Il Lettino Psicosomatico: Uno Strumento Chiave nel Setting Psicoanalitico

Lungi dal costituire un semplice elemento di arredo, il lettino si rivela un elemento caratterizzante del setting psicoanalitico, perché in grado di favorire il raggiungimento di molti degli obiettivi preposti dalla terapia. La sua presenza, sebbene talvolta dibattuta e non universalmente impiegata, affonda le radici nella storia della psicoanalisi e continua a offrire spunti di riflessione sulla natura profonda della relazione terapeutica.

Lettino psicanalitico in uno studio

Fondamenti Storici e Tecnici: Dalle Origini Freudiane all'Evoluzione Contemporanea

L'uso del lettino risale agli albori della psicoanalisi e ai primi tentativi di definire lo spazio e le regole della pratica analitica da parte di Sigmund Freud. In un primo momento Freud si era affidato all’ipnosi per accedere ad aree inconsce dell’esperienza. Si accorse tuttavia che questo procedimento non permetteva un coinvolgimento attivo del paziente e i suoi risultati apparivano poco duraturi e profondi. Da qui, l'evoluzione verso la tecnica delle libere associazioni, dove il paziente è invitato a sdraiarsi e a parlare liberamente di ciò che gli viene in mente.

Freud (1895) ha evidenziato in numerose occasioni l’effetto rivelatore del sogno, inteso come dimensione onirica in grado di creare un accesso nel contenuto inconscio individuale e di favorirne la graduale emersione. Prima di ogni altra cosa, il lettino consente di sdraiarsi, e dunque di assumere quella condizione orizzontale necessaria all’addormentamento (Bollas, 1989). Chiudere gli occhi cercando di estraniarsi dall’ambiente circostante rende più facile indagare il proprio mondo interiore in una modalità inconsapevole e tuttavia volontaria, in grado di favorire l’emergere di pulsioni arcaiche provenienti dall’Es.

La posizione orizzontale consente l’instaurarsi di una rilassatezza che coinvolge gli apparati muscolo scheletrici e le funzioni motorie, costruendo un micro ambiente protetto e protettivo, nel quale il paziente può trovare rifugio. Non sentire proiettato su di Sé lo sguardo del terapeuta può agevolare il ritiro dagli investimenti egoici, laddove un’eccessiva vicinanza oculare potrebbe evocare vissuti transferali di controllo e rigidità, di per sé amplificatori del mantenimento del processo secondario. “L’occhio dell’analista che guarda può ripetere un’intromissione traumatica nella mente, invadendo un segreto spazio di intimità (Nicolò, 2021, p. 129). L’occhio vigilante del terapeuta può essere identificato, in un transfert di resistenza, con la figura persecutoria di un genitore intrusivo che non consente spazio al sé, invalidando la funzione retrospettiva. Sono i figli di quelle famiglie psichicamente indifferenziate -e per questo preclusive della creazione di un Sé autonomo- in cui lo spazio vitale viene messo continuamente in discussione da un altro persecutore e ipercritico. Pazienti resi oggetto di invasioni psicosomatiche da parte di genitori incistanti, interiorizzati come oggetti sabotanti e persecutori, possono sentirsi giudicati e allo stesso modo perseguitati dall’elemento visivo. In questo caso l’occhio non osserva per vedere, ma soltanto per invalidare, annichilire, cancellare il Sé.

Senza la posizione orizzontale non sarebbe possibile regredire a quegli stati preverbali e presimbolici che consentono l’accesso all’inconscio non rimosso in cui tutto è sensoriale, pre logico e per questo minacciosamente incontenibile. È qui che entra in gioco il ruolo supportivo dell’analista il quale, dalla sua poltrona alle spalle del lettino, ricorda al paziente che qualcuno lo sta accompagnando in questo incerto viaggio a ritroso nel Sé, finalizzato a significare eventi non dotati di significato, ad integrare sintomi disfunzionali, a sciogliere legami libidici patologici, a risolvere conflitti inconsci mai rielaborati. Nell’approccio psicoanalitico il terapeuta è una voce, un elemento sensoriale che sostiene senza toccare, che guida senza dirigere. Egli è da solo, e tuttavia non lo è. La sua presenza, neutrale e tuttavia partecipe alla relazione, contribuisce a delineare dei confini psichici laddove la regressione a vissuti arcaici potrebbe suscitare tentazioni fusionali in entrambi i membri del setting.

