Anoressia: Oltre la Superficie, Comprendere le Cause di una Malattia Complessa

L'anoressia nervosa è una patologia complessa e multiforme che affligge un numero crescente di individui, in particolare giovani donne, ma non escludendo anche bambine e maschi. Spesso associata erroneamente alla sola industria della moda e ai suoi canoni estetici, la realtà delle cause scatenanti è ben più profonda e articolata, toccando sfere psicologiche, sociali e familiari. La modella e attrice Bianca Balti, testimonial per TIM, ha recentemente acceso un faro su questo delicato tema, sfatando il mito che la moda sia l'unica responsabile. "Sono stufa, arcistufa, di sentir parlare della moda come il motore scatenante dell'anoressia", ha dichiarato con forza, sottolineando come questa malattia esista da sempre e non sia riconducibile unicamente alla volontà di raggiungere i modelli estetici proposti dalle passerelle.

La Moda: Un Fattore Superficiale, Non la Causa Radicale

Bianca Balti ribadisce un concetto fondamentale: la moda, sebbene possa influenzare la percezione dell'immagine corporea, non è la causa primaria dell'anoressia. "Se fosse così semplice il meccanismo mentale che induce tante persone a farsi del male smettendo di mangiare, sarebbe semplice guarirne", spiega. La sua esperienza personale come modella la porta a distinguere nettamente tra la magrezza professionale e la patologia: "Noi modelle non siamo nemmeno lontanamente simili fisicamente alle ragazze anoressiche. Siamo magre, filiformi, ma sane. Siamo nate così e, lavoro a parte, non siamo nemmeno così apprezzate dai maschi, che preferiscono invece le curve." Questo evidenzia come la predisposizione fisica sia un fattore innato per chi lavora nella moda, e non una conseguenza indotta dalla professione. "Io ho iniziato a fare la modella perché sono nata magra, non sono diventata magra per fare la modella. Basta con questo semplicismo", insiste Balti.

Modelle in passerella con abiti eleganti

La moda, quando interpretata correttamente, dovrebbe trasmettere un messaggio di cura di sé: "Mangiare sano, vivere sano, fare sport. Per avere la possibilità di esaltare la naturale bellezza di ognuna di noi. La naturale fisicità con cui siamo nate." Inoltre, l'industria della moda stessa ha meccanismi di protezione per le sue professioniste. "Assicuro che chi soffre di questa malattia, nella moda, ha vita breve. Appena ci si accorge del disturbo l'agenzia che rappresenta la modella malata la indirizza verso un centro dove curarsi e non la fa più lavorare. Nulla è più importante della salute, tantomeno svolgere un certo lavoro." Questo dato, spesso trascurato, dimostra come il settore, pur con le sue criticità, possa anche essere un luogo di intervento precoce. Le affermazioni di Balti sono supportate dall'osservazione che "Non sono certo le ossa che hanno successo sulle passerelle quanto un fisico proporzionato e armonioso, e la prova sono le tante modelle formose che spopolano negli ultimi anni."

Le Complicazioni Familiari e il Senso di Colpa

Le dinamiche familiari giocano un ruolo significativo nei disturbi alimentari, ma non sono l'unica causa. La tragica storia di Isabelle Caro, modella morta a 27 anni di anoressia, evidenzia le profonde ferite che questa malattia può infliggere ai genitori. Il padre, Christian Caro, ha rivelato il suicidio della moglie Marie, incapace di superare il dolore e il senso di colpa per la morte della figlia. "Si addossava delle colpe terribili", ha raccontato Christian, "in particolare perché aveva consentito che la figlia venisse ricoverata." Questo senso di responsabilità genitoriale, sebbene comprensibile, viene ridimensionato dagli specialisti.

La dottoressa Laura Dalla Ragione, psichiatra e direttrice di centri specializzati nei disturbi del comportamento alimentare, chiarisce: "Ma i genitori sono solo uno dei tanti fattori che intervengono nei disturbi alimentari, e nemmeno il primo." Fino agli anni '70 si credeva che la famiglia fosse la causa principale, ma oggi la prospettiva è cambiata. "Le cause sono molteplici: i modelli culturali, l'importanza dell'immagine, la questione dell'identità." Nonostante ciò, il coinvolgimento dei genitori è considerato "fondamentale per la buona riuscita della terapia" nei centri di cura. Il senso di colpa è una costante per i genitori, che si interrogano su dove abbiano potuto sbagliare di fronte a un cambiamento così drastico nel comportamento dei propri figli. "E la disperazione, la depressione, sono dietro l'angolo."

Illustrazione di una famiglia che discute

La malattia può disgregare il nucleo familiare: "il momento del pasto, che dovrebbe essere uno dei più piacevoli da passare insieme, diventa un inferno; uscire insieme è impossibile, come invitare qualcuno a casa. E in situazioni del genere spesso anche i fratelli e le sorelle del malato finiscono per ammalarsi." Per questo, è cruciale che i genitori si trasformino da "componente del problema a risorse per risolverlo", come avviene anche attraverso associazioni di supporto.

