La Consapevolezza Simbolica e Relazionale in Psicologia: Un Ponte tra Mondo Interno ed Esterno

Il campo delle relazioni di aiuto è vasto e complesso, inserendosi nel tessuto sociale e contribuendo attivamente alla promozione di valori democratici, alla convivenza pacifica e al benessere collettivo. Ogni individuo, nel suo desiderio di stare bene e far stare bene gli altri, partecipa a questo impegno. In questo contesto ideale, la psicoterapia e la sua pratica, con oltre un secolo di storia, trovano la loro collocazione. La psicoterapia si propone di alleviare la sofferenza, migliorare le relazioni interpersonali e innalzare il livello generale di assistenza e convivenza democratica. Il lavoro clinico, pertanto, trascende i confini dello studio terapeutico, influenzando la società e i suoi valori intrinseci.

All'interno della psicoterapia si sperimenta un'intensa relazione finalizzata a modificare i presupposti che hanno originato il bisogno di tale incontro. Questo processo richiede un impegno formativo personale considerevole, una solida relazione con chi cerca aiuto, solide teorie di riferimento e un metodo clinico appropriato. L'ambiente relazionale che si co-costruisce durante il percorso trasformativo ha come fulcro la relazione tra terapeuta e paziente. Si immagina un ambiente accogliente e sicuro, capace di stimolare azioni di autocuratela e di innescare cambiamenti trasformativi nella vita di chi si affida alla terapia. Questo incontro fa emergere significati affettivi e cognitivi, creando un terreno fertile, caratterizzato da continui intrecci emotivi, cognitivi e comportamentali, e dai processi di decostruzione e ricostruzione del senso che l'esperienza clinica comporta sia per chi chiede aiuto sia per chi lo offre. In questo senso, si può parlare di "relazione che cura".

interazione terapeutica

Evoluzione Storica e Modelli Teorici nell'Approccio Relazionale

La storia della psicoterapia è segnata da un'evoluzione significativa in termini di approccio relazionale. Dalla psicoanalisi classica, emersa nella prima metà del Novecento, si è progressivamente transitati verso la terapia familiare e altre forme di psicoterapia a trattamento breve. Questa diversificazione, pur arricchendo il panorama terapeutico, ha comportato il rischio di una frammentazione degli interventi. Riprendere oggi il tema dell'impostazione relazionale e dell'unità della psicoterapia significa riconnettersi alle origini del Centro Studi di Terapia Familiare e Relazionale, fondato da Luigi Cancrini nel 1972. La sua visione postulava una matrice ecologica e contestuale per la psicoterapia, capace di integrare processi intrapsichici e interpersonali, unendo cura e politica. La "cura" intesa come riduzione della sofferenza psichica e miglioramento della vita nella comunità sociale, attraverso un impegno politico e un'attenzione al sociale. Questo approccio ci guida verso uno scenario pluralista e multidimensionale, che accoglie le differenze e le diverse prospettive teoriche e pratiche, convergendo verso un'idea unitaria che riconosce la complessità della psicoterapia e la sua capacità di rispondere alle esigenze di benessere psicologico degli individui e della collettività.

La crisi economica, sociale e sanitaria globale, in particolare quella legata all'emergenza da coronavirus, ha esacerbato le condizioni di benessere psicologico, aumentando le richieste di aiuto. L'accesso a tali cure, tuttavia, è spesso limitato dalla carenza di spazi nei servizi pubblici e dai costi del mercato privato. Sebbene la psicoterapia sia inclusa nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) del Servizio Sanitario Nazionale, il diritto alla cura non è sempre garantito a causa delle limitate risorse dei presidi sanitari, relegando di fatto la psicoterapia a una prestazione a pagamento, spesso inaccessibile alle fasce meno abbienti della popolazione. Questa difficoltà di accesso alle cure è una questione centrale per l'unità della psicoterapia, con ripercussioni sulla pratica clinica, sulla formazione dei terapeuti e sull'organizzazione dei servizi. È fondamentale formare psicoterapeuti in grado di affrontare efficacemente il disagio psichico e relazionale, migliorando le prestazioni e contenendo i costi, parallelamente all'impegno per incrementare l'offerta di psicoterapia nei servizi pubblici o convenzionati.

