"Orrore sul camioncino": il racconto allucinante di Franca Rame e la lunga ombra dell'impunità

Il 9 marzo 1973, Milano. Una giornata come tante altre, che si trasforma nell'incubo più nero per Franca Rame, celebre attrice, drammaturga e figura di spicco dell'impegno civile. Mentre passeggia nel centro della città, a pochi passi da un parrucchiere, viene aggredita da cinque uomini incappucciati. La sua vita, da quel momento, sarà segnata per sempre da un'aggressione efferata, un rapimento e uno stupro consumato all'interno di un furgone in corsa, nel caos dell'ora di punta. Questo evento, che ha ispirato il suo straziante monologo "Lo Stupro", non è solo la cronaca di una violenza inaudita, ma anche il simbolo di un'epoca oscura, fatta di strategie della tensione, depistaggi e, soprattutto, di una pervicace impunità che ha lasciato le sue ferite aperte per decenni.

Un'aggressione politica e pianificata

Il contesto storico in cui si inserisce l'aggressione a Franca Rame è quello degli anni Settanta, un periodo di forti tensioni politiche e sociali in Italia. Erano gli anni della Democrazia Cristiana, del Governo Andreotti, degli stragismi e della strategia della tensione, anni segnati da attentati e da un clima di sospetto diffuso. Franca Rame e suo marito, Dario Fo, erano figure scomode per il potere costituito. Attraverso il loro Collettivo Teatrale "La Comune", portavano in scena spettacoli di satira politica pungente, denunciando lo sfruttamento, la dittatura borghese e sostenendo la lotta di classe operaia. Erano anche attivi nel Soccorso Rosso, organizzazione che forniva assistenza legale ed economica ai militanti incarcerati, e Franca partecipava attivamente al Movimento Femminista.

Manifesto teatrale anni '70

La violenza subita da Franca Rame non fu un atto casuale. Come lei stessa racconterà in seguito, gli aggressori sapevano che si sarebbe trovata in quel luogo e a quell'ora, dimostrando una pianificazione meticolosa. Le indagini successive portarono alla luce la presenza di microspie nell'appartamento della coppia, confermando che erano sotto intercettazione. Il sequestro avvenne in pieno centro, a pochi passi dalla sede della Democrazia Cristiana e sotto gli occhi di un piantone di guardia alla caserma di Polizia di Piazza Sant'Ambrogio. Nonostante la vicinanza di luoghi simbolo del potere, le indagini contro ignoti rimasero per anni immobili, chiuse e riaperte più volte, senza mai giungere a una conclusione chiara.

Le ombre del potere e le confessioni insabbiate

Una svolta sembrò emergere nel 1987, durante il processo per la Strage di Bologna. Il "pentito nero" Angelo Izzo, già coinvolto nel Massacro del Circeo, dichiarò di aver appreso da compagni di cella che lo stupro ai danni di Franca Rame fosse opera di cinque neofascisti milanesi, un'operazione "ordinata" dai Carabinieri della Divisione Pastrengo. Sebbene le dichiarazioni di Izzo, descritto come un "sadico psicopatico", non furono prese inizialmente con la dovuta serietà, i sospetti si rafforzarono.

Ritratto di Franca Rame e Dario Fo

Emergeva un appunto dell'ex dirigente dei Servizi Segreti, Gianadelio Maletti, che menzionava un alterco tra il Comandante della Divisione Pastrengo, Giovanni Battista Palumbo, e il suo superiore, futuro capo dei Servizi Segreti, Vito Miceli. Nel corso di questo diverbio, Palumbo avrebbe rinfacciato a Miceli l'operazione contro Franca Rame. Emersero anche i nomi di alcuni presunti responsabili: Angelo Angeli, un certo Muller e un certo Patrizio. Titoli di giornale dell'epoca riportarono frasi agghiaccianti come: "I carabinieri ci dissero: stuprate Franca Rame" o "Il generale gioì per lo stupro. 'Avete violentato Franca Rame? Era ora…'".

Nonostante queste rivelazioni, le indagini continuarono a essere ostacolate. Dario Fo scrisse al Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, nella speranza di ottenere finalmente chiarezza, ma non ricevette mai risposta. L'accusa di complicità o addirittura di commissione dell'atto da parte di elementi delle forze dell'ordine e di ambienti neofascisti rimaneva avvolta nella nebbia, alimentando il senso di ingiustizia e impunità.

"Lo Stupro": il teatro come strumento di denuncia e catarsi

Dalla terribile esperienza vissuta, nacque nel 1975 il monologo "Lo Stupro", uno dei testi più potenti e dolorosi del teatro italiano. Franca Rame, con un coraggio disarmante, portò sul palcoscenico il suo trauma, inizialmente senza rivelare che si trattasse di un'esperienza personale. Per anni, l'attrice non riuscì a parlare apertamente di quanto accaduto, nemmeno con il suo amato marito Dario Fo. Fu solo nel 1987, durante un'intervista televisiva, che rivelò la verità: le parole che recitava erano il frutto della sua stessa violenza.

Franca Rame Monologo "Lo Stupro"

Il teatro divenne per Franca Rame uno strumento di psicanalisi del dolore, un modo per elaborare l'umiliazione, il male fisico ed emotivo subito. Attraverso le parole, la recitazione, riuscì a liberarsi dal peso del trauma, a esorcizzare la sofferenza. Le parole de "Lo Stupro" sono graffianti, penetranti, capaci di trasmettere il terrore e la disperazione della vittima. Si racconta che, durante le prime rappresentazioni, alcune spettatrici svennero, così potente era l'immedesimazione.

