Il soggetto che parla in un'esperienza analitica si trova a navigare in un complesso intreccio di lingue. Da un lato, vi è la lingua adoperata per la comunicazione quotidiana, quella che ci permette di scambiare informazioni e interagire con il mondo esterno. Dall'altro, e forse in modo più profondo, vi è la lingua materna, quella a partire dalla quale siamo stati introdotti nel linguaggio, la culla del nostro primo incontro con le parole e i suoni. Questa dualità linguistica pone la questione della traduzione non solo come un mero passaggio da una lingua all'altra, ma come un processo intrinseco alla clinica psicoanalitica stessa e alla sua trasmissione, un tema già presente nei primi scritti di Freud.

Ogni formazione dell'inconscio, secondo Jacques Lacan, cifra qualcosa in vista della jouissance, del godimento. Questo godimento non è da intendersi come semplice piacere, ma come ciò che caratterizza la pulsionalità umana, una miscela complessa di pulsione di vita e di morte, un eccesso che sfugge al principio di piacere. Il godimento, tuttavia, non risiede unicamente nel "cifrato", nelle formazioni dell'inconscio, ma si manifesta nel suo stesso compiersi. Lacan afferma che "è una traduzione in cui si dimostra che il godimento sta propriamente nei passaggi logici" (2013:510). Questi "passaggi logici" si riferiscono al lavoro di cifratura di una dimensione significante pura, alle combinazioni e trasformazioni del significante stesso.
Per cogliere appieno questa intrinseca coalescenza tra significante e godimento, è opportuno partire da un neologismo lacaniano: lalangue. Scrivere questa parola in modo unito, "lalangue", suggerisce immediatamente come il linguaggio e le sue categorie siano, per Lacan, il frutto di una costruzione su questa dimensione preliminare. La lalangue precede il linguaggio ordinato grammaticalmente e lessicograficamente. È la parola nella sua forma più originaria, ben rappresentata dalla lingua materna, che a sua volta è un deposito di esperienze, detti e intervalli tra i detti delle generazioni precedenti, attraversata da una pluralità di lingue. Esiste una profonda solidarietà tra la lalangue e la dimensione degli affetti; è infatti dalla lalangue, e non da una presunta vita naturale del corpo, che scaturisce l'animazione del corpo stesso.
Il godimento in gioco nella lalangue rappresenta una prima risposta al Reale lacaniano, inteso come la realtà non setacciata, quella al di qua dell'operazione di soggettivazione, a cui il soggetto si confronta. Se il traduttore si trova sempre in una posizione difficile, dovendo scegliere e restituire un senso, così il soggetto, nell'incontro contingente con la lalangue, non si limita a rifletterla. Egli sceglie, nel senso che consente, anche se in modo insondabile, alla traccia di godimento che essa veicola. A questo incontro contingente e originario con la lalangue, Lacan, nell'ultima parte del suo insegnamento, attribuirà lo statuto di lettera.
In un tempo precedente, Lacan aveva offerto una definizione di lettera come "il supporto materiale che il discorso concreto prende dal linguaggio" (1974:490). In questa accezione, la lettera, come supporto, permette nel discorso di chi intraprende un'esperienza psicoanalitica lo scivolamento infinito delle significazioni attraverso i meccanismi della metafora e della metonimia. L'inconscio, ben lontano dall'immagine di un mero serbatoio di memoria, si articola concretamente nel discorso del soggetto e opera attraverso gli stessi meccanismi di metafora e metonimia.
Successivamente, Lacan accentuerà lo statuto non più puramente simbolico, ma reale della lettera, affermando che "La scrittura, la lettera è nel reale e il significante nel simbolico" (210:113). La lettera può quindi essere pensata come un significante fuori catena, un significante separato dal suo rinvio ad altri significanti, inidoneo alla produzione di significazione ma ridotto alla sua funzione di oggetto, portatore di godimento.
Per quanto concerne il registro simbolico, la lettera per Lacan non è l'impronta, la traccia primaria che il senso cerca invano di raggiungere, come invece accade per Derrida. È piuttosto il solco scavato dall'impronta, ciò che si legge tra le righe, il fuori-senso, la traccia del vuoto al cuore del significante. La lettera, in quanto vuoto e bordo di un buco, è propizia ad accogliere il godimento, lo convoca, lo "invoca" (Lacan 2010:116) come qualcosa che possa colmare quel vuoto. È infatti questo l'altro registro della lettera, quello reale, in quanto designa il luogo del godimento, l'abito della sostanza godente del soggetto sopravvissuta alla perdita originaria causata dall'ingresso nel linguaggio. Si tratta di un resto refrattario alla simbolizzazione, che è alla base, è la causa della formazione dei sintomi e degli affetti.
