo determinante nella tipologia delle emozioni post-traumatiche. In particolare, gli individui esposti a trauma relazionale, definito come esperienze traumatiche in cui una persona agisce deliberatamente un danno su un'altra (come violenza fisica o sessuale), riportano la vergogna come risposta emotiva dominante (La Bash & Papa, 2014). Questo perché il trauma di natura interpersonale mina profondamente la fiducia nelle persone, dato che l'evento lesivo è stato causato da un conspecifico, qualcuno che dovrebbe essere fonte di sicurezza. Ciò che alimenta ulteriormente l'angoscia nei casi di violenza interpersonale, specialmente se perpetrata da una persona vicina, è il senso di tradimento (Freyd, 1996). Al contrario, quando il trauma non è di natura interpersonale, come nel caso di disastri naturali (terremoti, alluvioni), tendiamo a sviluppare prevalentemente la paura, che agisce come un segnale di allarme per la sopravvivenza.

bambino che abbraccia un genitore

L'Attaccamento e la Fondazione della Sicurezza Emotiva

La prima necessità di un bambino al momento della nascita è sentirsi in relazione con qualcuno, avvertire la vicinanza di un adulto che si prenda cura di lui. Quando le figure di attaccamento sono in grado di sintonizzarsi con questi bisogni primari, si sviluppano connessioni neurali che supportano sentimenti di amore e un senso di appartenenza. Ogni bambino, di fronte ad avversità significative e prolungate, cercherà di dare un senso al proprio mondo e di adattarsi ad esso. Nel tentativo di attribuire un significato alla cronica mancanza di sintonizzazione emotiva da parte dei genitori e alla trascuratezza dei suoi bisogni, il bambino tenderà a biasimare sé stesso e a negare le proprie emozioni.

Questa dinamica è estremamente funzionale alla sopravvivenza del bambino. È più tollerabile pensare di essere un bambino "cattivo" o "sbagliato" con genitori "buoni", piuttosto che il contrario. Incolpare sé stessi conferisce un senso di controllo maggiore rispetto al riconoscere che le persone da cui si dipende per la sopravvivenza non sono sicure. Se "io" sono quello sbagliato, posso cambiare il mio comportamento e conservare la speranza che le cose possano migliorare. Tuttavia, questo meccanismo di difesa, nato per proteggere il bambino dall'impatto traumatico dell'invalidazione e della trascuratezza genitoriale, alimenta una vergogna tossica che, a lungo termine, diventa disfunzionale.

Il Trauma Relazionale Precoce: Un Danneggiamento Invisibile

Un tema ricorrente nei soggetti che da adulti manifestano vergogna è il disinteresse percepito nei loro confronti da parte di almeno un genitore. In questi casi, il bambino diventa ipersensibile alla vergogna, sentendosi non amabile, inadeguato, sbagliato. Potrebbe invece fare esperienza di una risposta genitoriale preoccupata o apertamente disinteressata. Invece di provare vergogna per qualcosa che ha fatto, la vergogna viene attribuita a ciò che la persona "è".

È vero che la vergogna è un'emozione dolorosa che genera profonda sofferenza. Eppure, la vergogna è anche ciò che ha aiutato la persona a sopravvivere. Quando si prova vergogna, si tende a non riuscire più a parlare, a distogliere lo sguardo dall'interlocutore, si avverte la spinta a scomparire, a rimpicciolirsi. Per Allan Schore (2008), la vergogna ha uno scopo neurobiologico: tenere i bambini al sicuro. Ciononostante, le persone che sperimentano vergogna tendono a etichettarla come un segno di debolezza, una prova inconfutabile che c'è qualcosa di intrinsecamente sbagliato in loro. Per un bambino, una tale percezione sarebbe davvero troppo pericolosa.

Si può provare, ad esempio, vergogna in caso di lutto. Un bambino che perde un genitore si ritrova con una figura di attaccamento in meno e può provare vergogna nel constatare che tutti i suoi compagni hanno entrambi i genitori, mentre lui no. Molto spesso, in adolescenza, si cerca di fuggire dalla vergogna, da un'immagine di sé umiliata, agendo la collera e la sfida. La vergogna può inoltre emergere dall'essere stati usati in modo inaccettabile e degradante. L'emozione di vergogna in queste situazioni traumatiche può intensificarsi nei casi in cui la vittima ha provato eccitazione fisica durante l'abuso. Eppure, si tratta di una fisiologica risposta sessuale per cui il corpo risponde, e la lubrificazione vaginale può essere protettiva allo scopo di non subire lesioni gravi. La vergogna, infine, può emergere anche quando un trauma relazionale (come una violenza) ci immobilizza. Solo in un secondo tempo possiamo trasformare queste strategie difensive in qualcosa di adattivo.