Ma il monologo non fu solo un atto di catarsi personale. Diventò una denuncia corale, un modo per dare voce a tutte le donne che subiscono violenza sessuale e che spesso incontrano sulla loro strada pregiudizi, incredulità e un sistema giudiziario che le interroga come se fossero corresponsabili. Franca Rame riportò le perizie e le domande inique rivolte alle vittime: "Lei ha goduto? Ha raggiunto l’orgasmo? Se sì, quante volte?". Trasformando il suo dolore in testimonianza, il suo monologo divenne un faro per le donne, un invito a non tacere, a non farsi giudicare, ma a cercare giustizia e rispetto.

La difficoltà della denuncia e la persistenza dei pregiudizi

Il monologo di Franca Rame mette in luce la profonda difficoltà che le donne hanno sempre incontrato nel denunciare una violenza sessuale. Ancora oggi, nonostante i progressi legislativi, il timore di non essere credute, di subire ulteriori umiliazioni e giudizi, spinge molte a scegliere il silenzio. La mentalità corrente, come denunciava Franca Rame, tende a convincersi della violenza subita solo se la donna si presenta "vistosamente malridotta", con lesioni evidenti. Altrimenti, il rischio è quello di essere considerate poco credibili, persino provocatrici.

Il passo del monologo riportato nel materiale fornito è emblematico di questa realtà:

"Ancora oggi, proprio per l’imbecille mentalità corrente, una donna convince veramente di aver subito violenza carnale, contro la sua volontà, se ha la “fortuna” di presentarsi alle autorità e al medico, vistosamente malridotta: lesioni multiple, abrasioni vistose, lividi profondi."

Le domande poste dalle autorità, come quelle riportate nei verbali di interrogatorio, sono agghiaccianti e rivelano una profonda misoginia:

MEDICO: Dica signorina, o signora, durante l’aggressione lei ha provato solo disgusto o anche un certo piacere… una inconscia soddisfazione?POLIZIOTTO: Non s’è sentita lusingata che tanti uomini, quattro mi pare, tutti insieme, la desiderassero tanto, con così dura passione?AVVOCATO: É rimasta sempre passiva o ad un certo punto ha partecipato?MEDICO: Si è sentita eccitata? Coinvolta?AVVOCATO: Si è sentita umida?

Queste domande, cariche di pregiudizio, trasformano la vittima in imputata, negandole il diritto all'ascolto e alla credibilità. Franca Rame, attraverso la sua arte, ha combattuto questa mentalità retrograda, utilizzando la parola come arma per smantellare muri di silenzio e ipocrisia.

Un'eredità di coraggio e lotta civile

Franca Rame è stata una "Donna Combattente". La sua vita è stata un continuo impegno nelle battaglie civili, con un'attenzione particolare al ruolo della donna nella società. Il teatro è stato il suo strumento principale, un mezzo potentissimo per esprimere idee, denunciare ingiustizie e portare avanti un messaggio di emancipazione. Nata e cresciuta in una famiglia di attori, con una profonda eredità teatrale, ha intrecciato la sua vita artistica e sentimentale con quella di Dario Fo, con cui ha fondato la "compagnia Dario Fo - Franca Rame".

Copertina del libro autobiografico di Franca Rame e Dario Fo

Il loro teatro, nato come espressione artistica, si è trasformato in un veicolo di controinformazione politica e di denuncia sociale. Dagli anni Sessanta, con l'utopia sessantottina e la nascita de "La Comune", fino alla svolta femminista degli anni Settanta, con testi come "Tutto casa, letto e chiesa", Franca Rame ha sempre messo in scena la realtà, le sue contraddizioni e le sue ingiustizie. Il suo impegno civile è stato riconosciuto anche a livello accademico, con il conferimento della laurea honoris causa da parte dell'Università di Wolverhampton.

Negli ultimi anni della sua vita, ha intrapreso anche un percorso politico, diventando senatrice per l'Italia dei Valori, e ha scritto la sua autobiografia con Dario Fo. Nonostante un ictus l'abbia colpita nel 2012, lasciandola nel 2013, la sua figura e il suo messaggio continuano a vivere. Le sue performance, i suoi componimenti teatrali, in particolare il doloroso monologo "Lo Stupro", rimangono un lascito prezioso, un monito per le generazioni presenti e future.

La vicenda dello stupro di Franca Rame, purtroppo, si è conclusa con la prescrizione del reato. I colpevoli non sono mai stati individuati e puniti, lasciando un'ombra di impunità che ancora oggi pesa sulla memoria storica del paese. Tuttavia, il coraggio di Franca Rame nel raccontare la sua terribile esperienza, trasformandola in un atto di denuncia e di sensibilizzazione, ha lasciato un segno indelebile. La sua voce, amplificata dal teatro, continua a risuonare, invitando alla riflessione, al rispetto e alla lotta contro ogni forma di violenza e ingiustizia. La sua eredità è un invito a non abbassare mai la guardia, a combattere ciò che è retrogrado e medievale nella società con la forza delle parole, dell'arte e della consapevolezza.

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