Illustrazione di Sigmund Freud che lavora con un paziente su un divano

Il Lettino Come Spazio di Contenimento e Trasformazione

Possiamo immaginare il lettino come una sorta di ventre psichico, un contenitore in grado di metabolizzare contenuti psichici selvaggi - i temibili elementi beta - riuscendo ad attivare una funzione trasformativa che evita lo straripamento pulsionale e favorisce il consolidarsi della funzione alfa. Ma anche come il luogo in cui prende vita quel terzo intrasoggettivo che Ogden (1997) definisce il risultato degli scambi di rêverie dell’analista e dell’analizzando, la cui compresenza, partecipe e collaborativa, dà luogo ad un pensiero fantasmatico che non appartiene né all’uno né all’altro in via esclusiva, perché nasce proprio dalla dualità continua e continuata della loro relazione. In quest’ottica, il processo analitico “implica la parziale consegna della propria individualità separata ad un terzo soggetto, che non è né l’analista né il paziente, bensì una terza soggettività generata inconsciamente dalla coppia analitica” (Ogden, 1997, p. 10). Nessuno dei due può considerare personali i contenuti dello terzo analitico soggettivo, perché si tratta di un’entità prettamente relazionale prodotta da una relazione.

Il riferimento va a soggetti con alti livelli di paranoia o sospettosità, di diffidenza e ritiro relazionale, nei quali la necessità di delimitare il proprio spazio psichico rispetto a quello del terapeuta ricopre una funzione difensiva. Sdraiarsi li farebbe sentire terribilmente vulnerabili, così come non poter guardare negli occhi l’analista significherebbe perderlo di vista, e dunque trovarsi alla sua mercé. Al contrario, in pazienti con disturbi psicotici o con gravi vissuti abbandonici, lo sguardo potrebbe fungere da mezzo di contenimento, una sorta di holding materno che protegge dagli urti traumatici e tiene insieme i pezzi del Sé (Winnicott, 1965). Lo sguardo contiene, abbraccia, tiene insieme in una fase della vita in cui l’approccio al Sé e alla realtà è meramente viscerale. Aggrappandosi allo sguardo il bambino percepisce un senso di contenimento e protezione. Si sente tenuto insieme contro pericolose angosce di frammentazione (Bick, 1967). Mentre guarda egli introietta l’oggetto buono che lo nutre e lo sostiene, mentre viene guardato sente di esistere con l’altro e per l’altro. Esther Bick (1967) ha dimostrato il valore nutritivo dello sguardo nelle prime fasi della vita. Ove sguarniti di questo supporto visivo i pazienti sperimenterebbero di nuovo quel senso di solitudine desertificante che hanno vissuto nell’infanzia, e che il setting riproporrebbe loro sottoforma di un vissuto transferale persecutorio. Al contrario, sostenuti da un contatto oculare empatico, essi riescono a maturare stati emotivi sintonizzanti e riflessivi, sapendo di essere tenuti insieme da un’enveloppe visiva - lo sguardo vis a vis col terapeuta - che, come l’abbraccio di una madre, li protegge. Li contiene.

Setting terapeutico: cos’è e perché è fondamentale in terapia

Il Lettino e la Tecnica delle Associazioni Libere: Un Binomio Indissolubile?

La domanda su quando e come utilizzare il lettino richiede un affidamento all’intuito relazionale dell’analista e alla sua capacità di comprendere le caratteristiche del setting specifico nel quale si trova ad operare. Si tratta di una conclusione ovvia. Il suo impiego deve essere preventivamente reso oggetto di discussione tra paziente e analista, il quale, di fronte ad un eventuale rifiuto, potrà eventualmente cercare di ottenere chiarimenti sulle motivazioni che lo hanno provocato. Eventualità che accade più spesso di quanto si possa credere.

Il lettino è uno strumento tra i più riconoscibili nell’immaginario connesso alla psicoterapia e alla psicoanalisi. Spesso associato all’immagine del paziente disteso mentre parla e al terapeuta che ascolta in silenzio, il lettino è un elemento ancora oggi utilizzato e dibattuto: se da una parte è diventato simbolo di introspezione e di una esplorazione profonda della mente, dall’altra ha subito diverse critiche per una maggiore attenzione alla relazione di rispecchiamento tra terapeuta e paziente.

