Le Cicatrici Invisibili: Psicoterapia e Supporto per Rifugiati Politici e Richiedenti Asilo

Il viaggio di un rifugiato politico o di un richiedente asilo è raramente un semplice spostamento geografico. È un percorso costellato di traumi, torture e perdite che lasciano cicatrici profonde e spesso invisibili. L'incertezza del futuro, l'attesa snervante dopo la richiesta di asilo, l'assenza di un focolare e il peso di ricordi indelebili possono innescare una spirale di disagio psicologico che include nevrosi, sindrome da stress post-traumatico (PTSD), autolesionismo e, nei casi più estremi, tentativi di suicidio. Sebbene spesso relegato ai margini del dibattito pubblico, questo profondo malessere rappresenta una parte cruciale dell'esperienza migratoria e necessita di un'attenzione specialistica e umanitaria.

L'Ombra del Passato: Traumi e Torture

Le storie che emergono dai percorsi di accoglienza in Italia, in particolare nel nord del paese, rivelano la cruda realtà dei traumi subiti. Persone che hanno attraversato inferni in terra, affrontato abusi indicibili e visto la propria umanità calpestata, arrivano in un paese che sperano sia un rifugio, ma che spesso si rivela un luogo di attesa e ulteriore sofferenza. La psichiatria e l'etnopsichiatria si trovano in prima linea nel tentativo di comprendere e curare queste ferite, ma il cammino è arduo e non sempre conduce alla guarigione.

Un esempio toccante è quello di Fessahye, un eritreo giunto in Italia nel 2013 dopo un viaggio estenuante attraverso l'Africa e il Mediterraneo. Profondamente credente, cristiano copto, Fessahye nutriva la sua spiritualità attraverso la teologia e le storie di angeli e demoni. Purtroppo, queste stesse narrazioni sembravano intrecciarsi con le sue visioni, manifestazioni di un profondo disagio interiore. Poco dopo il suo arrivo, in preda a una crisi psicotica, si amputò il braccio sinistro, convinto che in esso si annidassero gli spiriti che lo perseguitavano.

Persona che si amputa un braccio

Marzia Marzagalia, etnopsichiatra presso uno dei più grandi ospedali di Milano, una struttura all'avanguardia per il trattamento delle vittime di tortura tra i migranti, sottolinea la complessità di questi casi. "Chi si occupa di etnopsichiatria ha spesso a che fare con pazienti che spiegano i propri disturbi secondo categorie esoteriche," spiega. "In questi casi, il terapeuta deve accompagnare senza giudicare." Nel caso di Fessahye, la psichiatra riconosce la gravità del suo stato: "Si trattava di una persona che era stata vittima di torture in Eritrea o lungo la tratta. Soffriva di psicosi, con un nucleo delirante che si alimentava delle sue letture esoteriche." Nonostante quattro anni di psicoterapia e terapia farmacologica, durante i quali Fessahye aveva trovato momenti di serenità e si era guadagnato un posto nella comunità eritrea copta di Milano, la sua lotta interiore si concluse tragicamente. La sua morte, gettandosi sotto un treno della metropolitana, fu interpretata da alcuni come un gesto rituale per esorcizzare i demoni che lo tormentavano. "In tutti questi anni ho imparato che non è possibile stabilire le cause certe di un suicidio," ammette Marzagalia. "Come nel caso di Fessahye, la verità è che alcune persone sono così intimamente legate alla morte che si può fare poco per salvarle."

Un Supporto Ancora di Nicchia: La Crisi Silenziosa

Sebbene la sindrome da stress post-traumatico (PTSD) nei rifugiati siriani fosse già stata segnalata da psicologi tedeschi nel 2015, e il trattamento psicologico delle vittime di tortura sia una branca della psichiatria consolidata, in Italia il supporto psicologico per queste persone rimane ancora un argomento di nicchia. Le linee guida rilasciate dal Ministero della Salute nel maggio 2017, che indicano trattamenti specifici per i migranti con disagio psichico, specialmente in casi di PTSD, rappresentano un passo avanti, ma la loro attuazione sul territorio è ancora disomogenea.

