La Scrittura e il Pensiero: Dalla Contabilità Astratta al Riflesso Filosofico

La storia della scrittura è intrinsecamente legata all'evoluzione del pensiero umano. Dalle prime rudimentali forme di registrazione, nate dall'esigenza di gestire beni e transazioni, fino alla complessità della filosofia platonica, la capacità di codificare e manipolare simboli ha plasmato la nostra cognizione. Questo percorso, segnato da innovazioni cruciali come l'introduzione delle vocali nell'alfabeto greco, ha innescato profonde trasformazioni intellettuali, pur generando resistenze e dibattiti, come dimostra la figura di Platone stesso.

Dalle Bullae ai Gettoni: L'Origine Cognitiva della Scrittura

L'archeologa Denise Schmandt-Besserat ha avanzato un'affascinante ipotesi sull'origine della scrittura, radicata nelle necessità di una società agricola in espansione. La scoperta di piccoli oggetti di argilla, di forme geometriche tridimensionali (sfere, coni, dischi, tetraedi), denominati "gettoni", rinvenuti in siti archeologici mesopotamici e datati tra il IX e il II secolo a.C., ha fornito la base per questa teoria. Schmandt-Besserat ipotizzò che questi gettoni fossero utilizzati come sistema di conteggio nell'economia agricola della Mezzaluna Fertile. Essi rappresentavano simboli di sostanze reali, come scorte di generi alimentari, permettendo una gestione più efficiente delle risorse.

gettoni e bullae mesopotamiche

Il vero significato di questi gettoni, secondo Schmandt-Besserat, risiede nella loro funzione cognitiva: consentirono la manipolazione astratta e simbolica di dati che rappresentavano realtà concrete. Questa capacità di contare beni senza vederli materialmente, e persino di gestire quantità illimitate di prodotti svincolati dal tempo (beni non ancora disponibili ma pianificati), aprì la strada a nuove capacità cognitive. Questo sviluppo fu un passo fondamentale verso la scrittura, intesa come l'impiego di simboli per descrivere realtà sempre più complesse in assenza degli oggetti di riferimento.

Successivamente, si scoprì che questi gettoni venivano inseriti all'interno di sfere argillose chiamate "Bullae". Le Bullae presentavano segni bidimensionali impressi sulla superficie, considerati precursori dei simboli cuneiformi, che indicavano il tipo e la quantità dei gettoni contenuti al loro interno. Questo sistema di registrazione, presente nell'Asia occidentale fin dall'inizio del Neolitico, rappresentò una nuova forma di applicazione, piuttosto che una pura invenzione, per la registrazione delle transazioni. Tra il 3700 e il 3200 a.C., le Bullae divennero uno strumento essenziale per la contabilità, permettendo la gestione delle transazioni anche in assenza dei beni fisici di riferimento.

L'Alfabeto Greco: Una Rivoluzione nel Pensiero

L'importanza dell'alfabeto greco, rispetto ad altri sistemi di scrittura, nel facilitare il pensiero è stata sottolineata dal linguista Walter Ong. L'alfabeto semitico, composto principalmente da consonanti e semi-vocali, richiedeva al lettore di integrare le vocali appropriate basandosi sulla conoscenza della lingua. I Greci, tuttavia, compirono un passo di straordinaria importanza psicologica adattando l'alfabeto semitico e inserendo le vocali. Questa innovazione semplificò notevolmente l'apprendimento e l'uso dell'alfabeto, rendendolo accessibile a un pubblico più vasto e utilizzabile anche con lingue diverse.

Walter Ong evidenzia come l'alfabeto greco fosse intrinsecamente democratico, poiché facile da imparare, e internazionalista, grazie alla sua applicabilità a diverse lingue. La semplificazione introdotta dalle vocali liberò risorse cognitive, favorendo lo sviluppo di un pensiero più razionale. Questa condizione trovò la sua massima espressione nell'antica Grecia, dove l'alfabeto completo facilitò l'elaborazione di "nuovi pensieri", come sostenuto dal grecista Eric Havelock.

Havelock, in particolare, ipotizzò che l'efficienza dell'alfabeto greco abbia determinato una profonda trasformazione nel pensiero umano. L'adattamento semitico, con l'aggiunta delle vocali, rese l'apprendimento dell'alfabeto greco molto più semplice rispetto, ad esempio, all'ebraico antico, dove gli scolari necessitavano di assistenza fino alla terza elementare per l'integrazione dei "punti" vocalici. Questa facilità d'accesso alla cultura scritta stimolò una "frattura epistemica", un passaggio epocale dalla predominanza della cultura orale a quella scritta.

Platone e la Resistenza alla Scrittura: Un Paradosso Filosofico

Paradossalmente, proprio Platone, il filosofo che più di ogni altro beneficiò delle nuove facoltà di pensiero rese possibili dalla scrittura, espresse aspre critiche nei confronti di questa innovazione. Mentre la sua filosofia si basava sulla capacità di riflettere su parole fissate su un supporto, egli criticava la scrittura in termini sorprendentemente simili alle obiezioni mosse oggi ai computer.

