Il linguaggio, nella teoria di Jacques Lacan, non è un mero strumento di comunicazione, ma il brodo primordiale da cui emerge il soggetto, la cifra stessa della soggettività. Questo "ritorno a Freud" proposto da Lacan pone il linguaggio al centro della condizione umana, definendo l'uomo come un ente "pre-determinato" da esso. A differenza delle altre specie, la carenza istintuale umana genera una separazione radicale, non solo dagli altri animali ma anche da se stessi. L'uomo, privo di un legame immediato con la natura, è plasmato dalla "presa" del linguaggio, che ne determina l'apertura al senso e il suo stare al mondo.

La Carenza Istintuale e l'Assoggettamento al Linguaggio
Lacan ripensa l'intero armamentario concettuale freudiano alla luce di questa centralità del linguaggio. La mancanza di un sapere istintuale pone l'uomo nella posizione di sub-jectum, sottoposto alle fenditure del senso, ai giochi e ai capricci dello scambio simbolico con l'Altro. L'uomo è ontologicamente assoggettato alle "bizze" dell'esposizione alla parola dell'Altro, alle tensioni inferte dal linguaggio e alle distorsioni del senso. Questo senso, essendo frutto di una privazione, assume la consistenza dell'assenza, della mancanza, della perdita, connotato da un affetto di rimpianto. La specificità del soggetto risiede nell'essere un prodotto in divenire, un risultato contingente dello scarto tra uomo e animale.
In questa "barratura" si perde la funzione biologica della sessualità, che nel caso umano viene "presa" e pervertita dal linguaggio, trasformandosi in una tensione dialettica tra il soggetto e l'Altro da sé, riconducibile alla "relazione con l'oggetto parziale" freudiana. La radicale esposizione del soggetto alle pulsioni crea uno scarto, una non coincidenza che divide la soggettività da se stessa, dai suoi desideri, inevitabilmente rimandati dal rinvio del senso. "Il soggetto non è mai là dove si crede essere", e questo spaesamento lo rende un viandante alla ricerca del proprio posto.
L'Io come Oggetto Immaginario e l'Inconscio
Secondo Lacan, "l'Io è alla lettera un oggetto - un oggetto che adempie a una certa funzione che chiamiamo immaginaria". L'Io, pertanto, è inconscio, prodotto da un codice articolato attorno a istanze immaginarie legate alle prime fasi dell'esistenza, che sfuggono alla sua padronanza e lo alienano da se stesso. Il nucleo dell'inconscio, infatti, è costituito da rappresentazioni pulsionali che aspirano a scaricare il proprio investimento, ovvero da moti di desiderio.
L'uomo emerge in un brodo primordiale fatto di parole che lo precedono, lo situano e determinano la sua apertura al mondo. Il linguaggio, dunque, non è primariamente uno strumento comunicativo, ma la "condizione" del costituirsi della realtà. Se l'animale vive il suo rapporto con il mondo in modo immediato, l'uomo, tramite il linguaggio, prende le distanze dall'animalità che lo abita. L'errore teorico da evitare è la distinzione cronologica tra uomo e animale; alle spalle del linguaggio non vi è nulla di preesistente, poiché la soggettività emerge dalla condizione animale come scarto del gesto che il linguaggio stesso opera.
Il Gesto, la Brocca e il Reale
Questo "gesto" consiste nell'acquisire una presa su una condizione "animale", dislocando uno spazio d'esistenza in cui si manifesta l'essere umano, contraddistinto dal vero e dal falso, dalle contingenze empiriche. Lacan illustra questo concetto con il riferimento heideggeriano alla "brocca". La brocca, metafora dell'incisione del "Reale" da cui tutto emerge, segna la distanza dall'animalità e dalla sintonia ambientale. Analizzando Heidegger, Lacan evidenzia come la caratteristica ontologica del vaso sia il suo vuoto, ciò che gli consente di essere un contenitore. La brocca si riempie di vino proprio perché, come significante, è caratterizzata dalla sua mancanza; è questo vuoto a determinare la forma del liquido contenuto. Il vasaio, plasmando la brocca, istituisce uno spazio vuoto che è condizione della forma dell'ente contenuto.

"Il vuoto, questo nulla nella brocca, è ciò che la brocca è come recipiente che contiene. […] Il vuoto della brocca determina ogni movimento della produzione. La cosalità del recipiente non risiede affatto nel materiale di cui essa consiste, ma nel vuoto che contiene."
