La storia è costellata di rifugi, luoghi che hanno segnato epoche e figure di potere: dal bunker di Hitler a Berlino, a quello di Mussolini a Villa Torlonia, fino al rifugio sotterraneo di Stalin e alle roccaforti di Gheddafi. Oggi, l'interesse per questi spazi di potere e occultamento si estende anche al mondo della criminalità organizzata, come documentato in "Mafia Bunker", dove storici e forze dell'ordine svelano le strategie e le tecnologie impiegate per scovare i latitanti e i loro nascondigli. In questo contesto, emerge un parallelo affascinante tra la "latitanza" dei boss mafiosi e un concetto quasi analogo nel mondo della psiche: il "non luogo" del potere criminale che permette il controllo del territorio, e l'ossessione per il bunker, il rifugio sotterraneo, vero e proprio simbolo del potere occulto.

Questo interesse per i rifugi e per le dinamiche del potere nascosto trova un'eco inaspettata anche nel mondo del teatro e della televisione, dove la figura dello psicoanalista assume un ruolo sempre più prominente. L'opera teatrale "Il Visitatore" di Eric-Emmanuel Schmitt, un testo che affronta la crisi dell'uomo moderno e il rapporto tra fede e ragione, vede confrontarsi due attori di spicco, Alessandro Haber nei panni di uno Sigmund Freud in fuga dalla Vienna nazista, e Alessio Boni nel ruolo di un misterioso visitatore, forse Dio o un angelo. La pièce, ambientata nel 1938, pone interrogativi profondi sulla condizione umana, sulla perdita di umanità nell'era della tecnologia e sulla ricerca interiore. Freud, combattuto tra il suo razionalismo e l'incontro con l'ignoto, rappresenta la fragilità della scienza di fronte ai misteri dell'esistenza, un'inquietudine che riecheggia nel dibattito contemporaneo sulla spiritualità e la crisi dell'uomo contemporaneo.
SOCIETA' DANTE ATENE , L.PIRANDELLO "SEI PERSONAGGI IN CERCA D AUTORE" 2017
La crescente presenza dello psicoanalista nei media, tuttavia, solleva interrogativi sulla sua rappresentazione e sul rischio di banalizzazione. Il critico Aldo Grasso, analizzando uno spot pubblicitario che vede una paziente sul divano di un analista, lamenta come la televisione, "a furia di vedere e sentire esperti della psiche", finisca per "socializzare" con questa figura, trasformandola in un "nuovo inquilino della tv". Questo processo, secondo Grasso, porta a "diagnosi un tanto al chilo" e a "precipitose interpretazioni" da parte di figure che spesso non hanno mai ascoltato direttamente il presunto "folle". La psicoanalisi, che un tempo era un percorso riservato a pochi e non legato alla "società dello spettacolo", rischia di diventare un prodotto di consumo, dove l'analista, anziché "salvare", viene "salvato" dalla visibilità mediatica. La posizione sdraiata sul lettino, un tempo "detonatore" per toccare aree profonde della psiche, viene così ridotta a uno strumento di vendita, suggerendo convenienza e convenienza di marca, una distorsione del suo significato terapeutico originario. La serie "In Treatment", pur offrendo uno sguardo più approfondito sul rapporto terapeutico, esemplifica questa tendenza a portare il setting analitico nel palcoscenico televisivo.
La Psicoanalisi in Italia: Evoluzione e Crisi del Lettino
La psicoanalisi in Italia, con le sue radici che affondano in figure come Sigmund Freud e i suoi pionieri italiani come Edoardo Weiss, Cesare Musatti e Giovanni Carlo Zapparoli, ha attraversato profonde trasformazioni. Zapparoli, in particolare, si distinse per il suo approccio innovativo, applicando la psicoanalisi anche a disturbi psicotici, un'area precedentemente considerata inaccessibile al trattamento analitico. Il suo lavoro, focalizzato sulla comprensione dei bisogni del paziente e sull'integrazione di diverse metodologie terapeutiche (farmacoterapia, psicoterapia e assistenza), ha aperto la strada a un modello più olistico e inclusivo. La sua iniziativa di coinvolgere infermieri nelle discussioni cliniche e l'attenzione precoce all'infanzia e all'adolescenza, attraverso l'uso di test proiettivi, dimostrano una visione lungimirante della professione.

Nonostante il successo iniziale della terapia analitica in Italia negli anni Settanta e Ottanta, oggi si osserva una diminuzione del numero di persone disposte a sottoporsi al classico trattamento sul lettino. Questo fenomeno, come evidenziato da psicologi e psicoanalisti come Guido Medri e Leonardo Resele, non è dovuto a una crisi della teoria psicoanalitica in sé, ma piuttosto a un mutamento del contesto sociale e delle patologie emergenti. Le circa 350 scuole di psicoterapia esistenti in Italia offrono una vasta gamma di approcci, ma la cultura generale tende a considerare "analisi" qualsiasi terapia della parola, a discapito della specificità della psicoanalisi freudiana.
