Psicoterapia e Neuroscienze: La Convergenza tra Mente, Corpo e Cervello nell'Ottica del Ventunesimo Secolo

La concezione che la mente e il corpo siano entità separate è anacronistica e limitante nel campo della diagnosi e della cura del ventunesimo secolo. Questo pregiudizio, ovvero un giudizio anticipato e prematuro, come altri ha delle fondamenta culturali profonde. La dicotomia mente-corpo ha condotto a una disparità, anche nell’importanza comunemente attribuita in maggior misura alla salute fisica, a discapito di quella mentale. Tuttavia, le più recenti scoperte scientifiche hanno permesso di stabilire con certezza che la psicoterapia agisce sul cervello, producendo un vero e proprio mutamento dei circuiti neuronali. Le tecniche di neuroimaging dimostrano che il lavoro psicoterapeutico produce le stesse modifiche chimiche che sono apportate dalla terapia psicofarmacologica, indebolendo la concezione dualistica che vede come nettamente separati la mente e il corpo.

Illustrazione schematica del cervello umano con evidenziate le aree cerebrali coinvolte nei processi cognitivi ed emotivi

In origine, la Psicologia è nata con lo scopo di studiare gli aspetti caratteriali e comportamentali dell’uomo. Il termine psicologia è stato coniato nel XVI secolo, da Rodolfo Goclenio, e deriva dalle parole: psiché (respiro, alito, fiato, principio vitale, ma anche carattere personale e modo di agire), e logos (discorso, pensare, ragion d’essere, studio). Tuttavia, le radici della Psicologia affondano ancora più in profondità nella filosofia dell’Antica Grecia, con il pensiero di Platone (400 a.C.). Successivamente, questo pensiero dicotomico viene rinforzato dalla filosofia Cartesiana del XVII secolo, con la res cogitans e la res extensa, e fino ad oggi ha influenzato, insieme alla cultura Cattolica, il pensiero del mondo occidentale (Damasio, 1995). Da tali basi si è istaurata una netta divisione tra mente e corpo; questo dualismo ci ha portato a concepire l’uomo come un insieme di organi con distinte funzioni, perdendone il senso di unicità. Da un lato, stimolando un elevato sviluppo conoscitivo e tecnologico, "le specializzazioni", dall’altro, però, ostacolando un approccio multidimensionale allo studio e alla cura dei fenomeni umani, normali e patologici (Trombini, G.).

La Persistenza del Dualismo Mente-Corpo e le Nuove Prospettive

Nonostante i progressi scientifici, la concezione dualistica mente-corpo persiste in una parte significativa della popolazione e persino tra gli operatori sanitari. Un recente studio condotto tra Belgio e Regno Unito ha osservato gli atteggiamenti inerenti il rapporto mente-corpo e le variabili che rappresentano le differenze di tali inclinazioni, in un campione di studenti universitari e operatori sanitari. I sondaggi indicano una predominanza dell’ideologia dualistica. I giovani, le donne, e chi ha credenze religiose sono i più propensi a credere che la mente e il cervello siano separati e negano la fisicità della mente. La fede religiosa è risultata essere il miglior predittore per tale atteggiamento. Tra gli operatori sanitari, invece, la maggior parte è contraria alla presenza di una divisione tra la coscienza e il corpo. Tuttavia, anche una parte considerevole di questi professionisti, medici e paramedici, più di un terzo, sostiene la concezione dualistica (Demertzi, A.).

Una prospettiva alternativa la ritroviamo nella cultura orientale, caratterizzata per avere una visione più ampia dell’oggetto osservato, che viene sempre posto in relazione agli altri elementi del contesto (Nisbett R.E. & Masuda T., 2003). Corpo e mente sono visti come aspetti inseparabili; in particolare, nella filosofia Buddista per unicità non si intende che corpo e mente siano identici, ma che non siano separati, essi sono considerati entità distinte di uno stesso essere vivente che dialogano e interagiscono profondamente. Tra gli approcci più moderni in ambito medico, invece, si cerca di colmare questa distanza con la medicina integrativa, l’approccio olistico, o la psicosomatica. Infine, il concetto di Engel di medicina biopsicosociale suppone una matrice triangolare, in cui il corpo e la mente sono posti in una relazione reciproca e nei confronti di un terzo agente, l’ambiente. Ciò che emerge da questi nuovi approcci è la necessità di un lavoro interdisciplinare, nel quale il paziente venga preso in carico nella sua interezza, in un’ottica di cura alla persona e non della malattia (Brunnhuber S. & Michalsen A., 2012; Herrmann-L Sargent, P.A.).

