L’omosessualità repressa rappresenta una condizione in cui una persona nega o sopprime la propria attrazione verso lo stesso sesso, spesso a causa di pressioni sociali, culturali o personali. Questo conflitto interno può manifestarsi attraverso disagio psicologico, comportamenti compensatori o difficoltà nelle relazioni interpersonali. L'articolo esplora le radici della repressione, i suoi effetti sulla salute mentale e i percorsi verso l’autenticità e l’accettazione di sé.
I meccanismi di difesa sono strategie psichiche che utilizziamo per proteggerci da esperienze emotive dolorose o minacciose; quando diventano rigidi e pervasivi, possono limitare la nostra capacità di vivere esperienze autentiche e appaganti. Proviamo ad applicare quanto detto al concetto di omosessualità repressa che si verifica quando, nonostante un chiaro orientamento affettivo e sessuale verso persone del nostro sesso, scegliamo di negarlo o nasconderlo, spesso a causa di pressioni sociali, giudizi morali o paure interiorizzate.
Questa "repressione" è un meccanismo di difesa psichico che ci permette di evitare l'ansia e il disagio associati all'espressione di un'identità sessuale non conforme alle norme sociali dominanti. A differenza della rimozione e del diniego, che sono meccanismi di difesa inconsci, la repressione implica una scelta attiva di non affrontare o riconoscere determinati aspetti della propria psiche. La repressione dell'orientamento sessuale può portare a un significativo disagio psicologico e a una serie di conseguenze negative sulla qualità della nostra vita.
Cause dell'Omosessualità Repressa
Le cause dell'omosessualità repressa sono molteplici e possono includere:
- Contesto culturale e sociale: In molte società, l'omosessualità e la bisessualità stigmatizzate portano le persone a nascondere la loro vera identità per paura di essere giudicate o discriminate. Questa pressione sociale può essere particolarmente forte in contesti religiosi o conservatori.
- Famiglia e ambiente: Un contesto familiare che promuove valori tradizionali o che esprime atteggiamenti negativi nei confronti dell'omosessualità può contribuire alla repressione dei desideri omosessuali.
- Esperienze traumatiche: Eventi traumatici legati all'orientamento sessuale, come bullismo o abusi, possono condurci alla negazione della nostra identità sessuale. Queste esperienze possono creare una profonda paura di essere vulnerabili o di essere feriti nuovamente.
- Omofobia interiorizzata: A volte siamo vittima di un meccanismo che ci porta a far nostre le convinzioni omofobe presenti nella società, portandoci a rifiutare la nostra sessualità. L’omofobia interiorizzata riguarda innanzitutto la concezione del sé, al punto che può iniziare a svilupparsi prima ancora che il soggetto diventi consapevole della propria sessualità. Lingiardi sostiene che l’omofobia interiorizzata rappresenta la dimensione più soggettiva del minority stress. Le altre due importanti componenti sono lo stigma percepito e le esperienze vissute di discriminazione e violenza. Inoltre, a suo avviso, un crescente numero di ricerche individua nei pregiudizi e nelle discriminazioni fattori rilevanti e misurabili di stress. L'omofobia interiorizzata non è una condizione innata, ma il risultato di un processo di apprendimento sociale e culturale. Secondo Herek (2009), questo fenomeno colpisce una percentuale significativa della popolazione LGBTQ+, con circa il 30-40% che riporta livelli moderati o elevati di pregiudizi interiorizzati. Le sue radici affondano in diversi fattori che, combinati, plasmano la percezione negativa di sé in una persona LGBTQ+.

Differenza tra Omosessualità Repressa e Omosessualità Latente
L'omosessualità latente si riferisce a desideri o attrazioni omosessuali che non sono stati completamente riconosciuti o espressi. In questo caso non neghiamo i nostri sentimenti ma semplicemente non abbiamo ancora esplorato o accettato la nostra identità. La differenza principale sta nella consapevolezza e nell’accettazione: l'omosessualità repressa implica un rifiuto consapevole della propria identità, l'omosessualità latente può essere caratterizzata da una mancanza di consapevolezza o da una curiosità non esplorata.
Chi è omosessuale sa di esserlo. Non ha la paura o il dubbio di esserlo o di poterlo diventare. Non gli viene minimamente il panico a pensare questa frase. Non va a cercare sintomi. La sofferenza dei primi è violenta ed insanabile, dovuta ad una totale incompatibilità ed estraneità dei pensieri ossessivi. Spesso le persone con questo tipo di DOC manifestano una profonda paura per la critica, il rimprovero e il disprezzo, che minacciano la loro necessità di persone accettate e degne di essere amate.