Il rapporto del Ministero avverte esplicitamente del rischio che il processo di accoglienza, se privo di adeguato supporto psicologico, possa esacerbare i sintomi della PTSD, aumentando le tendenze suicide. I primi mesi del 2017 sembrano aver tragicamente confermato questi timori, con una serie di suicidi che hanno scosso il paese. A fine gennaio, Pateh Sabally, un giovane gambiano, si è lasciato annegare nel Canal Grande di Venezia, nonostante avesse un permesso di soggiorno per motivi umanitari. Pochi giorni dopo, Mussie Hagu, un trentenne eritreo in Italia da quattro anni, si è gettato da una finestra del centro di accoglienza in cui viveva, dopo aver tentato invano di ottenere asilo in Repubblica Ceca. A marzo, Maslax Moxamed, un diciassettenne somalo, è stato trovato impiccato vicino al centro di accoglienza di Pomezia, dopo essere stato respinto dal Belgio sulla base del Regolamento di Dublino. All'inizio di maggio, un migrante maliano di 31 anni si è suicidato sulla massicciata della Stazione Centrale di Milano, la cui identità rimane sconosciuta.

Stazione ferroviaria con persone in attesa

Il dottor Mohamed Boustani, operante presso il Centro di Aiuto della Stazione Centrale (Casc), descrive la disillusione che spesso segue l'entusiasmo iniziale dei migranti: "Quando arrivano sono le persone più felici del mondo. Si sentono in un posto in cui nessuno può far loro del male, in cui la legge li protegge." Tuttavia, la realtà dei traumi del viaggio e le difficoltà dell'accoglienza possono rapidamente offuscare questa speranza. La morte del giovane "Maliano", come veniva soprannominato, impiccato sulla massicciata della stazione, sottolinea l'invisibilità del dolore che può celarsi dietro un sorriso. "Nessuno qui conosceva il ragazzo che si è impiccato," spiega Boustani, confermando la difficoltà nel comprendere le motivazioni di gesti così estremi.

La "Tortura Dopo la Tortura": L'Attesa e la Perdita di Identità

L'applicazione rigorosa del Regolamento di Dublino ha modificato radicalmente la rotta dei migranti, costringendoli a richiedere asilo in Italia anziché transitare liberamente verso altri paesi europei. Questa restrizione, unita alla chiusura delle rotte balcaniche e delle frontiere con Francia, Austria e Germania, ha portato a un aumento significativo delle richieste di asilo in Italia, con un incremento del 46% nel 2016 secondo Eurostat.

Mappa dell'Europa con frecce che indicano rotte migratorie

La stragrande maggioranza dei migranti arriva in Italia attraverso la Libia, uno stato segnato da instabilità politica e conflitti civili, diventato uno scalo obbligato per migliaia di persone. L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) ha ripetutamente denunciato le condizioni disumane dei migranti detenuti in Libia, sottoposti a violenze, stupri e sfruttamento da parte di milizie e trafficanti. "Si stima che tra il 33% e il 75% delle persone che arrivano qui siano state vittime di tortura, abbiano traumi psicologici estremi e siano potenzialmente dei vulnerabili psichici a seguito delle violenze subite in Libia," afferma Marzagalia.

Questo scenario impone un ripensamento del modello di accoglienza. "Non si tratta più di un'emergenza, ma di un fenomeno," sostiene Marzagalia. "Dobbiamo andare oltre la prima accoglienza nei centri e prestare attenzione alla cura dei traumi psicologici." Il centro Naga-Har di Milano offre uno sportello di supporto psicologico per le vittime di tortura, dove volontari assistono i richiedenti asilo nella preparazione del loro colloquio con la Commissione territoriale. Tuttavia, la frustrazione è palpabile: venti persone, provenienti da Africa e Asia, attendono per ore il loro turno, e molti vengono respinti quando gli appuntamenti si esauriscono. La noia e l'incertezza riempiono le giornate, con alcuni che cercano di distrarsi giocando a dama o seguendo distrattamente un documentario in TV.

