Il Perturbante: Un Viaggio tra Paura Familiare e Incognite dell'Inconscio

La traduzione del termine tedesco "unheimlich" di Freud con "perturbante" ha rappresentato per molti una vera e propria trappola semantica. Spesso, si tende a identificare con questo aggettivo tutto ciò che, superficialmente, turba o spaventa, come nel caso di un attacco di panico, un fenomeno che alcuni studenti associano erroneamente al concetto freudiano. Similmente, assimilare l'unheimlich a una generica forma di angoscia rischia di appiattire la ricchezza e la specificità di un'esperienza che, come una lettura attenta del saggio freudiano del 1919 dovrebbe insegnarci, richiede una distinzione più accurata tra i vari fenomeni che ci turbano.

Illustrazione concettuale del termine

Alessandra Campo, nel suo intervento alla giornata "100 anni del perturbante" a Roma, ha giustamente ricondotto l'unheimlich a quella categoria di fenomeni che l'autore di questo articolo ha definito "psicosi della vita quotidiana". Questa definizione abbraccia una serie di esperienze che Lacan ha descritto nella "Risposta al commento di Jean Hyppolite sulla 'Verneinung' di Freud", quali le allucinazioni erratiche non psicotiche, i déjà-vu e i déjà-vécu, il sentimento di derealizzazione e l'acting-out. Sebbene il concetto di perturbante non fosse esplicitamente menzionato da Lacan in quel contesto, vi si inserisce perfettamente. Freud, nella "Psicopatologia della vita quotidiana", ci ha introdotto alle piccole nevrosi quotidiane - lapsus, atti mancati, amnesie - fenomeni che riguardano tutti, indipendentemente dalla presenza di una specifica nevrosi. Il perturbante, in questo senso, emerge quando qualcosa di "pazzesco" accade a chiunque di noi, pur senza essere psicotici, proprio come certe allucinazioni, i déjà-vu o il senso di irrealtà.

Per comprendere appieno la natura del perturbante, è utile considerare un'esperienza personale e profondamente toccante. Nel 1991, nello stesso giorno, a distanza di poche ore, l'autore ha perso contemporaneamente sua madre a Napoli e la sua compagna a New York. La reazione immediata fu la consapevolezza di aver perso le due donne che lo avevano amato di più. Amici americani commentarono l'evento con l'espressione "It's uncanny", l'equivalente inglese di "unheimlich". Molti autori, da Heidegger a Lacan, hanno esplorato l'unheimlich come una forma specifica di angoscia. Tuttavia, nell'esperienza descritta, non vi era angoscia nel senso stretto del termine; il dolore del lutto era troppo intenso per lasciare spazio all'angoscia. Possiamo, tuttavia, considerare il perturbante come una sorta di "embrione d'angoscia", l'alba dell'Angst.

Quando l'effetto unheimlich viene sfruttato in letteratura e nel cinema, nei generi definiti "fantastique" in Francia o "gothic" nei paesi anglofoni, esso produce un piacere specifico, distinto dalla catarsi aristotelica. Aristotele descriveva l'opera tragica come piacevole nella misura in cui purgava lo spettatore da pietà e angoscia. Il genere perturbante, invece, non fa appello alla pietà, ma genera un godimento intriso d'angoscia, legato a una profonda perplessità. Nell'esempio personale evocato, la perplessità derivava dalla realizzazione di un evento altamente improbabile: la morte quasi simultanea di due persone care. La coincidenza appariva come un messaggio, qualcosa di significante. Ci si interroga sul significato di tale strabiliante coincidenza, che sia esso un messaggio divino, un atto diabolico o una sincronicità junghiana. L'importante non è il significato attribuito, ma il fatto che un evento improbabile, proprio per la sua improbabilità, sembri significare qualcosa.

Illustrazione di una coincidenza improbabile, come due eventi simultanei

Freud, nel suo saggio, sottolinea come l'effetto unheimlich riveli un modo di pensare primitivo, magico e sovrannaturale, che credevamo di aver superato. Il termine tedesco "überwunden" (superato, sormontato) ricorre frequentemente, ma la sua traduzione italiana con termini diversi ne oscura l'unità concettuale. Le credenze magiche e sovrannaturali sono quelle che intellettualmente abbiamo superato, ma che, in un certo senso, abbiamo solo "sormontato".