Dall'Intrapsichico all'Interpersonale: Un Percorso di Integrazione

Nel ripercorrere la storia della psicoterapia, è doveroso riconoscere a Freud la scoperta del dinamismo psichico e dell'impostazione pulsionale, che hanno posto le basi per la teoria e la pratica psicoanalitica, aprendo la strada all'impostazione relazionale. Nel corso del XX secolo, molti di questi concetti sono stati oggetto di revisione e trasformazione. Il terapeuta si è evoluto da figura neutrale e arbitro della realtà a guida e compagno di viaggio del paziente. Il dibattito sui processi intrapsichici, sulla teoria delle relazioni oggettuali e sulla psicologia del Sé si è esteso dalla psicoanalisi ad altre forme di psicoterapia, influenzando in particolare l'approccio sistemico-relazionale.

Harry Stack Sullivan ha apportato un contributo fondamentale all'approccio relazionale, suggerendo di considerare la psicopatologia come emergente dal campo delle relazioni interpersonali e di connettere l'individuo al suo contesto relazionale. Sullivan ha posto le relazioni con gli altri al centro della teoria e del discorso motivazionale, interpretando gli impulsi sessuali e aggressivi come processi volti alla ricerca e al mantenimento delle relazioni stesse. Numerosi autori hanno contribuito a questa rinnovata prospettiva relazionale, supportati dalle ricerche nel campo delle neuroscienze, che evidenziano il legame costante tra esperienze di vita e processi mentali. Tra questi, spiccano i contributi di Edelman sul funzionamento della mente, Damasio sulle funzioni emotive e il loro intreccio con la razionalità, LeDoux sui processi emotivi e la loro funzione adattiva, Kandel sul funzionamento della memoria, e la scoperta dei neuroni specchio, che ci aiuta a comprendere come afferrriamo il significato delle azioni altrui.

neuroni specchio

I contributi che hanno segnato una svolta relazionale in psicoterapia includono: gli studi di Melanie Klein sulla prima infanzia, la ricerca di Margaret Mahler sulla nascita psicologica del bambino, la teoria dell'attaccamento di John Bowlby, l'opera di Donald W. Winnicott sull'origine della soggettività e sull'ambiente relazionale madre-bambino, le osservazioni di Daniel N. Stern sull'emergere del Sé come processo di autoriflessione in un campo relazionale, lo studio di Heinz Kohut sul narcisismo e lo sviluppo del Sé, l'integrazione tra mondo interno e realtà esterna di Otto F. Kernberg, la ricerca di Lorna S. Benjamin sull'origine dei disturbi di personalità, e il lavoro di Luigi Cancrini sull'oceano borderline e la cura dell'infanzia infelice.

La terapia familiare, nata negli anni Cinquanta, ha rappresentato un ulteriore passo verso un'impostazione decisamente relazionale. Il manuale sulla comunicazione interpersonale di Paul Watzlawick, Janet Helmick Beaven e Don D. Jackson, basato sui lavori del Mental Research Institute di Palo Alto, è diventato un punto di riferimento per lo studio della pragmatica della comunicazione e uno dei testi fondamentali della formazione sistemica. Questo approccio considera il comportamento patologico come una relazione patologica tra individui, derivante da interazioni comunicative inadeguate. Il sintomo viene letto nel contesto relazionale in cui si manifesta. Mara Selvini Palazzoli ha ripreso questa svolta, segnando il passaggio dal paradigma psicodinamico a quello sistemico con la sua opera sull'anoressia mentale, ponendo l'accento sul "qui e ora" delle relazioni e sul sintomo come manifestazione dell'adattamento a un sistema familiare disfunzionale. La famiglia viene intesa come un tutt'uno, un organismo olistico le cui dinamiche comunicative, regole e miti acquisiscono primaria importanza, a scapito dell'attenzione esclusiva sull'individuo.

Nella sua fase iniziale, la terapia familiare ha promosso un'ortodossia alternativa alla psicoanalisi, con una forte enfasi sulla dimensione interpersonale e una relativa trascuratezza della dimensione intrapsichica. L'approccio pragmatico, focalizzato sul "qui e ora" delle relazioni esperite nel sistema interpersonale, ha prevalso. Successivamente, a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta, si è assistito a un recupero della dimensione individuale, integrando la componente soggettiva all'interno di una lettura sistemica e del paradigma della complessità, unendo passato e presente, intrapsichico e interpersonale.