Cesara Montoli, una degli psicologi del programma di assistenza per le vittime di tortura, definisce la lunga attesa per un appuntamento in Commissione territoriale e l'incertezza sul futuro come una "tortura dopo la tortura". Secondo il rapporto Sprar 2016, l'attesa media per l'audizione è di 252 giorni. Questa "crisi per riadattarsi", l'accesso tardivo all'accoglienza e i lunghi tempi di attesa possono provocare una "ri-traumatizzazione secondaria", come definito dal Ministero della Salute.

Jacoub, un giovane egiziano incontrato fuori dal Naga, riassume la condizione di molti: "Il problema è che qui non abbiamo niente da fare." Arrivato in Italia nel 2014, con grandi aspettative, ora fatica persino a trovare un posto dove dormire. La sua riflessione sulla fede - "Allah, Javeh, Gesù Cristo. Sono tutti la stessa cosa. Sono solo nomi e sono solo le basi. Possono aiutarci fino a un certo punto. Poi te la devi cavare da te" - riflette la profonda solitudine e la necessità di un'autonomia forzata.

La Sfida della Cura: Comprensione Culturale e Approcci Terapeutici

L'esperienza migratoria è intrinsecamente traumatica, non solo durante il viaggio, ma soprattutto dopo l'arrivo, quando le condizioni di vita sono precarie e le prospettive future cupe. Il senso di vuoto e impotenza durante l'attesa di protezione o asilo politico può essere alleviato, almeno in parte, da iniziative che promuovono l'integrazione e il senso di comunità. A Milano, il Comune, Legambiente e Fondazione Arca organizzano giornate di pulizia dei parchi, coinvolgendo migranti in attività che favoriscono il contatto con la natura e l'interazione sociale.

Montesilvano - Volontari puliscono la Strada Parco

La morte di Mussie Hagu, il giovane eritreo che si è gettato dalla finestra del centro di accoglienza gestito da Arca, ha profondamente scosso gli operatori. "Credo che gran parte dei nostri operatori si sia sentito meglio nell’immaginare che sia caduto accidentalmente da quella finestra," confessa Costantina Regazzo, direttrice dei servizi di Fondazione Arca. La ricerca di risposte e la volontà di fare di più sono palpabili: "Ci siamo interrogati a lungo su cosa avremmo potuto fare di diverso." Nonostante la presenza di circa dieci psicologi nello staff e forti legami con i reparti di psichiatria degli ospedali milanesi, la realtà è che gli strumenti a disposizione per affrontare i casi più complessi sono limitati. La rete territoriale fatica a sostenere il peso crescente delle richieste, e i reparti di psichiatria si stanno riempiendo, con tempi di attesa lunghissimi.

La psicoterapia psicodinamica, sebbene ancora poco considerata, può offrire un importante canale per l'elaborazione delle esperienze traumatiche. La creazione di una solida relazione terapeutica, basata sull'accoglienza e sulla non giudicante, è fondamentale. La figura del mediatore culturale assume un ruolo cruciale, soprattutto quando le barriere linguistiche impediscono una comunicazione efficace. La capacità dello psicologo di "aspettare", di permettere al paziente di esprimersi nel modo più spontaneo possibile, è essenziale per costruire un rapporto di fiducia. Il viaggio migratorio e le esperienze vissute alterano profondamente l'identità, creando una dislocazione spazio-temporale e una disintegrazione della stessa, aggravata dal mancato riconoscimento delle competenze pregresse.

La psicoterapia psicodinamica diventa così il luogo in cui può avvenire l'integrazione dell'identità. L'espressione di emozioni come la sofferenza, il dispiacere e la compassione da parte del terapeuta non solo rafforza l'alleanza terapeutica, ma infonde nel migrante la consapevolezza che la sua storia merita di essere raccontata e la sua sofferenza è legittima. Aiutare la persona a considerarsi "speciale", a riconoscere la transizione che sta vivendo come un momento di integrazione tra ciò che era e ciò che può diventare, è un obiettivo primario.

