I progetti seri, sorretti dall’entusiasmo e dal saper fare, riescono cioè ad accettare la sfida della durata, a riproporsi, ad avere la meglio sul tempo, sulla sua precarietà ed evanescenza, sulle decelerazioni e i dietro-front che impone spesso anche ai più temerari. È proprio la teorizzazione freudiana del postulato del principio di morte - di quell’al di là del principio di piacere (Lustprinzip) che permette di decifrare fenomeni psicopatologici e sociali altrimenti enigmatici e intellegibili. È la siepe che, impedendo a Leopardi di godere totalmente del panorama, gli si rivela sempre cara.
La Natura Bifronte della Pulsione: Eros e Thanatos
Sigmund Freud, nel suo fondamentale contributo "Psicoanalisi" e "Teoria della libido" (1922), postula l'esistenza di due tipi di pulsioni fondamentali che governano l'organismo vivente. Da un lato, vi sono le pulsioni che operano silenziosamente per condurre l'essere vivente verso la morte, denominate "pulsioni di morte" o Thanatos. Queste tendenze distruttive, rivolte verso l'esterno attraverso l'azione di organismi elementari, si manifestano come aggressività. Dall'altro lato, vi sono le pulsioni libidiche, più note come pulsioni sessuali o di vita, che possiamo compendiare sotto il nome di Eros. Queste ultime promuovono la conservazione della vita e la riproduzione, agendo in contrapposizione alle pulsioni di morte.

Massimo Recalcati, in "L'uomo senza inconscio", approfondisce il concetto freudiano, definendo la pulsione di morte come un "antilutto". Essa non viene assunta soggettivamente, ma "agita", manifestandosi in una tendenza umana a godere senza limiti, al di là del principio di piacere e della barriera biologica della difesa della vita. La clinica psicoanalitica, pertanto, non è solo una clinica del desiderio, ma anche e soprattutto una clinica della pulsione di morte.
Freud, in "Al di là del principio di piacere" (1920), partendo dalla tendenza umana a ripetere esperienze spiacevoli, ipotizza che la pulsione di morte agisca insieme alla pulsione di vita, ma con una potenza maggiore. Secondo la sua visione, la pulsione di morte non sarebbe psichicamente rappresentabile e si legherebbe alla pulsione di vita, che la modera e la contiene. Il suo scopo distruttivo si manifesta quando le due pulsioni si "sleggano", come accade nelle perversioni. Freud presenta la pulsione distruttiva in due modi apparentemente incompatibili: da un lato, come un'evenienza distruttiva o auto-distruttiva per l'Io; dall'altro, come un quieto ritorno al Nirvana.
La prima accezione, che la considera un istinto primitivo e autonomo, è stata sviluppata da Freud e successivamente ampliata da Melania Klein e dai suoi seguaci. Mentre l'aggressività può essere vista come un'emozione utile alla sopravvivenza, la distruttività si volge contro le radici stesse della vita. La differenza tra aggressività reattiva e distruttiva non risiede tanto nell'intensità dell'odio, quanto nel carattere e nella qualità dell'oggetto attaccato. Il piacere perverso, caratterizzato dall'assenza di amore e dall'indifferenza, si lega alla distruttività compiaciuta.
La nozione di un trauma primitivo e prolungato può aiutare a comprendere come un bambino, esposto prematuramente a condizioni sfavorevoli, possa sviluppare una tendenza distruttiva verso l'istinto di vita. La mancanza di risposte empatiche da parte degli adulti che si prendono cura del bambino crea condizioni che interferiscono con il suo sviluppo mentale, portando a conseguenze psicopatologiche. In questi casi, l'attacco al sé vitale e libidico può essere una difesa paradossale contro una sofferenza intollerabile. La rabbia e l'odio diretti inizialmente contro la madre vengono spostati contro il sé libidico, ritenuto responsabile della sofferenza. Questa dinamica, sviluppandosi nelle prime fasi della vita, può esplodere in seguito in presenza di situazioni traumatiche analoghe. La fascinazione verso la morte, da questo punto di vista, rappresenta una risposta inconscia e drammatica al trauma e a una sofferenza precoce e indicibile. Si formano così aree mentali cariche di impulsi auto-distruttivi, silenti nella personalità ma pronte ad esplodere nei momenti di crisi. Il pericolo di realizzare la propria morte psichica e fisica è un'evenienza possibile in condizioni di seria psicopatologia.
Tuttavia, alcuni teorici, pur riconoscendo l'importanza del concetto, contestano l'idea della pulsione di morte come pulsione originaria, ritenendo che la distruttività umana necessiti di uno sviluppo complesso, spesso favorito da una violenza ambientale complementare.
