La psichiatria italiana, nel corso del XX secolo, ha attraversato trasformazioni radicali, segnate da pratiche controverse, dibattiti accesi e, infine, da riforme che hanno cercato di riscrivere il rapporto tra società e malattia mentale. Le storie di Alberto Paolini e di figure come Mario Tobino, autore di "Le libere donne di Magliano", e Antonia Bernardini, ci offrono uno spaccato commovente e crudo di un'epoca in cui gli ospedali psichiatrici, i cosiddetti "manicomi", rappresentavano spesso l'unica, disperata, opzione per coloro che la società non sapeva o non voleva comprendere. Queste narrazioni, intrecciate con la storia d'Italia e le sue ferite, ci parlano di resilienza, della ricerca di dignità e della lotta per una vita che, nonostante le avversità, merita di essere vissuta.
L'Internamento Involontario: Il Caso di Alberto Paolini
La vicenda di Alberto Paolini è emblematica di come la fragilità e la mancanza di legami affettivi potessero condurre a un internamento prolungato e ingiusto. A soli quattordici anni, Alberto si ritrovò nel manicomio di Santa Maria della Pietà a Roma, dove trascorse ben quarantadue anni. La sua storia, raccolta nel libro "Avevo solo le mie tasche. Manoscritti dal manicomio", è un racconto di una lucidità disarmante, narrato senza rancore, ma con una profonda capacità di osservazione.

Alberto era un orfano, cresciuto in collegi religiosi, dove le esperienze non furono sempre positive. Dopo un breve periodo in una casa di "benefattori" che si ritirarono, si trovò senza un posto dove andare. In un'Italia che si preparava al Giubileo del 1950, la presenza di bambini orfani e "sbandati" nelle strade era considerata un problema da risolvere. Fu in questo contesto che, nel 1948, Alberto fu ricoverato al Santa Maria della Pietà. Inizialmente, i primi quindici giorni erano di osservazione, ma l'usanza di prorogare questo periodo, unita alla mancanza di parenti che potessero reclamarlo, trasformò questa breve permanenza in una reclusione decennale.
La diagnosi, o meglio la sua assenza, è un altro nodo cruciale della sua storia. In assenza di un parente o di un tutore che si dichiarasse responsabile, il medico, dopo un sommario esame, poteva apporre una diagnosi di malattia mentale con attestazione di "pericolosità", sancendo il trasferimento in un padiglione di internamento. Alberto, pur non avendo una diagnosi specifica di malattia mentale, rimase internato per 42 anni.
L'Elettroshock e la Psichiatria degli Anni '40
Il racconto di Alberto ci porta nel cuore della psichiatria di quegli anni, un'epoca caratterizzata da un'intensa euforia per le nuove terapie. Nel 1948, l'elettroshock-terapia, introdotta dal professor Cerletti, era considerata una panacea per ogni disturbo mentale. Questa pratica, che induceva un effetto simile a un attacco epilettico, veniva applicata con disinvoltura sulla maggioranza dei ricoverati. Alberto stesso subì cicli di elettroshock, descritti nel suo libro, pur avendo ricevuto in precedenza una diagnosi di salute da parte del professor De Santis. Fortunatamente, grazie all'intervento di quest'ultimo, l'applicazione dell'elettroshock su Alberto fu interrotta.
La Storia dell'elettroshock - History Channel - con Alda Merini e Giorgio Antonucci
La sua permanenza fu segnata da diversi trasferimenti all'interno del vasto complesso del Santa Maria della Pietà. Fu assegnato al "padiglione dei lavoratori", dove trovò impiego in tipografia e successivamente nell'ufficio statistica e in biblioteca. Nonostante le difficoltà, Alberto riuscì a trovare un modo per esprimere i suoi pensieri: grazie a un infermiere premuroso, ottenne una matita e iniziò a scrivere su piccoli frammenti di carta, che nascondeva nelle tasche. Questa pratica, iniziata nel 1962, divenne il suo unico sfogo e la sua principale forma di conservazione della memoria, dando origine al titolo del suo libro.
La Vita Dopo il Manicomio: Tra Autonomia e Nostalgia
Nel 1978 venne promulgata la Legge 180, la legge Basaglia, che sancì la chiusura dei manicomi. Tuttavia, il Santa Maria della Pietà non chiuse immediatamente, e Alberto vi rimase fino al 1990. Dopo la dimissione, fu inserito in una casa famiglia, dove gli fu richiesto di essere autonomo, lavorare, pulire e cucinare, attività che non aveva mai svolto. Paradossalmente, Alberto esprime una certa nostalgia per la vita all'interno del manicomio, dove aveva trovato una comunità di compagni e un senso di appartenenza che fatica a ritrovare nella vita esterna.
"Io mi trovavo meglio al Santa Maria della Pietà," confessa, "perché lì stavo bene con i compagni. Ne avevo tanti che erano meravigliosi, ci dicevamo di tutto." Questo sentimento, sebbene possa apparire controintuitivo, sottolinea il profondo impatto che un'esperienza di reclusione prolungata può avere sulla percezione della realtà e sul bisogno umano di connessione. Gli operatori della casa famiglia, pur seguaci dichiarati dell'idea di "psichiatria diffusa" da Franco Basaglia, vengono percepiti da Alberto come poco attenti alle sue esigenze, arrivando persino a buttare via scritti a cui teneva.
