Immaginiamo una scena: c’è una ragazzina, non sappiamo quanti anni abbia, ma sappiamo che qualcosa si è incrinato. Spesso il bambino non percepisce il proprio “stare male” come tale. Per lui la normalità coincide con ciò che vive. Se l’amore è intermittente, l’intermittenza diventa norma. In questa scena, per garantirsi il positivo, la bambina si allea con il padre. Non necessariamente contro la madre in modo esplicito, ma a favore di una fonte percepita come più stabile, più gratificante, più confermante. Questa dinamica, apparentemente semplice, apre le porte a una profonda comprensione di come si forma la nostra identità e di come le prime esperienze relazionali plasmino il nostro "Sé".
L'Ambiente-Madre e la Nascita del Sé Autentico
Quando parliamo di immagini genitoriali rotte, non parliamo solo di conflitti reali. Secondo Donald Winnicott, il bambino non incontra semplicemente una madre reale, ma un “ambiente-madre”. Se questo ambiente è sufficientemente buono (“good enough mother”), il bambino può sviluppare un Sé autentico. L'ambiente-madre, nella sua funzione di contenimento e rispecchiamento, permette al neonato di sentirsi visto e compreso nella sua spontaneità. La madre sufficientemente buona adotta un comportamento adattivo nei confronti dei bisogni del bambino, supportandone temporaneamente il senso di onnipotenza, facendo sì che egli possa procedere lungo la propria linea di sviluppo. Nelle prime fasi di vita si crea uno stato simbiotico che unisce madre e bambino, ma, nel corso del tempo, la fusione madre-bambino diminuisce gradualmente, permettendo al bambino di scoprire che esiste un mondo esterno. Questo progressivo cambiamento spesso prevede la presenza di un oggetto transizionale, cioè quegli oggetti, come una coperta, un peluche o un gioco, che accompagnano il bambino nel distacco, offrendo un’alternativa intermedia tra la presenza costante della madre e la sua totale assenza. Questi fenomeni creativi, che Winnicott chiama “fenomeni transizionali”, sono possibili solo in presenza di una madre in grado di “significare” il gesto spontaneo o protopensiero del neonato, cioè di permettere al neonato di collegare la propria spontaneità al mondo esterno. In seguito questa illusione di onnipotenza sarà riconosciuta come tale e lascerà spazio alla possibilità di giocare e di immaginare. La presentazione degli oggetti permette al bambino di entrare nelle relazioni con gli oggetti e di realizzare quindi il proprio impulso creativo.

Il Complesso Edipico e l'Origine del Falso Sé
Nel caso della nostra ragazzina, l’alleanza con il padre è una strategia di sopravvivenza emotiva. Questa dinamica ha una lunga genealogia anche nella psicoanalisi classica. Sigmund Freud aveva individuato nel complesso edipico una tensione strutturante tra identificazione e rivalità. Si presume la possibilità di un falso Sé. Nel linguaggio winnicottiano, il falso Sé nasce per proteggere il nucleo più autentico dall’angoscia di annichilimento. Quando il bambino percepisce che la propria spontaneità non trova accoglienza, comincia a modellarsi sulle aspettative dell’ambiente. La nostra ragazzina che si allea con il padre può iniziare a interiorizzare i suoi desideri, le sue opinioni, il suo stile emotivo. Freud, introducendo il concetto di dipendenza anaclitica, aveva già posto le basi per comprendere come le prime relazioni di attaccamento siano cruciali per lo sviluppo psichico. Winnicott sviluppa il tema del falso sé partendo da questo concetto freudiano, descrivendolo considerando innanzitutto il rapporto della madre con il lattante. La funzione del tenere in braccio è strettamente connessa alla capacità della madre di identificarsi con il bambino e di percepirne i bisogni: è l’empatia.