Diversi autori hanno contribuito a mantenere vivo questo dibattito nel movimento sistemico-relazionale: Murray Bowen, con l'attenzione ai processi di differenziazione individuale all'interno di una storia familiare trigenerazionale; Ivan Boszormenyi-Nagy, che considera l'individuo inscindibile dalla rete di interazioni familiari e dai vincoli di lealtà; Jay Haley, che, riprendendo il lavoro di Milton Erickson, propone di considerare l'insieme dei rapporti in cui la persona vive come unità di trattamento per favorire il cambiamento; Salvador Minuchin, focalizzato sulla rete di rapporti familiari per superare la cristallizzazione dei ruoli e costruire una mappa relazionale in continua evoluzione; Mara Selvini Palazzoli, che rivaluta la dimensione individuale nella trama delle relazioni familiari in chiave trigenerazionale; Luigi Cancrini, che integra processi intrapsichici e pragmatica relazionale, prestando attenzione alle interazioni umane, alla loro origine e alle reazioni controtransferali; Philippé Caillé, che guida alla cura dello spazio d'incontro tra terapeuta e paziente attraverso metodi analogici; e Luigi Onnis, che sottolinea l'integrazione della dimensione intrapsichica nello scenario delle relazioni familiari.

albero genealogico

Verso un'Impostazione Unitaria: L'Equilibrio tra Mondo Interno ed Esperienze Interpersonali

Il dibattito in corso verte sulla ricerca di un equilibrio tra il mondo interiore, formato nel passato e consolidato nel tempo, e le esperienze interpersonali vissute nel "qui e ora". Questo equilibrio è fondamentale per una comprensione completa dell'individuo e del suo funzionamento.

La Consapevolezza di Sé: Fondamento del Benessere Psicologico

La consapevolezza di sé è una competenza trasversale, definita anche "soft skill" o esistenziale, che si radica nella profonda conoscenza di sé stessi. John D. Mayer, noto per i suoi studi sull'intelligenza emotiva, ha delineato tre livelli di consapevolezza di sé:

  1. Sopraffatto: In questo stato, l'individuo è parzialmente inconsapevole delle proprie emozioni, le quali influenzano il suo comportamento senza che egli ne comprenda appieno la genesi.
  2. Rassegnato: Qui, l'individuo è consapevole delle proprie emozioni, ma manca l'interesse o la volontà di gestirle in modo più efficace.
  3. Consapevole: La consapevolezza implica la capacità di identificare in modo chiaro e onesto ciò che accade dentro di sé.

La consapevolezza di sé è stata un tema centrale negli studi di figure di spicco come Sigmund Freud, con la sua analisi dell'inconscio, e Carl Jung, con la sua teoria dell'individuazione. Aaron T. Beck ha ulteriormente esplorato questo concetto nel contesto della terapia cognitivo-comportamentale.

Coscienza e consapevolezza sono concetti strettamente correlati ma distinti. La consapevolezza nasce dall'osservazione di sé, scevra di giudizio, e implica il riconoscimento dei pensieri automatici, delle credenze e degli schemi mentali che guidano il nostro comportamento.

Diversi fattori contribuiscono allo sviluppo della consapevolezza:

  • Sviluppo cognitivo: In particolare durante l'infanzia e l'adolescenza, questo processo gioca un ruolo cruciale.
  • Esperienze di vita: Eventi significativi, sfide, successi, fallimenti, lutti e traumi modellano la nostra consapevolezza e la nostra identità.
  • Introspezione e autoriflessione: L'esame critico e onesto dei propri pensieri, emozioni e comportamenti è un processo fondamentale.

Quando si Manifesta la Consapevolezza?

La consapevolezza si manifesta nell'atto di vivere il "qui e ora". Una profonda comprensione di sé fornisce strumenti essenziali per prevedere le proprie reazioni alle circostanze, preparandoci ad affrontare gli imprevisti della vita e a calibrare le nostre azioni in funzione del raggiungimento dei nostri obiettivi.