Sintomi di Omosessualità Repressa
L'omosessualità repressa, frutto di un conflitto interiore tra desideri autentici e le pressioni sociali, si manifesta spesso attraverso un profondo disagio psicologico. Costretti a nascondere una parte fondamentale di noi stessi, possiamo avvertire e sperimentare un senso di alienazione e isolamento crescenti. L'ansia e la depressione diventano compagne abituali, alimentate, giorno dopo giorno, dalla frustrazione di una vita vissuta in contraddizione con i propri bisogni più intimi.
In alcuni casi, il dolore emotivo può sfociare in comportamenti autodistruttivi, come l'abuso di sostanze o l'autolesionismo, che si trasformano in un tentativo disperato di trovare sollievo. Le relazioni interpersonali ne risentono profondamente, poiché la paura del giudizio e l'incapacità di essere autentici ostacolano la creazione di legami significativi.
L'impatto dell'omofobia interiorizzata sul benessere psicologico di un individuo è profondo e pervasivo (Newcomb et al., 2010). Questo conflitto interno può manifestarsi attraverso una serie di sintomi e problematiche emotive e comportamentali.
Sintomi psicologici ed emotivi:
- Bassa autostima: Sentirsi 'sbagliati' o 'difettosi' a causa del proprio orientamento sessuale.
- Ansia e depressione: La costante lotta interiore e la paura del giudizio possono portare a disturbi d'ansia e depressivi.
- Vergogna e senso di colpa: Sentimenti cronici legati alla propria identità sessuale.
- Rabbia e ostilità: Rabbia rivolta verso se stessi o, paradossalmente, verso altre persone LGBTQ+ più aperte e visibili.
Impatto sulle relazioni e sul comportamento:
- Difficoltà relazionali: Paura di creare legami intimi e autentici per timore di essere 'scoperti' o rifiutati.
- Isolamento sociale: Tendenza a evitare contesti sociali o situazioni in cui la propria identità potrebbe emergere.
- Comportamenti a rischio: In alcuni casi, può portare ad abuso di sostanze o a comportamenti sessuali non sicuri come meccanismo di fuga o autopunizione.
- Difficoltà nel processo di coming out: Il timore delle reazioni negative, amplificato dai pregiudizi interiorizzati, può bloccare o rendere estremamente doloroso il percorso di rivelazione di sé.
Sintomi di Omosessualità Latente
I sintomi dell'omosessualità latente possono manifestarsi attraverso fantasie omosessuali che si traducono in pensieri o sogni ricorrenti su persone dello stesso sesso. Queste fantasie possono risultare confuse o inespresse: non riconoscerle può esporci al rischio di sviluppare progressivamente una serie di conflitti interiori che possono influenzare negativamente il nostro benessere emotivo. A volte possiamo avvertire disagio o insoddisfazione nelle relazioni eterosessuali, senza però comprendere fino in fondo le ragioni di questa insoddisfazione nei rapporti sentimentali e sessuali. L’omosessualità latente ci porta a sentirci attratti da esperienze o relazioni con individui dello stesso sesso, ma esitiamo a intraprenderle, spesso a causa di paure legate all’accettazione sociale e al giudizio.
L'Omofobia Interiorizzata e le sue Radici Culturali
Crescere in una società che presenta l'eterosessualità come unica norma può lasciare un'impronta profonda, come l'omofobia interiorizzata. Nessuno nasce con dei pregiudizi: questi vengono assorbiti, spesso in modo inconsapevole, dall'ambiente in cui viviamo. Famiglia, scuola e cultura ci trasmettono un sistema di valori che può portarci a vedere qualsiasi altra forma di amore e identità come 'diversa' o 'sbagliata', un'idea che raramente viene messa in discussione. Da un punto di vista psicologico, questo sistema di valori contribuisce a formare le nostre credenze di base: le lenti attraverso cui guardiamo e giudichiamo il mondo. Sono regole e presupposti che agiscono spesso a livello inconscio.
Fin dall'infanzia, prima ancora di avere piena consapevolezza del proprio orientamento sessuale, una persona può interiorizzare una serie di messaggi che potremmo definire 'eteronormativi'. Si tratta di atteggiamenti e idee, trasmessi dalla cultura di riferimento, che suggeriscono l'esistenza di un unico orientamento sessuale 'giusto' o 'naturale'. Tali informazioni vengono apprese costantemente dalla persona nell’arco del suo sviluppo e possono diventare convinzioni come, ad esempio, che essere gay o lesbica sia qualcosa di sbagliato, che va contro le norme del vivere comune o, addirittura, contro natura.