Diagramma che illustra il modello biopsicosociale di Engel, con corpo, mente e ambiente interconnessi

La Psicoterapia come Agente di Cambiamento Neurologico

A causa del “pregiudizio occidentale”, l’ambito di indagine della psiche ha imboccato due percorsi separati: quello biologico (neurologia e psichiatria) e quello psicologico (psicologia e psicoterapia), creando la distinzione tra le “malattie del cervello” e i “disturbi della mente”. In sostanza, vige la credenza secondo la quale il cervello si cura con i farmaci, mentre la mente si cura con le parole, perché queste non hanno effetti sul corpo. Le ricerche degli ultimi anni stabiliscono con certezza che la psicoterapia agisce sul cervello, producendo al suo interno modifiche chimiche del tutto simili a quelle apportate dai farmaci (Frewen, P.A.).

Le percezioni, la memoria, i pensieri, le emozioni e i comportamenti sono gestiti da determinati circuiti neuronali. Ogni disturbo cognitivo deriva da un’alterazione della struttura o della funzionalità di queste reti. Il cervello è un organo plastico, capace di modificarsi nel momento in cui l’individuo riflette, apprende e memorizza, ed è in grado di generare, regolare o modificare le funzioni indispensabili per la vita, sia da un punto di vista biologico che sociale (Dolan R.J., 2002; Squire, L. & Kandel, E.R. 2003; Straube T.).

Lo psicoterapeuta cognitivo-comportamentale divide la terapia principalmente in due fasi. In un primo momento raccoglie informazioni personali, familiari e sull’evoluzione del disturbo per il quale la persona ha richiesto assistenza; inoltre, osserva gli schemi di pensiero e di comportamento, lo stile relazionale e la modalità in cui esprime le emozioni. In un secondo momento si apre la fase dell’intervento terapeutico vero e proprio, i cui obiettivi sono concordati esplicitamente con il paziente sulla base delle richieste fatte, e vengono perseguiti con un coinvolgimento attivo da parte di entrambi, applicando tecniche specifiche, che il professionista può conoscere e padroneggiare solo in seguito ad anni di studi e praticantato.

La psicoterapia modifica il cervello, quindi non è meno “biologica” rispetto alla terapia farmacologica. Ciò non significa che la terapia con i farmaci non sia uno strumento necessario nel processo di trattamento dei pazienti con maggiore disagio. Tuttavia, gli psicofarmaci tendono ad essere prescritti anche quando non necessari, oppure vengono utilizzati in modo sostitutivo della psicoterapia. Questo accade anche quando le evidenze ci insegnano che la psicoterapia, o la terapia associata se necessario, hanno risultati superiori rispetto all’utilizzo esclusivo della terapia farmacologica (DeRubeis, R.J. et al., 2008; Hirvonen, J. et al, 2010; Hollon, S.D., et al., 2005; Praško, J.).

L'Efficacia della Psicoterapia Supportata dalle Neuroscienze

La psicoterapia è efficace. In particolare, l’American Psychiatric Association (APA) ha stilato le linee guida internazionali sulla base di rigorose revisioni della letteratura scientifica, indicando la Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale (CBT) come la più indicata per la gran parte dei disturbi psicologici raccolti nel Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM), e la definisce più efficace della terapia psicofarmacologica sul lungo periodo (Evidence-Based Mental Health, 2003; Fonagy, P. et al., 2002; Michielin P.).

Più recentemente, i risultati di una ventina di studi hanno riscontrato che la CBT modifica la disfunzione dei circuiti neuronali correlati al disturbo psicopatologico trattato. I percorsi psicoterapici testati riguardano pazienti affetti da disturbo ossessivo-compulsivo (Apostolova, I. et al., 2010; Baxter, L.R. et al., 1992; Lehto, S.M. et al., 2008; Nakao, T. et al., 2005; Schwartz, J.M. et al., 1996), disturbo depressivo maggiore (Brody A.L. et al., 2001; Goldapple, K. et al., 2004; Hirvonen, J. et al., 2010; Hollon, S.D. et al., 2005; Karlsson, H. et al., 2010), fobia sociale (Furmark, T. et al., 2002), fobia specifica (Johanson A. et al., 2006; Paquette V. et al., 2003; Straube, T. et al., 2006), disturbo da attacchi di panico (Sakai, Y. et al. 2006), schizofrenia (Penadés, R. et al., 2002), disturbo post-traumatico da stress (Felmingham K. et al., 2007; Levin, P. et al., 1999; Peres, J.F.P. et al., 2005), sindrome del colon irritabile (Lackner, J.M. et al., 2006) e disturbo borderline di personalità (Schnell, K.).