Questa assenza generatrice d'essere è il carattere ontologico paradossale della brocca. Al centro del Reale (inteso come condizione di ogni condizionato) vi è una mancanza irrappresentabile che genera qualcosa. L'opera del vasaio rimanda al Demiurgo divino che plasma la materia inerte, dando vita e significato. Il vuoto al centro della brocca, questo Reale "inciso", è chiamato da Lacan Das Ding, ciò che consente l'emergere delle cose, una dimensione trascendentale piuttosto che un campo empirico. La brocca è sia condizione che condizionato, oggetto d'uso e significante primo, ma anche ciò che fornisce l'idea di vuoto, di mancanza generatrice.
La Soggettività come Iscrizione del Linguaggio sul Reale
Analogamente, la soggettività emerge da un'assenza come iscrizione del linguaggio sul Reale. Se la brocca è l'assenza dalla quale il soggetto viene partorito, il vasaio è l'incisore che pone i confini del campo trascendentale. Non c'è Uno senza Altro. Nessun catalogo ontologico è possibile senza l'azione che determina lo sfondo entro cui gli enti si dispongono. Il gesto che istituisce l'orizzonte non fa parte dell'orizzonte stesso, così come l'occhio non può essere visto ma resta sottratto alla presa conoscitiva. La condizione risulta indescrivibile dal condizionato, regola logica che rende il vuoto della Cosa "impossibile", ovvero irrappresentabile.
Il vaso è cosa (Sache) e Cosa (das Ding), oggetto e significante primo, permettendo di pensare la possibilità del vuoto. Per Lacan, non è possibile separare il significante della rappresentazione (Vorstellung) dall'assenza (das Ding) da cui prendono avvio le rappresentazioni. Il vaso è significante della mancanza ad essere, ordinando le diverse rappresentazioni di significazione. Tra l'Uno e l'Altro, tra le diverse rappresentazioni, vi è una faglia, una separazione, una divisione che impedisce la coincidenza e genera un perenne rinvio di significanti.
Il soggetto è barrato ($) quale produzione discorsiva che vive in un mondo di rappresentazioni (Vorstellungen), conseguenza della "presa di distanza" dalla condizione animale e dall'indifferenza ambientale. Il vuoto, prodotto dall'azione del vasaio nel caso della brocca, diventa, nel soggetto, conseguenza dell'iscrizione nel campo del linguaggio.
L'Après-coup e la Temporalità dell'Inconscio
Il processo di simbolizzazione della perdita è possibile grazie a una grammatica che articola un racconto (il "paradiso perduto") che emerge après-coup, a "fatto avvenuto". La "storia" attraverso cui il soggetto costruisce una cornice di senso per spiegare la perdita dello stato originario è un avvenimento retroattivo, una conseguenza della perdita stessa che, scindendo l'Uno dall'Altro, permette l'emergere di un mondo come "costellazione di senso".
Il concetto di après-coup, desunto da Freud (nachträglich), ha importanti implicazioni filosofiche e psicoanalitiche. In principio, non esiste corrispondenza naturale tra pensiero e realtà esterna, ma una condizione di beanza legata all'indistinzione tra Uno e Altro. Questa estasi è identificata da Žižek come il fondamento (Grund) della realtà, l'abisso pulsionale da cui l'uomo si emancipa attraverso la perdita che pone in essere il campo empirico. Il soggetto è lo squarcio aperto al centro del Reale, l'impossibile a dirsi che precede l'emergere della soggettività.
Žižek legge questo reale grezzo come "notte del mondo", un eccesso traumatico di pulsioni a-significanti che precedono la sintesi razionale. Questo abisso, antecedente all'intelletto, genera il logos come resto del processo di iscrizione nel linguaggio, intervenendo per dare senso a questo stato psicotico che costituisce il nocciolo osceno della nostra soggettività.
Il Fallo: Mancanza, Desiderio e Differenza Sessuale
La questione del femminile nell'analisi di un uomo solleva interrogativi complessi, presupponendo che il femminile riguardi entrambi i sessi e che l'esperienza analitica possa incidere sul modo in cui un uomo accoglie o espelle il femminile interiore. Il fallo, lungi dall'essere riducibile all'organo maschile, è un simbolo nel linguaggio che rappresenta la mancanza fondamentale che caratterizza l'essere parlante. La scoperta freudiana dell'inconscio si accompagna alla constatazione di una "democrazia" tra i sessi a livello inconscio riguardo al fallo.