Le esperienze traumatiche possono condurre a una relazione interna negativa con sé stessi, dominata dalla vergogna e dall'autocritica. Judith Herman, pioniera della ricerca e della terapia sul trauma, riassume il lavoro di recupero dal trauma nei termini di "il superamento delle barriere alla vergogna e alla segretezza, il rendere sopportabili sentimenti intollerabili attraverso la connessione con gli altri, il lutto per il passato e il raggiungimento di una nuova prospettiva con uno sguardo più compassionevole" (Herman, 2015, p. 276).

diagramma dell'attaccamento sicuro/insicuro

La Natura Insidiosa del Trauma Relazionale

Le situazioni potenzialmente traumatiche nell'età evolutiva, specialmente quelle che si presentano nella prima infanzia, possono essere molto diverse. La mancanza di una "base sicura" rappresenta il trauma peggiore per un bambino. La teoria dell'attaccamento postula che il neonato nasca con un bisogno primario di una relazione sicura con i caregiver adulti; in assenza di tale relazione, il normale sviluppo sociale ed emotivo non può aver luogo. Il comportamento infantile associato all'attaccamento è considerato primariamente un processo di ricerca di prossimità con una figura di attaccamento, identificata in situazioni stressanti, con lo scopo della sopravvivenza.

Quando un bambino vive un evento traumatico, il suo istinto naturale è cercare protezione nella figura di attaccamento. Ma cosa succede se quella stessa figura - madre, padre o altro caregiver - è anche la fonte della paura? Si crea allora un cortocircuito emotivo, un conflitto intrapsichico che mina le fondamenta dello sviluppo affettivo. Alla base di questi comportamenti c'è un dilemma insolubile: il bambino ha bisogno del genitore per sentirsi al sicuro, ma lo percepisce anche come fonte di minaccia. Questa forma di attaccamento è fortemente correlata con storie di trauma, abuso, trascuratezza o disturbo psicopatologico del caregiver. I bambini non sviluppano un attaccamento disorganizzato nel vuoto relazionale; crescono in contesti familiari in cui i genitori, pur amando i figli, sono incapaci di offrire protezione emotiva. Il caregiver può apparire spaventato o spaventante, assente emotivamente o ipercoinvolto in modo intrusivo. Spesso alterna momenti di accudimento affettuoso ad altri di collera imprevedibile, rendendo impossibile per il bambino costruire aspettative stabili.

I bambini con attaccamento disorganizzato mostrano una vasta gamma di comportamenti che vengono spesso interpretati erroneamente come "disturbi oppositivi" o "provocazioni". Nel setting terapeutico, questi bambini possono risultare sfidanti, diffidenti o apparentemente indifferenti, ma sotto la superficie si celano dolore, paura e desiderio di essere compresi. Il percorso terapeutico con bambini che hanno vissuto un trauma relazionale richiede tempo, costanza e profonda sintonizzazione. L'approccio EMDR, se integrato con il lavoro sul sistema motivazionale dell'attaccamento (Verardo & Lauretti, 2021), consente di accedere ai ricordi impliciti legati alla relazione disfunzionale e di rielaborarli in modo progressivo. Non si tratta solo di "curare" il bambino, ma di riparare la relazione che lo ha ferito. Quando chi dovrebbe proteggere diventa fonte di pericolo, il bambino si ritrova solo davanti al dolore. La psicoterapia, tuttavia, può diventare quel luogo dove, finalmente, l'affetto non fa più paura.

Bowlby: teoria dell'attaccamento e implicazioni pedagogiche

L'Estrazione del Sé e la Costruzione di un'Identità Fragile

Esistono traumi che non lasciano segni visibili ma che incidono in profondità nella costruzione dell'identità. Uno di questi è il trauma relazionale precoce legato all'estrazione parentale del Sé. Non c'è violenza o abbandono, almeno in apparenza. Eppure, qualcosa di fondamentale viene sottratto: la possibilità di sviluppare un Sé personale, differenziato e libero. Il bambino che vive questo tipo di trauma psicologico "nascosto" si abitua presto a piacere, ad adattarsi, a intuire i bisogni altrui e farsene carico, senza che nessuno glielo chieda esplicitamente. In cambio, ottiene amore condizionato, approvazione e sicurezza relazionale.

