L'autismo, una condizione complessa che sfida le definizioni e gli approcci terapeutici, rappresenta da decenni un terreno di indagine e dibattito per la psicoanalisi. Sebbene le prime teorie abbiano focalizzato l'attenzione su cause psicogene e ambientali, le conoscenze attuali, integrate dalle scoperte neuroscientifiche, hanno aperto nuove prospettive, spostando il focus verso un'interazione più complessa tra fattori biologici, cognitivi e relazionali.
Le Origini Psicoanalitiche e le Critiche
Le prime teorie psicoanalitiche sull'autismo, sviluppate in un'epoca in cui la comprensione delle neuroscienze era limitata, tendevano a individuare nell'ambiente familiare e, in particolare, nella figura materna, la causa primaria del disturbo. Teorie come quella della "mamma frigorifero" attribuivano una responsabilità quasi esclusiva ai genitori, generando un approccio terapeutico che spesso si traduceva in una colpevolizzazione dei caregiver.

Tuttavia, come sottolineato da diverse autrici, tra cui Francesca Tustin, questo approccio riduttivo non solo distorceva la comprensione dell'eziologia dell'autismo, ma indirizzava erroneamente anche gli sforzi terapeutici. Tustin, in particolare, ha evidenziato come l'autismo non sia necessariamente frutto di un rifiuto volontario del bambino, ma possa derivare da deficit di base e da una naturale propensione verso la crescita, seppur espressa in modi atipici. L'esclusione dell'oggetto, in questo senso, non è un atto di risentimento narcisistico, ma piuttosto una conseguenza di una difficoltà intrinseca a stabilire un legame gratificante.
La critica a queste teorie non si limita alla colpevolizzazione genitoriale. Molti studiosi, tra cui Antonio Di Ciaccia, hanno messo in luce come la confusione tra i livelli del simbolico, dell'immaginario e del reale abbia ulteriormente complicato il quadro, portando a interpretazioni errate del funzionamento autistico. L'idea che l'autistico sia incapace di provare emozioni o di costruire legami affettivi è stata ampiamente smentita. Al contrario, l'autistico non si sente gratificato in determinate interazioni, ma questo non implica una totale assenza di sentimenti.
L'Autismo come Differenza, Non Deficit
Un punto cruciale nella revisione delle teorie psicoanalitiche sull'autismo è il passaggio da una visione del disturbo come "malattia" a una prospettiva che lo considera una forma di neurodivergenza innata. Questo non significa negare la presenza di deficit, ma piuttosto comprendere che questi deficit sono intrinseci al soggetto e non necessariamente riconducibili a disfunzionalità relazionali esterne.

L'esclusione dell'oggetto, come già accennato, non è volontaria. L'autistico non è "paralizzato" e impossibilitato all'accesso dall'esterno per scelta, ma piuttosto vive una profonda difficoltà nell'integrazione delle esperienze sensoriali e relazionali. Essere, per l'autistico, equivale a "sentire", con una predominanza dell'esplorazione percettiva. La consapevolezza del Sé corporeo, fondamentale per l'integrazione psicosomatica, può essere compromessa, rendendo il proprio corpo una "presenza securizzante" che, tuttavia, può anche essere percepita come minacciosa.
La psicoanalisi contemporanea, pur riconoscendo la validità di alcuni concetti originari, ha significativamente revisionato le ipotesi sul ruolo dei genitori. L'approccio attuale pone maggiore rilievo alle naturali propensioni dei pazienti verso la crescita e la creatività, promuovendo uno sforzo terapeutico più fiducioso e basato sull'integrazione delle evidenze biologiche con i dati della ricerca neurobiologica ed evolutiva.
La Prospettiva Neuroscientifica e l'Intersoggettività
Le scoperte delle neuroscienze hanno rivoluzionato la comprensione dell'autismo, offrendo un quadro complementare a quello psicodinamico. La ricerca attuale indica come alla base delle forme di autismo vi sia un "difetto neurobiologico per una alterata costituzione intersoggettiva". Questo difetto compromette la capacità del soggetto di accedere al mondo intersoggettivo, non per scelta, ma per una "drammatica impossibilità".

