Il Soggetto tra Desiderio e Linguaggio: Un Viaggio nel Pensiero di Jacques Lacan

L'utilizzo del termine "soggetto" nell'ambito della psicologia accademica e sperimentale è considerato deprecabile. Suona sempre più spesso come una di quelle parole che l'uso corrente ha relegato nell'alveo del politicamente scorretto. Le prime volte ero piuttosto scosso da questa presa di posizione, poi con il tempo mi sono piegato ad utilizzare sinonimi considerati più rispettosi come "partecipante" o il più generico "persona", con buona pace di revisori e docenti. Non pensavo però che avrei dovuto rinunciare ad un termine che trovo invece molto ricco di sfumature semantiche e niente affatto riduttivo. Vorrei qui tentare una difesa in extremis di questa parola e ripercorrere, senza pretese di esaustività, cosa comporta diventare soggetti tentando di evidenziarne i significati che rischiamo di perderci e al contempo sottolineare la ricchezza filogenetica che si cela in questo termine. Rinunciare ad utilizzare un termine significa restringere il nostro orizzonte lessicale e semantico laddove invece dovrebbe essere continuamente ampliato. Penso che la reticenza nell'impiegare questo scabroso termine sia legato al timore che una persona si senta reificata, questa è l’unica spiegazione che mi sono dato in questi anni rassegnandomi a questo lutto lessicale.

La Nascita del Soggetto: Tra Oggetto del Desiderio e Relazione Primaria

Il subiectum è etimologicamente ciò che soggiace, che è posto sotto. Ma a cosa soggiace? A partire dal concepimento, l’essere umano è prima di tutto l’oggetto del desiderio di due persone, che lo vogliano o meno, aggiungerebbe Françoise Dolto. Può anche essere definito, meno romanticamente, come il risultato dell’incontro tra due corpi di sesso biologico opposto. In termini meccanicistici è quindi assoggettato alle scelte e ai comportamenti altrui; di qui le recriminazioni dei giovani «non ti ho chiesto io di nascere!». Subiecta è dunque la vita intrauterina assieme al periodo neonatale e all’intera infanzia, periodi che necessitano di una presa di cura da parte di altre persone, altri significativi.

Schema della relazione madre-bambino

Il soggetto infatti non è mai solo, il suo sviluppo è sempre legato ad un altro corpo secondo uno schema di dipendenza. Lo sviluppo psico-fisico-affettivo è determinato dall’interazione con la madre e con i caregiver in generale. Allo stesso tempo, fin dai primi mesi, i neonati intraprendono un processo che li condurrà a percepirsi a livello fisico e cognitivo come separati dalla madre. Nella linea del tempo evolutivo si assiste a un passaggio dalla con-fusione del corpo neonato con il corpo materno alla sua dif-fusione, verso l’autonomia fisica. Già durante gli ultimi mesi trascorsi nell’utero i bambini iniziano a costruire un sé corporeo attraverso meccanismi di autopercezione, quando, ad esempio, le mani inavvertitamente toccano il viso. Subiectum è prima di tutto relazione, relazione primaria con la madre, con l’Altro. Relazione che è possibile solo a partire da una perdita: la fusione identitaria.

Il Linguaggio come Motore della S-oggettivazione

La relazione si gioca tutta nella costruzione del campo semantico in cui il bambino e la madre sono immersi, attraverso il processo di significazione. Conferire significato a tutto ciò che non è io, è prima di tutto una necessità ma si fa necessità dal carattere generativo. Genera infatti senso, genera mondi e spazi di comprensione. Il linguaggio va concepito come motore fondamentale del processo di s-oggettivazione. Nel linguaggio avviene la separazione dei soggetti (dopo la cesura fisica tra i due corpi) e l’identificazione di un tu, che, quando rivolto a noi, si traduce in Io. Il linguaggio permea così la relazione e le sue mancanze. «Negli intervalli del discorso dell’Altro - dice Lacan - sorge, nell’esperienza del bambino, una cosa che vi è radicalmente reperibile - Mi dice questo, ma che cosa vuole?».[2] Il «cosa vuole?» diventa un’apertura fondamentale, un’apertura alla possibilità che si concretizza nell’interrogare il desiderio dell’Altro. È un interrogativo che apre una finestra sul mondo fenomenico e permette a chi la riceve di prendere parte all’esistenza, essere nel mondo (in der Welt sein).