Comprendere l'estrazione del Sé significa dare parola a un trauma invisibile ma reale. In alcuni contesti familiari, il bambino non è riconosciuto come soggetto con un proprio mondo interno, ma viene inconsciamente "usato" per soddisfare i bisogni emotivi dell'adulto. Col tempo, questo adattamento profondo lascia una ferita invisibile: la persona cresce ma rimane un vuoto, la sensazione di non sapere davvero chi si è. I pazienti che arrivano in terapia portando il segno di un'estrazione precoce del Sé non ne hanno, ovviamente, consapevolezza. Non parlano di traumi evidenti, né di abusi o dinamiche di trascuratezza. Eppure sentono che qualcosa manca. Questo tipo di disagio si manifesta spesso in adolescenza, quando la ricerca dell'identità diventa pressante. In età adulta, invece, i segni diventano più sottili ma altrettanto dolorosi: fatica a prendere decisioni autonome, vissuti di insicurezza, bisogno costante di approvazione, difficoltà a riconoscere e nominare i propri desideri profondi. Il paradosso è che, esteriormente, queste persone possono apparire "funzionanti", persino "brillanti".

Come già accennato, ci sono traumi che non lasciano cicatrici visibili ma scavano silenziosamente nelle fondamenta dell'identità. Il bambino non viene ignorato, viene "utilizzato". Non viene lasciato solo, ma caricato di significati che non gli appartengono. Nelle dinamiche di trauma relazionale precoce, la mente si adatta, costruisce strategie di sopravvivenza. L'affettività si irrigidisce, l'autenticità viene sepolta sotto maschere relazionali apparentemente funzionali. È in adolescenza o nell'età adulta che spesso emergono i segnali: un senso cronico di inadeguatezza, difficoltà ad entrare in contatto con i propri desideri più profondi, relazioni vissute all'insegna del compiacimento o della paura del rifiuto. Nel lavoro psicoterapico, queste forme di adattamento vengono lentamente decostruite.

L'estrazione del Sé e il trauma relazionale precoce non avvengono in modo diretto o deliberato. Si sviluppano piuttosto in contesti familiari in cui il bambino, sin dai primi anni di vita, si ritrova a svolgere un ruolo non suo: quello di regolatore emotivo dell'ambiente. In queste dinamiche, l'adulto può apparire presente, accudente, addirittura affettuoso. Ma dietro questa presenza si cela un'invasività relazionale che non lascia spazio alla soggettività del bambino. Il bambino, a sua insaputa, impara presto che la sua esistenza è garantita solo se si adatta, se intuisce cosa serve all'altro, se modula la propria autenticità per non deludere. È un adattamento profondo, silenzioso, che spesso assume la forma del "bravo bambino": sensibile, attento, maturo per l'età. Chi ha vissuto un'estrazione precoce del Sé spesso arriva in terapia senza sapere esattamente cosa non va. Nel percorso psicoterapeutico, soprattutto in un contesto psicodinamico, questi pazienti possono lentamente cominciare a riappropriarsi delle proprie emozioni, dei propri desideri, del diritto di "esistere per sé", senza sentirsi in colpa. Il lavoro non consiste nel "costruire" un'identità dal nulla, bensì nello scoprire e legittimare ciò che c'era ma che era stato messo a tacere. Questo processo richiede tempo, fiducia, continuità.

illustrazione astratta della connessione interpersonale

La Complessa Relazione tra Trauma, Attaccamento e Vergogna

Il concetto di attaccamento, ideato da John Bowlby, descrive il comportamento del bambino che cerca protezione e cure dal caregiver, visto come "base sicura". Si distinguono diversi stili di attaccamento:

  • Attaccamento sicuro: si sviluppa in presenza di caregiver amorevoli, premurosi e disponibili.
  • Attaccamento evitante: si forma quando i bisogni del bambino non sono stati soddisfatti, portandolo a imparare a soddisfarli da solo, evitando di chiedere aiuto in futuro. Circa il 20% delle persone sviluppa questo stile (Siegel).
  • Attaccamento ambivalente: si sviluppa quando il caregiver è incoerente e imprevedibile, alternando presenza e distanza, o eccessiva invasività, generando insicurezza nel bambino.
  • Attaccamento disorganizzato: spesso associato ad abuso e abbandono, questo stile si manifesta quando i bambini non hanno potuto elaborare i loro sentimenti di angoscia e sono stati lasciati soli dai caregiver, con poche risorse per la regolazione emotiva.