Esempi concreti di consapevolezza includono:

  • Riconoscere le proprie emozioni: Essere consapevoli dei propri sentimenti in una relazione.
  • Identificare le proprie competenze: Sapere quali attività lavorative generano soddisfazione.
  • Ascolto attivo: Essere consapevoli della propria capacità di ascoltare gli altri senza giudizio.
  • Definire i propri bisogni: Conoscere profondamente le proprie esigenze all'interno di una relazione.

Lo sviluppo della consapevolezza richiede pratica e impegno costante. Percorsi come la mindfulness, la meditazione e l'attenzione consapevole al momento presente sono fondamentali. La pratica regolare dell'autoriflessione, l'analisi dei propri pensieri e comportamenti, e la ricerca di schemi ricorrenti sono altrettanto importanti. L'apertura all'apprendimento continuo, attraverso la lettura, la partecipazione a corsi e la consultazione di risorse sulla psicologia e sullo sviluppo personale, arricchisce ulteriormente la consapevolezza. Lavorare sull'empatia, cercando di comprendere i sentimenti e i punti di vista altrui, aumenta la consapevolezza dell'impatto delle proprie azioni sugli altri e delle proprie reazioni alle diverse situazioni.

Mindfulness e la vera identità: una guida per il risveglio spirituale

La Consapevolezza nella Psicoterapia Esistenziale

La psicoterapia esistenziale, fondata su principi filosofici e psicologici, pone la consapevolezza al centro del percorso di guarigione, considerandola non solo un elemento ausiliario ma un fondamento cruciale per il cambiamento e il benessere psicologico. Nata dalle opere di filosofi come Jean-Paul Sartre e Søren Kierkegaard, questo approccio si concentra sul senso della vita, la libertà individuale e la responsabilità personale, sottolineando come ognuno sia artefice delle proprie scelte.

Nella psicoterapia esistenziale, la consapevolezza inizia con l'auto-osservazione: i pazienti imparano a esaminare interiormente emozioni, paure e desideri senza giudizio, prendendo coscienza delle dinamiche interne che influenzano le loro scelte di vita. Questo approccio promuove l'accettazione della propria esistenza nella sua totalità, incluse le sfide e le difficoltà, permettendo un viaggio di scoperta interiore.

La consapevolezza si estende alle relazioni interpersonali, aiutando i pazienti a comprendere i propri schemi relazionali, le dinamiche interattive e le influenze reciproche, contribuendo a un maggiore significato e qualità della vita. Per coloro che soffrono di ansia e stress, la consapevolezza diventa uno strumento prezioso: gli individui imparano a osservare le risposte ansiose senza esserne sopraffatti. La mindfulness, l'essere presenti nel momento senza giudizio, è fondamentale per comprendere appieno il proprio vissuto.

Nella psicoterapia esistenziale, la consapevolezza è sia uno strumento di comprensione che di trasformazione. Attraverso di essa, i pazienti possono esplorare nuove prospettive, sviluppare nuove strategie di coping e intraprendere un percorso verso una vita più autentica e significativa. La psicoterapia esistenziale, con il suo focus sulla consapevolezza, offre un percorso unico per affrontare le sfide della vita, illuminando le vie nascoste dell'esistenza e aprendo la porta alla trasformazione personale e alla scoperta di un significato più profondo.

Il Ruolo del Feedback e della Finestra di Johari

Nell'ambito dello sviluppo personale e professionale, la cultura dello "Speak Up" incoraggia le persone a esprimere i propri pensieri senza timore, con il feedback che si configura come uno strumento efficace. Un feedback ben formulato rappresenta un dono prezioso, poiché permette di scoprire aspetti di sé precedentemente ignoti, appartenenti alla cosiddetta "zona cieca". La Finestra di Johari definisce questa zona come ciò che è noto agli altri ma non alla persona stessa. L'acquisizione di informazioni in quest'area avviene esclusivamente tramite feedback diretti, aumentando la consapevolezza di come si è percepiti e dell'impatto del proprio comportamento sulle relazioni e sull'ambiente circostante.