Come può un semplice cambiamento nella posizione fisica e corporea tra paziente e terapeuta facilitare tutto questo? Nella pratica clinica spesso tale domanda sorge spontanea nell’incontro con l’oggetto-lettino. Tutti questi elementi possono essere approfonditi e utilizzati da paziente e terapeuta come informazioni rilevanti sul mondo interno del paziente: come ogni singola persona valuta la possibilità di sdraiarsi in presenza di un’altra persona fuori dal suo campo visivo? Da una parte il paziente è libero di vivere questa esplorazione senza il condizionamento continuo dello scambio faccia a faccia, dall’altra e in modo speculare il terapeuta potrà oscillare tra i vissuti del paziente ed i propri in modo da cogliere aspetti inconsci da poter elaborare nel dialogo condiviso. L’uso del lettino permette quindi di oscillare tra l’esplorazione interna e la condivisione attraverso la parola in uno stato di sospensione delle normali regole di interazione che vigono nella quotidianità. L’uso del lettino permette inoltre di alleviare la necessità di riempire il vuoto che si crea tra due persone che si guardano in silenzio. La possibilità del silenzio condiviso sarebbe quindi una ulteriore facilitazione data dall’uso del lettino. La possibilità di tollerare il silenzio lascerebbe e stimolerebbe l’emergere di pensieri e stati emotivi profondi e maggiormente autentici. In questo aspetto si vede come il lettino sarebbe quindi una evoluzione della tecnica ipnotica che evita tuttavia la passivizzazione della persona e il rischio di intrusività del terapeuta.

Bertha Pappenheim, conosciuta negli “Studi sull’isteria” di Freud sotto lo pseudonimo di Anna O. e una delle prime pazienti a sperimentare quella che sarebbe poi diventata la tecnica di cura psicoanalitica, la definì talking cure ovvero cura della parola. Nel caso di Anna O. la parola diventa veicolo di cura perché permette di esprimere fantasie ed emozioni che solo grazie alla particolare relazione con il terapeuta è possibile esprimere verbalmente. L’uso del lettino faciliterebbe la possibilità per il paziente di connettersi alle proprie sensazioni corporee, al proprio stato emotivo e, seduta dopo seduta, provare a fare di questi dati grezzi, di queste percezioni, qualcosa da tradurre in immagini, racconti, ricordi. Il lettino favorirebbe questo passaggio proprio grazie alla possibilità di ascolto del proprio corpo: si è distesi, è possibile abbandonare le tensioni ed inoltre non si è impegnati in una relazione diretta con il corpo del terapeuta. Per poter usare il lettino è necessario che sia tollerabile per la persona una posizione che mette in contatto diretto con il proprio mondo interno. Il lettino mette sicuramente a confronto con temi come l’intimità, la fiducia, la dipendenza, l’abbandono nei confronti del terapeuta ed è necessario che vengano tenute in considerazione particolari difficoltà che la persona può vivere in queste aree.

Schizzo di Anna O. (Bertha Pappenheim)

Oltre lo Stereotipo: Il Lettino Come Strumento Dinamico e Contestuale

C’è da dire che il lettino è uno strumento molto utile nel caso di psicoterapie psicoanalitiche in quanto permette di riflettere più facilmente sui propri stati interni, consente di esprimersi più liberamente e di assumere una posizione più rilassata ma non è nulla di “magico”. Ad ogni modo è bene sfatare un luogo comune: “Sul lettino non vado perché non sono così grave”. E’ vero normalmente il contrario: il lettino può essere usato quando il paziente ha un buon equilibrio psichico ed è quindi in grado di tollerare quella particolare situazione; sono invece i pazienti con maggiori difficoltà che non possono permettersi di andare sul lettino.

La ricerca empirica sulla relazione tra la posizione del paziente e lo svolgimento delle sedute è limitata, ed è praticamente inesistente quella sulla relazione con gli esiti della terapia. Diversi studi condotti dallo psicologo statunitense Eddie Harmon-Jones, perlopiù da una prospettiva neuroscientifica, mostrano che nelle situazioni in cui le persone sono arrabbiate la posizione supina del corpo è associata a una minore spinta ad agire aggressivamente rispetto ad altre posizioni. Più della letteratura scientifica sul tema, a influenzare la scelta tra il lettino e la poltrona nella pratica clinica sono spesso fattori specifici relativi al rapporto tra psicoterapeuta e paziente, diverso da caso a caso. Anche l’analista potrebbe in alcuni casi sentirsi più a suo agio utilizzando il lettino, in modo da non avere lo sguardo del paziente su di sé tutto il tempo. Sebbene nella maggior parte dei casi il lettino non sia necessario, utilizzarlo ogni tanto potrebbe allentare lo stress in pazienti che durante le sedute sentissero il dovere di assecondare le dinamiche interpersonali che si sono create nel tempo nella relazione con il proprio o la propria psicoterapeuta.

