Il Colombre: L'Ombra delle Nostre Ossessioni e la Ricerca Incessante della Pace

Fin da bambino, Stefano Roi nutriva un profondo amore per il mare, sognando un futuro da navigatore, proprio come suo padre, capitano e proprietario di un elegante veliero. Al compimento dei suoi dodici anni, il desiderio di Stefano si concretizzò: il padre lo volle a bordo per una traversata. Fu una giornata di sole splendente, con il mare calmo, e Stefano, affascinato, esplorava il ponte, ammirando le manovre dei marinai e assorbendo ogni spiegazione. Tuttavia, la serenità di quel giorno fu presto turbata.

bambino che guarda il mare da una nave

Mentre il bastimento scivolava sull'acqua, guidato da un vento favorevole, Stefano notò qualcosa di insolito nella scia. "Papà, vieni qui a vedere," chiamò il ragazzo. "C'è una cosa scura che spunta ogni tanto dalla scia e che ci viene dietro." Il padre, inizialmente scettico, prese il cannocchiale per scrutare la superficie del mare. L'espressione gioiosa lasciò il posto al terrore. "Non è una cosa," esclamò il capitano con voce tremante. "Quello è un colombre. È il pesce che i marinai temono sopra ogni cosa al mondo. È uno squalo tremendo e misterioso, più astuto dell'uomo. Per motivi che forse nessuno saprà mai, sceglie la sua vittima, e quando l'ha scelta la insegue per anni e anni, per un'intera vita, finché non è riuscito a divorarla." Il padre spiegò a Stefano che solo la vittima e i suoi parenti potevano scorgerlo, aggiungendo con angoscia: "Stefano, non c'è dubbio, purtroppo, il colombre ha scelto te e finché tu andrai per mare non ti darà pace."

Di fronte a questa rivelazione terrificante, il padre prese una decisione drastica. "Ascoltami: ora noi torniamo subito a terra, tu sbarcherai e non ti staccherai mai più dalla riva, per nessuna ragione al mondo. Me lo devi promettere. Il mestiere del mare non è per te, figliolo. Devi rassegnarti." Immediatamente invertirono la rotta, rientrarono in porto e, con il pretesto di un malessere improvviso, Stefano sbarcò. Profondamente turbato, il ragazzo rimase sulla riva finché l'ultimo lembo dell'alberatura del veliero scomparve all'orizzonte. Ma anche nel mare deserto al di là del molo, Stefano riuscì a scorgere un puntino nero che affiorava a intermittenza: il "suo" colombre, che incrociava lentamente, ostinato ad aspettarlo.

Da quel giorno, ogni tentativo di distogliere Stefano dal suo desiderio di mare fu vano. Il padre lo mandò a studiare in una città dell'interno, lontana centinaia di chilometri. Per un certo periodo, il nuovo ambiente offrì distrazione e Stefano non pensò più al mostro marino. Tuttavia, al ritorno per le vacanze estive, la prima cosa che fece fu raggiungere l'estremità del molo, quasi per un controllo, benché ritenesse l'assedio del colombre ormai abbandonato. Con suo grande sgomento, rimase attonito: a distanza di due-trecento metri, il sinistro pesce continuava il suo lento andare su e giù, sollevando ogni tanto il muso dall'acqua, quasi con ansia, a scrutare se Stefano Roi finalmente si fosse avvicinato.

un punto nero che affiora dall'acqua vicino a un molo

L'idea di quella creatura nemica che lo attendeva giorno e notte divenne per Stefano una segreta ossessione. Anche nella lontana città, si svegliava in piena notte con inquietudine. Era al sicuro, centinaia di chilometri lo separavano dal colombre, eppure sapeva che, oltre montagne, boschi e pianure, lo squalo era lì ad aspettarlo. Stefano, ragazzo serio e volonteroso, proseguì con profitto gli studi e, una volta divenuto uomo, trovò un impiego dignitoso e remunerativo in un emporio cittadino. Nel frattempo, suo padre morì e il suo magnifico veliero fu venduto dalla vedova. Stefano si ritrovò erede di una discreta fortuna.