Finestra di Johari

Attraverso il feedback e l'auto-osservazione costante, è possibile accrescere la consapevolezza delle proprie competenze. Se le "hard skill" (competenze tecniche, misurabili e acquisite tramite apprendimento formale o esperienza pratica) sono relativamente facili da valutare, la valutazione delle "soft skill" (abilità personali, sociali e comportamentali che influenzano l'interazione efficace con gli altri e l'adattamento all'ambiente lavorativo) risulta più complessa. Un feedback oggettivo sulle proprie capacità di gestione dei conflitti, ad esempio, offre una prospettiva esterna preziosa, dato che la valutazione autonoma potrebbe essere inefficace. Assessment coinvolgenti come i role-play, piuttosto che test strutturati con domande chiuse, si rivelano più vantaggiosi per valutare le soft skill in modo obiettivo.

Consapevolezza Emotiva e Relazionale: L'Essenza dell'Interazione Umana

La consapevolezza emotiva si riferisce alla capacità di riconoscere, comprendere e gestire le proprie emozioni e quelle altrui. L'ascolto empatico è alla base di una corretta comprensione emotiva. Un leader efficace sa ascoltare il proprio team, accogliendo le emozioni espresse. Questo non implica necessariamente la risoluzione di tutti i problemi, ma dimostra comprensione, empatia e supporto.

La consapevolezza relazionale riguarda la capacità di essere consapevoli delle dinamiche interpersonali, delle relazioni e dell'impatto dei propri comportamenti sugli altri. È essenziale per costruire relazioni solide e collaborative. Un buon leader riconosce l'importanza di ogni membro del team e sa che il successo si raggiunge lavorando insieme. Un leader consapevole delle relazioni è attento all'impatto delle proprie azioni sugli altri, agendo da modello positivo e coerente con i valori del team, creando così un ambiente di lavoro armonioso e stimolante. La creazione di network tra leader, ad esempio, può accelerare i percorsi di sviluppo manageriale attraverso lo scambio di esperienze.

Secondo l'Autrice, la comunicazione delle emozioni avviene in modo preferenziale tramite la vocalizzazione e le espressioni facciali, componenti intrinseche dello schema emotivo. Darwin sosteneva l'universalità e la rintracciabilità filogenetica dell'espressione delle emozioni attraverso il volto umano. Da un punto di vista evoluzionistico, le emozioni mediano il comportamento in circostanze contingenti, fornendo una risposta flessibile dell'organismo all'ambiente. Questa risposta immediata, basata su un'elaborazione intuitiva e implicita, rientra nel dominio del "subsimbolico". La capacità di evocare eventi in loro assenza, sotto forma di immagini o parole, appartiene invece al dominio del "simbolico".

La Bucci ipotizza che gli esseri umani tentino di trasporre sul piano verbale schemi emotivi non pienamente evoluti in forma simbolica. La simbolizzazione dell'esperienza emotiva è considerata prerogativa dell'artista e del poeta, i quali, attraverso metafore, utilizzano oggetti e simboli concreti per attivare esperienze condivise in altri.

Il processo di simbolizzazione dell'emozione si articola in diverse fasi:

  1. Attivazione dell'emozione: L'emozione e le sue componenti si attivano, internamente o esternamente alla consapevolezza.
  2. Processo referenziale: La funzione di questo processo è collegare i sistemi subsimbolici tra loro, connetterli ai sistemi simbolici e legare tra loro le rappresentazioni interne dell'individuo. Un'ulteriore funzione è connettere l'esperienza interna all'espressione degli altri. I primi simboli esterni che il bambino collega al proprio stato interno sono le reazioni facciali e comportamentali materne, che agiscono come metafore non verbali e analogiche. Si tratta di simboli prototipici non verbali per le emozioni, che verranno raggruppati in classi funzionalmente equivalenti di esperienza subsimbolica, contribuendo allo sviluppo di auto-rappresentazioni del bambino.
  3. Teorizzazioni simili: Emde, Klingman, Reich, Wade, Campos e Stenberg, con la nozione di "riferimento sociale", evidenziano l'uso che il bambino fa dei segnali affettivi materni come indicatori esterni dei propri stati interni. Il concetto di "sintonizzazione degli affetti" di Stern descrive la prima forma di interazione attraverso cui il caregiver fornisce rappresentazioni simboliche esterne per l'esperienza interna del bambino. Questa sintonizzazione, che inizia intorno ai 9 mesi di vita, si manifesta come una rimodellazione o riproposizione di uno stato soggettivo. La Bucci considera la sintonizzazione affettiva di Stern come l'equivalente del primo stadio del processo referenziale (attivazione subsimbolica). Il caregiver funge da estensione e rappresentazione dello stato emotivo del bambino, da simbolo non verbale transmodale e trans-soggettivo.
  4. Espressione verbale dell'emozione: L'incontro delle vie del linguaggio e dell'emozione richiede un contesto interpersonale adeguato, la cui presenza varia significativamente nelle fasi precoci della vita del bambino. Le nuove categorie e dimensioni elaborate dal sistema subsimbolico emergono nell'illuminazione, manifestando la connessione creata.

