Il XX secolo è stato testimone di un'escalation di violenza senza precedenti, un fenomeno complesso che ha plasmato profondamente il corso della storia umana. Comprendere le radici, le manifestazioni e le conseguenze di questa violenza richiede un approccio multidisciplinare, in cui la storiografia riveste un ruolo cruciale nell'offrire prospettive comparative e nell'analizzare le dinamiche comportamentali sottostanti.
La Definizione di Conflitto Sociale e le sue Manifestazioni
Il conflitto sociale, nella sua accezione più rigorosa, emerge quando un individuo o un gruppo avanza pretese negative nei confronti di altri, pretese la cui soddisfazione comporterebbe un danno all'interesse altrui, ovvero una diminuzione della probabilità di raggiungere uno stato desiderabile. Queste pretese negative possono tradursi in minacce o in veri e propri attacchi. Quando tali azioni implicano l'appropriazione diretta di beni, o un danno fisico a persone o cose, si ricorre comunemente al termine "violenza".
Un conflitto può manifestarsi in forma asimmetrica, dove solo una delle parti avanza pretese negative, situazione definita "coercizione". Tuttavia, è più frequente che i conflitti evolvano verso una simmetria, con entrambe le parti che formulano pretese per neutralizzare quelle avversarie. Il conflitto è, in essenza, un caso particolare di "competizione", in cui più parti mirano simultaneamente a ottenere vantaggi (o evitare svantaggi) reciprocamente esclusivi. La competizione ordinaria si trasforma in conflitto quando un concorrente esplicita minacce potenzialmente dannose per l'avversario. Ad esempio, offrire un prezzo maggiore per un terreno desiderato da entrambi non costituisce di per sé un conflitto, ma lo diventa se tale offerta è accompagnata dalla minaccia di un attacco in caso di rilancio.

La partecipazione a una gara si colloca ai margini del conflitto: se per entrambi i partecipanti la sconfitta non comporta differenze sostanziali, il conflitto non si scatena. Tuttavia, se una parte ha un forte interesse a vincere, la competizione può degenerare in conflitto. Il conflitto è intrinsecamente complementare alla cooperazione, dove unità sociali diverse avanzano istanze positive reciproche, offrendo promesse e ricompense anziché minacce e attacchi.
Il Ruolo della Coercizione e del Potere nel Conflitto
Le relazioni sociali che includono minacce esplicite o attacchi da una parte all'altra costituiscono il terreno fertile per il conflitto. Per questo motivo, individui e gruppi che detengono il controllo su mezzi di coercizione - armi, forze militari, simboli di autorità, accesso a canali di propaganda negativa - giocano un ruolo preponderante. Essi diventano specialisti nell'elaborare pretese negative e dispongono di maggiori risorse per sostenerle. Tra questi, gli Stati occupano una posizione di rilievo, specializzandosi non solo nell'accumulo e nell'impiego di mezzi coercitivi, ma anche nel controllo dell'uso della coercizione all'interno dei propri confini.
Sebbene questa definizione abbracci un'ampia gamma di comportamenti umani, alcuni studiosi estendono ulteriormente il concetto di conflitto sociale. Essi sostengono che, in teoria, individui e gruppi traggono vantaggio dal possesso di determinati benefici, dall'occupazione di specifiche posizioni o dal godimento di condizioni sociali al momento monopolizzate da altri. In questa prospettiva, una forma di conflitto permea l'intera vita sociale. Studiosi come Lukes (1974) argomentano che nessuna teoria del potere, e di conseguenza nessuna teoria del conflitto, può considerarsi valida senza tenere conto delle alternative precluse. Johan Galtung (1969) ha introdotto il concetto di "violenza strutturale", riferendosi alle ingiustizie perpetrate ai danni degli individui dalla struttura di potere esistente, proprio per descrivere tali situazioni. In questa accezione estesa, ogni teoria politica generale si configura anche come una teoria del conflitto sociale. L'economia politica marxista, ad esempio, attraverso l'analisi dello sfruttamento, rivela il conflitto insito in molte relazioni sociali, anche tra soggetti che non sono apertamente in lotta tra loro, confrontando tali relazioni con alternative teoricamente possibili.

Tuttavia, attribuire un senso così ampio alla nozione di conflitto solleva questioni fondamentali che un approccio più circoscritto può evitare. Questa impostazione presenta due svantaggi principali: primo, generalizza il problema a tal punto da renderlo quasi insolubile e difficilmente verificabile; secondo, oscura la questione originaria di determinare le condizioni in cui conflitti potenzialmente esistenti generano, nella pratica, pretese reali. La trattazione che segue, pur considerando questi argomenti generali, si concentrerà sui conflitti espliciti e diretti, in cui almeno una parte avanza evidenti pretese nei confronti di un'altra.