Gli effetti neurobiologici della psicoterapia possono essere misurati utilizzando metodi di neuroimaging funzionale, che sono visti come estremamente rilevanti sia per le neuroscienze sia per la psicologia, dal momento che possono gradualmente raggiungere una più precisa identificazione dei circuiti neurali associati a disturbi mentali specifici.

Tecniche di neuroimaging con focus sulla risonanza magnetica funzionale | Lezione 10

Embodiment e la Nuova Frontiera della Psicoterapia

L'indagine sull'interazione tra psicoterapia e neuroplasticità apre nuove prospettive nel campo della salute mentale. Comprendere come la psicoterapia possa influenzare la neuroplasticità potrebbe portare verso approcci terapeutici più mirati e personalizzati. Inoltre, l'utilizzo di tecniche complementari, come la stimolazione cerebrale non invasiva, potrebbe potenziare i benefici della psicoterapia sulla neuroplasticità. Fondare la psicoterapia su basi scientifiche ed esplorare le sue implicazioni sul piano biologico incentiva la necessità di un’apertura nei confronti di una ricerca multidisciplinare integrata, che apra all’elaborazione di modelli sempre più complessi ed efficaci su cui fondare trattamenti evidence-based.

Non è un mistero che nel nostro contesto culturale siamo portati a intendere la mente e il corpo come due entità ben distinte. Per quanto dominante, tale prospettiva non è mai stata la sola possibile. Negli anni '90 si è osservato un deciso incremento delle voci che hanno iniziato a parlare di embodied cognition (cognizione incarnata), ovvero una prospettiva che sostiene che i processi cognitivi come pensiero, percezione e memoria, non sono separati dal corpo, ma sono profondamente influenzati e modellati dalle interazioni fisiche con l’ambiente. In altre parole, il nostro pensiero e la nostra comprensione del mondo dipendono dalle esperienze corporee che viviamo, e il corpo stesso contribuisce attivamente alla formazione della cognizione. Chiaramente questa prospettiva ha avuto un crescente impatto anche nelle tecniche e nelle metodologie terapeutiche.

Alla base della terapia senso-motoria vi è il concetto di “memoria implicita” del trauma, che viene immagazzinata non solo a livello cognitivo ma anche somatico. Quando una persona vive un trauma, il corpo spesso registra la minaccia attraverso cambiamenti fisiologici, come tensione muscolare, immobilità o movimenti automatici di difesa. Durante una seduta di terapia senso-motoria, il terapeuta guida il paziente a esplorare sensazioni fisiche e movimenti per portare alla luce i ricordi corporei legati al trauma.

Illustrazione che rappresenta il concetto di embodied cognition, con il corpo che interagisce con l'ambiente e influenza i processi cognitivi

Il concetto di embodiment ci aiuta a comprendere come ogni esperienza fisica sia anche cognitiva ed emotiva, e viceversa. Chi presenta un corpo “collassato” può sviluppare un senso del sé fragile; chi è cronicamente in uno stato di alto arousal (l’attivazione psico-fisiologica che include la frequenza cardiaca e respiratoria e il rilascio di adrenalina, tra le altre cose) può sentirsi fuori controllo. Le tecniche mente-corpo (o tecniche psico-corporee) integrano movimenti, respiro, attenzione e consapevolezza per influenzare positivamente il sistema nervoso e promuovere il benessere. L’utilizzo delle tecniche mente-corpo si basa quindi sull’idea che emozioni, traumi e vissuti non si manifestino solo nella mente, ma si imprimano anche nel corpo. Benché gli studi ad oggi non siano riusciti a spiegarne completamente l’azione, i ricercatori sono riusciti a identificare le tecniche che contribuiscono al miglioramento del benessere psicologico.

