La comprensione di cosa significhi "essere" nel presente psichico è un viaggio complesso, intessuto di percezioni soggettive, accadimenti inaspettati e la costante dialettica tra l'individuo e il mondo circostante. Questo articolo esplora le sfaccettature del presente psichico, analizzando come eventi apparentemente insignificanti possano scardinare la nostra percezione di sé e del tempo, e come la nostra identità si ridefinisca di fronte all'imprevisto.
L'Imprevisto come Catalizzatore del Cambiamento
Talvolta, un evento inatteso può agire come un fulmine a ciel sereno, scuotendo le fondamenta della nostra realtà interiore. Un esempio emblematico è quello narrato nel film "La leggenda del pianista sull’oceano", tratto dal romanzo "Novecento" di Baricco. Il protagonista, Novecento, decide improvvisamente di abbandonare la sua esistenza confinata a bordo di una nave da crociera. Questo gesto, apparentemente immotivato, richiama la metafora dei quadri che, senza un apparente motivo, precipitano a terra dopo anni di stabilità.

Tale irruzione dell'inaspettato nella vita di un individuo può essere paragonata a una crisi profonda, un momento in cui la consuetudine e l'abitudine vengono infrante. Come sottolinea Marozza (2012), l'inaspettato possiede un potere sovversivo sull'ordine della coscienza, creando uno squarcio nell'abitualità e ponendo le basi per la nascita del nuovo. Questo si manifesta in un malessere vago e diffuso, che getta un'ombra inquietante sull'intera esistenza, spingendo l'individuo a interrogarsi sulla propria identità: "Chi sono ora dopo quest'evento?".
L'esperienza di una paziente di 55 anni, insegnante, colta e simpatica, illustra vividamente questo concetto. La sua richiesta di psicoterapia nasce da una frase del marito durante la colazione: "Non so perché stiamo ancora insieme, di fatto, nonostante il bene che ti voglio, non sento più di amarti". Questo evento, pur non essendo catastrofico in sé, ha agito come un detonatore, destabilizzando la sua percezione di sé e del suo rapporto.
La Costruzione dell'Identità e il Ruolo dell'Abitudine
La filosofia di Husserl offre una prospettiva illuminante sulla formazione dell'identità. Egli sosteneva che l'identità si costituisce attraverso l'appropriazione del passato da parte della coscienza. La molteplicità degli atti e delle acquisizioni crea un "sostrato identico di proprietà egologiche" che dà origine all'Io personale, stabile e sussistente. La regolarità degli eventi quotidiani tesse l'identità dell'Io, il cui aspetto più esteriore e sociale è la "Persona" in termini junghiani, il modo in cui ci presentiamo al mondo.
L'abitare dell'Io, quindi, rimanda a una dimensione di domesticità, familiarità, solidità e stabilità. Tuttavia, il percorso terapeutico spesso si confronta con ciò che è al di fuori dell'abituale. Talvolta, i pazienti si abituano ai propri sintomi, un fenomeno grave che indica come l'elemento estraneo, insorto nell'abitualità, sia diventato parte integrante della personalità, creando un ibrido.

Quando un sintomo diventa un'abitudine, il terapeuta può chiedere al paziente di ricordare la prima volta che quell'evento si è presentato. Non si tratta di evocare il contenuto cognitivo o mnemonico, ma di far sperimentare il contatto con quella potenza inconscia ed estranea che, troppo presto, è stata "declinata" a sintomo. Marozza (2012) coglie la portata dirompente e trasformativa dell'accadere: "eppure sappiamo bene che l’analisi non è tutta qui, che percorriamo questa strada attendendo qualcosa, una crisi, un contrasto, un momento in cui non riusciamo più a comprendere, e ci sentiamo male: qualcosa di nuovo, qualcosa di non compreso nella nostra consuetudine abitativa ci viene incontro in modo imprevedibile provocandoci uno choc, tanto più potente quanto più in grado di far vacillare il senso di familiarità del nostro mondo".