Il godimento in gioco irrompe logicamente prima del linguaggio, che subentrerà solo in un secondo momento. Per questo, non esiste un nome che possa definirlo pienamente. Il "colore sessuale della libido" è, per Lacan, "color-di-vuoto: sospeso nella luce di una beanza" (Lacan 1974:855).
Ogni lingua possiede peculiarità rispetto all'equivoco che non sono riscontrabili in altre. Ciò che distingue una lingua da un'altra è l'equivoco che può produrre. Una lingua, sostiene Lacan, non è altro che "l'integrale degli equivoci che la sua storia vi ha lasciato persistere" (Lacan 1973:488), ovvero le potenzialità di equivoco che offre all'inconscio. È nel confronto della lingua con la scrittura che può sorgere la dimensione dell'equivoco, in particolare quello omofonico, e dove si possono notare le zone in cui, nell'uso di una lingua, si producono rotture, vuoti, fuori-senso. La scrittura appare dunque come un veicolo della dimensione dell'equivoco e di ciò che circola tra le righe del detto, qualcosa che non arriva a dirsi ma che, tuttavia, si intende.
Il discorso analitico è interessato alla parola sul versante dello scritto perché la parola verte sul senso, mentre la scrittura raggiunge il non-senso. Lacan non accoglie le teorie che sostengono il primato della scrittura rispetto al linguaggio, poiché queste cancellano la necessità di un soggetto parlante e gli effetti di soggetto. Ritiene invece che la scrittura sia secondaria, intervenga a dare conto di ciò che accade nel dire del linguaggio, ma al contempo, una volta insediata, il linguaggio ne risulti cambiato, riordinato con un effetto a posteriori.
Quando il soggetto parla, si può dire che è determinato almeno da due lingue: quella di cui si serve per veicolare le informazioni e quella a partire dalla quale si introduce nella lingua che parla. L'inconscio consiste proprio nello scarto tra quello che si vuole dire e quello che si dice, come se il significante deviasse dalla traiettoria del significato, interpretando a modo suo ciò che si intende dire. La traduzione, in quanto interpretazione, è compresa nel concetto stesso di inconscio. È l'inconscio che interpreta, che cifra, che traduce; le sue formazioni sono già traduzioni implicite del desiderio del soggetto che le pone in essere. Non solo, il termine "interpretazione", sebbene imprescindibile, appare inadeguato perché troppo impregnato di senso. L'interpretazione non è interpretazione di senso, ma gioco sull'equivoco, operando quando possibile su diversi registri: omofonico, grammaticale e logico.
Lacan Dice Che Il Desiderio È Mancanza. Io Non Sono D’Accordo
Vorremmo offrire un esempio tratto da una seduta di analisi con Lacan. La paziente Susanne Hommel racconta di un sogno in cui continuava a svegliarsi alle cinque del mattino, l'ora in cui, associava, la Gestapo veniva a cercare gli ebrei nelle loro case. Lacan si alzò dalla poltrona e, secondo il racconto, si avvicinò a lei per farle una carezza sulla guancia. La paziente testimonia di aver immediatamente colto la portata interpretativa di questo gesto, geste à peau. Un gesto che, con una leggera forzatura, fa risuonare l'equivoco omofonico: Gestapo / Geste à peau. Si tratta piuttosto di una rivelazione, del mostrare l'impossibile a dire, del far ascoltare ciò che è scritto, uno sforzo per mantenere l'equivoco al punto più elevato della sua incandescenza, giocando sul cristallo della lalangue.
Questa è un'interpretazione asemantica, che non rimanda ad altro se non all'opacità del godimento, che fa risuonare l'intraducibile, ciò che non si traduce né negli enunciati, né nel loro senso, né nella loro forma. Una cura orientata dal senso rischia di virare all'interminabile, poiché un altro senso si aggiunge sempre al senso. Paradossalmente, l'efficacia di una cura "non va lontano" quando si tratta non di evacuare il senso, ma di spingerlo ai suoi ultimi limiti, puntando alla lettera che riveste la dimensione causale e rispetto alla quale il senso opera come velatura. Si tratta di ridurre l'inconscio come scritto alla sua espressione minimale.