"Prima danza, poi pensa." Fare “manutenzione ordinaria” attraverso pratiche psico-corporee può fare una grande differenza nella cura di sé. Spesso si è consapevoli che alcune attività hanno un effetto molto positivo sulla sensazione di benessere, ma la motivazione al cambiamento diminuisce prontamente al pensiero di doversi impegnare in attività che richiedono molto tempo e/o denaro o che presentano alti livelli di difficoltà. Osserva gli effetti: dopo ogni sessione, nota come ti senti. Più calma? Più centrato? Pratica con gentilezza: la costanza è più importante della perfezione. La salute mentale e il benessere psicologico non risiedono solo nella mente, ma anche nel respiro, nei movimenti, nel corpo che abitiamo. Mente e corpo non sono due realtà separate: sono elementi che interagiscono, in un continuo rapporto di influenza reciproca, nel percorso di crescita, cura e guarigione.

Dalla Dicotomia alla Complementarità: La Nuova Visione dell'Essere Umano

Immaginate che un giorno qualcuno vi chieda che cosa significa essere uno psicoterapeuta psicoanalitico. Gli potreste spiegare che vi occupate di curare i disturbi della mente attraverso il linguaggio e la parola. Gli potreste dire che ci sono dei disagi e delle sofferenze che non riguardano solo il corpo ma, appunto soprattutto, la mente. Vi potrebbe dire: se ci sono dei disturbi ci deve essere qualche lesione o alterazione del cervello dando per scontato che la mente sta nel cervello. Ci sarebbero delle lesioni o delle alterazioni che voi pretendete di curare e, magari guarire, con le parole. Ma di quali lesioni/alterazioni si tratta? Qui le risposte si complicano. Magari in seguito certe domande possono tornare: che cosa è per me la mente? perché non è sufficiente dire che è nel cervello? E in questo caso dove si trova? E poi, seguendo Freud, abbiamo suddiviso la mente in inconscia, conscia e preconscia. Ma l’inconscio è ancora quello descritto da Freud o c’è dell’altro? C’è qualcosa di nuovo sulla “hard question” del rapporto fra il cervello e la mente? Allora sono andato a vedere se questi termini trovano una loro definizione nel DSM V.

La Psicosomatica ha centrato il suo interesse principale sull’interazione fra mente e corpo, fra mente e cervello. Non ha mai elaborato un modello proprio autonomo ma ha applicato teorie del funzionamento mentale come la psicoanalisi, il cognitivismo, l’osservazione clinica, ecc. sempre orientando la ricerca sull’influenza che i fattori psicologici hanno sulla eziologia, decorso ed esito delle malattie del corpo. “Prospetta una visione multidimensionale dell’essere umano”. Nel 1895 Freud tentò di sviluppare una psicologia basata sull’attività del sistema nervoso. Egli lo intitolò: “Progetto di una psicologia scientifica” e fa parte di lavori da lui non pubblicati (vol. 2 OS). Era una minuta spedita a Fliess incompleta e a tratti oscura. Freud non portò a termine il lavoro per le insufficienti cognizioni neurologiche del tempo. Resta però il fatto che “il principio dell’unità della scienza rimane un ideale permanente fra gli studiosi di psicologia e fisiologia” (Avvertenza editoriale Pag.). Tuttavia il rapporto con il corpo ritorna periodicamente nei suoi scritti. In una lettera a G. Groddek (1917) affermava che l’inconscio “è il giusto tramite fra il fisico e lo psichico, forse il tanto a lungo cercato ‘missing link’”. Nel 1920 (pag. 234, vol. 9) scrive: “La biologia è veramente un campo dalle possibilità illimitate dal quale ci possiamo attendere le più sorprendenti enunciazioni, non possiamo quindi individuare quali risposte essa potrà dare, tra qualche decennio, ai problemi che le abbiamo posto”.

Nei primi anni del XX secolo, Groddek (1923), Deutsch (1959), Alexander (1950) e altri avevano sviluppato il concetto di base che sosteneva che il conflitto intrapsichico era il nucleo centrale dei disturbi psicosomatici. Negli USA negli anni '50 ci fu un grande entusiasmo per i trattamenti psicoanalitici nei malati organici, sembrava che la medicina fosse in procinto di subire un cambiamento epocale. In Europa negli anni '50 - '70 si sviluppò la cosiddetta “Scuola Psicosomatica di Parigi” (Marty, M’Uzan), e in Germania la Scuola di Heidelberg (Von Weiszaeker, Mitscherlich, Cremerius, ecc.) entrambi fondate sui principi della psicoanalisi. Successivamente un altro modello che ha segnato il tempo è quello bio-psico-sociale di Engel (1977) che concepisce la malattia come una interazione multifattoriale cellulare, tissutale, organismico, interpersonale, ambientale. Il cognitivismo ha avuto, ed ha ancora, una importanza preponderante, ma le ricerche delle neuroscienze nel campo dei sentimenti ha di nuovo avvicinato la ricerca psicosomatica alla psicoanalisi. È chiaro però che psicoanalisi e neuroscienze non sono e probabilmente non potranno mai diventare un’unica disciplina.

