Il genio di Sigmund Freud è un riconoscimento che travalica ampiamente i confini della psicoanalisi, avendo le sue teorie la capacità di aver rivoluzionato in modo definitivo il pensiero occidentale. Ciò che colpisce, analizzando la sua vasta opera, è un intrinseco anticonformismo, una qualità che si manifesta in un’audacia teorica che, pur essendo radicale, non risulta mai gratuita o puramente provocatoria, ma sempre saldamente ancorata alla razionalità. Freud, ad esempio, scopre il complesso di Edipo mentre lavora sulla teoria del sogno, poco tempo dopo la perdita del padre. Egli afferma con vigore che la sessualità è un fattore determinante nella vita umana e pone all’origine della vita sessuale un desiderio intrinsecamente ingovernabile, che egli denomina "pulsione". Nonostante una reputazione talvolta controversa all'interno del movimento femminista e tra i sostenitori delle teorie di genere, Freud ha sempre mantenuto una posizione di assoluta apertura verso tutte le forme della sessualità, inclusa quella infantile, considerandole possibili e pienamente accettabili. Questa sua rigorosa laicità, unita a una profonda indagine dell'animo umano, si è dimostrata e continua a dimostrarsi rivoluzionaria.

Sebbene Freud abbia fornito ispirazione a molte delle grandi menti del ventesimo secolo, tra cui figure del calibro di Claude Lévi-Strauss, Gilles Deleuze e Jacques Lacan, il lavoro di Silvia Lippi procede in una direzione complementare e innovativa. Lippi rilegge i concetti fondamentali della psicoanalisi freudiana attraverso la lente delle teorie di questi pensatori, con l'obiettivo di mettere in luce, ancora una volta, l'audacia e la sorprendente attualità del progetto freudiano. Concetti cardine quali Edipo, pulsione, rimozione, angoscia, trauma e sintomo costituiscono le fondamenta della teoria dell'inconscio freudiano, un costrutto teorico in cui la determinazione sessuale si intreccia indissolubilmente con il fenomeno del linguaggio.
La Rilettura di Silvia Lippi: "Sorellanze" e la Critica al Patriarcato
Nel testo "Sorellanze", scritto a quattro mani da Silvia Lippi e Patrice Maniglier, si assiste a un'irruzione significativa nel panorama della teoria psicoanalitica. Questo lavoro si presenta come uno squarcio, una discontinuità che introduce una nuova prospettiva, anche a livello culturale. Il libro mira a fare luce su quella cultura patriarcale, fallocentrica, gerarchica e competitiva che permea le nostre relazioni sociali in maniera così profonda da essere ormai quasi inconsapevole. Ma come può un testo, per sua natura inanimato, essere definito "traumatico"? Si tratta, naturalmente, di una metafora. Un testo, di per sé, non possiede la capacità di imporsi alle nostre menti o di destabilizzare il nostro equilibrio psichico. Tuttavia, il suo impatto può essere paragonato a quello di un'esperienza traumatica, spingendoci a una scelta fondamentale: o ripristinare le nostre certezze preesistenti, o avventurarci nell'esplorazione di nuove prospettive. Una frase guida lo spirito di questa scrittura e di questo pensiero: "poiché la gioia di pensare è senza dubbio una delle più grandi che ci siano".
Gli autori propongono un sapere che risuona profondamente con l'esperienza dell'inconscio. Per usare un termine caro alla scuola lacaniana, questo sapere "tocca il reale", modificando radicalmente il nostro modo di percepire la realtà, entrando in contatto con la vita e risvegliandoci da uno stato di torpore. Il tentativo centrale di "Sorellanze" è quello di concepire un mondo animato esclusivamente dalla logica della "sorellanza". Questa logica implica una solidarietà non competitiva, un legame intrinsecamente non gerarchico che apre spazi all'alterità, alla differenza e alla libertà di espressione e di condivisione. Sebbene possa apparire come un'utopia, un miraggio, un pensiero visionario, gli autori osano immaginarne la possibilità.

A partire da questa visione, Lippi e Maniglier si interrogano sul ruolo della psicoanalisi nell'introduzione del pensiero femminista nella cultura e nella società. Per comprendere appieno questa analisi, è necessario un breve riepilogo del contributo della psicoanalisi freudiana e lacaniana riguardo al concetto di femminilità.