Due persone che si stringono la mano in un contesto di cura

La gestione delle reazioni controtransferali dello psicoterapeuta, che possono includere empatia, ma anche repulsione o disapprovazione di fronte a certi aspetti culturali, è altrettanto importante. Riconoscere e gestire queste emozioni, contestualizzando le narrazioni nella cornice culturale del paziente, è fondamentale per un approccio efficace.

Evidenze Cliniche e Necessità di Intervento

La ricerca scientifica offre dati concreti sulla gravità del disagio psicologico tra rifugiati e richiedenti asilo. Uno studio condotto dall'ONG Medici senza frontiere in Sicilia, in accordo con il Ministero della Sanità, ha evidenziato che le diagnosi più comuni tra i richiedenti asilo di recente arrivo erano il disturbo da stress post-traumatico (31%) e la depressione (20%). Eventi traumatici sono stati riscontrati frequentemente nel paese di origine (60%) e durante la migrazione (89%).

Un altro studio condotto in Svezia su immigrati e rifugiati provenienti dall'Africa ha rivelato che l'80% dei partecipanti ha riportato almeno un'esperienza traumatica prima dell'emigrazione, con il 44% che presentava PTSD clinicamente significativo e il 20% sintomi depressivi significativi. L'esposizione a eventi estremi può innescare difese primitive e dissociative, portando a un Disturbo Post-Traumatico Complesso caratterizzato da alterazioni dell'identità, delle relazioni, sintomi cognitivi, depressivi e ansiosi.

Le linee guida internazionali sottolineano la necessità di fornire ai rifugiati vaccinazioni, screening medici di routine e supporto per la formazione professionale e l'accesso al mercato del lavoro. Tuttavia, ostacoli come la difficoltà di comprensione delle procedure sanitarie, le gravi esigenze di salute fisica dovute a malnutrizione e povertà, e i problemi di salute mentale rendono l'accesso alle cure un percorso tortuoso.

Farmacisti, istituti caritatevoli e operatori sanitari di base svolgono un ruolo cruciale nell'offrire un primo livello di assistenza. Tuttavia, la lingua, la pressione del tempo e le differenze culturali rappresentano sfide significative per gli operatori, che necessitano di una formazione specifica per prendersi cura adeguatamente dei rifugiati e degli immigrati. I medici di base, in particolare, dispongono di poche risorse, sia individuali che strutturali, per fornire cure efficaci.

Alla luce di questi fattori di rischio, è imperativo sviluppare percorsi strutturati che coinvolgano équipe multidisciplinari, composte da etnopsichiatri, etnopsicologi, medici e mediatori linguistico-culturali. Questi interventi non dovrebbero limitarsi alla prima generazione, poiché i fattori di rischio per il disagio psichico possono avere ripercussioni fino alla terza generazione.

Un approccio terapeutico promettente è la Terapia dell'Esposizione Narrativa (NET), che utilizza la narrazione degli eventi traumatici come strumento per ridurre i sintomi correlati al trauma e ricostruire una storia di vita coerente, recuperando dignità personale e consapevolezza della violazione dei diritti umani subita. Attraverso la ripetuta narrazione degli eventi traumatici e positivi, con la guida del terapeuta, i pazienti possono perdere la risposta emotiva al ricordo degli eventi, portando a una lenta remissione dei sintomi post-traumatici.

In un mondo segnato da conflittualità e sfiducia, conoscere le vicende di chi fugge da guerre e persecuzioni ci rende testimoni e ci impone di non restare in silenzio. La costruzione di buone relazioni, basate sulla fiducia reciproca, è fondamentale per offrire uno spazio di cura che possa realmente aiutare i migranti a ritrovare un senso di appartenenza e a ricostruire le proprie vite, un passo alla volta.

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