Nonostante le soddisfazioni di una vita laboriosa, agiata e tranquilla, l'attrazione dell'abisso si rivelò più forte. A soli ventidue anni, Stefano salutò gli amici, si licenziò dall'impiego e tornò alla città natale, comunicando alla madre la ferma intenzione di seguire il mestiere paterno. La donna, ignara del misterioso squalo, accolse con gioia la sua decisione. Stefano iniziò a navigare, dimostrando eccellenti qualità marinare, resistenza alle fatiche e animo intrepido. Navigava, navigava, e sulla scia del suo bastimento, giorno e notte, con bonaccia e tempesta, arrancava il colombre. Egli sapeva che quella era la sua maledizione e la sua condanna, ma proprio per questo, forse, non trovava la forza di staccarsene. I suoi compagni di bordo, pur non vedendo nulla, avvertivano la sua inquietudine. "Non vedete niente da quella parte?" chiedeva. "No, noi non vediamo proprio niente. Perché?" "Perché il colombre è una bestia che non perdona," rispondevano, toccando ferro scaramanticamente.

Ma Stefano non mollava. La ininterrotta minaccia che lo incalzava pareva anzi moltiplicare la sua volontà, la sua passione per il mare, il suo ardimento nelle ore di lotta e di pericolo. Con la piccola sostanza ereditata dal padre, una volta padrone del mestiere, acquistò con un socio un piccolo piroscafo da carico. Successivamente ne divenne l'unico proprietario e, grazie a una serie di fortunate spedizioni, poté in seguito acquistare un mercantile vero e proprio, avviandosi a traguardi sempre più ambiziosi. Ma i successi, e i milioni, non servivano a togliergli dall'animo quel continuo assillo; né mai, d'altra parte, fu tentato di vendere la nave e ritirarsi a terra per intraprendere diverse imprese. Navigare, navigare, era il suo unico pensiero. Non appena, dopo lunghi tragitti, metteva piede a terra in qualche porto, subito lo pungeva l'impazienza di ripartire. Sapeva che fuori c'era il colombre ad aspettarlo, e che il colombre era sinonimo di rovina.

una nave mercantile in mezzo al mare con un'ombra scura che la segue

Eppure, nulla sembrava scalfirlo. Finché, all'improvviso, Stefano un giorno si accorse di essere diventato vecchio, vecchissimo. Nessuno intorno a lui sapeva spiegarsi perché, ricco com'era, non lasciasse finalmente la dannata vita del mare. Vecchio, e amaramente infelice, perché l'intera esistenza sua era stata spesa in quella specie di pazzesca fuga attraverso i mari, per sfuggire al nemico.

Una sera, mentre la sua magnifica nave era ancorata al largo del porto dove era nato, si sentì prossimo a morire. Chiamò il secondo ufficiale, di cui aveva grande fiducia, e gli ingiunse di non opporsi a ciò che stava per fare. "Mi ha scortato da un capo all'altro del mondo," disse, riferendosi al colombre, "con una fedeltà che neppure il più nobile amico avrebbe potuto dimostrare. Adesso io sto per morire. Anche lui, ormai, sarà terribilmente vecchio e stanco."

"Ora gli vado incontro," annunciò. "È giusto che non lo deluda. Ma lotterò, con le mie ultime forze."

Ufficiali e marinai lo videro scomparire laggiù, sul placido mare, avvolto dalle ombre della notte. C'era in cielo una falce di luna. Non dovette faticare molto. "Eccomi a te, finalmente," disse Stefano, vedendo emergere la creatura. "Adesso, a noi due!"

Un suono supplichevole uscì dal colombre: "Uh," mugolò con voce sommessa. "Che lunga strada per trovarti. Anch'io sono distrutto dalla fatica. Quanto mi hai fatto nuotare. E tu fuggivi, fuggivi. E non hai mai capito niente."

"Perché?" chiese Stefano, confuso.

"Perché non ti ho inseguito attraverso il mondo per divorarti, come pensavi," rispose il colombre. "Dal re del mare avevo avuto soltanto l'incarico di consegnarti questo."

Stefano la prese fra le dita e guardò. Era una perla di grandezza spropositata. Riconobbe la famosa Perla del Mare che dona, a chi la possiede, fortuna, potenza, amore e pace dell'animo.

"Ahimè!" disse, scuotendo tristemente il capo. "Come è tutto sbagliato."

"Addio, pover'uomo," rispose il colombre, prima di inabissarsi.

Due mesi dopo, spinto dalla risacca, un barchino approdò a una dirupata scogliera. Fu avvistato da alcuni pescatori che, incuriositi, si avvicinarono. All'interno, giaceva la perla, testimonianza silenziosa di una vita spesa nella fuga da un'ombra che si rivelò essere un dono inatteso.