La Sopravvivenza Emotiva e l'Adattamento Sociale
Quando il bambino incontra il processo di separazione, non è ancora pronto ad allontanarsi. Il gioco, come osservava Melanie Klein, è uno spazio simbolico in cui il bambino può sperimentare la perdita e il ritorno. Qui entriamo in una dimensione depressiva. Per salvarsi dalla depressione, il bambino cerca di capire come guadagnare l’attenzione. L’antropologia ci mostra che in molte culture tradizionali il neonato è costantemente portato addosso alla madre. Il contatto visivo e corporeo è continuo. Nel mondo occidentale contemporaneo, invece, la frammentazione familiare e l’iperindividualismo possono produrre esperienze di solitudine precoce. Questo tipo di adattamento può essere socialmente premiato: gli insegnanti lo lodano, i parenti lo definiscono “maturo per la sua età”. Ogni volta che il bambino sacrifica un impulso spontaneo per mantenere lo sguardo dell’altro, rafforza il falso Sé. E ogni rinuncia lascia una traccia. Attraverso l’accondiscendenza, il bambino accumula quindi un insieme di relazioni non immaginate ma già date. Al posto della creazione e dell’elaborazione, vi sarà la ripetizione di schemi e l’automatismo tipico della macchina: “l’esperienza emotiva non è disponibile per l’evoluzione di una nuova idea, nei fatti viene soffuso un significato già elaborato che spesso richiede una distorsione dei fatti perché essi vi si adattino”. Il bambino vivrà in modo falso; la compiacenza e l’imitazione caratterizzeranno i suoi rapporti, anche se attraverso l’introiezione di modelli dati la sua vita potrà sembrare normale.

Il Sintomo come Comunicazione e la Ricerca dello Sguardo
Allora può emergere un’altra strategia: la distruttività. Il bambino provocatorio, oppositivo, aggressivo non è necessariamente “cattivo”. In questo senso, anche il sintomo è una forma di comunicazione. Se il sintomo garantisce lo sguardo della madre, diventa prezioso. Paradossalmente, il bambino può inconsciamente mantenerlo perché rappresenta un ponte relazionale. Ogni volta nella sua vita potrà con facilità essere disposta a rinunciare ai propri bisogni pur di essere vista. Nelle relazioni amorose potrà scegliere partner esigenti, riproducendo l’antica equazione: “Se mi adatto, mi amerai”. La protesta rispetto a questa esistenza falsa, cioè deprivata di spontaneità, può essere osservata secondo Winnicott sin dai primissimi stadi e si esprime con un’irrequietezza generale, in disturbi alimentari e di altre funzioni che possono anche scomparire per riapparire però in forma più grave in epoche successive. Il sé potenziale non si sviluppa utilizzando la propria dotazione innata ma si conforma alle aspettative, alle pressioni ed alle intrusioni del mondo esterno. Secondo Winnicott, non c’è clinicamente nessuna linea netta tra lo stato schizoide e la salute e neppure tra questa e la schizofrenia conclamata. Il falso Sé, pur nascendo da una necessità di adattamento, può portare a un malessere psicologico che il bambino vivrà nell’immediato o in un periodo successivo.
Il Falso Sé nella Storia e nella Cultura
Se allarghiamo lo sguardo alla storia, vediamo che molte culture hanno istituzionalizzato il falso Sé come virtù. Nell’epoca vittoriana, la bambina educata era quella che reprimeva desideri e passioni. Anche nelle società patriarcali tradizionali, l’alleanza con il padre può diventare un modo per acquisire protezione, ma al prezzo dell’autonomia. Il Novecento ha inaugurato un ideale nuovo: l’autenticità. Movimenti culturali, dalla controcultura degli anni Sessanta alla psicologia umanistica, hanno promosso l’idea che essere se stessi sia un valore. È fondamentale evitare una lettura moralistica. Il falso Sé è stato una soluzione creativa. L'ideale di autenticità promosso nel Novecento ha rappresentato un cambio di paradigma, valorizzando l'espressione individuale e l'integrità del Sé, in contrapposizione alle pressioni conformistiche di epoche precedenti.