La psicoanalisi è attenta a ciò che si dice negli intervalli significanti, a ciò che non si può dire all'inizio. Attraverso l'equivocità radicale, si tratta di giungere a isolare la lettera fuori-senso che produce l'avvenimento di godimento all'origine degli affetti e dei sintomi, lo shock puro del linguaggio sul corpo. Leggere l'inconscio non significa recensire gli usi di una lingua come fa un dizionario, ma lasciare apparire ciò che la lettera racchiude di opacità, un "dire fuori dal comune".
Per quanto riguarda l'interpretazione in caso di psicosi, lo psicotico appare un martire dell'inconscio, consegnato senza difese alle parole dell'Altro e all'infinità delle loro possibili significazioni, circondato da significanti isolati, slegati, che si presentano come enigmi. Nella psicosi, è messo in questione il legame sociale che riunisce la singolarità della lalangue con l'elemento standardizzato. L'esperienza enigmatica non si riduce agli enigmi della significazione, ma riguarda anche il godimento che si impone in modo non velato. Il corpo del soggetto diventa allora il luogo di un godimento non simbolizzabile.
Là dove invece ci si trova nel campo della psicosi, in assenza però di un delirio, la traduzione deve avvenire in un processo asintotico. Si tratta di introdurre qualcosa come il principio di indeterminatezza della traduzione, quale quello messo in campo da Quine (2008). Naturalmente, la distanza tra Lacan e Quine nell'approccio al linguaggio è abissale, ma non è questa la distanza che intendiamo esplorare. Per Quine, due traduzioni della stessa lingua, fondate su ipotesi analitiche differenti, potrebbero risultare coerenti e compatibili con la totalità dei significati stimolo, ma totalmente discordanti l'una dall'altra riguardo al significato di alcuni enunciati. L'approccio di Quine è di assoluta pertinenza per il trattamento della psicosi: si tratta di lasciare intendere che un'altra traduzione è sempre possibile, che non esiste una traduzione "giusta" o "sbagliata", ma che si tratta piuttosto di valorizzare quella che appare più idonea a sostenere il soggetto, a mantenerlo nel legame sociale, alla massima distanza da un possibile passaggio all'atto.
Si è visto, a proposito della lettera, come essa appaia collocata in una sorta di "litorale" che apre a una dimensione diversa da quella assicurata dalla frontiera. Si è detto come la lettera, la scrittura, venga come secondaria nel dare conto di ciò che accade nel dire del linguaggio, ma come, al contempo, il linguaggio ne risulti cambiato, riordinato con un effetto a posteriori. La lettera non è primaria, ma è prodotta dal significante, frutto della sua rottura, come ci indica Lacan con l'immagine della nuvola che si scioglie in pioggia, producendo erosioni (2010:109) sulla terra come solchi di scrittura. La lettera scava il vuoto, produce cioè un'erosione a livello del significato, di modo che, si può dire, finisce col disegnare di continuo il litorale per effetto dell'incessante erosione sul simbolico. La conseguenza è che gli spazi della percezione di sé, degli altri e del mondo ne risultano incessantemente ridisegnati.

Ma, più in generale, si può dire che il litorale è l'immagine più idonea a rappresentare i fenomeni di frangia, le fessure nella struttura degli avvenimenti che agitano l'essere parlante. Così come si è mostrato come ogni lingua si trovi in una relazione di litorale rispetto alla lalangue, poiché opera tra intenzione ed estensione, intimità ed esteriorità, essendo sempre trascrizione di quest'ultima. Il soggetto, cioè, gravita tra la lalangue e il linguaggio, e questo movimento è di per sé "litorale" tra l'una e l'altra.
L'interpretazione, si è detto, punta allo spazio tra i significanti, al solco scavato dall'impronta, uno spazio dunque finito, di contro all'interpretazione ermeneutica che punta a uno spazio infinito, in cui si manifesta la pluralità del senso, il suo non avere punto di arresto. Per esercitare la sua funzione, lo psicoanalista si fa lui stesso spazio vuoto, presta cioè la sua presenza a qualcosa che è già lì come particolare pulsionale del soggetto, perché possa prendervi posto. Del resto, l'analisi punta proprio a questo: realizzare la distanza massima tra il piano delle identificazioni idealizzanti del soggetto e la pulsione che vi si realizza, perché il soggetto vi si possa ritrovare.