La Capacità Negativa e l'Ignoranza Socratica nell'Analisi
Durante il percorso analitico, emergono momenti, spesso fugaci, in cui qualcosa di nuovo si fa strada. È qui che entra in gioco la "capacità negativa" dell'analista, un concetto mutuato da John Keats da parte di Bion (1970). Questa capacità si riferisce a un atteggiamento privo di memoria e desiderio, essenziale per cogliere la realtà ultima, la cui ineffabilità è espressa dalla curiosa denominazione scelta.
In parallelo, Papadopoulos (1997) rintraccia nell'opera junghiana l'atteggiamento di "ignoranza socratica", non dissimile da quello suggerito da Bion. Questo coesiste con una posizione epistemologicamente gnostica, sebbene in apparente contrasto. Mentre lo gnosticismo tende a credere nella ricerca di una verità assoluta e costante, l'ignoranza socratica riconosce il carattere di parzialità di ogni affermazione della psiche sulla psiche, come già descritto da Trevi (1987).
L'individuazione, in questa prospettiva, è il prodotto di un'attività simbolica in continuo divenire, sempre a rischio e mai garantita. La concezione dialogica del processo individuativo presuppone una verità intesa come orizzonte a cui tendere, un limite che recede sullo sfondo ad ogni avanzare (Jaspers). La verità, come assoluto, si sottrae sempre, lasciando frammenti o simboli che vi rimandano senza contenerla interamente. Questo legame indissolubile tra verità e soggettività rende la psicologia analitica più una disciplina ermeneutica che una scienza in senso stretto, in parziale contrasto con lo stesso Jung.
La Psiche come "Disturbo del Metodo"
Jung (1934) definì la psiche come "un disturbo del metodo", un'intuizione provocatoria che ci spinge a interrogarci sulla natura stessa dello psichico. Per Jung, ciò che fuoriesce dal metodo - le sue aporie, anomalie ed eccedenze - costituisce il terreno fertile per la nascita della psiche. Un metodo definisce una via, ma non l'unica; quando questa via è smarrita, può emergere lo psichico.
Heidegger, in "Sentieri interrotti", sostiene che il pensiero non procede per mete, ma per sviamenti. I "sentieri erranti" (Holzwege) nella selva, pur inoltrandosi ognuno per conto proprio, appartengono alla medesima selva. Nessun sentiero si smarrisce veramente perché erra alla ricerca di qualcosa; è piuttosto il viandante a smarrirsi. Nel momento in cui si passa dalla familiarità del sentiero conosciuto all'estraneità di quello errante, subentra lo smarrimento e la vertigine, l'esserci scopre l'abisso del suo essere davanti a sé, senza più l'appiglio dell'essere-con.

Il sentiero, in questo senso, è espressione della familiarità del Dasein, del suo "essere a casa". Lo psichico emerge quando non possiamo più battere i sentieri conosciuti, quando siamo soli con l'angoscia e dobbiamo percorrere un tratto nel bosco senza poter contare sulla familiarità del collettivo. Jung coglie così una sfaccettatura essenziale dello psichico: il suo emergere quando il registro collettivo non si allinea più con l'individualità.
Individualità vs. Collettività nell'Era Digitale
La psiche apporta una variabilità non prevista, difficile da ricollocare all'interno di ciò che il metodo stabilisce. Essa è un elemento di disturbo che scompagina l'ordine collettivo, in forma tragica e intensa come nel delirio, o potente come nella provocazione dell'arte. La relazione tra psiche e metodo diviene una declinazione dell'antinomia individuo/collettivo, particolarmente viva nell'epoca della globalizzazione e della digitalizzazione.
La celebre affermazione di Jung "reale è ciò che agisce" assume una verità inquietante con l'avvento dello spazio cibernetico. Il collettivo a cui l'individuo si rapporta abita sia la realtà empirica che quella virtuale. Le istanze individuali tendono a essere rimosse per favorire l'adattamento, e la variabilità soggettiva diviene "oscena", pericolosa, in primo luogo per chi ne è afferrato da rigurgiti inconsci. L'individualità finisce per identificarsi con gli aspetti d'Ombra della personalità e diviene sintomo.