Il colombre, un pesce di grandi dimensioni, spaventoso a vedersi ed estremamente raro, conosciuto in diverse culture con nomi vari come kolomber, kahloubrha, kalonga, kalu-balu, chalung-gra, rimane un mistero per gli scienziati. La sua figura, tuttavia, trascende la zoologia per abbracciare il regno dell'allegoria. Esso incarna le nostre paure più profonde, le ossessioni che ci perseguitano, le ansie che ci impediscono di vivere pienamente. La storia di Stefano Roi è un monito sulla natura delle nostre fughe e sull'importanza di affrontare le ombre che ci accompagnano, poiché spesso, dietro il terrore, si cela un potenziale di crescita e di pace interiore. La nevrosi, come descritta da molti, è la malattia diffusa nel mondo occidentale, caratterizzata da un rapporto insoddisfacente con la propria esistenza, una fuga costante dalla vacuità dei gesti e dei traguardi, un vivere sul filo di un baratro. La paura, il timore dell'ignoto, l'incapacità di confrontarsi con il "perché" della propria esistenza, ci portano a costruire un tempo lineare, prevedibile, ma privo di significato.

Il colombre, dunque, non è un semplice pesce o uno squalo temibile, ma una potente metafora del Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) e, più in generale, delle ossessioni che possono paralizzare la vita di un individuo. Il DOC è caratterizzato da pensieri intrusivi e indesiderati (ossessioni) che generano ansia e che vengono neutralizzati da comportamenti ripetitivi e ritualistici (compulsioni). Nella narrazione di Buzzati, il colombre rappresenta l'ossessione stessa: una presenza costante, ineludibile, che perseguita Stefano per tutta la vita, condizionandone ogni scelta e impedendogli di godere delle gioie e delle opportunità che la vita gli offre. La sua figura, definita "tremenda e misteriosa", "più astuta dell'uomo", evoca la natura pervasiva e spesso irrazionale delle ossessioni che, come uno squalo invisibile ai più, possono divorare l'esistenza della vittima.

La scelta del padre di allontanare Stefano dal mare, pur mossa da un intento protettivo, si rivela una strategia fallace. Impedire a Stefano di confrontarsi con la sua paura non fa altro che alimentarla, trasformandola in un'ossessione segreta e totalizzante. Questo riflette una dinamica comune nel DOC, dove i tentativi di evitare i pensieri ossessivi o le situazioni temute spesso intensificano l'ansia e rafforzano il bisogno di eseguire le compulsioni. La vita di Stefano, da quel momento in poi, diventa una fuga continua, un tentativo disperato di eludere la minaccia del colombre. L'attrazione per il mare, inizialmente fonte di gioia, si trasforma in un simbolo della sua condanna, un richiamo costante all'ombra che lo segue.

Il racconto suggerisce che la vera liberazione non si ottiene dalla fuga, ma dall'affrontare ciò che temiamo. La "Perla del Mare" ricevuta dal colombre alla fine della vita di Stefano simboleggia la saggezza, la pace interiore e la comprensione che si possono ottenere solo quando si ha il coraggio di confrontarsi con le proprie ossessioni. Il colombre, lungi dall'essere un predatore, si rivela un messaggero, un catalizzatore per la trasformazione. La sua fatica nel seguire Stefano per tutta la vita è pari alla fatica di Stefano nel fuggirlo. Entrambi sono intrappolati in un ciclo distruttivo finché Stefano non decide di invertire la rotta, di affrontare il suo "mostro".

La storia di Stefano Roi ci invita a riflettere sulla natura delle nostre ossessioni e sulla nostra tendenza a fuggire da ciò che ci spaventa. Ci spinge a chiederci se, invece di inseguire una vita di "tranquilla agiatezza" priva di significato, non dovremmo piuttosto cercare di comprendere le nostre ombre, di dialogare con esse, per scoprire i tesori nascosti che potrebbero celare. La forza del racconto risiede nella sua capacità di trasformare un racconto di mare in una profonda allegoria dell'esistenza umana, delle nostre paure più recondite e della ricerca incessante di una pace interiore che solo il coraggio di affrontare l'abisso può donare. La nevrosi, in questo contesto, non è altro che la manifestazione di un'anima che ha perso il contatto con la propria essenza, prigioniera di un tempo lineare e di una paura atavica che la allontana dal significato profondo della vita. L'amore autentico, l'amore che non calcola, è forse l'unica via per immergersi nell'abisso della propria esistenza e trovare quel significato che ci permette di vivere pienamente, anche di fronte alla morte.

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