In alcuni casi potrebbe non essere gradita dal paziente né adatta sul piano terapeutico, in altri potrebbe stimolare più riflessione e intimità, e permettere di parlare in un modo diverso e a cui si è meno abituati nella quotidianità. La celebre frase di Woody Allen, “La psicanalisi? Un mito tenuto in piedi dall’industria dei divani”, riflette una percezione comune che, sebbene carica di ironia, coglie un aspetto iconico del lettino.

Immagine stilizzata di un divano da psicoanalisi

Il Lettino e il Setting Terapeutico: Un Contenitore Dinamico

Il setting, in psicologia, rappresenta l’ambiente o il contesto generale in cui avviene l’intervento terapeutico. Questo termine, derivato dall’inglese “to set” che significa: fissare, sistemare. Nel contesto della psicologia clinica, il setting include tutti gli elementi che definiscono e sostengono l’intervento psicologico. Nella psicoanalisi, il setting terapeutico è stato oggetto di dibattito fin dai tempi di Sigmund Freud, che ha introdotto regole specifiche per i suoi pazienti, come l’utilizzo delle associazioni libere e la posizione sdraiata sul lettino. Inoltre, il setting terapeutico deve essere accogliente e sicuro per creare un ambiente in cui terapeuta e paziente possano lavorare insieme per raggiungere gli obiettivi prefissati.

Esistono due concezioni principali di setting: la prima, minimalista, si basa su un approccio positivista, e vede il setting come uno strumento asettico e neutrale per avviare la pratica clinica. La seconda concezione, più ampia, considera il setting come un elemento attivo e dinamico, influenzato dal contesto istituzionale in cui lo psicologo opera, differenziandosi tra contesto pubblico e privato. Nel setting privato, l’esperto ha maggiore autonomia nell’organizzare lo spazio e il tempo degli incontri con il paziente, garantendo continuità e stabilità. Il setting agisce come contenitore, delimitando lo spazio e il tempo dell’intervento, ma anche come strumento relazionale ed emotivo. Riflette la soggettività dello psicologo e contiene le emozioni, le fantasie e i pensieri condivisi durante la relazione clinica. Il setting mentale permette di considerare i processi mentali delle persone coinvolte, integrando le prospettive dello psicologo e del cliente.

Nella psicoterapia online, la creazione del setting gioca un ruolo essenziale per favorire un ambiente terapeutico che sia efficace e accogliente per i pazienti. Innanzitutto, è importante selezionare un luogo tranquillo e confortevole, dove ci si senta a proprio agio e che possa rimanere costante nel corso delle sedute. Portare con sé oggetti che apportano comfort, come un cuscino preferito o una bevanda rilassante, può contribuire a creare un’atmosfera accogliente. Utilizzare lo schermo a proprio vantaggio è un altro aspetto da considerare. La distanza fisica offerta dalla piattaforma online può facilitare l’espressione di pensieri o sentimenti che potrebbero essere difficili da comunicare di persona. Infine, è consigliabile ritagliarsi del tempo dopo la seduta per elaborare le emozioni e le riflessioni emerse durante la seduta, come se si stesse compiendo un percorso emotivo per tornare al proprio stato d’animo abituale.

Il Passato Silenzioso e l'Emergere dell'Inconscio

Il passato silenzioso di un paziente si riferisce agli eventi, alle esperienze e alle emozioni del passato che non sono stati condivisi o espressi apertamente durante le sedute terapeutiche. Il passato silenzioso può includere anche eventi o esperienze dimenticate o rimosse, che emergono solo durante il corso della terapia quando il paziente inizia a esplorare i propri ricordi e le proprie emozioni più profonde. Nel contesto della psicoterapia, l’esplorazione del passato silenzioso è un processo delicato e sensibile. Il terapeuta crea un ambiente sicuro e di fiducia in cui il paziente si sente libero di esplorare questi ricordi e emozioni recondite. Se la prima o al massimo la seconda cosa che viene in mente immaginando lo studio di uno psicologo o di una psicologa è un lettino, è perché il lettino ha avuto un ruolo centrale nel trattamento dei pazienti fin dall’origine della psicanalisi. Una delle ipotesi alla base della psicanalisi è che distendersi su un lettino dando le spalle all’analista, anziché sedersi di fronte a lui o a lei, favorisca un’espressione più libera di pensieri ed emozioni, e una riduzione delle resistenze psichiche che impediscono ai contenuti inconsci di emergere. Ma la psicoterapia basata sui metodi della psicanalisi, cioè quella psicodinamica, è solo uno dei tanti orientamenti nella psicologia clinica. Indipendentemente dall’orientamento terapeutico, esistono poi molte condizioni in cui l’utilità del lettino viene meno. Usarlo può anzi essere controproducente per pazienti con determinati disturbi, che per esempio hanno bisogno di un contatto visivo, o che si sentono meno al sicuro se si sdraiano. La presenza di una poltrona anziché di un lettino, o viceversa, rientra inoltre nelle scelte dello e della psicoterapeuta nell’organizzazione dello spazio architettonico dello studio: scelte che tengono conto di diversi fattori, inclusa la quantità di spazio disponibile.