Oggi, Alberto Paolini, ottantanovenne, vive in un appartamento assistito a Roma. La sua memoria, pur ricordando con nitidezza gli anni della sua reclusione, fatica con gli eventi più recenti. La pandemia ha ulteriormente isolato la sua esistenza, con la perdita di molti amici e la difficoltà di ricevere visite. La sua storia rimane una testimonianza preziosa della storia della psichiatria italiana e delle conseguenze umane delle politiche di internamento.
Mario Tobino e "Le Libere Donne di Magliano": Uno Sguardo dall'Interno
La figura di Mario Tobino, psichiatra e scrittore, offre una prospettiva diversa ma altrettanto cruciale sulla realtà dei manicomi. La sua opera più celebre, "Le libere donne di Magliano" (1953), è frutto di anni di lavoro all'ex ospedale psichiatrico di Maggiano, vicino Lucca, un luogo che divenne il suo "campo d'indagine" per quarant'anni.

Tobino descrive con cruda autenticità l'approccio alla malattia mentale in auge ai suoi tempi, mettendo in luce la violenza, l'indifferenza e la disumanità che spesso caratterizzavano il trattamento dei pazienti, in particolare delle donne. Il suo libro, che ha ispirato la recente serie televisiva "Le libere donne" di Rai 1, cerca di dare voce a coloro che erano state ridotte al silenzio, trattate come problemi da arginare e zittire.
La Psichiatria come Esperienza Umana
Nato nel 1910, Tobino si specializzò in neurologia, psichiatria e medicina legale, dedicando la sua vita professionale agli istituti psichiatrici. La sua esperienza a Maggiano, che iniziò durante la Seconda Guerra Mondiale, gli permise di osservare da vicino le dinamiche complesse e spesso dolorose che si svolgevano all'interno di queste strutture. A differenza di molti suoi colleghi, Tobino sviluppò un rapporto di profonda empatia con i suoi pazienti, considerandoli "creature degne d'amore".
"Non sottilizzai sulle parole," affermava Tobino, "scrissi matti, come il popolo li chiama, invece di malati di mente. Correvo al mio scopo, tentai di richiamare l’attenzione dei sani su coloro che erano stati colpiti dalla follia." Il suo obiettivo era quello di migliorare le condizioni di vita dei malati, garantire loro cure adeguate e, soprattutto, restituire loro dignità.
Il Dibattito con Franco Basaglia
Tobino ebbe un rapporto complesso e a tratti conflittuale con Franco Basaglia, il padre della Legge 180 che portò alla chiusura dei manicomi. Sebbene Tobino condividesse l'obiettivo di superare il modello manicomiale, nutriva profonde preoccupazioni riguardo alle conseguenze della chiusura indiscriminata delle strutture. Temeva che i pazienti, una volta dimessi, si sarebbero ritrovati in un mondo impreparato ad accoglierli e a fornire un adeguato supporto.
"La cupa malinconia, l’architettura della paranoia, le catene delle ossessioni esistono anche se si chiude il manicomio," diceva, evidenziando la persistenza della sofferenza mentale al di là della struttura fisica del manicomio. La sua visione, pur criticando le storture del sistema manicomiale, sottolineava l'importanza di un approccio terapeutico continuo e integrato.
Il suo romanzo "Le libere donne di Magliano" è considerato un'opera fondamentale per comprendere la storia della psichiatria italiana, un racconto che va oltre la mera cronaca clinica per toccare le corde più profonde dell'umanità e della fragilità.
Antonia Bernardini: Un Gesto Estremo per Attirare l'Attenzione
La tragica morte di Antonia Bernardini, avvenuta nel 1974 a causa delle ustioni riportate dopo aver incendiato il materasso del suo letto nel manicomio giudiziario femminile di Pozzuoli, è un altro capitolo doloroso nella storia della psichiatria italiana. Il suo gesto, estremo e disperato, fu l'ultima chiamata di attenzione dopo 43 giorni consecutivi di contenzione.

Le parole di Antonia, pronunciate in punto di morte, rivelano la crudeltà delle pratiche di contenzione: "Ci legavano come Cristo in croce." La sua storia, dimenticata per anni e riportata alla luce dal giornalista Dario Stefano Dall’Aquila e dal ricercatore Antonio Esposito, è diventata simbolo della disumanità che poteva regnare in queste strutture.
La Contenzione e la Perdita di Dignità
Antonia Bernardini fu ricoverata più volte presso l'ospedale Santa Maria della Pietà di Roma, dove le fu diagnosticata una "distimica recidivante", ovvero una forma di depressione. La sua discesa nel manicomio giudiziario iniziò dopo una banale discussione in fila alla stazione Termini, che portò al suo arresto e, successivamente, al trasferimento a Pozzuoli per essere sottoposta a osservazione in attesa di processo.