Azione Collettiva e Mobilitazione nel Contesto dei Conflitti
A rigor di termini, sono i singoli individui, non i gruppi, ad avanzare pretese negative. Ciononostante, il conflitto sociale è chiaramente un fenomeno collettivo, in cui gli individui agiscono congiuntamente, spesso avanzando pretese in nome di ampie categorie sociali come classi, comunità o gruppi religiosi. In questi casi, una semplificazione comune consiste nel considerare i gruppi come gli attori principali del conflitto.
Gli individui che agiscono collettivamente provengono da:
- Categorie di persone con caratteristiche comuni facilmente identificabili (es. nati nella stessa regione).
- Reticoli di individui connessi da interazioni specifiche ma privi di un'identità comune (es. catene patrono-cliente).
- Categorie di persone organizzate in reticoli (es. colleghi di lavoro), che condividono sia una caratteristica identificabile che una serie di relazioni sociali.
Il divario tra l'appartenenza a una categoria, a un reticolo o a una categoria organizzata in un reticolo, e la partecipazione diretta alla formulazione delle pretese, pone il duplice problema dell'azione collettiva e della mobilitazione.
L'azione collettiva è definita come lo sforzo congiunto a favore di interessi comuni a più persone. La mobilitazione si riferisce ai processi attraverso cui le risorse utilizzate dall'azione collettiva (lavoro, denaro, armamenti, ecc.) vengono poste sotto controllo collettivo. Poiché l'azione collettiva è spesso rischiosa, dispendiosa e sottrae risorse ad altri usi necessari, la maggior parte dei gruppi mantiene bassi livelli di mobilitazione, agisce collettivamente solo occasionalmente e vede impegnata direttamente nell'azione una percentuale ridotta dei propri membri. Tuttavia, questi momenti di azione collettiva minoritaria sono di cruciale importanza, poiché le loro conseguenze influenzano significativamente le relazioni sia all'interno del gruppo sia con altri gruppi.

Gran parte dell'indagine sociologica sul conflitto si concentra sulla descrizione e l'interpretazione piuttosto che sull'analisi teorica pura. La letteratura è ricca di studi specifici su rivoluzioni, rivolte, scioperi, movimenti sociali e conflitti di vicinato, affrontati da diverse prospettive. Tuttavia, quando si passa alla formulazione esplicita di teorie, un numero relativamente piccolo di questioni e idee domina la discussione. Questi problemi sono enormi se riferiti all'intero ambito della nozione di conflitto. Nessuna teoria singola può sperare di spiegare tutti e tre questi problemi.
Metateorie del Conflitto Sociale: Tensione vs. Lotta tra Gruppi
Le spiegazioni generali del conflitto sociale si articolano principalmente lungo due direttrici fondamentali:
- Visione Individuale vs. Società Sovraordinata: Alcuni studiosi concepiscono la vita sociale come un confronto tra individui dalle caratteristiche definite e una società sovraordinata.
- Relazioni Concrete tra Individui Concreti: Altri ravvisano l'essenza della vita sociale nelle relazioni concrete tra individui altrettanto concreti.
La seconda distinzione riguarda i processi sociali che generano conflitto:a) Il malfunzionamento dei meccanismi ordinari di regolazione.b) L'attivazione di interessi contraddittori.
Se paragoniamo la vita sociale a un organo funzionante o a una macchina, il conflitto può essere visto come il risultato di una malattia o di un guasto. Coloro che assistettero all'urbanizzazione e all'industrializzazione del XIX secolo attribuirono molti mali sociali a tali guasti, proponendo rimedi adeguati. Altri studiosi, invece, ritengono che gli interessi generatori di conflitto siano intrinseci alla vita sociale, sebbene vengano inibiti o attivati dalle circostanze.
La metateoria della tensione sociale presuppone l'esistenza di una società e che gli individui si rapportino ad essa come a una forza superiore ed esterna. Essa presume inoltre che l'ordine sociale sia naturale, ma che il cambiamento generi disordine, e il disordine a sua volta conflitto. Per questa metateoria, il conflitto rappresenta una condizione patologica evitabile. Sebbene molti enunciati empirici traggano ispirazione da principi analoghi, nessuna di queste presupposizioni, espresse in termini così generici, può essere empiricamente provata vera o falsa. Émile Durkheim è un esempio tipico di pensatore che, affrontando il tema del conflitto, ha fatto ricorso a una metateoria della tensione sociale. Secondo Durkheim, se la divisione del lavoro supera la capacità di integrazione di una società, i suoi membri perdono l'attaccamento ad essa, prevalgono l'anomia e il disordine, contenenti il conflitto.
La metateoria della lotta tra gruppi, in opposizione quasi totale alla precedente, sostiene che gli individui e le loro reciproche relazioni sociali costituiscano le realtà fondamentali della sfera sociale. Essa afferma che individui e gruppi abbiano interessi comuni e che la vita sociale consista in interazioni tra gruppi formati sulla base di interessi condivisi. Karl Marx è l'esempio più emblematico di un metateorico della lotta tra gruppi.