La Natura Indefinibile del Significante Lacaniano
Il concetto di significante in Lacan è sfuggente per sua stessa natura. Non esiste una definizione univoca e descrittiva di ciò che esso sia. Quando Lacan afferma che "un significante rappresenta [représente, ri-presenta] un soggetto per un altro significante" (Miller, 1975), non sta fornendo una definizione nel senso tradizionale, poiché il definiendum appare già nel definiens. Questa assenza di definizione non è casuale. Il significante lacaniano non è definibile perché non è descrittivo, ma, per riprendere la distinzione del filosofo H.L.A. Hart, è "a-scrittivo". Esso non descrive una qualità del soggetto, ma lo "qualifica", gli ascrive qualcosa, in modo simile a come si ascrive un diritto di proprietà. Questa ascrizione è revocabile e modificabile, il che spiega il funzionamento di una psicoanalisi. Il significato del significante, come ogni cosa ascritta, non viene fissato in via definitoria, poiché non esiste un numero preciso di condizioni necessarie e sufficienti per definirlo. Di conseguenza, l'interpretazione psicoanalitica, se verte esclusivamente su significanti, non è una descrizione sui generis, ma appartiene piuttosto all'ordine del giudizio: non è vera né falsa, ma corretta o scorretta.
La Fedeltà di Lacan a Saussure: Una Questione Complessa
L'interpretazione della fedeltà di Lacan a Saussure è stata oggetto di dibattito. Alcuni sottolineano una drastica messa in discussione da parte di Lacan, evidenziando come Saussure descriva principalmente il rapporto significante-significato, mentre l'algoritmo lacaniano accentuerebbe la barra tra i due, indicando la resistenza che sfasa il significante rispetto al significato. Tuttavia, questa insistenza su una presunta infedeltà rivela una lettura frettolosa di Saussure. Come sottolinea Wells (1947), "un segno non è né una relazione né una combinazione di significante e significato, ma il significante stesso qua significante". La linguistica post-saussuriana, infatti, elabora una teoria del segno che si concentra sulla "batteria significante". D'altronde, il privilegio accordato da Lacan alla concatenazione dei significanti tiene conto delle difficoltà incontrate da una concezione puramente simmetrica dei due piani del significante e del significato.
La mancanza di simmetria è evidenziata dal fatto che la linearità dell'espressione contrasta con l'assenza di linearità nel contenuto. Nessuno studioso è finora riuscito a compiere un'analisi semantica completa del lessico di una lingua, e si ignora ancora se esistano entità minime discrete di contenuto, mentre i fonologi hanno da tempo stabilito inventari chiusi di fonemi. Questa asimmetria suggerisce che il contenuto sia una dimensione continua, e che il dominio semantico non sia pienamente analizzabile dal linguista.
È importante ricordare che la teoria saussuriana non è una teoria del langage, ma della langue come sistema di segni; è quindi primariamente una teoria del segno come signans qua signans. Il confronto Saussure-Lacan è complicato dal fatto che la definizione lacaniana del segno come "quel che rappresenta qualcosa per qualcuno" non ha nulla a che vedere con il segno secondo Saussure, ma sembra coincidere piuttosto con quella del segno di C.S. Peirce. In questa ottica, Lacan può affermare che il significante è sempre anche segno, ma rappresenta un soggetto, non un oggetto.
L'Arbitrarietà del Segno e la Libertà della Lingua
Saussure caratterizza il segno come arbitrario. Lacan, invece, segue i critici di questa concezione, come Benveniste e Jakobson. Secondo Benveniste, il rapporto tra significante e significato non è arbitrario, ma necessario; è arbitrario piuttosto il rapporto tra il segno nel suo insieme e il referente extra-linguistico. Secondo Lacan, la ricerca di Saussure sugli anagrammi si collocherebbe ben lungi dal principio dell'arbitrarietà, ripercorrendo implicitamente il "delirio" socratico del Cratilo platonico e giungendo all'idea di una motivazione anagrammatica del segno.