Il bambino, nella fase evolutiva, non possiede ancora le abilità cognitive per riconoscere il proprio ruolo in una situazione traumatica (lutto, abuso, violenza). L'evento traumatico può essere esterno alla relazione di attaccamento, ma in una relazione sicura il caregiver è fonte di protezione. In casi estremi, tuttavia, il caregiver può diventare fonte di pericolo e minaccia, generando ambivalenza e confusione nel bambino. Ciò comporta una contemporanea attivazione del sistema di attaccamento e di quello difensivo, con gravi ripercussioni relazionali e metacognitive. La percezione del caregiver come contemporaneamente fonte di pericolo e di protezione può portare, nel lungo periodo, a problemi relazionali che si ripercuoteranno sulle relazioni future.

La relazione tra trauma e attaccamento è circolare. L'esperienza di abuso nell'infanzia è stata chiaramente correlata a una successiva diagnosi di Disturbo Borderline di Personalità. Nel contesto dell'abuso e del trauma, il fallimento dell'attaccamento è inevitabile, lasciando un'impronta duratura su tutte le relazioni future. Gli individui traumatizzati sono guidati da forti desideri incontrollabili e paura della relazione, piuttosto che vivere gli altri come un rifugio di sicurezza. Le esperienze traumatiche legate all'attaccamento possono dare origine a fenomeni dissociativi associati al Disturbo Borderline, manifestandosi come conflitti interni tra parti dissociate della psiche del bambino, dovuti alla mancanza di integrazione nella relazione con il caregiver.

Anche nel caso del narcisismo, il rapporto traumatico tra bambino e figura di attaccamento è centrale. Le ferite narcisistiche sono legate ai bisogni di rispecchiamento non soddisfatti nell'infanzia e alla mancanza di sintonia empatica, e possono essere causate da traumi gravi, abuso o abbandono. I bisogni di dipendenza sono eccessivamente intensi nei sopravvissuti ai traumi, portando a un circolo vizioso di bisogno-panico-vergogna-rabbia, che può sopraffare sia il cliente che il terapeuta. La dipendenza disfunzionale è molto diversa dalla dipendenza sana sperimentata in un rapporto di attaccamento sicuro.

Esperienze multiple di vittimizzazione, legate a una vasta trascuratezza infantile che sconvolge il sistema di attaccamento genitore-figlio e/o abuso (incluso il trauma sessuale), rappresentano un esempio di trauma grave. In particolare, il trauma sessuale mostra un'associazione statisticamente significativa con diagnosi di disturbo d'ansia, depressione, disturbo post-traumatico da stress, disturbi del sonno e tentativi di suicidio. I bambini traumatizzati sono a rischio elevato di necessitare di educazione speciale e altri servizi di supporto, spesso presentando problemi relativi al linguaggio, all'attenzione, all'elaborazione, alla regolazione e al funzionamento esecutivo.

La sicurezza relazionale si raggiunge in un rapporto di accudimento in cui i caregiver sono capaci di autoregolarsi, favorire i processi di mentalizzazione del bambino e rispondere in modo sensibile ai suoi bisogni. La situazione di questi pazienti è particolarmente difficile. Rappresentazioni duali, che variano da normali stati dell'Io a parti dissociative del sé altamente separate, sono il risultato naturale di un attaccamento disorganizzato. Il bambino si ritrova a dover legarsi emotivamente e funzionalmente ai caregiver, ma al contempo a difendersi da essi se abusanti, un dilemma impossibile messo in atto internamente.

Una delle principali manifestazioni in queste situazioni è l'emergere di una vergogna cronica, che incide profondamente sulla vita del cliente. È indispensabile, in questi casi, fare ricorso alla compassione. La vergogna può comportare un'intensa attivazione fisiologica: i pazienti potrebbero voler scomparire, nascondersi, mimetizzarsi o chiudersi, ostacolando gli sforzi terapeutici. Di conseguenza, tali pazienti sono vulnerabili all'uso di strategie autodistruttive, tra cui atti di automutilazione, abuso di sostanze e altre dipendenze e comportamenti alimentari disturbati, utilizzati come strategie di coping disfunzionali.

La ricerca ha costantemente dimostrato una connessione tra la disregolazione degli affetti e le esperienze di trascuratezza nella prima infanzia, il trauma e il fallimento dell'attaccamento (Van der Kolk, 2015; Courtois & Ford, 2009; Ford et al, 2005; Siegel, 1999). Senza un'adeguata regolazione degli stati di disagio infantile, il sistema nervoso autonomico e le strutture cerebrali che regolano gli affetti non riescono a svilupparsi in modo ottimale (Schore, 2003).

rappresentazione grafica della vergogna tossica

Il Ruolo della Vergogna nel Trauma Relazionale

Per Allan Schore (2001), i traumi relazionali precoci hanno effetti profondi sullo sviluppo cerebrale, sulla regolazione affettiva e sulla salute mentale infantile. La vergogna, in particolare, agisce come un sistema comportamentale legato all'attaccamento, alla difesa e alla disregolazione (Solomon, 2021). Essa emerge quando un bambino si trova in una situazione in cui la figura di attaccamento, che dovrebbe offrire sicurezza, diventa fonte di minaccia. Questo crea un paradosso intrinseco: la figura di attaccamento è "allo stesso tempo l'origine e la soluzione alla sua paura".