La Psicoanalisi Freudiana e Lacaniana: Uno Sguardo sulla Femminilità
La premessa fondamentale, specialmente per chi non ha familiarità con la psicoanalisi, è che la pulsione sessuale gioca un ruolo centrale nell'orientare il desiderio e le relazioni interpersonali. Da questa premessa deriva l'equiparazione tra pulsione, desiderio, godimento e le specifiche configurazioni psichiche associate al maschile e al femminile.
Sigmund Freud, attraverso l'ascolto attento delle donne, fu in grado di inventare la psicoanalisi, aprendo uno scenario inedito sulla loro vita amorosa e sessuale. La concezione freudiana della femminilità è intrinsecamente fallocentrica, un riflesso inevitabile del suo tempo, che tendeva a regolare la femminilità in relazione al fallo, simbolo della castrazione. All'interno dell'inconscio, l'essere femminile sarebbe, secondo questa prospettiva, irrimediabilmente segnato da una "mancanza". Questo punto di vista nasce dal confronto immaginario tra i corpi maschile e femminile: l'uomo, possedendo il fallo, si percepisce come completo, mentre la donna sarebbe caratterizzata da un'incompletezza intrinseca, fonte di delusione, rivendicazione, avidità e una perpetua rivalità tra i sessi. L'unica via per la donna, in questa ottica, per raggiungere la completezza sarebbe la maternità, intesa come un surrogato del fallo.
Il movimento femminista ha giustamente individuato negli scritti di Freud stereotipi profondamente problematici, che dipingono la donna come un essere intrinsecamente privato, segnato da un sentimento di inferiorità. Freud stesso, tuttavia, era consapevole dei limiti di questo approccio. Verso la fine della sua vita, ammise che l'enigma della femminilità non potesse essere completamente risolto attraverso il complesso di castrazione, delegando agli artisti e ai poeti il difficile compito della sua decifrazione.
Jacques Lacan ha apportato un significativo avanzamento alla teoria freudiana. Egli ha formalizzato l'Edipo freudiano, distinguendo nettamente le funzioni materna e paterna dal sesso biologico di chi le esercita. Lacan si oppose a una psicoanalisi che tendesse a ricondurre la donna alla figura materna e l'uomo alla figura infantile o a un suo surrogato. In questo modo, rovesciando la supremazia del padre nella logica patriarcale, Lacan giunse ad affermare che il padre non è un nome proprio, ma una funzione. Già negli anni Trenta, con notevole anticipo, aveva diagnosticato il declino della figura paterna onnipotente.
Per quanto riguarda le donne, Lacan le ha descritte a partire dal loro "godimento", concepito come supplementare ed eccedente rispetto a quello maschile: un godimento "al di là del fallo". Cosa significa esattamente? Smancandosi dal dato biologico, Lacan parla di "la parte chiamata donna" e "la parte chiamata uomo", per sottolineare che anche un individuo biologicamente maschio può assumere una posizione femminile. Egli ha evidenziato come l'uomo sia vincolato a un tipo di godimento legato al fallo, limitato a una specifica zona erogena. La donna, invece, pur potendo accedere al piacere fallico, dispone anche di un godimento supplementare, non localizzato, diffuso in tutto il corpo e difficilmente esprimibile a parole. Un godimento che, nella visione dello psicoanalista francese, avvicinerebbe il femminile alla sfera mistica. Il godimento femminile è, in questa prospettiva, senza forma né ragione. Il fallo, in questo contesto, può diventare un ostacolo, una fonte di ottusità o persino di stupidità. A questo proposito, Lacan definisce il godimento fallico anche "godimento dell'idiota", intendendo l'idiota nel senso greco di "idiòtes", ovvero "particolare", "proprio a sé". Il godimento femminile diventa così una predisposizione alla trascendenza. Lacan ha impiegato questo concetto di godimento come metafora dell'identità femminile.
Se per l'uomo è relativamente più facile costruire un'identità ben definita, questa identità risulta spesso limitante perché omologante. Per le donne, invece, generalizzare un'identità diventa un'impresa impossibile. La "parte chiamata donna" è "non-tutta": non pienamente inclusa nella dimensione fallica, non risponde ad alcun universale. Non esistono "le donne" in senso universale, ma la donna, una per una.