Il concetto di "neuroni specchio", scoperti da Giacomo Rizzolatti e colleghi, ha fornito un substrato biologico per comprendere la difficoltà degli autistici nel cogliere le intenzioni altrui e nell'instaurare una "sintonizzazione intenzionale". Questa mancanza di sintonizzazione porta a un deficit nella cognizione sociale e nell'empatia. La simulazione incarnata, meccanismo fondamentale per la comprensione delle emozioni, se non si sviluppa in modo anomalo, può esporre il soggetto al rischio di sviluppare un deficit dello spettro autistico.
Le neuroscienze, in particolare, hanno messo in discussione il paradigma cognitivista della "Teoria della Mente", che vedeva l'autismo come causato dall'assenza di un modulo specifico nella mente. Al contrario, le ricerche suggeriscono che gli autistici, pur utilizzando circuiti cerebrali diversi, possono essere in grado di riconoscere ed imitare emozioni di base. La differenza risiede nella modalità di elaborazione: un'assenza di attivazione del sistema premotorio dei neuroni specchio e un'ipoattivazione dell'insula e dell'amigdala, con un'iperattivazione delle cortecce visive.
La Clinica Psicoanalitica Contemporanea: Nuovi Orizzonti
La psicoanalisi, in parallelo al suo sviluppo clinico e teorico, ha abbracciato questi nuovi dati, integrando le evidenze biologiche con la propria metodologia. I recenti contributi della psicoanalisi intersoggettiva hanno aperto nuovi orizzonti, confermando le ipotesi cliniche attraverso le scoperte neuroscientifiche.
Antonio Di Ciaccia, fondatore dell'Antenna 110 a Bruxelles, ha sviluppato un approccio terapeutico innovativo basato sull'idea che "l'inconscio è strutturato come un linguaggio". La sua esperienza clinica con bambini autistici lo ha portato a superare i metodi tradizionali, inventando un nuovo approccio che valorizza la messa in moto del desiderio attraverso la parola e l'interazione. La "pratique-à-plusieurs", un lavoro d'équipe in cui ogni operatore sa che la stratificazione dei ruoli è inoperante per il bambino, mira a suscitare un movimento desiderante, facilitando la comunicazione e la costruzione di legami.
Come fare emergere il linguaggio nell’autismo non verbale
La psicoanalisi, come tecnica per la cura della mente e degli affetti, può offrire un valido aiuto ai soggetti autistici, occupandosi dell'interfaccia tra cervello e mente e fornendo una comprensione profonda del funzionamento della mente autistica. L'obiettivo non è eliminare l'autismo, ma aiutare il soggetto a integrarsi nel mondo, a riconoscere i propri affetti, desideri e pensieri, e a sentirsi parte della comunità umana, pur nelle proprie specificità.
L'Autismo non è una "Fase" dello Sviluppo
È fondamentale sfatare il mito che l'autismo sia una "fase" dello sviluppo infantile da cui si può o si dovrebbe "uscire". Come sottolineato da Gallese, non esiste una fase autistica nei bambini, a meno che non siano già autistici. L'autismo è una condizione intrinseca, una differenza nel modo di essere nel mondo.
La difficoltà a cogliere la dimensione soggettiva del linguaggio, ad esempio, non è un deficit cognitivo nell'uso dei simboli astratti, ma una difficoltà ad accedere al versante soggettivo del parlare, che non è solo mettere insieme parole, ma manifestare qualcosa di sé. Questo è evidente nel fatto che molti autistici, specialmente bambini, guardano la bocca dell'altro anziché gli occhi, privilegiando il suono materiale della parola rispetto all'intangibile immaterialità dello sguardo, che rimanda alla soggettività.
La distinzione tra autismo e psicosi è altrettanto cruciale. Mentre gli psicotici attribuiscono un eccesso di significazione al mondo, gli autistici vivono in un mondo che appare loro "troppo povero di significante". La loro difficoltà non è nell'interpretare eccessivamente, ma nel cogliere la soggettività che si cela dietro i comportamenti. Il mondo dell'autistico è "spellato", privo di ambiguità metaforica e fessurazioni soggettive, il che può spiegare l'orrore per sensazioni forti o rumori improvvisi.
La Cura: un Percorso di Desiderio e Comprensione
Il percorso terapeutico con soggetti autistici richiede un approccio paziente, empatico e flessibile. Non si tratta di "curare" l'autismo nel senso di eliminarlo, ma di accompagnare il soggetto nella costruzione di legami, nell'espressione dei propri bisogni e desideri, e nella comprensione del mondo circostante.

Il concetto di "desiderio" è centrale in questo percorso. Come affermato da Lacan, "il desiderio dell'uomo è il desiderio dell'Altro". Per un soggetto autistico, stabilire un filo di connessione con l'Altro, pur astenendosi da richieste dirette, è il primo passo verso la costruzione di un legame. Il lavoro terapeutico si concentra sul facilitare questo processo, stimolando la capacità di fantasie e immaginazione, spesso ingiustamente sottovalutata.
La cura si articola su più fronti: con il genitore come soggetto, con il genitore come Altro del bambino, e con il bambino stesso. L'obiettivo è creare un ambiente contenitivo e nutriente, in cui il bambino possa sentirsi compreso, riconosciuto e, infine, vivo. Il setting terapeutico, con i suoi confini, ritmicità e affidabilità, offre uno spazio sicuro per esplorare le proprie emozioni e sviluppare un senso di sé più solido.
In conclusione, la psicoanalisi, integrata con le più recenti scoperte neuroscientifiche, offre una prospettiva sfaccettata e promettente per la comprensione e il trattamento dell'autismo. Lungi dall'essere una patologia incurabile o una mera disfunzione cerebrale, l'autismo viene sempre più considerato come una forma di esistenza diversa, che richiede un approccio basato sull'empatia, sulla comprensione profonda e sul rispetto della singolarità di ogni individuo. L'obiettivo è costruire un ponte tra la mente e il cervello, tra il mondo interiore del soggetto e la realtà esterna, promuovendo un percorso di crescita e integrazione.
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