Un genitore spaventato sintonizza la sua espressività e mimica sul suo mondo interno, non sugli oggetti presenti nell'ambiente. Di conseguenza, il bambino si disorienta, poiché con il suo pensiero concreto e l'esplorazione non riesce a identificare la fonte del pericolo nell'ambiente circostante. Il bambino si trova a interagire con un caregiver che offre cure, ma allo stesso tempo lo minaccia. L'attaccamento disorganizzato ha significative ripercussioni sullo sviluppo della personalità, soprattutto per quanto riguarda le difficoltà nelle relazioni interpersonali, nella regolazione delle emozioni e nelle capacità metacognitive.

La vergogna può manifestarsi anche in contesti di lutto. Un bambino che perde un genitore si trova a confrontarsi con una figura di attaccamento in meno, provando vergogna nel vedere che i suoi coetanei hanno entrambi i genitori. In adolescenza, questa vergogna può tradursi in collera e sfida, nel tentativo di sfuggire a un'immagine di sé umiliata. L'emozione di vergogna può intensificarsi quando il trauma relazionale implica essere stati usati in modo degradante, specialmente se la vittima ha provato eccitazione fisica durante l'abuso - una risposta fisiologica che può acuire il senso di colpa e la vergogna.

La ricerca sembra dimostrare inequivocabilmente che i traumi dello sviluppo e i legami di attaccamento di natura traumatica sono alla base non solo dei disturbi tipicamente riconducibili allo spettro traumatico (PTSD, C-PTSD, Disturbi Dissociativi, BPD), ma rappresentano anche un potente fattore di rischio per altri disturbi psichiatrici. Il recente Child Maltreatment Report (2020) indica che circa il 25% della popolazione generale ha subito abusi durante l'infanzia, tra cui negligenza (76,1%), abuso fisico (16,5%) e abuso sessuale (9,4%).

schema delle conseguenze del trauma relazionale

La Riparazione e la Ricerca di Compassione

La relazione terapeutica è uno spazio di cura prezioso per i pazienti con trauma precoce. Il terapeuta, attraverso la sintonizzazione emotiva e cognitiva, agisce come facilitatore dell'integrazione cognitiva ed emotiva del paziente. Tuttavia, esistono insidie nella relazione terapeutica con pazienti affetti da trauma relazionale, poiché tendono a riattualizzare i loro schemi relazionali disfunzionali anche all'interno di essa.

La vergogna cronica che emerge da queste esperienze può comportare un'intensa attivazione fisiologica, portando i pazienti a desiderare di scomparire o nascondersi, ostacolando così il processo terapeutico. Di conseguenza, questi pazienti sono vulnerabili all'uso di strategie autodistruttive come automutilazione, abuso di sostanze e dipendenze.

La ricerca indica una forte connessione tra la disregolazione degli affetti e le esperienze di trascuratezza infantile, il trauma e il fallimento dell'attaccamento (Van der Kolk, 2015). Senza un'adeguata regolazione degli stati di disagio infantile, il sistema nervoso autonomico e le strutture cerebrali deputate alla regolazione degli affetti non si sviluppano in modo ottimale (Schore, 2003).

Bessel van der Kolk ha sviluppato un modello che integra il lavoro sulle esperienze traumatiche con diversi approcci psico-corporei. L'approccio relazionale e le modalità terapeutiche descritte sono illustrate in modo più approfondito in articoli specifici (ad esempio, Cionini & Mantovani, 2016).

In conclusione, il trauma relazionale precoce, con la sua intrinseca vergogna tossica, rappresenta un aspetto preponderante nel panorama delle sofferenze psicologiche. La comprensione delle sue origini nell'ambito delle dinamiche di attaccamento, l'impatto sulla costruzione del Sé e le complesse manifestazioni emotive sono cruciali per un approccio terapeutico efficace. La compassione e la creazione di uno spazio sicuro per l'elaborazione di queste ferite profonde sono elementi indispensabili per il percorso di guarigione.

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