Il fallo riguarda entrambi i sessi in quanto non coincide con il pene. È una risposta in termini di "avere/non avere" a una questione d'essere in rapporto al reale del sesso e al linguaggio. La logica fallica, binaria e basata sull'opposizione più/meno, lascia aperta l'illusione di una differenza eliminabile tramite un principio di parità. Si tratta della dialettica dello scambio, che tenta di organizzare i rapporti umani, delimitando il campo delle manifestazioni affettive. La logica fallica tende a situare la differenza sessuale lungo una scala graduata, creando una gerarchia che determina anche le sfumature immaginarie del potere.
Lacan, riprendendo Freud, esplora la differenza tra i sessi attraverso la dialettica del fallo, operando uno spostamento rispetto a Freud. L'uomo si situerebbe dal lato dell'"averlo", la donna dal lato dell'"esserlo". Queste posizioni specificano la commedia dei sessi e la dimensione del desiderio tra maschile e femminile, intesi come posizioni sessuate al di là del sesso biologico. Per l'essere parlante, l'appartenenza a un sesso non prescinde dal linguaggio e dalla dimensione simbolica. È improprio parlare di identità sessuale, poiché l'assunzione del sesso implica un impossibile: l'impossibile di fare Uno.
Il femminile, in quanto non prendibile nella logica fallica, si presenta come alterità per eccellenza, un "continente nero" che sfugge al simbolico e rimanda al reale del corpo godente. Negli ultimi anni del suo insegnamento, Lacan riprende la questione del femminile a partire da un godimento Altro, non regolato dalla logica fallica, caratterizzato da una certa infinitezza inaccessibile al linguaggio.
ANTONIO DI CIACCIA Vocabolario Lacaniano Il quarto edipico il Fallo
Il Percorso Analitico e la Caduta delle Identificazioni
L'analisi si configura come un percorso a ostacoli, dove ogni ostacolo rappresenta un'identificazione inconscia presa nel campo dell'Altro, a cui l'essere si è aggrappato nel tentativo impossibile di darsi un'identità. L'analisi conduce alla caduta di queste identificazioni, che ruotano attorno a un'identificazione primaria rispetto al padre, inteso come funzione. La caduta di queste identificazioni "falliche" lascia spazio al confronto con un altro substrato identificatorio: le identificazioni per "appoggio" o anaclitiche, radicate nel legame materno, oscuro e difficile da sbrogliare. Questo attaccamento si ancora alla parzialità di oggetti afferenti al corpo (bocca, ano, sguardo, voce) piuttosto che al linguaggio o all'Altro simbolico.
Il femminile trova posto nell'analisi non solo andando oltre le identificazioni falliche inconsce, ma anche distaccandosi dagli oggetti parziali su cui il soggetto basa la sua modalità di godimento. Sebbene il femminile non sia dicibile, ogni soggetto può rintracciare le contingenze del suo incontro.
L'Oggetto "a" e la Vera Falla Beante dell'Essere Parlante
L'intervento di Lacan durante le Journées dell'Ecole freudienne de Paris del 1971, incentrato sull'oggetto a, rivela la vera falla beante che costituisce l'essere parlante. Questa falla impone la domanda con carattere di imperiosa necessità, ma ne rivela anche la radicale inadeguatezza. Ogni domanda è domanda d'amore, poiché l'amore colma la mancanza. L'oggetto a, ripreso da Freud, è capitale per la funzione della domanda e del desiderio, nonché per l'isoformismo con la posizione dell'analista.
Lacan fa riferimento al suo seminario "Di un discorso che non sarebbe del sembiante", sottolineando la falla beante, aperta come una forbice o una V. Si tratta di una struttura triplice che non si richiude: la triade domanda-desiderio-oggetto a; sembiante-verità-godimento; uomo-donna-fallo. Il fallo, come terzo che non funge da medium, mantiene la falla beante tra uomo e donna.
Il Trauma del Linguaggio e la Negazione Freudiana
Il libro di Alex Pagliardini, "Jacques Lacan e il trauma del linguaggio", pone una questione fondamentale: il linguaggio è un trauma. Questa concezione esclude l'idea del linguaggio come mero strumento, collocandoci immediatamente nella psicoanalisi. Un'esperienza è traumatica quando resiste alla significantizzazione, alla simbolizzazione. Lacan, nell'ultimo periodo del suo insegnamento, riconosce la dimensione traumatica del linguaggio, definendo la vera castrazione come quella di godimento prodotta dal linguaggio.