L'Imperativo Categorico Kantiano: La Legge Morale Universale
Immanuel Kant, nella sua filosofia morale, pone al centro l'imperativo categorico, un principio universale e incondizionato che guida l'azione morale. A differenza del "principio di piacere" freudiano, che si focalizza sulla ricerca del benessere e sull'evitamento del dispiacere, l'imperativo categorico kantiano prescinde da ogni inclinazione sensibile o interesse personale.

L'obiettivo di Kant è determinare le condizioni di possibilità affinché il principio regolatore di un'azione sia buono indipendentemente dall'esperienza sensibile individuale. Egli ricerca elementi essenziali, necessari e universali, validi per tutti, al fine di giungere a una morale "formale", che prescinda da ogni contenuto sensibile. La legge morale assoluta, libera da ogni condizionamento, è per Kant incondizionata, necessaria e universale.
La formula dell'imperativo categorico, secondo Kant, è: "Agisci in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere come principio di una legislazione universale." Per giungere a questa formula, Kant ha dovuto "escludere, pulsione o sentimento, tutto quello di cui il soggetto può patire nel suo interesse per un oggetto, e che Kant designa come «patologico»".
Jacques Lacan, nel suo testo "Kant con Sade", analizza questa esclusione e la sua relazione con il concetto di "bene nel male". Lacan sostiene che quando il soggetto "non si trova più di fronte nessun oggetto, incontra una legge", che si manifesta come un ordine "significante". Il vuoto di oggetti del piacere o patologici fa emergere, come suo rovescio, l'oggetto voce della coscienza e la legge significante.
Lacan associa il lato "vuoto" della legge kantiana, la sua "purezza" priva di contaminazioni personali, a una frase tautologica e priva di oggetto, come quella del re Ubu dell'opera di Alfred Jarry: "Viva la Polonia, perché se non ci fosse la Polonia, non ci sarebbero i polacchi". Questa mancanza di oggetto, che si sottrae, è ciò che, per Lacan, rende la "Critica della ragion pratica" un testo erotico, in quanto il vuoto e la mancanza dell'oggetto originano l'amore, l'eros.
L'imperativo categorico, nella sua forma universale, "l'Uno che vale per tutti", senza eccezioni o considerazione del particolare, è in realtà un'espressione del Super-io, ben diversa dalla legge positiva, che cerca di introdurre la particolarità.
L'Incontro Sovversivo tra Sade e Kant: Il Super-io e il Godimento
Lacan, nel suo testo "Kant con Sade", accosta due figure apparentemente antitetici: Kant, il teorico della legge morale, e il Marchese de Sade, teorico del libertinismo. Per Lacan, tuttavia, queste due posizioni non sono così distanti, ma rappresentano piuttosto il rovescio l'una dell'altra. Sade viene utilizzato come "rivelatore" di qualcosa in Kant che, a sua volta, rivelerà aspetti della psicoanalisi. Lacan afferma che "La filosofia nel boudoir" di Sade "completa e (..) dà la verità" della "Critica della ragion pratica".

Il testo di Sade, in particolare il pamphlet "Francesi, ancora uno sforzo, se volete essere repubblicani", propone una legge molto simile a quella kantiana, ma pone il godimento come sua regola: "Ho il diritto di godere del tuo corpo, può dirmi chiunque, e questo diritto lo eserciterò senza che alcun limite mi fermi". Tale regola assomiglia a quella kantiana in quanto è una legge universale, valida per tutti.
Lacan commenta questa affermazione con "umor nero", definendola "il transfuga nel comico della funzione stessa del «superio»". L'affermazione di Sade fa sorridere per la sua assurdità e per la sua rigidità, che è quella del Super-io. L'istanza del Super-io, secondo Lacan, a differenza di come viene solitamente intesa nella psicoanalisi contemporanea con una connotazione oscurantista, "può dare risalto alla prova kantiana della regola universale con il grain de sel (ci può mettere la sua) che le manca".
Ecco, quindi, la verità dell'imperativo categorico che Sade mette in luce: è un nome del Super-io. La massima sadiana creata da Lacan, mettendo in campo l'Altro ("i due imperativi… ci sono - imposti come all’Altro"), mostra ciò che è latente nell'imperativo morale tout court: "che è dall’Altro che il suo comando ci chiede". Questa "bipolarità" della Legge morale, tra l'io e l'Altro, è la stessa spaccatura che si realizza a partire da ogni intervento del significante.
Lacan sottolinea che la formula di Sade, che Lacan stesso modifica leggermente per rendere più evidente la presenza dell'Altro, spiega la sua scelta per questo autore. Così come nel 1973 parlerà di Joyce come sintomo, per Lacan si potrebbe dire Sade come fantasma, in quanto è l'autore che permette a Lacan di fare luce su questo concetto. Il testo di Sade, o meglio le sue rappresentazioni, sono il paradigma di ciò che per la psicoanalisi lacaniana è il fantasma.