Il sintomo, dal greco "syn-piptein" (cadere insieme), segnala il degradarsi dell'attività simbolica, che garantisce la compresenza di identità e differenza, a mera coincidenza identitaria tra soggetto, condotta e segno clinico. Dalla prospettiva della coscienza collettiva, se l'individualità non coincide perfettamente con essa, allora coincide con la patologia. Questo spiega la richiesta di rassicurazione dei pazienti che chiedono se sono "normali", intendendo quella misura che stabilisce un limite contenitivo desiderato dall'uomo. Chiedere se si è normali è, in fondo, chiedere se quell'individualità emergente è ancora ospitabile all'interno di una personalità dominata da istanze collettive.
La Frammentazione del Tempo e la Cultura dell'Istantaneità
La mutazione antropologica che caratterizza l'epoca della digitalizzazione è segnata da una temporalità vissuta radicalmente stravolta. Oltre all'esonero della natura dal ruolo di regolatore delle nostre necessità, assunto dalla tecnica, assistiamo all'avvento della cultura dell'istantaneità (Muscielli, Stanghellini 2012). Bauman (2011) parla di "modernità liquida" per descrivere una cultura permeata da flessibilità e assenza di solidi appigli, che genera un'angoscia esistenziale rendendoci naufraghi anziché viaggiatori.
Autori come Francois Hartog (2007) hanno parlato di "presentismo", Augè (2009) di "ideologia del presente", e Bauman (1999) paragona il nostro tempo a "pozzanghere e piscine" anziché a un fiume. Questi concetti alludono alla frammentazione del tempo in punti scollegati, con la conseguenza di "uscire dal tempo" (Muscielli, Stanghellini 2012).
Piero Angela - Viaggio nello Spazio Tempo
Un esempio eclatante di questa uscita dal tempo è rappresentato dalle operazioni "in tempo reale", nate nell'ambito dell'elaborazione dati. Questa espressione, ormai entrata nel lessico comune, coglie sfaccettature psichiche fondamentali. La definizione tecnica di tempo reale indica la circostanza che i dati d'ingresso sono i valori attuali delle grandezze e i risultati sono resi disponibili prima che intervengano variazioni sensibili. Ciò implica un abbattimento del tempo, ridotto alla contemporaneità di ingresso e uscita, minimizzando il rischio di variazioni impensabili.
Le operazioni in tempo reale hanno avuto ricadute sociali immense, rendendo possibili fenomeni come la "presenza a distanza" e la "simultaneità". La prima separa il corpo fisico da quello vissuto, mentre la seconda moltiplica la presenza nell'unità di tempo, rendendola ubiquitaria. Cose e persone diventano sempre disponibili, al di là delle barriere di tempo e spazio. Nella tecnica, sotto il primato della razionalità, ogni variazione imprevista è abolita, annullando la differenza tra realtà e sua previsione. L'aggettivo "reale" assume qui il senso etimologico di vero, concreto, "cosale", proponendosi come un tempo sovrano.
Il Presente Psichico: Un Flusso Ininterrotto e Soggettivo
La riflessione sul tempo interiore nasce da un lavoro clinico pluriennale e si definisce attraverso stimoli di ricerca, incontri con pazienti e studiosi. I dialoghi interiori assumono forme nuove, spunti creativi, richiedendo forse nuovi termini per definire questo campo di studi interdisciplinare. I pensieri e le riflessioni sul tempo interiore sono aspetti delle storie cliniche, degli sforzi terapeutici e delle relazioni umane.