La Proposta di Lippi e Maniglier: La Sorellanza come Legame Rivoluzionario
Tuttavia, secondo Lippi e Maniglier, e qui inizia la loro critica alla teoria lacaniana, il fatto che il godimento femminile vada "al di là del fallo" implica implicitamente che esso non possa esistere al di fuori del principio fallico stesso. Gli autori si sforzano di dimostrare che le donne possono esistere in un modo radicalmente diverso. La celebre affermazione lacaniana che "la donna non esiste" (pronunciata nel 1973, in "Televisione"), ma che esistono "le donne, una per una", rischia di condannare le donne all'impossibilità di organizzarsi come gruppo, movimento di pensiero e di azione. Nel sistema lacaniano, la donna è rappresentata dall'infinito, dal "non-tutto", e il suo godimento non offre alcun punto di ancoraggio per l'identificazione.
A questo punto, Silvia Lippi e Patrice Maniglier sollevano una questione cruciale: non si tratta forse di un modo per isolare le donne, escludendole dalla possibilità di associarsi? Questa teoria lacaniana non sembra forse far passare la donna, in ogni circostanza, attraverso il principio del fallo? Come è possibile che le donne non riescano a emanciparsi da questo principio? Per superare queste lacune nel pensiero psicoanalitico, Lippi e Maniglier propongono un modello alternativo di solidarietà tra donne: quella che nasce dal trauma. Essi affermano: "abbiamo una brutta notizia per gli psicoanalisti lacaniani: la donna esiste. Non da sola, ma istantaneamente nel momento in cui entra in relazione con altre donne, e lo fa senza passare attraverso la figura maschile, insomma, appena diventa sorella e trasforma le altre in sorelle". Ma che cos'è esattamente la sorellanza?
TRAUMA e PsicoAnalisi: perché il passato ci blocca? | Freud, esempi pratici e soluzioni
Gli autori si rifanno a Freud e al concetto di sintomo, così come lo descrive nel testo "Psicologia delle masse e analisi dell'Io". Osservano che, nel meccanismo di formazione del sintomo, l'identificazione non dipende dal rapporto oggettuale con la persona copiata, ma dal vissuto psichico della stessa situazione. Freud descrive un caso in cui, in un collegio, una ragazza che riceve una lettera da un giovane da lei segretamente amato reagisce con un attacco isterico a causa della gelosia. Alcune sue amiche, a conoscenza della vicenda, contraggono lo stesso attacco isterico a causa di quello che Freud definisce "contagio psichico". Si tratta di un meccanismo di identificazione indotto da un trauma condiviso. Questa forma di solidarietà non si basa sull'empatia, ovvero non è un'identificazione immaginaria allo stesso sintomo, ma su una connessione inconscia che permette di condividere un trauma e di trasformarlo in un legame sociale. La "sorellanza", quindi, emerge come una modalità di "guarigione" attraverso la condivisione di un sintomo comune, una trasformazione da elemento di sofferenza a "sintomo felice". Gli autori suggeriscono che diventare femministe non sia semplicemente una scelta ideologica, ma una risposta vitale a traumi profondi.
Secondo gli autori, non è in gioco qui un trauma derivante dall'inconscio collettivo di Jung. Di quale trauma si tratta, dunque? Questo libro si presenta come un primo tentativo teorico-speculativo di produrre una discontinuità, rovesciando l'assunto che la psicoanalisi sia intrinsecamente ostile al femminismo. Il desiderio di rottura emerge anche dal fatto che, a ispirazione della loro tesi, venga evocata la figura e il pensiero di Valerie Solanas. Solanas, una donna schizofrenica e criminale che attentò alla vita di Andy Warhol, concluse la sua esistenza in modo tragico. La sua opera, il "Manifesto per l'eliminazione dei maschi", edito in Italia all'inizio del 2024, è francamente un delirio. Solanas immagina un mondo utopico radicalmente nuovo, libero dalla schiavitù del denaro, che si costituirebbe a partire da relazioni tra sole donne, reso possibile solo attraverso l'eliminazione di tutti gli uomini. La sua idea delirante, "come ogni delirio, è portatrice di verità, una verità": la necessità di inventare un nuovo modo di legame sociale.