L’uso del lettino non costituisce un “feticcio” della psicoanalisi, bensì risponde ad una logica precisa. Non tutti i pazienti vengono invitati a stendersi sul lettino. Anzi, il primo criterio circa l’uso del lettino è proprio quello diagnostico: l’uso del lettino andrebbe riservato ai pazienti nevrotici; un paziente psicotico potrebbe invece vivere con grande sofferenza un dispositivo che allontana dalla sua vista la figura del terapeuta, rendendo così l’uso del lettino controindicato. Il passaggio al lettino segue la necessità di scandire un passaggio preciso della terapia: alla conclusione (logica, non temporale) dei colloqui preliminari, è possibile invitare il paziente a stendersi sul lettino per segnare un momento di scansione, di discontinuità nel lavoro analitico. L’uso del lettino costringe l’analizzante a confrontarsi con le proprie parole, al di là delle reazioni dell’analista posto, in precedenza, di fronte a lui. Il confronto con il proprio discorso e l’interrogare non l’analista ma il proprio inconscio circa la propria sofferenza costituiscono un passaggio imprescindibile per l’inizio vero e proprio di un’analisi.

L’istaurarsi del transfert simbolico, considerato in origine da Freud come un ostacolo al lavoro analitico, è in realtà uno dei motori fondamentali. “In origine è il transfert”, sentenzia Lacan, parafrasando il biblico “In origine è il verbo”. E il transfert circola attraverso le parole e le formazioni inconsce che il paziente produce in seduta. La costituzione e la messa al lavoro del transfert segnano la fine dei colloqui preliminari e l’inizio del percorso analitico. Il paziente domanda all’altro, l’analista, la risposta circa la propria sofferenza; nel corso dei colloqui preliminari è necessario maturare un’implicazione soggettiva circa ciò che accade: lungi dall’essere un evento casuale o esterno, il sintomo ci interroga in prima persona su questioni decisive: cosa desideriamo? Cosa stiamo facendo della nostra vita e del nostro desiderio?

Il lettino, nella sua essenzialità, facilita l’uso delle libere associazioni, permettendo al paziente di chiudere gli occhi e di unirsi al terapeuta in uno stato simile alla trance, una disposizione mentale che Freud chiamava “attenzione liberamente fluttuante” e che Ogden (1997) ha ribattezzato “rêverie”. L’assenza dello sguardo diretto del terapeuta può favorire la formazione di immagini mentali più chiare su ciò che il paziente pensa o teme che l’analista stia pensando o provando, facilitando così l’emergere di contenuti centrali nella vita dell’individuo e nella genesi delle patologie.

Tuttavia, è fondamentale sottolineare che il lettino non è uno strumento magico né un requisito indispensabile per ogni percorso terapeutico. La sua efficacia e il suo utilizzo dipendono da una complessa interazione di fattori, tra cui la valutazione clinica dell’analista, le caratteristiche specifiche del paziente e la natura del disagio presentato. La flessibilità e l’adattabilità del setting, inclusa la scelta tra lettino e poltrona, sono elementi cruciali per creare un ambiente terapeutico che sia non solo funzionale, ma soprattutto accogliente e sicuro per chi intraprende il cammino della cura. La tecnica, qualsiasi essa sia, non viene prima della persona e del rispetto dei suoi vissuti, dei suoi bisogni e delle sue paure. La tecnica è uno strumento, per quanto fondamentale, utile per entrare in relazione con l’altro, per lavorare meglio e non per frustrarlo a priori, per offuscarlo o imprigionarlo.

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