La concettualizzazione del tempo presenta difficoltà intrinseche: sperimentarlo è diverso dal razionalizzarlo (Agostino). Il tempo non è solo quello misurato dall'orologio o quello che scorre durante la cura; la patologia può alterare profondamente la percezione del suo scorrere. La malattia, fisica o mentale, muta nel tempo, e l'elemento temporale contribuisce al cambiamento personale. D'altro canto, il tempo stesso può essere origine di patologia.
Questo saggio si concentra sul "tempo presente, vissuto nel dolore psichico", attraversando psicologia, psicopatologia, neurobiologia e psichiatria. Ci interessano i processi attraverso cui diventiamo consapevoli del tempo durante una sofferenza oscura o corporea, e come questi influenzino il nostro modo di pensare, immaginare, vivere e proiettarci nel futuro. Siamo inevitabilmente diretti al mistero della coscienza/essere nel mondo, all'intersoggettività, per estrapolare questioni cliniche. Il tempo umano, distinto da quello dell'orologio, è una condizione profonda e inevitabile del nostro vivere.
La Natura Sfuggente del Presente
Come è possibile che la memoria del passato possa creare sofferenza interiore e che il pensiero del futuro comporti ansia? Domande apparentemente semplici che richiedono un approfondimento nelle scienze umane. L'incidenza dei vissuti emotivi sul malessere interiore e le modalità della percezione soggettiva del tempo presente, specialmente nei disturbi psichici, sono di grande interesse. Collegare l'essere al tempo (Heidegger) e il tempo vissuto alle metamorfosi umane è fondamentale per cogliere il flusso della coscienza durante uno stato di sofferenza inatteso.
L'oggetto di studio rimane il tempo nella sofferenza, riguardato nelle sue relazioni con l'altro e con sé stessi, nel tentativo di delimitarlo e distinguerlo ai fini clinici e terapeutici. Il tempo è speciale per ciascuno, specialmente quando sperimentiamo proprietà temporali uniche; l'esperienza stessa è strutturata nel tempo. Quando sopraggiunge la sofferenza psichica, l'esistenza interiore non riesce più a costituirsi in un tempo comune e condiviso, incapace di collegare passato, presente e futuro.
Secondo Minkowski, una visione spazializzata e razionale del tempo individua nel presente un "punto assoluto", un limite rispetto al quale ordinare passato e avvenire. Sappiamo che il presente non può coincidere con una semplice azione nel presente; esso è un racconto dell'azione che riunisce azione e narrazione. Il presente si presenta come un'azione complessa. Minkowski confronta il presente con l'"adesso" (maintenant). L'adesso è sempre esperito come parte elementare del tempo, ma sul piano logico riduce al nulla ciò che non è. L'adesso appare sfuggente, non si lascia "fissare", favorendo la sussistenza del presente come un "adesso dispiegato". In sostanza, il presente è l'istante, l'oggi o l'era presente. Di conseguenza, passato e avvenire esistono solo in rapporto al presente.
La Cura come Ristrutturazione del Tempo Interiore
"Vi è cura se vi è tempo. L’uomo può prendersi cura a partire dal sentimento del suo essere esposto. Solo ciò che può perdersi ha bisogno di cura". La cura tende a custodire ciò che trapassa, a dare consistenza a ciò che appartiene al tempo. La percezione (mutazione) del tempo interiore solleva enigmi clinici, incluso il significato di "percepire il tempo interiore". La nostra coscienza è un flusso ininterrotto di vissuti, senza memoria del suo inizio o delle sue interruzioni.
I vissuti (Erlebnisse) si esprimono in differenti modalità tipologiche. La coscienza può focalizzare l'attenzione o restare partecipe, può essere vigile ma non attivamente focalizzata. L'intenzionalità rende la coscienza prospettica, incanalandola in un punto di vista. Parte dei vissuti sono iletici, cioè involontari, suggerendo un tipo di esperienza sentita che la coscienza trasforma in "pensare di sentire". Gli stati intenzionali sono attivi, mentre quelli iletici mostrano uno stato recettivo, patetico, affettivo.