Rappresentazione visiva del flusso del linguaggio e della sua influenza sul soggetto

Nel discorso il soggetto esplora i limiti del mondo di cui fa parte e scopre i propri come un navigatore pre-colombiano verso territori inesplorati. È paradigmatica la lettura che Lacan, e prima di lui Sartre, fa di un passaggio molto noto di Rimbaud. Scrive il poeta francese nel 1871 in due diverse occasioni, scrivendo al prof. Izambard e all’amico e poeta Demeny. «Je est an autre». Vale la pena riportare per intero la frase: «È falso dire ‘Io penso’ si dovrebbe dire ‘Mi si pensa’ . - Scusi il gioco di parole: Io è un altro»[3]. Lacan prende a prestito questa formula poetica per evidenziare la dimensione “oggettuale” del s-oggetto segnando la nota differenza tra Moi e Je dove il primo è l’esito di una stratificazione immaginaria che mi viene restituita dall’esterno, mentre il Je è il soggetto dell’inconscio, soggetto del desiderio. Il soggetto lacaniano è strutturalmente diviso, barrato, come dirà lo psicanalista francese. A questa natura “mancante” si deve l’apertura all’altro e l’identificazione con tutti quegli aspetti che de-terminano il s-oggetto.

La Narrazione e la Costruzione dell'Identità

Se la parola è la chiave per aprire la dimensione del simbolico, il suo articolarsi, il suo aggrammaticarsi, è il mezzo che i bambini utilizzano per s-oggettivizzarsi. Nella narrazione fatta dall’adulto i bambini costruiscono la propria identità. Se da un lato accedono alla propria storia etero-narrata e quindi esposta allo sguardo altrui che comporta la costruzione di un sé biografico, dall’altro, le descrizioni del caregiver (e prima ancora le definizioni ostensive di cui parla Wittgenstein in Ricerche Filosofiche) agiscono come etichette da appuntare al mondo, e alle caratteristiche dei bambini. Identificare attraverso categorie è la prima modalità con cui facciamo conoscenza del mondo. Si potrebbe dire, eccedendo in semplificazione, che tutto il resto viene poi agito dall’intelligenza induttiva che traccia similitudini e differenze. L’incontro con l’ambiguità, con la polisemia di un termine diventa poi occasione per creare legami tra significati e contesti, di aprirsi al grigio del significato, alla sfumatura.

Costruiamo il mondo anche per mezzo di processi linguistici, integrati ovviamente nell’esperienza. Attraverso il linguaggio, spiegano le psicologhe Hoemann e Feldman Barrett[4], i nostri figli accedono alla sfera emotiva, imparano a riconoscere le emozioni proprie ed altrui e di conseguenza a regolarle in maniera adattiva. La narrazione funziona in due direzioni: dall’adulto al bambino e dal bambino all’adulto. Non si viene solamente raccontati ma ci si racconta, si crea una propria narrazione con cui presentarsi al mondo in un articolato gioco di riflessi in cui ci si specchia nello sguardo narrativo altrui e lo si riflette come autonarrazione, per parafrasare l’idea di looking glass self utilizzata da Cooley all’inizio del Novecento. Si tratta di un aspetto importante in cui la persona effettua una sorta di mietitura di quello che è lo sguardo altrui e il proprio finalizzato alla costruzione di un’identità il più possibile solida da presentare al mondo.