L'omofobia interiorizzata è dunque una componente importante nel disagio vissuto quotidianamente dalle persone LGBTQ+ e ha un ruolo determinante nell’insorgenza di alcuni disturbi emotivi (Berg et al., 2016). Può causare infatti: bassa autostima, difficoltà relazionali, isolamento sociale, sentimenti di colpa e vergogna. Questo può avere un impatto profondo sull'individuo, che arriva a pensare di essere sbagliato. Tutto ciò può contribuire a sviluppare pensieri suicidari e a adottare condotte ad alto rischio come il sesso non protetto o l'abuso di sostanze.
L'omofobia interiorizzata, quindi, può portare a sviluppare alcuni problemi come: ansia e depressione, disturbi sessuali, esclusione sociale, abuso di alcol e sostanze, elevata percezione dello stigma sociale, difficoltà nel fare coming out.

Le cause dell'omofobia interiorizzata non sono innate, ma il risultato di un processo di apprendimento sociale e culturale. Secondo Herek (2009), questo fenomeno colpisce una percentuale significativa della popolazione LGBTQ+, con circa il 30-40% che riporta livelli moderati o elevati di pregiudizi interiorizzati. Le sue radici affondano in diversi fattori che, combinati, plasmano la percezione negativa di sé in una persona LGBTQ+.
Cause Socioculturali
Viviamo in una società storicamente eteronormativa, dove l'eterosessualità è presentata come l'unica norma valida. Messaggi veicolati da media, istituzioni religiose e discorsi pubblici possono rinforzare stereotipi e pregiudizi, creando un ambiente in cui la diversità sessuale è vista come 'anormale' o 'sbagliata'.
Fattori Familiari ed Educativi
L'ambiente familiare e scolastico gioca un ruolo cruciale. La mancanza di un'educazione sessuo-affettiva inclusiva e la presenza di atteggiamenti omofobici, anche impliciti, in famiglia possono portare il bambino e l'adolescente a interiorizzare l'idea che i propri sentimenti siano inaccettabili. Secondo alcuni studi, la discrepanza fra orientamento sessuale esplicito e implicito è maggiore tra le persone i cui padri mostrano scarso supporto all'autonomia e atteggiamenti omofobici (Weinstein et al., 2012).
Isolamento e Mancanza di Modelli
La carenza di modelli di riferimento positivi e visibili può far sentire una persona LGBTQ+ sola e isolata. Questa solitudine aumenta la vulnerabilità ai messaggi negativi esterni, rendendo più difficile costruire un'identità solida e positiva.
La Vergogna e il suo Impatto sulla Sessualità
La vergogna è un’emozione sociale che ha una serie di effetti che servono al monitoraggio dell’iniziativa e al controllo dell’interesse/eccitamento (arousal). Lichtenberg afferma che tra “sensualità” e “sessualità” vi sia un collegamento molto stretto. Il sistema motivazionale sensuale-sessuale si articola lungo un continuum e considera lo sviluppo della sensualità come propedeutico allo sviluppo di una sana sessualità. Nella sensualità sono connesse delle piacevoli sensazioni corporee condivise con un altro che guarda (rispecchia), come partecipante o testimone dell’attività in modo benevolo. Essa implica anche che il bambino possa vivere con il proprio corpo sia nel gioco sia nel rapporto con gli altri un’attività sensuale piacevole, perché qualcuno ha implicitamente comunicato approvazione per questo suo stato del sé.
Tomkins la considera un “affetto innato presente fin dall’infanzia che si attiva quando un’esperienza di interesse-eccitamento o godimento incontra un ostacolo che la smorza senza eliminare il desiderio e il godimento” di essa. In molte situazioni di gioco interattivo con il caregiver, l’eccitamento (arousal) e la gioia possono variare secondo il grado di partecipazione di entrambi e del loro reciproco godimento. Una partecipazione dei genitori nel nutrimento, nel contatto sociale o nel gioco con i giocattoli o l’esperienza dell’essere cullati, sosterrà l’interesse del bambino. Quando una di queste attività è interrotta, genera un’intensa risposta avversiva con protesta e rabbia nel tentativo di riprendere l’esperienza piacevole.
Il successo o il fallimento in relazione all’adeguarsi a regole e a obiettivi fornisce un segnale al sé. Questo segnale influenza il soggetto e consente alla sua mente di iniziare un processo di valutazione. Seguendo i due autori, Lichtenberg propone una griglia evolutiva dell’emozione della vergogna che può essere utile per comprendere come questo tema sia profondamente connesso nella terapia con pazienti portatori di “minority stress”.