Infografica che mostra l'evoluzione storica del pensiero sul rapporto mente-corpo, dalle origini filosofiche alle neuroscienze contemporanee

Il Cervello: Un Organo Plastico e Interconnesso

Il cervello è la “macchina” più complessa dell’universo. Si calcola che sia composto da 86 miliardi di neuroni e circa la metà di cellule gliali con funzioni di supporto e nutrimento. I risultati di queste indagini sul cervello sono straordinari specialmente da quando sono stati impiegati mezzi non invasivi come la fMRI (risonanza magnetica funzionale), la PET (Positron Emission Tomography), la magnetoencefalografia, la spettroscopia, l’iperscanner, strumentazioni sempre più sofisticate. Con queste strumentazioni è stato possibile individuare le localizzazioni nel cervello di molte funzioni psichiche in modo dettagliato mentre vengono stimolate e in piena attività. È interessante notare che queste strutture, in conseguenza della loro plasticità, possono modificarsi con le esperienze della vita, l’esercizio, con i trattamenti farmacologici e anche con la psicoterapia. I trattamenti riabilitativi di soggetti con cervelli danneggiati esitano in risultati di recupero sorprendenti.

Il cervello possiede un sistema multitasking, cioè può elaborare compiti diversi contemporaneamente. Con l’esperienza, fino dalla nascita, si organizzano e si rinforzano delle reti neurali mentre i circuiti non utilizzati si disattivano e muoiono. Si favoriscono così, per selezione naturale, dei percorsi neurali facilitati senza dispersione di segnali e funzionali agli scopi richiesti (problem solving). Il cervello dunque si organizza in base ai suoi stessi processi, ha una proprietà emergente chiamata “auto-organizzazione” (Siegel, 2015 p.). Le informazioni corrono dal basso verso l’alto (bottom-up) dagli organi sensoriali che derivano dall’ambiente e dal corpo arrivano alle stazioni limbiche dove, fra l’altro, si attivano le emozioni e risiedono i centri della fame, della sete, del sesso, e giungono alla corteccia, alla consapevolezza, che poi ha la funzione di modulare i segnali ricevuti, comprese le emozioni, con un meccanismo che funziona in direzione top-down. Possiamo considerare come molti disturbi psichici siano conseguenza di attivazione di circuiti neuronali non adattivi che portano a conseguenze di rigidità o di caos. La corteccia prefrontale mediale funziona come regolatrice delle stazioni emotive e della memoria (amigdala e ippocampo), ma è anche implicata nell’integrazione degli insight, nella valutazione degli stimoli, nelle rappresentazioni somatiche, nelle attività vegetative, nelle regolazioni affettive e nell’elaborazione degli stimoli sociali. Un evento traumatico psichico o fisico può ripercuotersi su tutti questi processi così come “Un semplice atto di empatia influisce direttamente sulla fisiologia del nostro corpo” (Siegel 2018). I due emisferi sono funzionalmente asimmetrici fin dalla nascita, sono collegati fra loro dal corpo calloso e c’è uno scambio continuo di informazioni. Il cervello umano rimane aperto al cambiamento in risposta alle esperienze per tutta la vita.

Da un punto di vista delle neuroscienze, seguendo le definizioni di Siegel, la mente è “un processo incarnato e relazionale che regola i flussi di energia e di informazioni” e la mente “si crea all’interno di processi neurofisiologici ed esperienze relazionali”. A queste ricerche collaborano decine di migliaia di neuroscienziati e genetisti che, per es., ogni anno si ritrovano negli USA e in tutto il mondo. La quantità di lavori e ricerche pubblicate è impressionante. Non solo hanno prodotto nuove conoscenze, ma hanno anche proposto ineludibilmente nuove prospettive filosofiche. Per es., J. Searle, (filosofo della mente e del linguaggio) pone il quesito: se tutto l’universo è composto di atomi e di particelle subatomiche che sono organizzate in sistemi all’interno di campi di forze, e che sono prive di senso e di consapevolezza, dove ci collochiamo noi che pensiamo di essere consapevoli, coscienti, linguistici, politici, etici ed estetici e pensiamo inoltre di essere dotati di libero arbitrio e di razionalità? “Il problema centrale della filosofia oggi non è fornire un fondamento sicuro alla conoscenza, ma è piuttosto rendere coerente e privo di contraddizioni il complesso delle nostre conoscenze”.

