La violenza, in tutte le sue forme, lascia cicatrici profonde, spesso invisibili ma devastanti, sull'individuo. In questo contesto, il ruolo dello psicologo assume un'importanza cruciale, non solo nel fornire supporto terapeutico, ma anche nell'atto di documentare e dare voce al vissuto della vittima. Il referto psicologico, in particolare, emerge come uno strumento innovativo e fondamentale nella lotta contro la violenza, specialmente quella di genere, offrendo una prospettiva approfondita e mirata alla tutela della persona.
L'Obbligo di Referto e di Denuncia: Distinguere i Ruoli dello Psicologo
La professione dello psicologo, così come altre professioni sanitarie, è regolamentata da specifici obblighi legali e deontologici. L'articolo 13 del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani stabilisce chiaramente che, in caso di obbligo di referto o di denuncia, lo psicologo deve limitare le informazioni condivise allo stretto necessario per la tutela psicologica del soggetto. Questo principio fondamentale mira a bilanciare il dovere di riservatezza professionale con la necessità di intervenire in situazioni di potenziale pericolo.
Il referto è un atto formale compilato da un professionista sanitario, come lo psicologo, quando viene a conoscenza di un reato procedibile d'ufficio nei confronti del proprio paziente. L'articolo 334 del Codice di Procedura Penale ne disciplina le modalità di compilazione e inoltro. Ad esempio, se una paziente rivela allo psicologo di essere vittima di violenza sessuale, lo psicologo ha l'obbligo di redigere un referto.
La denuncia, invece, disciplinata dall'articolo 332 del Codice di Procedura Penale, consiste nell'esposizione degli elementi essenziali di un fatto che configura un reato, indicando le fonti di prova note. La denuncia può essere presentata da chiunque, inclusi i Pubblici Ufficiali e gli Incaricati di Pubblico Servizio. Uno psicologo che opera in un ospedale pubblico o come Consulente Tecnico d'Ufficio (CTU) rientra in queste categorie e ha l'obbligo di denunciare notizie di reato di cui venga a conoscenza nell'esercizio delle proprie funzioni.
È fondamentale distinguere tra referto e denuncia. Il referto è specifico per i professionisti sanitari che agiscono nell'ambito della cura, mentre la denuncia può essere effettuata da chiunque abbia notizia di un reato.

Il Referto Psicologico: Un'Innovazione Campana per la Tutela delle Vittime
Una delle innovazioni più significative nel campo della tutela delle vittime di violenza, in particolare di violenza psicologica, è il referto psicologico, una pratica sviluppata e promossa in Campania. Questo strumento, concepito per la prima volta nel 2009 dalla psicologa Elvira Reale, nasce dall'esigenza di documentare in modo approfondito la condizione della vittima e la gravità della violenza subita, soprattutto quando questa non lascia tracce fisiche evidenti.
Il referto psicologico non si limita a una diagnosi generale, ma si concentra sull'impatto specifico della violenza sulla persona. Valuta la gravità della violenza, le conseguenze psicologiche, i vissuti emotivi e lo stato di agitazione della donna. La sua stesura, che può richiedere dalle 3 alle 4 ore, è un processo delicato che mira a dare voce e riconoscimento al trauma.
La Società della Violenza
Questo strumento si rivela particolarmente prezioso in Pronto Soccorso, dove le donne vittime di violenza accedono frequentemente a causa di lesioni, ma spesso non sono ancora in grado di verbalizzare o comprendere appieno ciò che è accaduto. Il referto psicologico, in questi casi, diventa un'occasione unica per disvelare la violenza, offrire accoglienza, ascolto e informazione, e avviare un percorso di assistenza sanitaria e psicologica.
La Medicina di Genere e il Riconoscimento della Violenza come Fattore di Rischio
Il percorso che ha portato all'affermazione del referto psicologico si inserisce in un più ampio movimento di riconoscimento della violenza come fattore eziologico e di rischio per la salute delle donne, un concetto centrale nella medicina di genere. Nata negli Stati Uniti, la medicina di genere si propone di comprendere come le malattie si manifestino nei due sessi, analizzando le differenze sintomatiche, diagnostiche, terapeutiche e di prevenzione, tenendo conto sia delle differenze biologiche (sesso) sia di quelle socioculturali (genere).