Il Soggetto e l'Altro: Un Legame Indissolubile

Il s-oggetto è dunque l’esito del mondo linguistico in cui è immerso. Il linguaggio mi definisce ed è da sempre altro da me. Lo ricevo dal mondo. Lo ricevo da una madre. «Non ho che una lingua e non è la mia».[5] «Il monolinguismo dell’altro sarebbe - continua il filosofo - innanzitutto questa sovranità, questa legge venuta da altrove, senza dubbio, ma anche e innanzitutto la lingua stessa della Legge»,[6] perché ogni cultura è originariamente coloniale, è l’esito di avvenimenti umani, politici, e dinamiche di potere che si esercitano attraverso il linguaggio e quelli che, in termini foucaultiani, possiamo definire dispositivi. L’io non si configura semplicemente come un altro, «en autre» come diceva Rimbaud, l’io è plurale, molteplice. L’io è altri. Il s-oggetto non è solamente altro da sé, essere errante privo di centro di gravitazione, egli è altri da sé, abitato da storie, culture, Discorsi, che talvolta partono da lontano ma che riescono a depositarsi sul s-oggetto come corpuscoli di significato trasportati dal vento. Non deve solamente essere concepito come eccentrico quanto multicentrico. L’Altro va sempre inteso come essere in relazione e scambio. Nell’incontro con l’Altro dobbiamo farci carico della sua storia, della sua biografia intesa come eco del passato che riverbera nel presente e lascia le sue tracce nella dimensione psichica e corporea.

Diagramma che illustra il concetto di Altro in Lacan

Dolto, tra le prime ad aver colto l’effetto del trauma transgenerazionale scrive: «Ogni bambino è inevitabilmente costretto a sopportare sia il clima nel quale cresce, sia gli effetti patogeni che si sono cristallizzati nei postumi del passato patologico non solo della madre e del padre, ma anche delle persone che si occupano di lui. Il bambino è portatore del debito contratto all’epoca della sua fusione prenatale e in seguito della dipendenza postnatale, e che l’ha strutturato».[8] Il corpo dei bambini diventa terreno fertile in cui può risuonare l’eco del passato familiare. Esistono fardelli che le famiglie si passano di generazione in generazione. Sono “debiti”, come li definisce Schützenberger,[9] che possono talvolta portare, all’interno della famiglia, alla designazione inconsapevole di un “paziente”, una sorta di amplificatore somatico, un capro espiatorio per quei silenziosi traumi, quei non detti, che vengono tramandati per generazioni all’interno del sistema famigliare; l’anello più sensibile della famiglia fa emergere tramite la sua persona tutte le segrete dinamiche e dà voce con i propri sintomi ai silenzi e ai non detti. L’esito di questo processo può anche manifestarsi come una malattia ricorrente proprio attorno ad una data specifica su cui in passato si è concentrata una disgrazia famigliare che si è sempre preferito tenere nascosta oppure attraverso ripetizioni di eventi capaci di mantenere aperti canali di significazione o ben più semplici fallimenti che ripetono i traumi passati. Ho conosciuto diverse persone che, fatti tutti gli esami, non sono mai riuscite a laurearsi ripetendo il fallimento dei genitori, ad esempio, o perché un fratello era deceduto senza mai potersi laureare. Molto recentemente ho letto di uomo morto in sella alla propria motocicletta esattamente dieci anni dopo la morte del figlio avvenuta nelle medesime circostanze. Sono esempi di debiti e legami intergenerazionali che appaiono sicuramente come incredibili scherzi del destino, come se queste vite fossero semplicemente in «balìa di una sorte bizzarra e cattiva».