Tuttavia, Freud non coglie un aspetto notato da Tzvetan Todorov, autore di un libro sulla letteratura fantastica: il perturbante come genere letterario nasce solo verso la fine del Settecento. Non si tratta quindi di un sentimento eterno, ma di un prodotto storico, emerso in un preciso momento della cultura europea. È un sottoprodotto dell'Illuminismo, di un pensiero che rigetta le "superstizioni" - il magico e il religioso - in un rimosso gnoseologico. Solo chi ha "sormontato" il sovrannaturale può sentirsi perturbato o godere di un'arte perturbante. Freud stesso osserva finemente come l'apparizione di fantasmi nel teatro e nella letteratura precedenti, come nell'Amleto, non produca un effetto perturbante, così come non lo fanno i film horror moderni con vampiri o zombie.

La percezione di un fantasma diventa perturbante solo se non si crede nei fantasmi. Nella vecchia Napoli, dove l'autore ha vissuto da ragazzo, gli anziani credevano nell'esistenza dei fantasmi e nei sogni in cui i morti inviavano messaggi. I segni di una presenza spettrale non erano affatto percepiti come perturbanti, anzi, spesso risultavano comici. Il "munaciello", termine napoletano comune per spettro, era visto come una sorta di clown giocherellone, talvolta molesto. In generale, per essere facili prede del perturbante, bisogna essere miscredenti. Benedetto Croce, pur essendo superstizioso, definì la superstizione come "Non è vero, ma ci credo".

Se il perturbante è un prodotto storico dell'evoluzione della soggettività, possiamo parlare di una storia dell'inconscio? L'inconscio, per definizione, non è ciò che non ha storia? Chi scriverà mai una storia dell'angoscia? La psicoanalisi ha affrontato questo tema senza giungere a conclusioni definitive: l'inconscio dei moderni è diverso da quello degli uomini di mille anni fa? Il soggetto perturbato è, in ultima analisi, un soggetto miscredente, e proprio per questo l'irruzione del significante nel reale lo turba.

La genialità di Freud, in questo saggio, consiste nel mettere in evidenza la sinonimia dell'unheimlich con il suo presunto contrario, heimisch e heimlich. Unheimlich è il non familiare, mentre heimisch è il più familiare, l'intimo. Freud sviluppa qui la tesi di Schelling, per il quale "l'unheimlich è tutto ciò che avrebbe dovuto rimanere segreto, e che è invece affiorato". Ma che cos'è questo intimo che emerge nel reale, anche se non dovrebbe? La risposta più ovvia per Freud è il ritorno del rimosso (Wiederkehr des Verdrängten). Tuttavia, Freud comprende che il rimosso può riemergere in modi diversi: i sintomi, i sogni, gli atti mancati sono tutti ritorni del rimosso. La specificità del ritorno perturbante risiede nel concetto di "überwunden" (sormontato). Il perturbante porta con sé l'impronta del ritorno di credenze primitive, di fedi tipiche di quella che Freud considera l'infanzia dell'umanità: le credenze nel sovrannaturale.

In realtà, il nostro mondo moderno e "turbo-industrializzato" è ancora profondamente primitivo. Molti nostri concittadini vivono ancora nel Medioevo, come dimostra il fatto che il 10% degli italiani crede che la terra sia piatta, e molti di più credono nei miracoli di Padre Pio. L'Illuminismo, quell'Illuminismo ateo e disincantato in cui Freud si iscriveva, rimane ancora appannaggio di una minoranza. Nella nostra intimità più profonda, crediamo tutti nel sovrannaturale, nel senso che il significante opera direttamente nel reale. Tutta la magia consiste nel voler incidere sul reale attraverso procedure puramente significanti.

Tuttavia, Freud non sottolinea a sufficienza, a parere dell'autore, un aspetto essenziale: il sovrannaturale che emerge nell'Unheimliche non è mai un sovrannaturale benefico, fausto o divino; è un sovrannaturale diabolico. Il famoso film di Dreyer "Ordet" (1954) si conclude con un miracolo: un pazzo e una bambina fanno risorgere una donna morta di parto. Questo evento non genera un senso perturbante, anzi, ha qualcosa di gioioso e liberatorio. È quando sentiamo l'"impronta del diavolo" che ci sentiamo perturbati.

Illustrazione di un'entità demoniaca in un contesto ambiguo

Come è noto, l'illuminista può credere in una divinità (molti illuministi erano teisti, come Voltaire), ma certamente non può credere nel diavolo. Il lettore o lo spettatore deve preferire la chiave demonologica per godere, angosciandosi, del romanzo o del film. Heine affermò che con il Cristianesimo gli dei pagani si trasformarono nei diavoli cristiani. Ma quando l'Io illuminista rimuove i demoni cristiani, emerge un diabolico più profondo e capzioso: quello che genera l'effetto perturbante, ciò che Freud nel suo saggio chiama "onnipotenza del pensiero".