Già negli anni '90, la cardiologa Bernardine Healy con la sua critica alla "Yentl Syndrome" denunciava la discriminazione delle donne nel settore cardiologico, evidenziando come fossero meno sottoposte a indagini e trattamenti rispetto agli uomini e poco rappresentate nelle sperimentazioni farmacologiche. Parallelamente, si iniziava a riconoscere che la prevalenza di alcune malattie mentali nelle donne non potesse essere attribuita esclusivamente a fattori biologici, ma fosse fortemente influenzata da stressor psico-sociali e ambientali, tra cui la violenza.
Le ricerche condotte da gruppi di psicologhe e psichiatre, come quello napoletano, hanno giocato un ruolo pionieristico in Italia, mettendo in luce l'impatto distruttivo della violenza sulla salute mentale delle donne. Questo ha portato all'affermazione del principio di una "cura condivisa con tecniche donne", culminata nella creazione di consultori e centri antiviolenza.
Organizzazioni internazionali come l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e associazioni professionali come l'American Medical Association (AMA) e l'American Psychological Association (APA) hanno progressivamente riconosciuto la violenza, in particolare quella domestica e di coppia, come un grave problema di salute pubblica e un fattore di rischio primario per numerose patologie femminili. L'OMS, in particolare, ha sottolineato come la violenza contro le donne sia "il problema maggiore che concerne la salute e i diritti della persona".
Il Controllo Coercitivo: Oltre la Violenza Fisica
Un aspetto cruciale emerso nella comprensione della violenza, soprattutto quella psicologica, è il concetto di controllo coercitivo, teorizzato da Evan Stark. Questo modello supera la visione della violenza come mera aggressione fisica, focalizzandosi invece sulla strategia di controllo del comportamento esercitata dall'abusante per limitare la libertà e l'autonomia della vittima.
Il controllo coercitivo si manifesta attraverso minacce, isolamento, degrado, sfruttamento e regolamentazione delle attività, creando un clima di paura e sofferenza psico-fisica cronica. È un meccanismo subdolo che spesso non lascia tracce fisiche evidenti, rendendo difficile il riconoscimento e la documentazione, ma che incide profondamente sulla salute della donna, portando a vissuti di disistima, colpa e depauperamento di risorse.

La violenza psicologica, intesa come controllo coercitivo, è spesso la componente più pervasiva e dannosa, che accompagna quasi sempre la violenza fisica e sessuale. Riconoscere e valutare il livello di controllo esercitato dall'abusante è fondamentale per un approccio di tutela efficace e per l'erogazione di servizi adeguati.
Sfide e Prospettive Future
Nonostante l'importanza del referto psicologico e il suo successo in contesti come il Centro Dafne dell'Ospedale Cardarelli di Napoli, la sua diffusione a livello nazionale incontra ancora ostacoli. La resistenza e i pregiudizi, legati alla natura innovativa dello strumento e alla percezione di una sua limitata applicabilità o alla necessità di competenze specifiche non sempre previste nei curricula universitari, hanno rallentato la sua adozione.
Le "Linee guida nazionali per le Aziende sanitarie e le Aziende ospedaliere in tema di soccorso e assistenza socio-sanitaria alle donne vittime di violenza", pur riconoscendo l'importanza dell'assistenza psicologica, non hanno inizialmente sancito l'utilizzo del referto psicologico in modo uniforme. Tuttavia, la delibera regionale 47/20 in Campania ha inserito il referto psicologico all'interno dei percorsi rosa dedicati alle donne vittime di violenza, con un modello che ha iniziato ad essere esportato anche in altre regioni, come l'Emilia-Romagna.
L'obiettivo è che il referto psicologico diventi uno strumento standardizzato e riconosciuto a livello nazionale, integrato nei percorsi di cura e assistenza, per garantire un riconoscimento completo e una tutela efficace a tutte le donne che subiscono violenza, sia essa fisica, psicologica o sessuale. È un passo fondamentale per una società che mira a proteggere i suoi membri più vulnerabili e a promuovere una cultura di rispetto e non violenza.
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