Il processo di scoperta è ciclico e ricorsivo. Seguendo i resoconti di Poincaré, si osserva come le nuove connessioni, create in un ciclo precedente di scoperta, aprano una serie di interrogativi verso cui lo scienziato si dirige con sforzo consapevole.

Modelli Teorici e Clinici: La Complessità della Pratica Psicoterapeutica

Nell'organizzazione di questo lavoro, è emersa la necessità di riflettere su cosa significhi fare riferimento a un modello (o a più modelli) nella pratica psicoterapeutica, in particolare nell'approccio sistemico-relazionale. L'inclusione dell'osservatore nel processo di co-costruzione dell'oggetto di lavoro segna il passaggio da un'epistemologia della rappresentazione a un'epistemologia della costruzione, un concetto fondamentale nella "seconda cibernetica". La "terza cibernetica" introduce il concetto di responsabilità, con particolare attenzione alla responsabilità etica del terapeuta nelle proprie scelte d'azione. Se le conoscenze teoriche e pratiche nutrono il sapere e il saper fare del terapeuta, è il "saper essere", fondato sull'esperienza, sulla storia personale e sui valori, a costituire il nucleo della sua professionalità.

La prospettiva post-moderna (Boscolo e Bertrando, 1996) sposta l'attenzione dalla famiglia al terapeuta, modificando l'epistemologia dell'agire terapeutico. Come osservano Boscolo e Bertrando (2002), l'interesse si focalizza sulla domanda "che senso possa avere per me usare quella tecnica?". Se per Whitaker (1990) il concetto guida è l'essere terapeuti in antitesi al fare terapia, la sfida per gli allievi è trovare un modo personale di accostarsi ai modelli, una sintesi emergenziale delle proprie caratteristiche, storia, esperienze, contesti e conoscenze, rielaborando il contributo dei pionieri e dei maestri.

Un modello fondato sull'"interpenetrazione" tra livelli sistemici, come descritto da Luhmann (1990), implica che ciascun livello retroagisca sull'altro, introducendo "sufficiente disordine" e "complessità interna precostituita", contribuendo al contempo a formarne i confini. Questo isomorfismo si ritrova nel tentativo di rintracciare una prospettiva storica nella terapia familiare. La pluralità di modelli, contraddizioni e disordini che ne derivano rendono impossibile una semplificazione.

I tentativi di classificazione nella terapia familiare hanno adottato criteri diversi, spesso raggruppando i pionieri in base a:

  1. Posizione supra-individuale: Chi sceglie la famiglia come unità di analisi, mutuando categorie dalla teoria della comunicazione e dalla cibernetica. Il terapeuta è visto come un agente esterno volto a modificare le interazioni rigide.
  2. Indirizzo ecologico: Che, a partire dalla psichiatria sociale degli anni Sessanta, considera il contesto dell'intervento.

Bertrando (2005) sottolinea l'irriducibilità dei modelli a classificazioni generali, poiché ogni dettaglio può essere inquadrato in differenti cornici concettuali. Piuttosto che riprodurre classificazioni, si preferisce la definizione di Cigoli (2002) che considera i pionieri "maestri dell'incontro con l'altro", lasciando "tracce" che richiedono di essere colte, interpretate e vivificate attraverso il cammino e il rischio personale.