Silvia Lippi, forte della sua esperienza clinica nella cura della malattia psichiatrica e della sua elaborazione filosofica sulla follia, coglie l'intuizione sottesa al delirio di Valerie, un'intuizione significativa per una trasformazione logica di un sistema. "L'errore sarebbe prendere troppo letteralmente ciò che Valerie dice, cioè come espressione di un'intenzione, di un obiettivo, di uno scopo, di un progetto ancora incompiuto, mentre il suo dire è già un atto. La sovversione delle donne è proprio l'atto del dire". Questo "dire" non si ferma mai, è collettivo e continuo, conferendo alle donne il coraggio di esprimersi in modo diverso, sia fisicamente che intellettualmente, nei loro rapporti con gli uomini.
In effetti, la grande rivoluzione nel concetto di cura introdotta da Freud fu proprio questa: un uomo si mise in ascolto delle donne, tacendo. Ma possiamo equiparare il libero "dire" in analisi, e il particolarissimo ascolto che avviene in seduta, al "dire" di un collettivo femminile rivoluzionario? Possiamo davvero affermare che l'effetto terapeutico sia lo stesso? Che esempi concreti abbiamo? Purtroppo, la storia ci parla anche di colossali fallimenti di organizzazioni femministe, anche di quelle nate sotto le migliori intenzioni. Le dinamiche interne, infatti, si rivelano spesso quelle che si cerca di combattere: gerarchiche e competitive. Essere donna mette veramente al riparo dalla logica maschilista? Solanas afferma che esiste la donna libera dagli uomini e la donna "figlia di papà", ma non siamo forse, ognuna di noi, entrambe le cose?
La Quarta Ondata Femminista e la Rilettura dei Testi Psicoanalitici
Un esempio contemporaneo di sorellanza, secondo gli autori, è rappresentato dalla quarta ondata del femminismo, incarnata dal movimento #MeToo. L'importanza di questo fenomeno non risiede nella veridicità assoluta dei fatti denunciati, quanto nella solidarietà che si è creata tra donne che hanno iniziato a parlare a partire dal trauma condiviso. Questo atto collettivo ha segnato una discontinuità storica, simile a quella prodotta da tutte le ondate femministe precedenti. I movimenti femministi hanno operato delle rotture in quanto spinte rivoluzionarie, veri e propri atti di cambiamento. Aristofane, nella commedia "Lisistrata" (411 a.C.), narrava di donne che attuarono uno sciopero della sessualità contro le continue guerre scatenate dagli uomini. Virginia Woolf, contemporanea di Freud, nel suo romanzo "Le tre ghinee" (1938), scriveva: "se insisti sul fatto che andrai a combattere per proteggere me o il nostro paese, chiariamo, in modo composto e razionale tra noi, che stai combattendo per gratificare un istinto sessuale che non posso condividere; per procurare benefici che non ho condiviso e che probabilmente non condividerò mai; certo non lo fai per gratificare i miei istinti o per proteggere me o il mio paese. Perché, dirò da outsider alla cittadinanza quale sono, come donna non ho un paese. Come donna non voglio un paese. Come donna il mio paese è il mondo intero".
"Sorellanze" aiuta a rivedere le teorie psicoanalitiche sulla femminilità sotto una nuova luce, tentando l'impresa visionaria di immaginare un mondo liberato dalla logica della fratellanza fratricida e belligerante, dal fallocentrismo autoreferenziale e competitivo. Il libro si pone dunque come un'opera che intreccia analisi clinica, riflessione ideologica e implicazioni politiche, sfidando le convenzioni e aprendo nuove prospettive interpretative.
Il testo analizza anche le pubblicazioni di Silvia Lippi all'interno della serie "Le parole della psicoanalisi", in particolare i volumi "Transfert, Amore, Trauma" (Orthotes, 2016) e "Sogno, Paranoia, Godimento" (Orthotes, 2017). Questi volumi intrattengono un rapporto intimo, in cui ciascuna triade di concetti costituisce il rovescio dell'altra. Se la prima triade riassume quella che viene definita la "matrice inter-soggettiva" o "inter-psichica" nella ricerca psicoanalitica attuale, la seconda si immerge invece nell'intrapsichico. Tuttavia, questa inflessione, come spiega Federico Leoni, non attinge a una storia abissale, ma a una "pura geografia, alla densità di una superficie di simultaneità".