Dall'Anima di Gruppo all'Io; l'Evoluzione dell'Autocoscienza - Rudolf Steiner (Francesco Leonetti)
La Trasformazione del Falso Sé: Una Speranza per il Futuro
Torniamo alla ragazzina. Riconosce di stare meglio o meno? Forse no. Forse sente solo che l’alleanza con il padre le garantisce una certa stabilità. La buona notizia è che il falso Sé non è una condanna. E ciò che è stato costruito per sopravvivere può, con il tempo e con nuove esperienze relazionali, trasformarsi. Perché l’essere umano non smette mai di cercare uno sguardo che lo veda davvero. Winnicott propone una classificazione in cinque punti dell’organizzazione falso sé, basata sullo spessore o intensità di questa struttura di personalità. Questo autore considera la patologia borderline come caratterizzata da una primaria scissione attiva dell’Io. Questa scissione impedirebbe le fisiologiche integrazioni di introiezioni e identificazioni di qualità opposte, ostacolando l’armonico sviluppo dell’Io, con conseguente scarsa tolleranza all’angoscia, difficoltà nel controllo degli impulsi e nello sviluppo di adeguati canali sublimatori. Secondo Otto Kernberg, questo fallimento nello sviluppo dell’Io avverrebbe dopo la differenziazione tra il sé e l’oggetto ma prima dello sviluppo della costanza d’oggetto. L’accento alle relazioni anaclitiche è ancora più accentuato nel concetto di Helene Deutsch del carattere ” come se ”, che è caratterizzato dall’imitazione come modalità essenziale di funzionamento.
Nella clinica psichiatrica, la struttura di personalità tipo falso sé può essere rintracciata nella classificazione del DSM III R nel Disturbo di personalità borderline così come nel Disturbo schizotipico di personalità. Con differenti gradi o intensità, le espressioni del falso sé possono essere rintracciate sia nelle psicosi manifeste che nella normalità. Il primo stadio del falso sé è rappresentato dall’adeguarsi del neonato al gesto della madre e dalla contemporanea rinuncia alla propria spontaneità.
Il Ruolo dei Media nella Formazione del Falso Sé
In un'epoca dominata dalla tecnologia, è importante considerare l'impatto dei media sulla formazione del Sé. La televisione, come viene citato, è una "ladra di tempo e una serva infedele". I bambini americani di età compresa tra i tre e gli undici anni passano una percentuale significativa della loro giornata davanti a uno schermo. Non è però nella specificità di eventi esplicitamente patologici effettuati da individui considerati affetti da una qualche macropatologia mentale, come ad esempio nella clamorosità di omicidi o suicidi effettuati per imitazione di personaggi televisivi, che si estrinseca la reale patogenicità delle immagini televisive. La costante esposizione a modelli e narrazioni mediatiche può contribuire a rafforzare il falso Sé, spingendo verso l'imitazione e la conformità piuttosto che verso l'espressione autentica.
Un adulto può vivere serenamente i propri sentimenti solo se da bambino ha avuto genitori amorevoli e validanti. Ognuno di noi ha in realtà un Falso Sé, poiché, senza di esso, saremmo troppo esposti e vulnerabili. Esso infatti non deve essere considerato completamente negativo o dannoso, ma deve essere riconosciuto come una risposta semi-adattiva che ha permesso alla persona di sopravvivere. Il riconoscimento del Falso Sé può condurre a una maggiore consapevolezza e a scelte più autentiche e soddisfacenti. Attraverso esperienze relazionali autentiche, che includono l’accettazione incondizionata e il riconoscimento empatico delle emozioni e dei bisogni della persona, sarà possibile avere una maggiore consapevolezza dei propri bisogni e desideri e raggiungere un equilibrio che permetta di esprimere se stessi e allo stesso tempo non sentirsi rifiutati dall’altro.
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