Il problema del rapporto mente/cervello risale almeno a 2000 anni fa. In realtà il (tanto criticato) dualismo cartesiano (dualismo di sostanza), quello della res extensa il corpo, e della res cogitans, allora l’anima razionale, oggi la mente, continua a prevalere. La res cogitans non esiste nel modo naturale. La maggior parte delle persone (medici compresi) è consapevole che ci sono delle interazioni fra corpo e mente ma poi in pratica agisce come se i due ambiti fossero del tutto separati. Elisabetta di Baviera in una lettera a Cartesio chiedeva: in che modo l’anima che è immateriale può agire sul corpo che è materia? Cartesio ammetteva di non avere una risposta soddisfacente. Questa distanza fra materiale e immateriale è in parte ridotta perché oggi sappiamo molto di più sul funzionamento del cervello e delle funzioni psichiche, ma la domanda si ripropone.

Abbiamo due vie per affrontare il problema dello studio della mente: una che riguarda la conoscenza scientifica dell’oggetto studiato che esplora le strutture neurali deputate a svolgere le diverse funzioni psichiche, tipico delle neuroscienze, e una che interroga la soggettività, come noi sentiamo e ciò che noi pensiamo: l’ascolto, l’immedesimazione, l’accoglimento, il contenimento delle emozioni, l’empatia, tipico delle psicoterapie. I due approcci non sono sovrapponibili ma possiamo indicarli come “complementari”. La complementarietà, sostiene Gazzaniga M. (La coscienza è un istinto, 2019 p. 228), emerge in un sistema quando si tenta di misurare uno dei due valori della coppia. Ciascun singolo sistema ammette simultaneamente due modi di descrizione non riducibili l’uno nell’altro. Va inoltre sottolineata la specificità della coppia sistema/osservatore che inevitabilmente seleziona gli oggetti da osservare escludendone altri, e segue certe regole. La fisica quantistica ha messo in evidenza come nell’universo dell’infinitamente piccolo il soggetto osservante fa parte del campo di osservazione perché produce una modificazione del campo osservato, con buona pace dell’oggettività. In un dato momento si può conoscere la posizione o la quantità di moto di un elettrone, le sue proprietà di tipo onda o di tipo particella, ma non entrambe le cose. Una delle critiche che viene posta alla psicoanalisi è appunto il tema della non scientificità, cioè della non riproducibilità o, come dice Popper, della falsificabilità, ma come si vede il problema riguarda anche la scienza creduta oggettiva.

Il fisico Howard Pattee (2008) citato da Gazzaniga, afferma che la compresenza di due livelli di descrizione complementari non è esclusivo del rapporto mente e cervello, è piuttosto inerente a tutta la materia vivente e alle origini della vita. La materia vivente differisce da quella inorganica (entrambi costituite da atomi) perché ha, prima di tutto, una capacità omeostatica, cioè è in primis in grado di mantenere le condizioni per la propria sopravvivenza (Damasio A. “Lo Strano Ordine delle Cose, 2019); secondo, ha la capacità di autoriprodursi; e terzo, ha la capacità di evolvere (altrimenti gli individui prodotti sarebbero tutti uguali, solo dei cloni). Gli individui, negli ultimi 500 milioni di anni, si sono fatti sempre più evoluti secondo una legge di selezione darwiniana: dagli atomi, alle molecole, ai virus e batteri, alle piante, agli animali, fino all’essere umano. Questa capacità di evolvere, l’elemento aggiuntivo, è l’auto-descrizione simbolica. Pattee sostiene che i simboli stessi, quelli che servono per scrivere le istruzioni, debbono avere una struttura materiale. Se costruisco una casa con i mattoni dandole una certa forma (nel caso le cellule del corpo umano) deve esserci, in qualche modo, inscritto nella materia anche il disegno che è il progetto per la costruzione. Il progetto è il simbolo della casa. L’idea è in contrasto con la credenza della immaterialità dei simboli come entità astratte.