La portata filosofica del primo principio saussuriano del segno - il rapporto tra il significante italiano ‘bosco’ e il significato «bosco» è arbitrario - aggiunge a una predicazione estensionale una clausola modale, equiparando l'arbitrarietà all'attributo logico di "contingente". L'affermazione dell'arbitrarietà implica il carattere radicalmente contingente della langue come sistema di segni. La presupposizione metafisica di Saussure è la libertà assoluta della langue, dove la forma determina liberamente la sua sostanza come contingenza.

Hjelmslev caratterizza la langue come schema, e il fatto che una lingua sia un dato schema piuttosto che un altro è un dato contingente. La glossematica di Hjelmslev prescrive che la teoria linguistica debba essere essa stessa arbitraria, costituita come sistema deduttivo. Sorge il sospetto che questa libertà essenziale della langue sia il riflesso della "libertà" della teoria linguistica, che, costituendo la langue come suo oggetto, ne fa l'ente libero che assoggetta il parlante. Lo strutturalismo, in quanto saussurismo filosofico, ha insistito sul primato del simbolico, ma ci si chiede se questo rapporto di possesso della lingua sul parlante non sia l'ontologizzazione di una libertà metodologica.
Per Lacan, la linguistica rientra così nel "discorso del padrone". Questa libertà della langue ci fa pensare al "mondo", inteso come insieme non amorfo di significati, come creatura della langue stessa. La "forma" precede la "sostanza" (anzi, la crea), e l'arbitrarietà è il modo di manifestare questa libertà della langue come forma che costituisce il proprio mondo. La presupposizione della lingua come origine assoluta e arbitraria del mondo come "senso" rende insolubile il problema dell'origine del linguaggio. L'apparizione delle lingue è concepibile solo come immediata, tutto-o-niente, pura contingenza. Non c'è mondo prima della lingua.
Dalla Lingua al Reale: La Lettera come Incisione Corporea
Nell'ultimo insegnamento di Lacan, il rapporto tra Simbolico e Reale viene concettualizzato attraverso la distinzione tra significante e lettera. Quando consideriamo gli S1 (primo significante), dobbiamo distinguere la loro funzione articolatoria nella catena significante dall'inciampo della catena stessa. Nel primo caso, osserviamo il movimento del Simbolico; nel secondo, l'irruzione del Reale del godimento.
Nel lavoro analitico, la dimensione della contingenza è fondamentale perché consente di cogliere il momento aurorale in cui significante e godimento entrano in contatto. La touché dell'inconscio, ossia la dimensione reale dell'inconscio, si presenta innanzitutto come un inciampo della catena significante o come un incontro dal valore traumatico. La touché dell'inconscio ci permette di cogliere il significante padrone (S1) come significante del trauma. Nel tempo della touché, il discorso dell'analista produce degli S1 che non avranno più la stessa valenza del discorso isterico o del discorso del padrone. Qui gli S1 sono fuori dalla catena significante e assumono più il valore del tratto unario che quello del significante padrone. Si tratta di S1 che emergono dall'Uno-tutto-solo, "l'Uno come Uno solo" (Lacan, 1971-1972).
Gli S1 che il discorso dell'analista mira a produrre sono quei significanti che hanno inciso la carne del soggetto prima ancora che entrassero in risonanza con il resto della catena significante. Sono significanti asemantici perché ancora non collegati a nessun S2.

Il Tratto Unario e la Lalangue
Gli S1 del discorso dell'analista mostrano il tratto unario non come elemento di identificazione simbolica, ma come marchio di godimento del soggetto. "Di godimento è possibile parlare solo nella misura in cui esso sia legato all’origine stessa dell’entrata in gioco del significante. […] Il godimento è molto precisamente correlato alla forma prima di entrata in gioco di ciò che chiamo marchio, tratto unario, che è marchio per la morte, se volete dargli il suo senso. Notate bene che niente prende senso se non quando entra in gioco la morte" (Lacan, 1969-1970). Gli S1 del discorso dell'analista sono quella lettera che irrompe nella vita del soggetto senza ancora rappresentarlo, mostrando la dimensione Reale del linguaggio.
