Massimo Recalcati e la Psicologia del Linguaggio di Lacan: Un'Indagine Approfondita

Tentare di leggere Jacques Lacan non è affatto un'impresa agevole; anzi, non si osa dire impossibile, ma quasi. Dedicare a questo complesso pensatore una monografia di 600 pagine sarebbe già di per sé un'opera meritevole. Se poi si aggiunge che tale opera sia redatta con un autentico ardore ermeneutico, essa risulterebbe senza dubbio eccezionale. È in questa difficile strategia che si inserisce Massimo Recalcati, cercando di tenere insieme l'intera opera di Lacan, focalizzandosi sui poli del Desiderio e del Godimento, e attraversando i tre Registri dell'Immaginario, del Simbolico e del Reale. Ne emerge una promessa analitica sul filo del rasoio: fare in modo che il Desiderio e il Godimento si incontrino attraverso l'Amore.

Copertina del libro

Si tratta di un'impresa ostica, poiché implica un tentativo di "addolcire" il pensiero lacaniano, senza contare tutti i principi che vengono messi in gioco. Tra questi figurano il Narcisismo, la Castrazione del Linguaggio, l'Altro inteso sia come istanza di riconoscimento del Desiderio sia come entità reificante, la perdita retroattiva della Cosa, l'oggetto piccolo a, la sessuazione intesa come un processo contingente e singolare che trascende il biologico e il culturale, la sessuazione femminile, l'Altro godimento, e molto altro. Il tutto è corroborato e puntellato da riferimenti a pensatori come Kojève, con le sue lezioni sul riconoscimento delle autocoscienze (tratte dalla Fenomenologia dello Spirito), la "mancanza a essere" di Sartre, la "gettatezza" di Heidegger, con qualche sporadico e, a detta di alcuni, rimpianto spunto dallo Strutturalismo, e con un occhio riguardoso rivolto al piano religioso. Inoltre, viene tenuto in debito conto, sebbene non sempre in modo esauriente, l'evoluzione del pensiero dello stesso Lacan.

Già, Lacan… A volte si avverte la sensazione che il suo pensiero sia quasi sommerso dal linguaggio altrui, in un'analogia con alcuni aspetti del suo stesso pensiero, in cui sostiene che siamo "parlati" dagli altri, assoggettati. Sarebbe stato necessario mettere maggiormente in luce Lacan stesso, ma ciò avrebbe rappresentato un'impresa straordinaria. Purtroppo, Recalcati, ed è necessario dirlo chiaramente, in questo non è riuscito appieno. Ciò non toglie che si tratti di un ottimo tentativo, caratterizzato da una scrittura chiara, filosoficamente godibile, e che comunque lascia il segno.

La Trasformazione della Teoria in Prassi: L'Atto Psicoanalitico

Nella celebre XI tesi su Feuerbach, Karl Marx sentenziò che se finora i filosofi si erano limitati a interpretare il mondo, era ormai giunto il momento di trasformarlo. L'onanismo contemplativo del filosofo teoretico doveva così lasciare il posto alla "virilità generativa" della prassi. Si trattava di una cesura non troppo distante da quella introdotta dall'esperienza della psicoanalisi, per la quale, come direbbe Sant'Agostino, non si tratta solo di "dire la verità" ma anche di "fare la verità". L'interpretazione, che rischia di degenerare in una forma di ruminazione incessante attorno al senso - la deriva ermeneutica della filosofia di cui già Marx avvertiva la sterilità e che ha condizionato la psicoanalisi stessa - non lavora per rendere possibile una trasformazione effettiva del mondo o della realtà del soggetto.

Non è dunque un caso che il nesso tra teoria e prassi risulti centrale non solo nel materialismo storico, ma anche nella dottrina freudiana. Non è stato un caso, quindi, che uno dei Seminari più provocatori di Lacan, intitolato "L'atto psicoanalitico" e ora disponibile anche al lettore italiano per i tipi di Einaudi, si sviluppi parallelamente al movimento di contestazione del Sessantotto, che trovò proprio a Parigi uno dei suoi epicentri.

Immagine di archivio del Maggio '68 a Parigi

Se l'insegnamento più classico di Lacan aveva insistito sul potere della parola e sulla tesi dell'"inconscio strutturato come un linguaggio", con questo Seminario egli pone invece l'accento sulla dimensione silenziosa dell'atto. Nel lessico codificato della psicoanalisi ortodossa, il concetto di "atto psicoanalitico" si rivelerebbe, a rigore, altamente contraddittorio. Nel corso di un'analisi, infatti, ogni forma di azione deve essere sospesa per lasciare spazio alla parola del soggetto. La psicoanalisi, come suggerisce una delle prime pazienti di Freud, è una "talking cure", una "cura parlata". Questo è un principio generale dell'ortodossia psicoanalitica: ogni passaggio dalla parola all'atto segnalerebbe, al contrario, uno sbandamento della cura.