La maggioranza dei filosofi contemporanei ammette che gli eventi mentali e le esperienze costituiscono un evento fisico di qualche genere, ma esitano a concludere che l’essenza di un evento mentale si esaurisca da una descrizione di ciò che avviene a livello neurale. (Gazzaniga M, 2019, p. 98). La scissione dunque, seguendo Pattee, non riguarderebbe solo mente/corpo, ma è inerente alla stessa materia vivente (risposta di oggi alla domanda di Elisabetta di Baviera). Queste considerazioni non vogliono portare a una visione riduzionistica ma monistica duale. Penso all’analogia con i concetti familiari per gli psicoterapeuti di scissione o di ambivalenza rispetto a uno stesso oggetto psichico. I simboli hanno una doppia vita e possono venire descritti in due modi: da un lato c’è il dato materiale oggettivo, dall’altro c’è il simbolico soggettivo. “Il problema rimane aperto. Le neuroscienze hanno mostrato il funzionamento dei riflessi e come i neuroni comunicano fra di loro, che certe caratteristiche vengono trasmesse per via ereditaria, ma non sappiamo nulla di certo sul modo in cui il cervello esprime quello che abbiamo finito per chiamare la nostra esperienza fenomenica cosciente” (Gazzaniga p.). Tra i due metodi c’è uno hiatus epistemico che è incolmabile, il passaggio richiede un cambio di registro. Non possiamo trovare, interpellando i neuroni, i concetti di giustizia, di libertà, di politica, né più in generale i significati delle cose o l’intenzionalità di una mente. ecc. forse non lo potremo mai capire; vorremmo avere una teoria unitaria che spiegasse il tutto ma ci dobbiamo accontentare di alcune acquisizioni parziali. In termini filosofici si può dire che c’è una unità ontologica e un dualismo epistemico. Un assunto analogo ai termini di “ambivalenza” o di “scissione” relativo a certi contenuti mentali, ciò che conosciamo dipende dal punto di vista dal quale approcciamo un oggetto psichico, in questo caso la mente. Questa posizione viene rappresentata come le due facce della medaglia o come l’illusione di vedere i due profili di viso e il vaso che sta nel mezzo. Non è possibile vedere contemporaneamente le due immagini. La mente è dunque un qualsiasi tipo di esperienza soggettiva, ora quello di ascoltare la mia voce, di percepire la forma e l’arredo di questa stanza, la nostra presenza qui… la mente registra tutte queste istanze e le mette insieme senza che intervenga la nostra volontà. Anche durante il riposo continua ad essere attiva, a prescindere dalla nostra coscienza. C’è un’attività di fondo, della quale si è occupato Northoff (Neurofilosofia e la mente sana, 1916) che è il rumore di fondo che ci assicura la nostra continuità nel tempo anche quando siamo addormentati. A partire dagli animali è naturale ipotizzare che ci sia un particolare tipo di organizzazione biologica a dare origine ai processi mentali. (Edelman G. M., 1992 Sulla Materia della mente p.24). Arriviamo dunque a porci la domanda: dove risiede, dove è possibile ritrovare la mente anche al di fuori dei confini del corpo? La mente sta sol…

Le nuove forme del malessere clinico (addiction, acting out, comorbidità psico-somatica, patologie organiche e degenerative, sindromi post-traumatiche) sono accomunate da un dolore “senza parole”, che trova nel corpo il principale veicolo di espressione. Clinici come Van Der Kolk, Pat Ogden, Schore, Mucci e neuroscienziati come Panksepp e Damasio sottolineano come non si possa prescindere dal “lavoro col corpo” quando, come nelle condizioni traumatiche, il malessere sfugge a forme di rappresentazione, poiché derivante da un corpo dis-regolato in cui le sensazioni e le emozioni prendono il sopravvento creando stati di iper e ipoarousal non regolabili dai processi cognitivi. Il percorso didattico è in linea con le più attuali teorie del trauma e della psicoterapia dell’embodiment, offrendo una solida metodologia di lavoro e strumenti pratici per riconoscere e affinare l’ascolto delle sensazioni interne nella relazione col paziente. Esplora, grazie alle tecniche non invasive di Somatic Competence® Therapy, le potenzialità di un dialogo che si spinge oltre la parola.

Il Master è pensato per psicologi e psicoterapeuti, anche in formazione.

Dr. Paola VitaleDr. Cristina Colantuono

Bibliografia Essenziale

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