Questi S1 parlano della lalangue. "L’Uno incarnato in lalangue è qualcosa che resta indeciso tra il fonema, la parola, la frase o anche l’intero pensiero. È di questo che si tratta in quello che chiamo significante-padrone" (Lacan, 1972-1973). Si tratta del cuore pulsante del parlessere e della lettera di godimento che mostra la singolarità dell'essere umano. "Tra il godimento e il sapere, la lettera costituirebbe il litorale" (Lacan, 1971). Nella nostra vita, potremo scambiarci e condividere i significanti, ma non potremo mai condividere quella lettera asemantica che circoscrive la nostra singolarità. "La lettera non è forse più propriamente… litorale, raffigurando che un intero territorio fa da frontiera per l’altro in quanto essi sono estranei al punto di non essere reciproci? Il bordo del buco nel sapere, ecco ciò che essa delinea" (Lacan, 1971).
La Scrittura in Lacan: Più che Prosa, Poesia
La scrittura in Lacan raccoglie contributi su un'attività tipicamente umana - la scrittura - definita da lui come "un fare che dà sostegno al pensiero". A differenza di Freud, Lacan scrisse relativamente poco, ma diede grande spazio alla parola orale. Il suo insegnamento, prevalentemente orale, è articolato e denso, privo di spiegazioni sistematiche. In Lacan, la scrittura non ha a che fare con la prosa o la letteratura, ma è lettera incorporata. La parola è suono che risuona nel corpo, rimanda non solo al significante che differisce dal significato, ma anche a ciò che si scrive e all'autore stesso della scrittura psichica: siamo pagina scritta prima che scrittori della pagina. Questo lavoro avvicina l'esperienza analitica più alla poesia che alla prosa. Se il soggetto assume l'essere stato scritto e ne fa qualcosa, al pari dell'artista, diventerà in parte scrittore del poema, scrivendo, inventando qualcosa di inedito.
Il Desiderio dello Psicoticico e la Frammentazione dei Sintagmi Lacaniani
Il desiderio dello psicotico non è semplice o grezzo, ma piuttosto "altamente sofisticato". La complessità del desiderio, come emerge dall'analisi di casi come Schreber, è legata a un assemblaggio complesso, spesso legato all'immagine di sé. Nel tentativo di comprendere l'insegnamento di Lacan, è necessario "spezzare" i sintagmi cristallizzati come la metafora paterna, il fallo come significante del desiderio, o il godimento dell'Altro, per riscoprire la logica che li anima.
Il desiderio presenta una duplice articolazione: immaginaria (legata al narcisismo) e simbolica (necessaria per tracciare un significante). Tuttavia, a questa si aggiunge un "po' di realtà" (espressione surrealista di André Breton), che indebolisce il desiderio ancorandolo più all'immagine che al corpo. La moda e la pubblicità, ad esempio, speculano su questo "po' di realtà" del desiderio.
Questo "po' di realtà" nel desiderio permette di contrapporre desiderio e godimento. Se nel desiderio vi è un "un po' di realtà", nel godimento questo non si può dire. Lacan sottolinea che nell'esperienza analitica si lavora con sostituti, significanti che si rimandano l'uno all'altro. Da qui la definizione: un significante rimanda sempre a un altro significante. La sostanza, nell'esperienza significante, è il godimento, l'unica che il nodo del significante permette.
Dal Sintomo all'Interpretazione: Metafora o Metonimia?
Il sintomo, inizialmente concepito come articolazione significante da interpretare e sopprimere, si è rivelato più resistente. Si è ipotizzato che il soggetto ne traesse soddisfacimento, cioè godimento, giustificando la sua resistenza. Il godimento funge da "zavorra" per il nodo di significanti.
Il fallo assume un ruolo centrale nel desiderio, e l'Altro maiuscolo è la madre. Il desiderio freudiano, inteso come rimando indefinito nel linguaggio, viene collegato da Lacan alla metonimia. Nessun significato umano può essere colto senza rimandare a un altro. Il desiderio è l'investitura, l'effetto di questo valore di rimando che non si ferma mai su un significante, ma viene preso nel rimando indefinito.
La formula S1-S2 rappresenta questa legge del linguaggio. Il desiderio appare come effetto dell'articolazione significante, dove uno rimanda a un altro, e come effetto del significato di questa catena, rendendo il senso sempre scivoloso. Si comprende sempre après-coup, con un effetto retroattivo. Il significato si produce come effetto di après-coup.