Nel dare conto del tempo vissuto, usiamo concetti "provvisori": passato, ordine temporale, causalità, cambiamento, legame al tempo. Esperienze temporali elementari, seguendo Ernst Pöppel (1978), sono fondamentali. Il tempo interiore ha mille volti: tempo interiore, tempo come misura, legame cognitivo al flusso del tempo, tempo-ambiente, tempo della fisica.
Il "presente" a cui si riferisce un dato è in realtà una parte del passato recente, illusoriamente posto tra passato e futuro. Questo "presente specioso", distinto dal "passato ovvio", fa sì che le note di una canzone o i cambiamenti di luogo di una meteora sembrino contenuti nel presente. Il tempo, relativamente all'apprensione umana, si compone di passato ovvio, presente specioso, presente reale e futuro.
Nella persona sofferente, il passato può defluire nel presente, o il presente rimanere fermo, per poi trascendersi nel futuro, senza che se ne abbia coscienza. Il nostro tempo emerge intorno a noi. Quando siamo in attesa o la vita appare vuota, agisce il tempo interiore: un tempo che può sembrarci rapido, fermo, o eterno. Il dolore psichico può farci cambiare la percezione del tempo, le immagini della vita, le idee sul mondo, creando un'oscillazione temporale, un movimento senza fine tra presente, passato e futuro. A volte, il tempo si ferma, non c'è né passato né futuro.
Coloro che operano nel campo della psicoterapia devono porre maggiore attenzione alle metamorfosi del tempo interiore, ai mutamenti ontici e alla sofferenza psichica legata al destino. La cura appare come una ristrutturazione del tempo interiore, una dimensione operativa limitata di cui si possono variare le forme per il bene comune. "Non sappiamo mai se il tempo passa troppo in fretta, o troppo lentamente… Ogni cosa è divorata dal passato… Il tempo divora ogni forma di vita".
Il modo in cui percepiamo il tempo cambia nel corso della vita, accompagnato da una diversa riflessione sul senso della vita e della morte. L'"io-attenzione" coordina le attività della coscienza con il corpo e il mondo, registrando il trascorrere dei fenomeni mentali. La coscienza, come un filtro, concentra l'attenzione su alcune cose ed esclude altre, sotto l'influenza della memoria e delle emozioni. Chi medita sperimenta una sensazione di rallentamento del tempo, percependo un allungamento della vita.
La Crisi post-Universitaria: Un Caso di Studio
Un esempio concreto di tale dinamica si osserva in un giovane uomo che, dopo anni di dedizione assoluta allo studio universitario e al superamento dell'Esame di Stato, si ritrova smarrito. Ha sacrificato esperienze di vita per raggiungere i suoi obiettivi, e ora sente il bisogno impellente di "recuperare tutto", un pensiero angosciante che lo porta a reazioni impulsive e a un'iperattività nociva.

Questo malessere si manifesta nelle relazioni con l'altro sesso, dove l'interesse è superficiale e guidato dal bisogno di "perdere il fardello della verginità". Anche il cambio di direzione nella carriera, da un percorso di studi a un lavoro d'impiego che lo soddisfa poco, viene interpretato come un fallimento, generando frustrazione e scontrosità.
I professionisti della salute mentale sottolineano l'importanza di ritrovare un senso nella vita, andando oltre il raggiungimento di obiettivi esterni. Si consiglia di esplorare i propri desideri più autentici, di ascoltarsi e di intraprendere un percorso di crescita personale che metta al centro le proprie potenzialità, piuttosto che le debolezze. La Psicologia Positiva, focalizzata sul presente, sull'autostima e sull'auto-efficacia, può essere particolarmente utile. È fondamentale imparare a "lasciare andare" la rigidità, a distinguere ciò che piace da ciò che non piace, e a concentrarsi sul "viaggio" anziché solo sul traguardo. La consapevolezza delle proprie risorse interne e un dialogo interiore gentile sono essenziali per affrontare le avversità con serenità e benessere.
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