Che cosa significa parlare di una "città autistica"? Non si tratta di una definizione peggiorativa, bensì di uno spazio concettuale e fisico aperto all'immaginazione e alla sperimentazione di modi diversi di intendere la diversità, incluse le neurodiversità. In un mondo che necessita di luoghi più inclusivi e vivibili, la condizione neurodivergente offre spunti preziosi per la progettazione urbana. Costruire realtà urbane migliori implica anche un sovvertimento delle categorie morali e dei linguaggi comunemente associati all'autismo, aprendo a nuove prospettive sulla convivenza e sulla relazione.

Oltre le Categorie: Comprendere l'Autismo e la Neurodiversità
L'autismo, comunemente inteso come un disturbo del neurosviluppo che impatta aspetti comportamentali, comunicativi, sociali e cognitivi, è in realtà un concetto più sfumato e complesso. Alberto Vanolo, professore di geografia politica ed economica all'Università di Torino, nel suo libro "La città autistica", propone una riflessione profonda che intreccia la sua esperienza personale di padre di un figlio autistico con le sue competenze accademiche in geografia urbana e culturale. Vanolo sottolinea l'importanza di riconoscere la vasta gamma di modi di essere autistici, evitando categorizzazioni rigide e visioni gerarchiche. Non tutte le persone autistiche manifestano gli stessi comportamenti, e le esigenze di chi presenta disabilità associate sono differenti. Il concetto di "neurodiversità" si rivela fondamentale in questo contesto, riferendosi alla naturale varietà delle strutture neurologiche umane. Mentre la maggior parte delle persone rientra nello spettro "neurotipico", molte altre sono "neurodivergenti". Da una prospettiva medica, questo termine abbraccia diverse diagnosi come autismo, ADHD, dislessia, ma da un punto di vista politico e culturale, la categoria si espande per includere chiunque sperimenti una forma di marginalità a causa delle proprie caratteristiche. L'obiettivo primario è combattere lo stigma e le narrazioni comuni che tendono a sminuire o "meno" le menti e i corpi differenti, senza però negare le eventuali difficoltà o sofferenze associate a specifiche diagnosi o condizioni.
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La Città come Specchio e Laboratorio dell'Esperienza Autistica
Il legame tra autismo e spazio urbano è un tema centrale nell'analisi di Vanolo. La città non è solo un palcoscenico per l'esperienza autistica, ma contribuisce attivamente a plasmarne i significati. Le conoscenze dell'autore derivano da piani esperienziali, in quanto genitore, e da quelli accademici, attraverso i suoi studi di geografia urbana e culturale. Riferimenti teorici come Michel Foucault e Guy Debord, in particolare la psicogeografia, emergono come strumenti per comprendere come l'ambiente urbano influenzi la percezione e l'interazione. La psicogeografia, definita come la pratica del "perdersi nello spazio" per favorire esplorazioni che vanno oltre il fisico, abbracciando il sociale, il politico e l'immaginifico, diventa una lente preziosa per analizzare le dinamiche urbane in relazione all'autismo.
Vanolo evidenzia come le infrastrutture urbane, dai mezzi di trasporto ai semafori, dall'illuminazione al rumore, siano progettate prevalentemente su presupposti neurotipici, rendendo la città capitalista un ambiente che "disabilita" coloro che non si allineano a standard di performance e normodotazione. L'esperienza del camminare, ad esempio, viene analizzata nel capitolo "Spazio e autismo", mostrando come l'autismo si manifesti nelle modalità di attraversare la città e nella relazionalità che essa impone. Le qualità socio-spaziali di un luogo possono fungere da trigger, in modo differente per ogni individuo, portando a strategie di camuffamento e mascheramento per conformarsi a una società che tende a marginalizzare menti e comportamenti atipici.

Sovvertire le Norme: Verso una "Città Autistica" Desiderabile
Di fronte a una realtà urbana spesso ostile, la domanda fondamentale diventa: quale tipo di "città autistica" possiamo sognare e desiderare? Vanolo non offre una ricetta preconfezionata, ma invita a una riflessione più ampia sul "diritto alla città". Questo diritto implica il riconoscimento e l'affermazione di modi radicalmente diversi di abitare, agire e vivere lo spazio urbano, promuovendo una convivenza e modalità relazionali che abbraccino identità sociali sempre multiple e intersezionali.
La passeggiata, in quest'ottica, assume un ruolo di pratica terapeutica, di resistenza e di "détournement" (deviazione), una strategia "punk-autistica" per aggirare, sospendere o negoziare i processi di normalizzazione sia nello spazio pubblico che in quello terapeutico-educativo. In contrapposizione a una città neoliberale e consumista che mira a governare i corpi per indirizzarli verso pratiche di consumo standardizzate, la riflessione di Vanolo stimola a interrogarsi sulla possibilità di cambiare l'"infrastruttura dell'individualismo", quel sistema che ci fa sentire erroneamente indipendenti dagli altri.

Alleanze e Tattiche: Un Futuro Urbano Inclusivo
Il concetto di "città autistica" si salda ulteriormente con le traiettorie d'azione e i dibattiti dei movimenti queer e transfemministi, come esplorato nel capitolo "Tattiche queer". Questo non significa semplicemente celebrare una dipendenza reciproca tra corpi, spazi e elementi, né promuovere un'inclusività superficiale che finisce per disinnescare il potenziale critico. Al contrario, si tratta di dare maggiore visibilità all'autismo, rivendicando la città autistica come uno spazio di affermazione che richiede impegno, attenzione e adattabilità da parte di tutti: dai passanti ai gestori di attività commerciali.
Ciò che emerge dalla lettura de "La città autistica" è la consapevolezza che l'inclusività dello spazio urbano passa anche attraverso il nostro modo di essere sociali, di posizionarci nella tensione costante tra interno ed esterno, biologico e sociale, personale e pubblico. La riflessione si arricchisce del contributo di studiosi come Enrico Valtellina, figura di riferimento in Italia per i Disability Studies, che con la sua attenzione alle disabilità relazionali e agli autismi, fornisce un quadro teorico e critico fondamentale, in dialogo con approcci come i Critical Autism Studies e la teoria "crip". Quest'ultima, derivata dal termine "cripple" (insulto per persone con disabilità) riappropriato e rovesciato, propone un'affermazione intersezionale e culturale della disabilità.
L'autore stesso, in un'ottica più personale, condivide la sua evoluzione nel superare sentimenti come la vergogna e l'inadeguatezza per riappropriarsi della città, trasformandola in un laboratorio di possibilità. La sua esperienza, "chiaramente intima, imperfetta e per nulla eroica", insegna che una società migliore non dovrebbe caricare i singoli individui del peso di superare barriere che non sempre sono accessibili. La città autistica diventa così un invito a ripensare le nostre città, non solo come spazi fisici, ma come ecosistemi sociali e culturali in cui la diversità neurologica non è un ostacolo, ma una risorsa fondamentale per costruire un futuro urbano più vivibile, aperto e autenticamente inclusivo per tuttə.

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