Il Caso Emanuela Perinetti: Un Monito dal Mondo dello Sport Business

La storia di Emanuela Perinetti, manager di marketing sportivo morta a 33 anni di anoressia, è un altro doloroso esempio delle complessità di questa patologia. Suo padre, Giorgio Perinetti, ex dirigente di squadre di calcio prestigiose, condivide il suo tormento e la sua incapacità di comprendere appieno le cause della malattia della figlia. "Ancora mi chiedo dove ho sbagliato", dice, ricordando i successi professionali di Emanuela, i progetti con brand e campioni, e la stima ricevuta nel settore.

Grafico che mostra la crescita della popolarità del calcio femminile

Il padre ha iniziato a sospettare quando, durante un pranzo nell'agosto 2023, ha notato la "magrezza preoccupante" della figlia, la quale giustificava la sua condizione con una presunta cura per il cancro. Le bugie di Emanuela si sono rivelate un complesso "castello di bugie" per nascondere il suo rifiuto di mangiare. "Parlai col suo personal trainer, la sua psicologa, gli amici. Capii che il tumore non esisteva: era una copertura per evitare che io e la sorella le dicessimo che non mangiava." Il rifiuto di affrontare la realtà e la richiesta di essere lasciata in pace sono stati interpretati successivamente come "la prima difesa di chi è colpito dall’anoressia".

Emanuela era descritta come una giovane donna "bella, elegante, caparbia", appassionata di calcio fin da bambina, che aveva raggiunto notevoli traguardi professionali. Tuttavia, la morte della madre nel 2015 aveva rappresentato un punto di riferimento cruciale che era venuto a mancare. Negli ultimi tempi, Emanuela aveva espresso il desiderio di lavorare con il padre, cercando un appoggio. La pandemia aveva accentuato la sua solitudine e la difficoltà a lavorare, portandola a smettere progressivamente di mangiare. Nonostante la sua apparente forza e indipendenza, stava "in realtà chiedendo aiuto, si sentiva sola".

Il padre ha vissuto un'esperienza straziante di impotenza di fronte all'impossibilità di far ricoverare la figlia contro la sua volontà, essendo lei adulta e apparentemente capace di intendere e di volere. "Ero schiacciato fra la burocrazia e il senso di impotenza e non potevo neanche contare su mia moglie. È devastante sapere che tua figlia sta morendo e tu non puoi fare niente. Servirebbe una normativa diversa, che permetta ai genitori d’intervenire." Anche quando Emanuela accettò di curarsi, trovando un centro specializzato, era "tardi". La mania di camminare per bruciare calorie, l'arrivo stremata a casa, l'incapacità di fare le scale, sono segnali drammatici che precedono la fine.

Disturbi alimentari: affrontarli in equipe multidisciplinare, fare rete psicologo e nutrizionista

Il corpo di Emanuela era troppo minato. Nonostante manifestasse la volontà di vivere, strappando la bresaola a piccoli morsi, il fisico non reggeva più. Le ultime parole del padre, "Ma si può chiedere a un padre se è preparato a perdere la figlia?", riassumono l'infinita sofferenza di chi assiste impotente alla fine di una persona cara. La fede, in questi momenti, diventa un estremo tentativo di trovare conforto, ma la malattia ha preso il sopravvento. Emanuela aveva persino allontanato il padre, desiderando che non vedesse la sua fine, e riferendo di aver visto la madre in sogno.

Giorgio Perinetti conclude con una riflessione sulla pressione sociale e sulla competitività che caratterizzano il mondo moderno, soprattutto per le donne, che devono affrontare una richiesta di perfezione ancora maggiore rispetto agli uomini. Per chi vive un calvario simile, il suo consiglio è di "cogliere i segnali in tempo" e di approcciare i propri figli con "tenerezza" e mettendosi dalla loro parte, anziché con un'autorità presuntuosa.

L'Importanza dell'Identità e dell'Accettazione di Sé

La testimonianza dell'attrice Nathaly Caldonazzo aggiunge un'ulteriore prospettiva, sottolineando come l'anoressia possa radicarsi in una profonda insicurezza e nel non accettarsi. A 24 anni, una battuta "scherzosa" di un ex fidanzato, "ti vedo un po’ piena", ebbe un impatto devastante, portandola a non accettarsi più e a vedersi "più grassa". Questo dimostra come anche un commento apparentemente innocuo possa innescare un meccanismo patologico in una persona predisposta.

La preoccupazione maggiore di Caldonazzo si è manifestata quando ha notato in sua figlia Mia, allora molto giovane, "questa tendenza all’anoressia". La perdita di capelli e l'amenorrea sono stati segnali allarmanti che l'hanno fatta sentire "completamente impotente". Ha compreso che dire a una persona anoressica "mangia, mangia" la rende il "primo nemico", poiché il malato non si riconosce nel proprio aspetto fisico.

Illustrazione di una ragazza che si guarda allo specchio con un'espressione triste

Queste storie convergono su un punto cruciale: l'anoressia non è una scelta, né una questione di vanità, ma una grave malattia mentale legata a una complessa interazione di fattori. La pressione sociale, la ricerca della perfezione, i modelli culturali, le dinamiche familiari, le insicurezze personali e la difficoltà nell'accettazione di sé sono tutti elementi che contribuiscono a creare un terreno fertile per il suo sviluppo. Comprendere la multicausalità di questa patologia è il primo passo fondamentale per poterla affrontare efficacemente, offrendo supporto e cure adeguate a chi ne soffre. La cura di sé, intesa come benessere psicofisico e accettazione della propria unicità, diventa così il vero antidoto contro questa malattia devastante.

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