Durante il suo internamento a Pozzuoli, che durò un anno e due mesi, Antonia fu ripetutamente sottoposta a forme di contenzione fisica, legata al letto. Fu in questa condizione di prigionia e disperazione che, cercando disperatamente un segno di attenzione, accese un fiammifero, incendiando il materasso. Morì dopo quattro giorni di agonia, lasciando dietro di sé una testimonianza agghiacciante delle condizioni di vita nei manicomi giudiziari.
L'Eredità di una Lotta
La morte di Antonia Bernardini, pur avvenuta prima dell'approvazione della Legge Basaglia, contribuì a portare all'attenzione pubblica il tema delle condizioni disumane nei manicomi. La sua vicenda portò alla chiusura del manicomio giudiziario femminile di Pozzuoli e all'avvio di un processo contro il direttore, il vicedirettore, una suora e tre vigilatrici.
La sua storia, insieme a quella di Alberto Paolini e alle riflessioni di Mario Tobino, ci ricorda che, nonostante la chiusura dei manicomi, la lotta per la salute mentale e per la dignità delle persone con disturbi psichiatrici è ancora in corso. L'uso persistente dei Trattamenti Sanitari Obbligatori (TSO) e della contenzione, sia fisica che farmacologica, dimostra come le problematiche emerse in quelle epoche non siano state completamente superate.
Le storie di queste vite, segnate dalla reclusione e dalla sofferenza, ci invitano a una profonda riflessione sulla nostra società, sulla sua capacità di accogliere la fragilità e sulla necessità di continuare a lottare per un futuro in cui la dignità umana sia sempre al primo posto.
Altri Percorsi di Vita: Tra Fragilità e Disciplinamento Sociale
Le vicende di Alberto Paolini, Mario Tobino e Antonia Bernardini rappresentano solo alcune delle innumerevoli storie che hanno attraversato il sistema psichiatrico italiano nel corso del XX secolo. La documentazione storica rivela percorsi di vita complessi, spesso intrecciati con il disciplinamento sociale e la marginalizzazione.
Dorina D.: Dalla Colonia-Scuola al Manicomio
La storia di Dorina D., nata a Villa Cadè (Reggio Emilia) nel 1929, illustra come le condizioni di disagio familiare e le presunte "anomalie" comportamentali potessero condurre all'internamento fin dalla giovane età. Dorina fu ospite della Colonia-Scuola "Antonio Marro", un reparto del manicomio reggiano riservato a bambini e ragazzi, dove trascorse quasi dieci anni della sua adolescenza.

Proveniente da una famiglia con problemi di sviluppo intellettuale e dipendenza dall'alcool, Dorina fu diagnosticata con "frenastenia", una condizione di debolezza delle funzioni cerebrali che, sebbene non fosse una vera e propria malattia mentale, giustificava l'internamento. Nella Colonia-Scuola, le regole erano quelle del manicomio, con l'aggiunta dell'obbligo scolastico e di lavori manuali. L'obiettivo era correggere le "anomalie" e prevenire futuri disadattamenti.
Dopo un periodo di dimissione temporanea, Dorina fu nuovamente ricoverata nel manicomio vero e proprio del San Lazzaro nel 1940, a causa di un'infezione da blenorragia e per essersi data alla prostituzione. La sua cartella clinica la descrive come "incorreggibile", "un bel tipo di scriteriata e amorale". Fu la guerra a "liberare" Dorina: durante i bombardamenti, i malati vennero sfollati in diverse strutture, e da uno di questi istituti, Dorina riuscì a fuggire.
La sua vita dopo la fuga continuò ad essere segnata da problemi con la legge, arresti per furto e persino un tentato omicidio. La storia di Dorina evidenzia come, in un'epoca in cui la diagnosi e il trattamento delle malattie mentali erano ancora embrionali e spesso confusi con problemi sociali o comportamentali, molte persone venissero relegate ai margini della società, private della possibilità di una vita autonoma e dignitosa.
Il Concetto di "Corpi Esclusi"
Le narrazioni di Alberto, Antonia e Dorina convergono su un punto fondamentale: la malattia mentale è stata a lungo associata a quella dei "corpi esclusi". Questi corpi, privati della cittadinanza e etichettati come socialmente pericolosi, hanno viaggiato per decenni nella storia alla ricerca di un nome e di un riconoscimento. Dall'antichità, dove la malattia mentale era attribuita a interventi divini o demoniaci, al Seicento con le prime case d'internamento, fino ai manicomi del XX secolo, l'obiettivo era spesso quello di allontanare dalla società individui considerati "diversi", "indigenti", "vagabondi", "omosessuali" - persone da emarginare, correggere, o semplicemente dimenticare.
Il lascito di figure come Franco Basaglia, pur con le sue critiche, ha rappresentato un punto di svolta nel tentativo di smantellare il paradigma manicomiale, promuovendo un approccio più umano e integrato alla salute mentale. Tuttavia, come dimostrano le storie che abbiamo esplorato, il cammino verso una piena inclusione e comprensione della malattia mentale è ancora lungo e complesso, richiedendo un impegno costante per smantellare i pregiudizi e garantire a tutti il diritto a una vita dignitosa.
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