- La vergogna è un’esperienza presente sin dalla nascita e diventa riflessiva e auto attributiva dopo i diciotto mesi.
- La vergogna è un importante promotore del processo di socializzazione e di acculturazione dei bambini durante il periodo in cui il senso di sé si sta formando. Essa non è elemento patologico in sé. Quello che diventa un sistema patologico è la vulnerabilità del bambino alla frequenza e alla rigidità con cui i caregiver limitano la sua vitalità e al tempo in cui il bambino rimane imprigionato in questo stato di vergogna senza che possa trovare attraverso l’altro una capacità di autoregolarla in maniera positiva.
- La sessualità è vissuta inevitabilmente con una qualità conflittuale tra il desiderio di sperimentare sensazioni piacevoli e il rifiuto delle stesse.
- Aggiungerei che il sistema motivazionale sensuale-sessuale associato all’esperienza della vergogna è altresì strettamente connesso sia al sistema di attaccamento, sia a quello intersoggettivo.
L’autore riporta il sogno di un paziente gay in cui il terapeuta veniva identificato come un “fist fucker”, ovvero un uomo che ficca con forza il suo pugno nel sedere del suo partner. L’analista riflette sul senso di disgusto dall’immaginare quella scena in cui veniva identificato in colui che praticava questa condotta sessuale. Dopo un po’ il paziente chiese all’analista se aveva dei pregiudizi intorno alle condotte dei gay. Consapevole dei suoi principi liberali, Lichtenberg aveva pensato di aver superato questo tema ancorandolo a una razionale accettazione del suo paziente. Ma a un’attenta riflessione e introspezione, aveva rintracciato i sentimenti di repulsione, disgusto e vergogna, che l’interazione col suo paziente aveva rievocato.
Nell’introduzione al testo di Nusbaum, Lingiardi (2011) sostiene che “l’interiorizzazione dello stigma sessuale infesta spesso la psiche delle persone omosessuali, generando: auto disprezzo, sensazione strisciante di non avere le carte in regola, vergogna. L’omofobia interiorizzata riguarda innanzitutto la concezione del sé, al punto che può iniziare a svilupparsi prima ancora che il soggetto diventi consapevole della propria sessualità. Lingiardi sostiene che l’omofobia interiorizzata rappresenta la dimensione più soggettiva del minority stress.
Sulla base di quanto finora esposto, evidenzierei quanto il tema della vergogna riguardi tutti i soggetti che partecipano alla relazione terapeutica. Condivido la posizione di Lichtenberg di collegare l’emozione della vergogna all’incapacità del caregiver di permettere al bambino un’esperienza intersoggettiva vitalizzante. Immaginiamo un adolescente che scopre il proprio orientamento LGBT in una famiglia che rifiuta tale identità. Bromberg sostiene (“Destare il sognatore”, 2009) che la vergogna è l’elemento centrale nella relazione terapeutica con i suoi pazienti: il compito del terapeuta consiste nel riconoscere questa emozione e integrarla nella relazione terapeutica per evitare la ritraumatizzazione della persona.
Questo mancato riconoscimento porta a una dissociazione strutturale di una parte del sé la quale, se coinvolge un’ampia parte del sé, comprometterà il processo di attaccamento e influirà sulla capacità di autoregolazione tra bambino e caregiver. Bromberg definisce questo come trauma evolutivo o relazionale. È la vergogna dissociata dei genitori generata dalla loro stessa esperienza di sé compromessa che rende difficile il riconoscimento delle qualità del bambino che il genitore ha misconosciuto in se stesso (Ibidem 2009). Quando il genitore dissocia la sua vergogna al punto tale da precludere la sua capacità di trarre piacere dall’interazione con il bambino, si ha un danno evolutivo molto grande.
La vergogna, introduzione.
Come Superare l'Omosessualità Repressa
Il primo passo consiste nell'accettare i propri desideri e attrazioni omosessuali, un processo che richiede introspezione e riflessione personale: concediamo a noi stessi il permesso di esplorare questi sentimenti senza giudizio. Informarsi sull'omosessualità e sulle esperienze di altre persone può contribuire a ridurre l'ansia e la paura: comprendere la storia e la cultura LGBTQ+ può aiutarci a elaborare le nostre sensazioni e le nostre esperienze. Il coming out è un passo liberatorio quando ci si sente pronti. Esprimere la propria identità può alleviare la pressione e l'ansia associate alla repressione. Prendersi cura della propria salute mentale è fondamentale.