Dunque, quando Lacan introduce la formula dell'atto psicoanalitico, sottopone questo paradigma a una revisione radicale. L'esclusione dell'atto sarebbe, a suo giudizio, il segnale di un infiacchimento burocratico ed ermeneutico della pratica analitica. Il problema fondamentale è come una pratica simbolica come l'analisi possa avere effetti nel reale, possa modificare l'economia libidica di un soggetto, possa davvero trasformare la sua vita. È lo stesso tema che interessa Marx: esiste la possibilità che un atto rivoluzionario - come si diceva nel Sessantotto - possa davvero non solo interpretare il mondo ma anche trasformarlo? E cosa significa introdurre l'atto in un'esperienza di parola com'è quella della psicoanalisi?

Le Caratteristiche dell'Atto Lacaniano

Il primo passo che Lacan compie nel suo Seminario consiste nel differenziare l'atto dalla semplice azione motoria. Mentre il modello dell'azione è quello di un'abitudine che si ripete senza sorpresa, come quando camminiamo per ritornare a casa seguendo un percorso già collaudato innumerevoli volte, il modello dell'atto è al contrario quello dell'evento, ovvero di una radicale discontinuità che interrompe ogni forma di consuetudine.

FILOSOFIA E DESTINO - EP-5: Il concetto contraddittorio di potenza e atto in Aristotele

Inoltre, l'atto di cui parla Lacan non è il prodotto di una deliberazione della coscienza, non è l'espressione della volontà determinata dell'Io. Piuttosto, egli dissocia l'atto da ogni forma di intenzionalità per associarlo invece a una profonda esperienza di abdicazione. L'atto, infatti, non è un'azione dettata dalla ragione ma un suo "inciampo". Non per nulla, egli ricorda come Freud avesse dato estremo valore agli atti mancati, ai lapsus, alle sbadataggini e alle dimenticanze. Essi non segnalavano tanto il fallimento di un'azione, ma rivelavano al soggetto la verità rimossa del suo desiderio.

Per questo Lacan ricorda, attraverso Arthur Rimbaud, che l'atto non è il luogo di una ruminazione o di un calcolo, quanto piuttosto quello di un lampo, di un colpo, di una contingenza che interrompe un ordine già prestabilito. Ma, soprattutto, che l'atto è un evento che trasforma chi lo compie. Più che un "fare", è l'effetto che un significante - un "dire" - genera nel soggetto. C'è, più di preciso, atto solo dove una soglia viene superata. È quello che accade a Giulio Cesare di fronte al Rubicone. In primo piano non è qui la ripetizione di un'abitudine ma una frattura, uno sconfinamento irreversibile, addirittura una violazione. L'evento dell'atto modifica, infatti, chi lo compie tracciando nello scorrere del tempo un "prima" e un "dopo". Nulla, dopo l'atto compiuto da Cesare, sarà infatti più come prima. È lo stesso che accade anche con la presa della Bastiglia o con l'"ordine" con il quale Lenin sospinge il suo popolo verso la Rivoluzione d'Ottobre. Non si tratta più di una ruminazione infinita intorno alle metamorfosi del senso, ma di un taglio traumatico, di qualcosa che interrompe lo scorrere ordinario del tempo, della nascita di un "nuovo desiderio" o, come direbbe ancora Rimbaud, di un "nuovo amore".

Questo significa che è solo l'atto che rende possibile l'inizio, come testimonia l'atto della creazione ex nihilo generata dal Dio biblico. Il potere dell'atto è un potere creatore, come dimostra l'atto con il quale Lucio Fontana taglia la tela inaugurando un nuovo inizio nella storia dell'arte.

Lucio Fontana, Concetto spaziale, Attese (1968)

In questa prospettiva, il significato dell'atto coinvolge sempre le sue conseguenze. Per questo Lacan può dire che il valore di ogni atto è stabilito solo dalla sua rilettura a posteriori. Saranno gli eventi successivi alla presa della Bastiglia a dire se si è trattato di una semplice sommossa o dell'inizio della rivoluzione. Per questa ragione il soggetto non può mai essere del tutto padrone del proprio atto e, dunque, ogni vero atto - come quello che segna il passaggio dallo psicoanalizzante allo psicoanalista - si rivela essere sempre senza garanzia, senza una giustificazione definitiva. Non a caso, nel Seminario VII dove troviamo nominato per la prima volta il concetto di atto psicoanalitico, Lacan ritiene che il suo riferimento più prossimo sia quello al concetto cristiano di grazia. La salvezza non è garantita dalle opere del soggetto ma dall'incontro con una trascendenza e una forza che le oltrepassa.

È il modo con il quale l'analista francese ha riletto la nota formula freudiana: "Dove era l'Es, l'Io deve avvenire". Non come una colonizzazione da parte dell'Io dei territori paludosi e irrazionali dell'Es, ma come un accoglimento della potenza dell'Es al fine di liberare l'Io dalla sua follia identitaria.