I lemmi che compongono ciascuna serie si implicano reciprocamente secondo quella logica dell'"obversione" che Silvia Vizzardelli interpreta come la logica del godimento. Il godimento, scrive Vizzardelli, è il terreno fertile dell'obversione, dove la vita, l'esaltazione e l'eccitazione sono al contempo se stesse e già perdute in sé, depositandosi nel loro inverso: "nell’oggetto, nella cosa, nel feticcio, e quindi esso è piacere e dispiacere insieme". L'obversione, sinonimo di "Wechselwirkung" (scambio o azione reciproca), è l'operazione attraverso cui la vita si mescola alla morte, l'amore all'odio, la regressione alla sublimazione, il fallimento alla riuscita. Essa indica l'eccitazione che si fissa sulla "Cosa", lo spirito che diventa osso, il soggetto che si muta in oggetto e viceversa.
La serie in cui si articola il volume è una costellazione, non una sequenza: ogni termine è simultaneamente singolare e plurale, particolare e universale, virtuale e attuale. Ogni lemma rappresenta un momento logico, non cronologico, poiché la triade si costituisce in simultaneità. L'obversione rende conto del fatto che ciascun momento può, all'occorrenza, rovesciarsi nell'altro. In logica, l'obversione è l'operazione che trasforma una proposizione categorica in una proposizione equivalente, dove il predicato viene sostituito dal suo opposto contraddittorio e la qualità cambia.
Ma qual è il terzo elemento, il "precursore oscuro" che, secondo Deleuze, circola segretamente nelle due serie garantendo la risonanza tra gli elementi? Nel primo volume, la ripetizione (legata al trauma, all'amore, al transfert) poteva essere considerata tale. Nel secondo volume, invece, l'"oggetto=a" è la pulsione: l'"affermazione dell'impossibile". Tra la ripetizione e quel resto della rimozione originaria che è la fissazione esiste una solidarietà inconfutabile. Freud chiama "pulsione" questo legame insubordinato e seduttore, la cui forza d'opposizione alla propria addomesticazione da parte dell'Io fa dell'uomo pulsionale un "revenant", colui che ritorna nel "foyer oscuro del letto primitivo".
Ma è possibile vivere la pulsione in modo diverso? Lacan se lo chiede alla fine del Seminario XI. Bernard Toboul riprende questa domanda, consegnandola al lettore come chiave per comprendere il filo rosso che lega il secondo gruppo di lemmi fondamentali: sogno, paranoia, godimento. Questi concetti appaiono come i "doppi ectoplasmatici" dei primi tre (transfert, amore, trauma), i loro rovesci speculari. Il trauma risveglia dal sonno-sogno, la paranoia è l'opposto dell'amore, e il godimento è ciò che ostacola il transfert, pervertendolo in nevrosi.
Tuttavia, in ciascuna serie, un solo termine domina, occupando il posto della causa. Il trauma è causa nella prima serie, come il godimento lo è nella seconda. Il sogno è la via regia dell'inconscio, la paranoia quella della personalità, mentre la "jouissance" (godimento) è la via regia per incontrare "das Ding" (la Cosa), incontrarla nella e con la ripetizione, ma essenzialmente perduta.
Vivere diversamente la pulsione significa, innanzitutto, risvegliarsi, sebbene un risveglio completo e definitivo sia impossibile. "L'inconscio è precisamente l'ipotesi che non si sogna soltanto quando si dorme". Si sogna continuamente perché, anche da svegli, si continua a dormire, cioè a fantasticare. Dal punto di vista psichico, realtà = fantasma, poiché la realtà non è l'oggetto che regge il desiderio, ma lo causa alle sue spalle. Il desiderio più fondamentale, quello che ogni sogno realizza, è il desiderio di dormire. Questo è il luogo comune, la chiave di volta di una complessa questione teorica, che Freud rivela a Fliess: "Vi è un solo desiderio che qualsiasi sogno intende soddisfare, benché assuma forme diverse (…) Si sogna per non doversi svegliare, perché si vuole dormire".