Il libro esplora l'impossibile a dire, il punto cieco del linguaggio. La prima parte si occupa del linguaggio a partire dalle "leggi della parola", con un focus sulla "negazione" freudiana. Freud distingue forme di negazione in cui essa non cancella, ma ratifica ciò che nega. Lacan legge questo testo con Hyppolite, vedendo nella rimozione un'espressione dell'Aufhebung hegeliano: negare qualcosa non significa cancellarlo, ma restituirgli vita imperitura. Il simbolico uccide la Cosa e, allo stesso tempo, la eternizza, producendo la Cosa come perdita interna a sé. Esiste una faglia interna al linguaggio: esso sorge da una perdita, funziona attraverso una perdita e riproduce costantemente una perdita.
Il Marchio, il Taglio e l'Uno del Godimento
La seconda parte, "In principio era il marchio", tratta delle leggi del linguaggio, il Lacan classico della teoria del significante e della struttura. Il riferimento a Saussure è centrale. Pagliardini evidenzia la funzione del taglio e la ricerca della funzione dell'Uno, dal Parmenide di Platone alla teoria degli insiemi. Il concetto di "estimità", estratto da Miller, trova rappresentazione topologica nella superficie del toro. Il rapporto tra reale pulsionale e Altro simbolico interroga il godimento Uno, chiuso in sé, autistico.
La terza parte, "L'Uno, lalingua", si dedica all'ultimo insegnamento di Lacan, dove il reale assume un primato. La lingua diventa lalingua, matrice di godimento. L'autore dialoga con filosofi come Levinas, Derrida, Badiou, Deleuze, e Rocco Ronchi, ritrovando nell'Uno del godimento la specificità della psicoanalisi. Nella nevrosi, l'Uno è immerso nell'Altro; nella psicosi, l'Uno è l'Altro assoluto. La psicoanalisi, secondo Pagliardini, è il sapere della disgiunzione assoluta.
Il Sintomo come Espressione del Godimento
L'analisi si configura come un'elucubrazione di sapere sul reale dell'Uno, una difesa, una finzione necessaria per trattare questo reale. La libera associazione si rivela uno strumento spuntato di fronte alla resistenza del sintomo e alla ripetizione compulsiva del godimento. Il sintomo non è solo espressione di disagio, ma il nucleo di godimento che costituisce il soggetto, il marchio dell'Uno nell'Altro, il modo in cui il trauma de lalingua si presenta come evento e come risposta.
Il soggetto nasce nel campo dell'Altro, un significante primario (S1) resta agganciato a un godimento primitivo, sottraendosi alla combinatoria significante. Questo S1 incarna la fissazione traumatica e la risposta del soggetto al trauma, un'intrusione di godimento che pietrifica il soggetto in un significante particolare, mostrando la disgiunzione tra Uno e Altro. Questo S1, diventato nucleo sintomatico, è il marchio traumatico del godimento e la possibile uscita dalla nevrosi. La fine dell'analisi diventa l'identificazione al sintomo, un "saperci fare" con esso.
Il Fallo come Significante della Mancanza
Nel pensiero lacaniano, il fallo è un concetto che subisce aggiornamenti, declinato sui registri immaginario, simbolico e reale. Sul piano immaginario, il fallo tappezza la mancanza dell'Altro. La funzione del "Nome del Padre" introduce una dimensione che va oltre l'immaginario, realizzando l'interdizione paterna. Sul piano simbolico, il fallo è il significante del desiderio, capace di condensare la fuga metonimica del desiderio, che è la metafora della mancanza d'essere.
Tuttavia, questa funzione metaforica si rivela insufficiente di fronte al Reale e all'angoscia. Le pretese riassuntive e rappresentative del fallo si infrangono. Lacan concettualizza allora la "significazione fallica", una significazione di castrazione, indicatore della mancanza. La metafora paterna produce sia il significante del fallo che la significazione fallica, indicando la presenza della mancanza, sia del fallo immaginario che della condensazione del desiderio.
Il fallo è contemporaneamente immaginario e simbolico. Come significante, rimanda a un vuoto, a una mancanza strutturale di godimento, alla base dell'essere uomo e parlante. L'articolazione tra parola e godimento è l'ultima tappa dell'insegnamento di Lacan: la parola serve a staccare il godimento dal soggetto, rimettendolo in circolazione, ma godimento e parola sono due facce della stessa medaglia, come dimostrano le voci degli psicotici, la poesia e il lavoro dell'inconscio.
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