Nel dialogo "Fedro", Platone, attraverso la voce di Socrate, definisce la scrittura "disumana", poiché finge di ricreare esternamente ciò che può esistere solo all'interno della mente. La scrittura è vista come un manufatto che distrugge la memoria, inducendo chi la usa a fare affidamento su risorse esterne a scapito di quelle interiori, indebolendo così la mente.

Walter Ong interpreta l'opposizione di Platone alla scrittura come un rifiuto inconscio di confrontarsi con il proprio modo di pensare e con le implicazioni della nuova cultura scritta. Spesso, ciò che si rifiuta è in realtà ciò che si apprezza profondamente. Havelock, nel suo studio, dimostra come l'epistemologia platonica si fondasse inconsapevolmente su un rifiuto del mondo della cultura orale, caratterizzato da interazioni personali, calore e mobilità, rappresentato dai poeti che Platone escluse dalla sua "Repubblica". Le "idee" platoniche, con la loro natura visiva, silente, immobile e isolata, riflettono un distacco dal mondo orale, caldo e interattivo.

La cultura orale, basata sulla parola come suono effimero, richiedeva ritmo e ripetizione per essere memorizzata. L'udito, senso unificante, integrava parole e concetti, ma la mente, sotto la pressione della memorizzazione, faticava nell'elaborazione. La vista, al contrario, opera un'analisi disaggregante, separando e fissando parole e concetti, facilitando la riflessione ma creando una distanza dall'oggetto osservato. Questa dicotomia tra vista e udito, tra analisi e sintesi, si riflette nella critica platonica alla scrittura, che fissa il discorso rendendolo statico e analitico, a differenza della fluidità e dell'immediatezza dell'oralità.

La "Frattura Epistemica" e gli Ostacoli al Sapere

La transizione dalla cultura orale a quella scritta nell'antica Grecia rappresentò una vera e propria "frattura epistemica", un cambiamento radicale nel modo di conoscere e pensare. I greci colti del V secolo a.C. non si resero pienamente conto della portata di questa trasformazione, continuando a difendere la loro raffinata cultura orale.

Il filosofo Gaston Bachelard ha introdotto il concetto di "ostacoli epistemologici" per descrivere quelle strutture inconsce o convinzioni radicate che impediscono il progresso scientifico e l'affermazione di nuove verità. La storia della scienza, secondo Bachelard, è un processo di formazione e superamento di questi ostacoli. La "frattura epistemologica" rappresenta il momento in cui un ostacolo inconscio viene definitivamente abbattuto. L'interpretazione di Mauro Lucaccini del pensiero di Bachelard sottolinea come la scienza richieda il superamento dell'ostacolo epistemologico del senso comune.

Le critiche contemporanee all'impatto di Internet sul pensiero umano ricordano la crisi vissuta dall'antica Grecia durante la transizione verso la scrittura. In entrambi i casi, si assiste a un dibattito sulla natura del pensiero, sulla memoria e sulla capacità di elaborare informazioni in un mondo sempre più dominato da nuove forme di comunicazione. La scrittura, così come Internet, ha ampliato le possibilità di accesso alla conoscenza, ma ha anche sollevato interrogativi sul rischio di superficialità e sulla perdita di capacità cognitive profonde.

La Scrittura come Motore di Cambiamento

Nonostante le riserve espresse da figure come Platone, la scrittura si è affermata come uno strumento fondamentale per lo sviluppo umano. La psicoterapeuta Nicoletta Cinotti sottolinea la forza e l'energia insite nelle parole, evidenziando il loro intento sottile e inconscio di promuovere il cambiamento. Le parole, siano esse dette, ascoltate o lette, disegnano il nostro stato d'animo, indicano direzioni e ci spingono oltre i nostri limiti.

La capacità di fissare il pensiero su un supporto, di riflettere su concetti astratti e di comunicare idee attraverso il tempo e lo spazio, ha permesso all'umanità di accumulare sapere, sviluppare discipline complesse e costruire civiltà. L'alfabeto greco, con la sua democratica accessibilità e la sua efficacia nel facilitare il pensiero razionale, ha giocato un ruolo cruciale in questo processo.

La scrittura, lungi dall'essere un mero strumento di registrazione, è diventata un catalizzatore di innovazione intellettuale. Essa permette di isolare elementi, analizzare concetti e costruire argomentazioni complesse, offrendo una base solida per la riflessione filosofica e scientifica. Sebbene le critiche di Platone evidenzino i potenziali pericoli di una dipendenza eccessiva dalla scrittura, esse non sminuiscono il suo ruolo trasformativo nel plasmare il pensiero umano e nel consentire l'elaborazione di idee sempre più sofisticate e profonde. L'eredità della scrittura, iniziata con i semplici gettoni delle civiltà antiche, continua a definire il nostro modo di comprendere il mondo e noi stessi.

Scienziato spiega come funziona il cervello umano. - Joe Dispenza

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