La morale da Kant in poi, infatti, è "una pratica incondizionata della ragione". Proprio per questo, il suo solo annuncio, come atto performativo, produce un'espulsione radicale del patologico e la forma della legge che è anche la sua sola sostanza. La massima sadiana creata da Lacan, mettendo in campo l'Altro, mostra la spaccatura del soggetto, un effetto dello stesso intervento del significante. L'enunciato mortifica il soggetto, mentre l'enunciazione si perde, rimanendo a livello di una "x".
La Guerra, la Morte e il Desiderio di Pace: Un Parallelo tra Psicoanalisi e Filosofia
La teoria della pulsione di morte freudiana trova un terreno di confronto interessante nella riflessione sulla guerra e sul desiderio di pace, temi affrontati anche da Kant. La guerra, come evento storico massivo, irrompe nella storia, e il "trattato di pace" appare spesso come un mero intermezzo.

La domanda freudiana "Perché della guerra?" (Warum Krieg?) non è solo una domanda congiunturale sull'attualità del conflitto, ma un problema clinico e metapsicologico che porta alla questione del trauma e della morte. La guerra rinnova la clinica del trauma e rivela la funzione inconscia dell'aggressività, ponendo l'accento sul "reale" del collettivo.
Freud, pur dichiarandosi partigiano della pace, riconosce che la guerra è inerente all'umano, una manifestazione del reale della pulsione di distruzione. Impossibile sfuggire a questa pulsione con i suoi effetti devastanti. Il desiderio di pace, per Freud come per Kant, è un imperativo della Ragione politica. Per chi conosce la potenza della guerra, la pace si impone come imperativo categorico del "diritto politico". L'adagio "Se vuoi la pace, prepara la guerra" (si vis pacem, para bellum) è dedotto dal realismo del conflitto.
La guerra, con la sua carica distruttiva, può portare a una sorta di "drammatizzazione" dell'esistenza, un processo analogo a quello postulato da Freud nella formazione del sogno. Entrando sul teatro di guerra, il soggetto è posto di fronte a una situazione che rende attuale un fatto, drammatizzando un'idea.
La Negatività come Struttura del Soggetto: Da Kant a Freud
L'analisi delle forme di negazione in Freud e dei concetti di nulla in Kant rivela profonde connessioni e distinzioni nell'elaborazione della negatività umana. Kant, nell'Appendice all'Analitica Trascendentale della "Critica della ragion pura", delinea diverse forme di nulla:
- Ens rationis: il concetto di nulla come forma razionale, un "nulla logico" eterogeneo alla catena significante.
- Nihil privativum: un oggetto mancante, come l'ombra o il freddo, parallelo all'"Oggetto perduto" di Freud nel lutto e nella malinconia.
- Ens imaginarium: una forma-pensiero, una categoria della rappresentazione, legata all'immaginario e al fantasma.
- Nihil negativum: la forma più radicale del nulla, un "oggetto vuoto senza concetto", che si avvicina alla dimensione dell'Impossibile, come nella Verwerfung psicotica.
Freud, d'altra parte, elabora una sofisticata teoria delle negazioni, tra cui:
- Verneinung (Negazione): la funzione che permette di ritirare l'assenso a un giudizio, ma che, paradossalmente, afferma ciò che nega. È un "marchio di fabbrica" dell'inconscio.
- Verdrängung (Rimozione): il meccanismo che spinge il materiale negato in un luogo accessibile ma fuori scena, rendendo possibile l'elaborazione analitica.
- Verleugnung (Sconfessione o Misconoscimento): il rifiuto di riconoscimento di una realtà inaccettabile, che sfiora la menzogna e il trucco.
- Verwerfung (Rigetto come abolizione simbolica): la negazione assoluta che espelle il reale, portando alla sparizione dalle reti del senso e alla ricomparsa nel reale sotto forma di allucinazione.
Mentre Kant si occupa del nulla come oggetto della percezione e della ragione, Freud analizza la negazione come funzione soggettiva inconscia. La negatività freudiana, nella sua complessità, si configura come la summa formale di ciò che concepisce e teme come Todestrieb (pulsione di morte), declinandosi nei modi diversi di sfuggire al terrore, al vuoto e al limite, attraverso una traversata, consapevole o inconsapevole, delle "possibilità dell'errore".
La pulsione di morte, il suo legame con la distruttività e la sua apparente ineluttabilità, trovano così un contrappunto nell'imperativo categorico kantiano, che propone un ideale di legge morale universale e disinteressata. L'incontro tra questi due pilastri del pensiero occidentale rivela la complessa natura della psiche umana, oscillante tra la spinta verso la distruzione e l'anelito verso un ordine razionale e morale, un equilibrio precario che continua a definire la condizione umana.
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