Riconosco che esista la casualità e che sia inoltre insito nell’essere umano voler ricercare regolarità e attribuire loro un significato, siamo in fondo animali fatti per generare senso e tracciare fili rossi che diano significato ad un ambiente talvolta poco prevedibile. Si dirà, forse a ragione, che si tratta di tragiche fatalità. Esistono però circostanze e schemi di ripetizione meno fuori dal comune. Nel 1953 Josephine Hilgard[10] pubblicò uno studio sistematico su persone che, dopo aver avuto figli erano state ricoverate per problemi psichiatrici rilevando correlazioni statisticamente significative tra l’età del ricovero e l’età che aveva uno dei loro genitori quando era rimasto orfano di padre o di madre. Negli ultimi anni diverse ricerche hanno dimostrato quello che negli anni ‘50 sembrava solo un’ipotesi molto azzardata: l’esposizione a situazioni particolari e durature di stress produce una metilazione del dna[11] capace di trasmettersi alle generazioni successive. Questo significa che genitori con un forte squilibrio dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA), diagnosticati con il disturbo da stress posttraumatico[12], sarebbero in grado di trasmettere ai figli la propensione allo stress.

La Tensione tra Eteronomia e Autonomia nella Corporeità

Nell’esperienza della corporeità a partire dalla prima infanzia è all’opera una tensione tra due dinamiche contrapposte: l’eteronomia e l’autonomia. Sono entrambi agenti di soggettivazione che operano però in direzioni opposte. Il linguaggio assume il ruolo di attore primario anche nella formazione dell’autonomia del bambino. La libertà di esperire e muoversi che i bambini mettono in atto è legata, oltre che alle competenze psico-fisiche acquisite, alla voce interiorizzata di chi si è preso cura di loro. Le rassicurazioni, il tono di voce, i divieti, inizialmente impartite dai genitori, e quindi nate in modalità eteronoma, risuonano interiormente come regole di azione autonoma nei bambini.

Sul corpo, che voglio intendere e sviluppare qui anche nell’accezione di territorio, si sono giocate, e si giocano continuamente, enormi battaglie politiche. Nell’era post-moderna si è assistito ad un progressivo superamento del dualismo cartesiano e al felice approdo verso una concezione olistica di mente e corpo[14]. Il corpo è stato emancipato dalla visione platonica di tomba dell’anima che ha dominato i secoli scorsi, e ha cominciato ad entrare come elemento integrante del processo di significazione, anche grazie alla psicanalisi. È avvenuta una fondamentale traslazione di significato nell’equivalenza di σῶμα σήμα. Il termine “sema” non rappresenta più la prigionia di un’anima variamente concepita che aspira all’infinito, ma riprende il suo più intimo significato di “segno”, espressione di desiderio. Il corpo accede al simbolico. «L’immagine del corpo è l’incarnazione simbolica del soggetto».[15] Non è più l’anima ad essere prigioniera ma il corpo. Il s-oggetto scopre il suo corpo prigioniero della presa eteronomica che si esprime quotidianamente attraverso l’educazione, le pratiche medico-ortopediche, le norme sociali di comportamento, ma trova una sua autonoma emancipazione che passa attraverso la formazione di una propria visione del mondo, la scoperta di un proprio luogo nel mondo e l’appropriazione di una nuova estetica.

Alex Pagliardini, Come gode un corpo?

Cercando nuovi significati di espressione del sé attraverso la corporeità, il s-oggetto genera attivamente la propria unicità. Si scopre capace di autonomia, di produzione soggettiva. Nell’autopoiesi, inteso come auto-generatività, avviene il processo di soggettivazione, di individuazione. Fare parte di gruppi che esprimono desideri non-mainstream, subculture come direbbero i sociologi, è una delle vie d’accesso alla produzione autonoma della propria soggettività. Diventa scelta di essere s-oggetto. «I capelli sono fondamentali - bisogna tenerli dritti - all’insù - come spilli o borchie taglienti - sono un simbolo importante - le punte rigide significano odio - i capelli devono stare in piedi - incazzati con il mondo intero…».[16] Inizia così un vecchio libro di gioventù, Costretti a sanguinare, ed esprime con chiarezza la portata comunicativa dell’estetica di gruppo. Quando l’aspetto viene utilizzato e indirizzato politicamente, l’estetica si fa etica, l’autonomia si fa attitudine, scelta di vita. L’espressione (est)etica è un segnale di comunicazione sociale, un’affermazione duplice di distinzione dalle scelte del gruppo domina.

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