Altre Concezioni del Conflitto
Le altre due concezioni del conflitto presentano anch'esse caratteristiche peculiari:
Carattere Intrinseco del Conflitto Sociale: Questa idea combina l'immagine di un individuo che si confronta con la società in generale con una visione del conflitto come attivazione di interessi latenti. Spesso postula un qualche tipo di determinismo biologico, considerando il conflitto, nella sua forma estrema, come l'espressione di un istinto di lotta geneticamente programmato. Konrad Lorenz (1963) presenta l'aggressività come profondamente radicata nella biologia umana e promossa dalla selezione genetica che affina la capacità di lottare. Qualsiasi spiegazione del conflitto che ricorra alle inclinazioni peculiari di certi individui o gruppi - innate, apprese o determinate dall'ambiente - rientra in questa categoria. Brian Crozier (1974) deriva la sua conclusione sull'inevitabilità del conflitto, pur necessitando di repressione, da assiomi quali l'invidia e l'aggressività umana per natura, la loro immutabilità, la suscettibilità del comportamento umano a modifiche e il forte bisogno umano di ordine.
Relazioni tra Gruppi: Questa metateoria postula comunemente che i conflitti nascano da pregiudizi, incomprensioni o errate valutazioni, che l'informazione, l'educazione, la persuasione o un contatto prolungato potrebbero eliminare. Quando si scatena un contrasto per motivi razziali, etnici o religiosi, si ricorre solitamente a spiegazioni basate sulle relazioni tra gruppi. I progetti proposti da educatori e politici per ridurre il conflitto attraverso esortazioni, educazione e contatto tra avversari dimostrano la persistenza di questo approccio.
Tuttavia, le concezioni basate sul carattere intrinseco e sulle relazioni tra gruppi hanno avuto un impatto relativamente modesto sulle recenti analisi del conflitto. Viceversa, la maggior parte delle teorie e delle ricerche contemporanee segue la linea della tensione sociale o quella della lotta tra gruppi.
Le metateorie, pur essendo troppo ampie per essere provate vere o false, esercitano una profonda influenza sull'indagine concernente il conflitto sociale. Inoltre, certe teorie verificabili si collocano senza ambiguità all'interno di una o dell'altra metateoria. Ad esempio, quando Samuel Huntington (1968) tenta di spiegare l'andamento del conflitto politico nei paesi in via di sviluppo, sostiene che il grado di conflittualità è funzione della misura in cui la mobilitazione sociale supera l'istituzionalizzazione della società e del governo: più ampio è il divario, più diffuso è il conflitto. Poiché è difficile misurare l'istituzionalizzazione indipendentemente dall'estensione del conflitto, la teoria rischia di cadere in un circolo vizioso; ciononostante, mediante definizioni e misurazioni appropriate, può essere sottoposta a verifica. La teoria di Huntington, combinando l'idea di malfunzionamento con quella di confronto individuo-società, rientra nella categoria della tensione sociale.
Kenneth Boulding (1962), al contrario, sostiene che il conflitto economico si acuisce nei paesi poveri rispetto a quelli ricchi poiché, in condizioni prossime alla sussistenza, ogni guadagno di un gruppo equivale verosimilmente a una perdita per un altro. Boulding, analizzando altri tipi di conflitto, si richiama ripetutamente ai modelli di Lewis Richardson sulla corsa agli armamenti. Come dimostrano questi esempi, l'attivazione di interessi da parte di gruppi in competizione è al centro dell'analisi di Boulding, collocandosi nella linea della lotta tra gruppi.
IL CONFLITTO SOCIALE: l'approccio sociologico.
Mezzi di Coercizione e Loro Impatto sul Conflitto
I sostenitori delle teorie della lotta tra gruppi e della tensione sociale concordano su un punto fondamentale: la forma e il controllo dei mezzi coercitivi a disposizione modellano il carattere, l'intensità e le conseguenze del conflitto sociale. Pertanto, se i mezzi di coercizione cambiano, cambia anche il tipo di conflitto. Tali mezzi comprendono qualsiasi strumento utilizzato dagli individui per imporre le proprie pretese negative, dalle maldicenze alle bombe.
I mezzi per avanzare pretese negative sono distribuiti, in ogni tempo e luogo, in maniera diseguale. Nel mondo contemporaneo…
La Violenza nel XX Secolo: Una Prospettiva Storiografica
Il XX secolo è stato definito il secolo più violento della storia, un'affermazione che, sebbene apparentemente lapalissiana, merita un'analisi comparativa approfondita con il passato. L'approccio storiografico, sfruttando le sue caratteristiche di comparazione diacronica e sincronica, può offrire nuove risposte e riorganizzare le riflessioni provenienti dalle diverse scienze sociali.