La società contemporanea, definita da Medri come "basata sul successo e sul consenso", fatica a interrogarsi su se stessa. L'inflazione commerciale di "lettini" metaforici, intesi come soluzioni rapide e superficiali, contrasta con la diminuzione delle terapie sul lettino vero e proprio. Le statistiche rivelano che oltre il 50% dei pazienti oggi non soffre di classiche sindromi nevrotiche, ma di patologie più gravi come disturbi della personalità, dell'umore e del comportamento. Per queste condizioni, il lettino può rappresentare una perdita di controllo e un aumento dell'angoscia, rendendo preferibile un approccio vis-à-vis.
Le patologie odierne, secondo Medri, includono disturbi identitari, narcisismo, scarso controllo degli impulsi, difficoltà a tollerare la frustrazione e dipendenze. La psicoanalisi, che un tempo possedeva una carica eversiva contro i modelli sessuofobici, oggi rischia di essere percepita come un freno a una sessualità più trasgressiva. Inoltre, la società del narcisismo privilegia l'azione sull'informazione, l'istantaneità sull'impegno nel tempo, elementi che contrastano con la lentezza e l'introspezione richieste dall'analisi.
Stefano Bolognini, presidente della Società Psicoanalitica Italiana (SPI), osserva come, rispetto agli anni Ottanta, quando la psicoanalisi era intrapresa per motivi culturali e quasi un vanto per alcuni professori universitari, oggi le richieste provengono spesso dopo aver tentato altre strade, inclusa quella farmacologica. I veri ricchi, inoltre, sembrano preferire beni di lusso o viaggi per lenire il malessere, piuttosto che intraprendere un percorso analitico, che comunque ha un costo paragonabile a quello di un'auto di grossa cilindrata. Bolognini sfata anche il mito che un maggior numero di sedute indichi una maggiore gravità del paziente; al contrario, chi tollera 3-4 sedute settimanali sul lettino è spesso già in grado di intraprendere un percorso di guarigione.
Un altro fattore cruciale, secondo Bolognini, è la "diminuita capacità individuale di tollerare la dipendenza" dal rapporto terapeutico, una tendenza legata al narcisismo contemporaneo e alle relazioni familiari dell'infanzia, caratterizzate da genitori poco presenti. Questo porta all'insorgenza di patologie diverse dalle classiche nevrosi, dove il problema non è più liberarsi dal senso di colpa per dare spazio alle pulsioni, ma affrontare relazioni "mordi e fuggi" e la ricerca di un "super-io" protettivo.
Antonino Ferro, psicoanalista noto per i suoi studi sul concetto di "campo" e "rêverie", sottolinea come la motivazione principale per intraprendere l'analisi sia il desiderio di "star meglio", non la sete di conoscenza. Il compito della psicoanalisi è aiutare il paziente a "fare quei sogni che non è stato capace di fare e che si sono trasformati in sintomi". Ferro ammette che l'uso del lettino non è sempre scontato all'inizio del trattamento, ma ciò non significa che non si stia facendo psicoanalisi. Egli parla di "nuotare sino al lettino", intendendo che la terapia tradizionale può essere un punto di arrivo.
Simona Argentieri, psichiatra e psicoanalista, riconosce la difficoltà di fare una buona psicoterapia, che richiede la capacità di considerare "in breve tempo, qui e ora, fattori di realtà contingenti". L'ansia dell'urgenza e dell'efficientismo contemporanea spinge verso terapie brevi, allontanando dall'analisi del profondo e portando, in alcuni casi, a "psicoterapie brevi sequenziali a vita". Argentieri denuncia anche la "collusione dei terapeuti che vanno incontro alle difese dei pazienti", trasformandosi in "badanti dell'anima" anziché affrontare le patologie gravi. La psicoanalisi, secondo lei, deve confrontarsi con queste patologie e non solo con i "dolori dell'esistenza", auspicando una collaborazione tra farmacologia e terapia della parola per le malattie più serie. La preoccupazione per il divario tra psichiatria e psicoanalisi è palpabile, con la formazione medica che potrebbe offrire un contributo significativo all'analisi.
La storia della psicoanalisi in Italia, dal fondatore Freud alla Società Italiana di Psicoanalisi fondata da Weiss e ricostituita nel dopoguerra con figure come Servadio, Musatti e Perrotti, è un percorso di evoluzione e adattamento, una continua ricerca di significato e di strumenti per comprendere la complessità della psiche umana in un mondo in perenne trasformazione.
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