La Struttura del Linguaggio e la Psiche Umana

Il pensiero di Lacan è profondamente intrecciato con la sua concezione del linguaggio come struttura fondamentale che modella la psiche umana. Egli parte dalla premessa che l'inconscio non è un serbatoio di pulsioni represse, ma è strutturato come un linguaggio. Questo significa che i processi inconsci seguono le leggi della significazione, della metafora e della metonimia, proprio come il linguaggio cosciente.

Il concetto di "Altro" (grand A) riveste un'importanza cruciale. L'Altro rappresenta il tesoro dei significanti, il luogo simbolico in cui il soggetto è immerso fin dalla nascita. È attraverso il linguaggio dell'Altro che il soggetto acquisisce la propria identità e struttura il proprio desiderio. L'Altro è quindi il garante del significato, ma anche la fonte della nostra alienazione, poiché siamo "parlati" dall'Altro prima ancora di poter parlare noi stessi.

Diagramma delle tre istanze lacaniane: Immaginario, Simbolico, Reale

I tre Registri - Immaginario, Simbolico e Reale - sono strumenti concettuali essenziali per comprendere la teoria lacaniana.Il registro Immaginario è il regno dell'identificazione, dell'immagine di sé e dell'altro, del narcisismo. È qui che si sviluppa la dialettica padrone-servo, in cui il soggetto cerca riconoscimento attraverso l'immagine che proietta e quella che riceve.Il registro Simbolico è il regno del linguaggio, della legge, della struttura sociale, dell'Altro. È attraverso il simbolico che il soggetto viene introdotto nel mondo della cultura e delle regole, ma è anche il luogo della castrazione simbolica, della perdita dell'oggetto primordiale e dell'avvento del desiderio.Il registro Reale è ciò che resiste alla simbolizzazione e all'immaginazione. È l'irruzione del traumatico, dell'impossibile da dire, del godimento puro. L'oggetto piccolo a è un residuo del Reale, un oggetto causa del desiderio che non può mai essere pienamente afferrato.

Il Desiderio, il Godimento e l'Amore

La dialettica tra Desiderio e Godimento è centrale nel pensiero di Lacan e, di conseguenza, nell'analisi di Recalcati. Il Desiderio nasce dalla mancanza, dalla perdita originaria dell'oggetto totalizzante. È un desiderio che si articola sempre attraverso l'Altro, un desiderio di riconoscimento. Il Godimento, invece, è una dimensione più radicale, legata al corpo, all'eccesso, a un piacere che può anche essere doloroso.

Recalcati propone una lettura che vede nell'amore la possibilità di un incontro tra Desiderio e Godimento. L'amore, in questa prospettiva, non è solo un'esperienza immaginaria o simbolica, ma un luogo in cui è possibile confrontarsi con il Reale del godimento dell'altro, senza cadere nella pura ripetizione o nell'alienazione. Tuttavia, questo incontro è sempre precario e implica un rischio, poiché il godimento dell'altro può rivelarsi inaccessibile o perturbante.

La "sessuazione" in Lacan va oltre la semplice distinzione biologica uomo/donna. Essa si riferisce al modo singolare in cui ogni soggetto si posiziona rispetto al desiderio e al godimento, al di là delle norme culturali e delle aspettative sociali. La sessuazione femminile, in particolare, è un tema complesso che Lacan esplora, indicando una posizione di "non tutto" nell'accesso al godimento e una relazione particolare con l'Altro godimento.

La Sfida dell'Ermeneutica Lacaniana

L'opera di Recalcati, pur con le sue sfide interpretative, si inserisce in un dibattito cruciale sulla pertinenza del pensiero di Lacan per la clinica e la comprensione della condizione umana contemporanea. La difficoltà intrinseca del linguaggio lacaniano, la sua densità concettuale e la sua evoluzione nel tempo rendono ogni tentativo di sintesi un'impresa ardua.

La critica che Lacan fosse "sommerso dal linguaggio degli altri" sottolinea la necessità di un'ermeneutica che non si limiti a raccogliere e riorganizzare i concetti, ma che sappia restituire la forza e l'originalità del pensiero del maestro. L'obiettivo non è semplicemente "interpretare" Lacan, ma, come suggerisce la sua stessa teoria dell'atto, permettere che il suo pensiero generi un effetto trasformativo nel lettore e, in ultima analisi, nella pratica clinica.

La promessa di un'analisi che faccia incontrare Desiderio e Godimento attraverso l'Amore, pur essendo un'impresa "sul filo del rasoio", rimane uno degli ideali più potenti della psicoanalisi. È in questa tensione tra la rigidità delle strutture simboliche, l'irruenza del Reale e la fluidità dell'Immaginario che si gioca la possibilità di una vita autentica e di un incontro significativo con l'altro.

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