"Tanto rumore per nulla" (Much Ado About Nothing) è una frase attribuita al poeta Desbarreaux, ma anche il titolo di una commedia di Shakespeare, presente nel testo in modo manifesto e latente. La materia dei sogni è, infatti, un'antimateria: "stuff" significa "das Ding", poiché la materia dei sogni è una materia freudiana, un insieme danzante di "immagini-atto", immagini che "hanno visto la Cosa". Questa materia freudiana è bergsoniana, poiché anche quella di Freud è un'esperienza a occhi chiusi. Per il padre della psicoanalisi, gli occhi della coscienza devono chiudersi non appena possibile, poiché quando sono aperti la pulsione viene evacuata. Il campo scopico delle immagini-ricordo e delle rappresentazioni di parola è un campo depulsionalizzato. Per questo motivo, Riccardo Panattoni invita a considerare l'oggetto piccolo "a", riconosciuto da Lacan come il suo più importante contributo alla psicoanalisi, come un'immagine. La sua funzione si colloca nella "schisi tra l'occhio e lo sguardo".
L'esperienza a occhi chiusi è un'esperienza "a sguardo" o "a cielo aperto". Dunque, l'esperienza dell'inconscio "schizo" (l'inconscio dello psicotico, secondo Lacan, è un inconscio "à ciel ouvert") è un'esperienza iconoclastica in cui si tratta di liberare l'immaginazione dalle immagini e dall'immaginario. Vedere è rendersi ciechi; accecarsi è farsi veggenti del reale, attraversando il fantasma fondamentale. Questo significa vivere diversamente "das Trieb" (la pulsione). Dopo il reperimento del soggetto rispetto all'"a", l'esperienza del fantasma fondamentale diventa quella della pulsione.
Il piccolo "a" non supera mai la faglia, la schisi di cui Matteo Bonazzi sottolinea il carattere originario rispetto a ogni soggettività. Il piccolo "a" si presenta in ogni campo visivo come "l'oggetto che resta di traverso nella gola del significante", l'oggetto non inghiottibile da parte dell'Io ideale. L'immagine allo specchio è contemporaneamente reale e ideale, attuale e virtuale, vera e falsa. Il paranoico è colui che rifiuta questa ambivalenza, preferendo imputare all'Altro la disidentità che, nonostante le sue accuse, continua a costituirlo come soggetto. Alla necessità delle leggi di natura, il paranoico sostituisce l'arbitraria volontà di un genio maligno e persecutorio. L'intelletto paranoico è superstizioso in senso spinoziano: l'illusione paranoica è l'illusione della causa finale e di una soluzione che, di conseguenza, non può che esserlo altrettanto.
Secondo Lacan, la paranoia consiste nell'identificazione del godimento con il luogo dell'Altro, un'identificazione delirante che, tuttavia, funziona come condizione necessaria e sufficiente della decisione di eliminarlo e dell'atto con cui lo si fa fuori: è il crimine. Il postulato di innocenza alla base della paranoia tradisce la certezza della colpa dell'altro mentre fonda la sua persecuzione. L'identificazione al Bene da parte dell'Io giustifica, in ogni contesto, il compimento del male nei confronti di colui o colei che ha trasgredito il supposto Ordine del Mondo.
"Farla finita con l'ipnosi" è il programma del godimento che, a partire dal 1968, Lacan pone non come parola d'ordine, ma come concetto. Si tratta, spiega Toboul, di mettere il reale e l'inconscio alla prova del godimento, dunque di un secondo ritorno a Freud. A tornare è il Freud del "Progetto", della ripetizione demoniaca di "Al di là del principio di piacere" e della fissazione come problema economico-masochistico. È un Freud che ha bisogno di un'estetica non kantiana, poiché nell'inconscio "il sopra e il sotto, l'esterno e l'interno, il prima e il dopo sono sovvertiti", il tempo e lo spazio sono degli a posteriori e il soggetto è inchiodato al fantasma. Tutto questo, secondo Toboul, ha qualcosa di dionisiaco. "Al di là dell'Edipo", come recita il programma lacaniano, significa "verso Dioniso".
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