La psicoterapia con persone omosessuali prevede in primo luogo una presa di coscienza dell’esistenza dell’omofobia interiorizzata come problematica importante da affrontare. Il terapeuta in questi casi aiuta la persona omosessuale:
- A vedere i pregiudizi che ha interiorizzato nel corso della propria esistenza.
- A comprendere come questi influenzino e condizionino i suoi pensieri e le sue scelte.
L’obiettivo fondamentale di un percorso terapeutico di questo tipo è aiutare la persona a sentirsi libera di esplorare e affermare la propria identità sessuale, in uno spazio sicuro e non giudicante. Le ricerche, infatti, confermano che le persone LGBTQ+ che riescono a vivere apertamente e con serenità il proprio orientamento raggiungono un maggiore benessere psicofisico. Tendono a essere: più soddisfatti di se stessi; maggiormente propositivi verso gli altri; più propensi a confrontarsi con il mondo circostante. Riconoscendo le modalità dell’omofobia, gli psicoterapeuti possono agire in modo attivo per aiutare i propri clienti a rifondare l’autostima e ricostruire un’immagine positiva di sé.
Un percorso verso l'accettazione di sé. Affrontare l'omofobia interiorizzata è un passo coraggioso verso l'autenticità e il benessere psicologico. Questo percorso, sebbene possa presentare delle sfide, non deve essere affrontato in solitudine. Riconoscere l'impatto dei pregiudizi interiorizzati è il primo passo per smantellarli e costruire un'immagine di sé positiva e integrata. Un supporto psicologico professionale può offrire gli strumenti e lo spazio sicuro necessari per esplorare questi sentimenti, rafforzare l'autostima e vivere pienamente la propria identità.
Esperienza Reale: Il Caso di A.
A. ha 32 anni e inizia un percorso terapeutico perché, dopo la fine della relazione con la sua ex ragazza durata 9 anni, si sente confuso e frastornato. Da molti anni ha fantasie erotiche su altri uomini, che però ha sempre cercato di reprimere con il bere e l’uso di sostanze stupefacenti di vario tipo, anche molto pesanti. L’uso inizialmente occasionale si è trasformato in vero e proprio abuso, al punto che quando inizia il suo percorso di terapia ha una vera e propria dipendenza da sostanze. Durante il lavoro terapeutico, è emerso come l’abuso di alcol e droghe fosse diventato il suo unico mezzo per non dare corpo e voce ai pensieri e alle fantasie omosessuali che sin da ragazzo manifestava: A. è l’unico figlio maschio di una famiglia altolocata di un paese in cui si è sottoposti facilmente al giudizio altrui, pertanto non poteva permettersi di dichiarare la sua omosessualità, che ha tentato di reprimere per anni (costruendo anche una relazione eterosessuale). Il lavoro terapeutico si è orientato su un doppio binario: da un lato il lavoro sulla dipendenza, ormai conclamata; dall’altro dare spazio all’espressione del suo vero sé. Man mano che A. esplorava i suoi sentimenti, riconosceva e accettava i suoi desideri e le sue attrazioni omosessuali in un ambiente sicuro e senza giudizi, il percorso verso l'autenticità diventava più chiaro.
L'Importanza della Psicoterapia e del Supporto
L’omosessualità non è una malattia, né una scelta: non c’è nulla di rotto, nulla da riparare. La mia tesi è quella di esplorare, nell’ambito della relazione terapeutica, questa emozione così fondamentale per lo sviluppo armonico, piuttosto che distonico, dell’identità LGBT. A mio parere è essenziale che il terapeuta abbia cura a prestare attenzione ai segnali che il proprio corpo registra collegati alle emozioni che vengono generate durante la relazione terapeutica. Secondo alcuni autori (Allan Schore, 2008, 2010; D. Ferguson, H. Stegge, I. Damhuis, 1991) è importante garantire un’attenta presenza agli stati del sé che si manifestano nella relazione intersoggettiva.
Gli psicoterapeuti di Serenis possono aiutarti in ogni fase del tuo percorso di accettazione e consapevolezza. Puoi svolgere il primo colloquio gratuito e, se deciderai di continuare, le sedute costeranno 49 € l'una. Se senti che questo peso sta influenzando la tua vita e le tue relazioni, ricorda che chiedere aiuto è un atto di forza. Unobravo è qui per sostenerti con un team di psicologi e psicologhe pronti ad accompagnarti in un percorso di crescita personale, nel rispetto della tua unicità e dei tuoi tempi.
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