Si pensi al dramma (poi divenuto film) "Rosencrantz and Guildenstern are Dead" di Tom Stoppard. In questo dramma quasi burlesco, con evidenti riferimenti alla filosofia di Wittgenstein, tutto inizia in un quadro realista. Poi i due protagonisti, personaggi minori dell'Amleto, si rendono conto che ogni volta che lanciano una monetina per decidere, esce sempre e solo testa. Questo genera in loro, e nello spettatore, un senso perturbante: anche qui, come nella coincidenza della morte delle due donne amate, si manifesta come reale qualcosa di possibile, ma altamente improbabile. L'improbabilità è l'aura stessa del significante, la qualifica razionale di quell'irrazionale impossibile che emerge. Il fatto che esca sempre testa inaugura l'ingresso del dramma nella fiction, nel mondo del teatro e della letteratura dove tutto può accadere.

Il perturbante, come intuito da Todorov, segnala un tempo di incertezza, di oscillazione: qui tra due generi, tra il dramma realista e quello fantastico. Nelle arti, il perturbante segna lo slittamento dal genere "detective story" a quello del meraviglioso. Il perturbante è un passaggio che può però rimanere sospeso per sempre, eternamente irrisolto.

"Vertigo" di Hitchcock è oggi celebrato tra i massimi capolavori della storia del cinema. Ci perturba il fatto che il protagonista incontri una donna che assomiglia come una goccia d'acqua a una donna che amava, ma che lui sa morta. Sospettiamo, in modo inammissibile, che la morta sia rediviva. Molti sottolineano un punto già evocato da Freud: la confusione tra il vivente e la macchina è perturbante. Nel "Sandmann" (L'uomo delle sabbie) di Hoffmann, Nathanael si innamora di una ragazza che si rivela essere una bambola. Oggi, film di fantascienza perturbanti ci mostrano esseri umani che si rivelano robot, macchine, replicanti.

In effetti, il vivente è reale nel senso che non è programmato, nemmeno da un artefice divino. La biologia moderna ci dice che i viventi non sono macchine nel senso di non essere frutto di un progetto. La macchina, dalla bambola al robot antropomorfo, sono invece oggetti fabbricati, appartenenti alla sfera del significante. La tecnologia è potenza sul versante del significante, non della spontaneità della vita.

Si potrebbe obiettare che una macchina scambiata per un essere umano non è un fatto sovrannaturale né diabolico, ma un prodotto della scienza. Cosa rivelerebbe allora di "sormontato" la nostra confusione tra vivente e artificiale? Credo che oggi la tecnoscienza tenda a prendere il posto del diavolo di un tempo, nella misura in cui sia il diavolo che la tecnoscienza sfruttano la potenza del significante. Il diabolico è la scienza del passato, la scienza è il diabolico di oggi. Grazie alla fantascienza, abbiamo oggi un perturbante tecnologico, dove è l'essere umano stesso a far straripare il significante nel reale.

Effetto Uncanny Valley, perché i robot ci spaventano

Lacan affermava che l'angoscia connessa al dubbio rimanda in realtà a una certezza da cui ci si difende. Questo apre a una questione immane discussa da millenni: cosa fa sì che non esista società umana, per quanto primitiva, che non abbia credenze mistiche e religiose? Perché la credenza in qualche forma di sovrannaturale sembra universalmente diffusa tra gli umani? Questo è l'assillo del razionalismo: spiegare la quasi-universalità delle credenze irrazionali.

Si è fatto notare che Freud scriveva "Das Unheimliche" mentre stava stendendo "Al di là del principio di piacere". Anche qui, una traduzione monca: "Lustprinzip" in tedesco significa sia brama che piacere, sia libido che godimento. Quale risonanza esiste tra questi due saggi scritti in parallelo? È il perturbante al di là del principio di desiderio e di godimento? Certamente non quando viene provocato ad arte, quando ci istilla il godimento della perplessità ontologica. L'"al di là del principio di desiderio e godimento" è l'"aldilà", scritto come una parola sola? Aldilà come sostantivo, non come avverbio. Insomma, al di là di "Lust" c'è l'"aldilà" inteso come altro mondo? Forse nel perturbante non intravediamo solo la persistenza di credenze superstiziose che Freud qualifica di infantili - e che sono piuttosto adulte - ma intravediamo un buco d'orrore che, lo riconosciamo, si annida al centro della nostra intimità più casareccia e più rassicurante.

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