Lacan Dice Che Il Desiderio È Mancanza. Io Non Sono D’Accordo
L'interpretazione analitica, secondo alcuni, dovrebbe essere pensata dalla parte della metonimia piuttosto che della metafora, per reindirizzare il soggetto lungo le vie del rimando, senza fissarlo sul sintomo. Melanie Klein, ad esempio, aderisce al Nome-del-Padre e cerca di far emergere il significato fallico, mentre Lacan mette in evidenza il "dire a metà della verità".
Il sintomo appare come una fissazione significante del desiderio, un blocco del movimento di rimando. La metafora paterna, in quanto metafora, è un sintomo "normale". Il Nome-del-Padre è un sintomo che metaforizza il significante, l'assenza della madre è scritta a partire dal suo Desiderio, e l'effetto è un significato che rimanda a un altro. La "x" trova il suo significato assoluto, che è fallico. Ogni metafora è metafora del fallo.
Il fallo emerge come significato assoluto in ogni metafora, lapsus, gioco di parole. La psicoanalisi, interpretando a partire dal fallo, produce invariabilmente un significato fallico, il che le conferisce un'apparenza di pansessualismo. Tuttavia, non si tratta di pansessualismo, ma della produzione del significato fallico come "significato assoluto". L'interpretazione analitica mira a produrre indefinitamente il significato del fallo, il che può essere inquietante, poiché costituisce un sintomo e rafforza la funzione fallica.
La questione si pone se l'interpretazione analitica debba essere pensata a partire dalla metafora o dalla metonimia. L'interpretazione metonimica mira a reindirizzare il soggetto lungo le vie della metonimia, senza fissarlo sul sintomo. Questo approccio, sebbene possa prolungare la durata della psicoanalisi, è in linea con il "dire a metà della verità" di Lacan.
La Lettera come Litorale tra Sapere e Godimento
La lettera, in quanto "litorale", si colloca tra il sapere e il godimento. Essa delinea il bordo del buco nel sapere, un luogo che non è né sapere né non-sapere, ma un confine sfumato, un'area di transizione. Questa concezione del litorale, che differisce dalla frontiera, introduce un principio di relazione diverso, dove i territori non sono nettamente separati ma in continuità.
Il passaggio dalla frontiera al litorale segna un ripensamento radicale nei concetti lacaniani, dal primato del logos all'oriente, dalla strutturalismo alla topologia, dal significante alla lettera. La scrittura cino-giapponese, con la sua calligrafia, permette di ripensare la relazione tra lettera e significante in modo innovativo.
La Lettera come "Prima" Non Cronologica
La parola "prima" evoca una traccia, una matrice, una causa. Ma quale peso ha la sua temporalità? Lacan rivaluta lo psichico dalla dimensione romantica e narrativa a una dimensione incentrata sulla pulsione, qualcosa che sfugge al controllo e al principio di piacere. Freud stesso sottolineava la non necessità di una rimemorazione esatta dei fatti accaduti, ma la loro storicizzazione attraverso la significazione retroattiva.
Lacan, tuttavia, pone in questione il "prima" non in accezione cronologica, ma logica. Il "prima" è posto sia all'inizio che alla fine dell'articolazione significante: l'incidenza del significante introduce il godimento nel vivente, e allo stesso tempo è il godimento stesso che produce questa incidenza. Siamo nel campo della lettera, della traccia, della lalangue che incide il vivente e ne marchia un punto di corpo. Questo elemento è asemantico, un inceppamento della macchina significante.
La storicizzazione è importante nella direzione della cura, ma la storicizzazione è da articolare in una trama dell'evento che è causa di sé stesso, che non cessa mai di avvenire. L'arte, in questo senso, sembra cogliere questo "prima" che è avvenuto e che, allo stesso tempo, non cessa di non scriversi, un "prima" dialettico che contiene al suo interno diverse epoche. Le rovine, per artisti come Anselm Kiefer, non sono un fine ma un inizio, un salto in avanti, un eco dell'infanzia immersa nelle bombe. L'opera d'arte è un inizio, un balzo in avanti, anche se offuscata o se tutto ciò che accade è già una ripetizione. L'eco benjaminiano dell'immagine dialettica risuona nell'idea che la storia è oggetto di una costruzione nel tempo pieno di attualità, una causa che nasce e muore nell'atto stesso di dirsi, muta e assordante allo stesso tempo.
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