L'analisi storica consente di osservare la violenza nella sua complessità, considerando aspetti quantitativi, obiettivi, occasioni, forme, contesti, fasi, responsabilità e partecipazione. In questo modo, la storia può apportare un contributo autonomo alle riflessioni contemporanee delle scienze umane e sociali sulla violenza. Una specificità del XX secolo è il ruolo primario della politica nello spazio pubblico e nelle vicende sociali, economiche e culturali, che hanno trasformato il panorama storico con una velocità inaudita. Anche sul terreno della violenza, il ruolo della politica - come suscitatrice, giustificatrice, legittimatrice o risolutrice di azioni violente - è stato particolarmente rilevante.
La ricerca storiografica sulla violenza nel XX secolo può articolarsi su due piani metodologici e di contenuto: diacronico e sincronico, seguiti da un confronto dei risultati. La comparazione tra eventi storici temporalmente, geograficamente, politicamente, socialmente e culturalmente differenziati, e tra discipline e strumenti di analisi differenti, permetterà di formulare ipotesi per la comprensione della violenza novecentesca che trascendono le spiegazioni convenzionali o quelle proprie di altri campi delle scienze sociali.
La prima fase della ricerca potrebbe indagare la violenza di massa attraverso genocidi e stragi rilevanti nel secolo, inserendoli nel loro contesto storico. Parallelamente, un'altra linea di indagine potrebbe concentrarsi su un decennio specifico, come gli anni '70, caratterizzato da diverse declinazioni e articolazioni della violenza a livello nazionale, regionale e internazionale.
La seconda fase vedrà il confronto dei dati emersi e la comparazione dei risultati raggiunti dalle singole unità di ricerca.

Contributo delle Scienze Comportamentali e Cognitive
L'economia comportamentale e le scienze cognitive offrono strumenti preziosi per comprendere le motivazioni individuali e di gruppo dietro le azioni violente e conflittuali. Concetti come l'avversione alla perdita, l'euristica della disponibilità, il bias di conferma e la teoria dei giochi applicata alle interazioni strategiche possono illuminare perché gli individui e i gruppi scelgano la coercizione o l'attacco anziché la cooperazione.
Ad esempio, l'avversione alla perdita suggerisce che le persone sono più motivate a evitare una perdita che a ottenere un guadagno equivalente. In contesti di conflitto, questo può portare a comportamenti aggressivi per proteggere ciò che si possiede, anche a costo di subire perdite maggiori in futuro. La teoria dei giochi, in particolare, analizza come le decisioni prese in un ambiente di interdipendenza strategica possano portare a equilibri in cui la violenza è la scelta razionale, anche se non desiderabile per tutti gli attori coinvolti. Il "dilemma del prigioniero" e le sue varianti mostrano come la sfiducia reciproca possa impedire la cooperazione, anche quando questa sarebbe vantaggiosa per entrambe le parti.
La psicologia evoluzionista e la sociobiologia, pur con le dovute cautele metodologiche, hanno cercato di rintracciare le origini biologiche dell'aggressività e del comportamento competitivo, suggerendo che alcuni predisponenti tratti comportamentali potrebbero essere stati favoriti dall'evoluzione per la sopravvivenza. Tuttavia, è cruciale distinguere tra predisposizioni biologiche e determinismo, riconoscendo il ruolo preponderante dell'ambiente, della cultura e delle strutture sociali nel modellare l'espressione della violenza.
La Violenza Strutturale e le Sue Implicazioni
Il concetto di "violenza strutturale" di Johan Galtung è fondamentale per comprendere le forme di violenza meno evidenti ma pervasive che affliggono molte società. Questa violenza non è perpetrata da un agente specifico, ma è insita nelle strutture sociali, economiche e politiche che creano disuguaglianze, privazioni e ingiustizie sistemiche. Esempi includono la povertà estrema, la discriminazione razziale o di genere, la mancanza di accesso all'istruzione o alla sanità. Queste condizioni strutturali limitano le opportunità e il benessere di interi gruppi di persone, causando sofferenze e riducendo la loro capacità di raggiungere una vita desiderabile, senza che vi sia necessariamente un atto di violenza diretta o esplicita.
L'analisi storica può rivelare come queste strutture di violenza si siano sviluppate nel tempo, spesso giustificate da ideologie dominanti o da interessi di potere. La comprensione della violenza strutturale è essenziale per affrontare le cause profonde dei conflitti espliciti e per promuovere società più giuste ed eque.
Questo approccio integrato, che combina l'analisi storica con gli strumenti dell'economia comportamentale, delle scienze cognitive e della sociologia critica, offre una prospettiva più completa sulla complessità della violenza umana nel XX secolo e oltre.
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