Lo stile terapeutico di Whitaker, caratterizzato dalla distinzione tra "essere terapeuti" e "fare terapia", gli ha consentito di agire come "distruttore delle forme cristallizzate" (Minuchin, cit. in Hoffman, 1981), forme che derivano da eredità o miti familiari che costringono le generazioni successive a ripetere schemi immutabili. Whitaker credeva fermamente nella necessità di ristrutturare rigidità e ristrettezza di vedute, utilizzando interventi "bizzarri" ma potentissimi, fondati sul rispetto per le persone e sulla responsabilizzazione. Le "ombre di contesto" (Whitaker, 1995) devono essere portate alla luce come opportunità per terapeuta e famiglia di scoprire nuove parti di sé e la capacità di stare nella difficoltà, nel dolore e nell'impotenza relazionale. Come descrive Andolfi (2007), questo approccio permetteva un contatto profondo con parti di sé, lontano dall'immagine del terapeuta come "colui che sa".

Di Bowen, rimangono impressi i concetti di differenziazione (progressiva autonomia individuale), Posizione Io (assunzione di responsabilità della propria vita) e taglio emotivo (diniego dell'intensità dell'attaccamento emotivo irrisolto ai propri genitori). Il suo "viaggio di ritorno a casa", sia metaforico che reale, enfatizza l'importanza del trigenerazionale e l'uso del genogramma.

Il lavoro di Minuchin con i giovani devianti negli "slums" ha colpito profondamente chi ha lavorato in contesti di psicologia giuridica, ritrovando nelle sue descrizioni di famiglie disorganizzate, sistemi e sottosistemi con ruoli confusi, assenza di confini e predominio degli agiti sul linguaggio, una risonanza con le realtà osservate.

Di Mara Selvini Palazzoli, oltre ai suoi scritti e al suo impegno nella ricerca, rimane impresso il ritratto personale e familiare tracciato dal figlio Matteo, che narra una storia di resilienza all'interno di una famiglia poco capace di prendersi cura di lei.

genogramma familiare

Diagnosi e Trattamento: Un Paradigma in Evoluzione

Il tema delle tecniche terapeutiche è spesso sviluppato a partire dall'idea di una diagnosi precisa che fondi il trattamento. Tuttavia, cosa intendiamo per diagnosi e trattamento è intrinsecamente legato alle premesse epistemologiche, alla natura dei problemi, agli obiettivi dell'intervento e al concetto di cambiamento in psicoterapia. Cambiando queste premesse, mutano il modo di concepire la diagnosi, di applicarla e di attuare l'intervento.

La diagnosi psichiatrica classica si presenta come una procedura oggettiva che presuppone un osservatore esterno, distaccato e neutrale, operando una classificazione e assegnando un nome ai sintomi. Pur mirando a un linguaggio comune, questo approccio presenta limiti: la patologia è localizzata nella persona, e oggetto della diagnosi è il singolo individuo. La psicopatologia è intesa come deviazione da una normalità socialmente condivisa, presupponendo una relazione di "potere sociale" tra chi detiene tale normalità e chi ne devia. Ciò comporta una sostanziale passivizzazione del paziente, che diventa oggetto di classificazione, con il rischio di una prognosi implicita nel processo stesso.

Recenti tentativi di adattare la diagnosi psichiatrica classica alla psicologia clinica sembrano rimanere ancorati a un riduzionismo meccanicista, incapaci di superare la logica normalità/patologia fondante l'intervento medico. Si sostiene che diagnosi e trattamento siano intimamente connessi, pianificando l'intervento solo dopo aver compreso le caratteristiche del disturbo. La diagnosi del funzionamento, rispondendo alla domanda "in quali circostanze i pattern cognitivi, affettivi, motivazionali, comportamentali del paziente e le loro interazioni si attivano in modo tale da produrre stress?", pur considerando numerosi fattori, sembra ancorarsi a una logica causale lineare che ne riduce la complessità.

La diagnosi strutturale di Kernberg, ad esempio, mira a elaborare un profilo delle organizzazioni di personalità per facilitare la diagnosi differenziale e fornire indicazioni terapeutiche "affidabili". Tuttavia, si potrebbe obiettare che tale affidabilità, basata su una buona conoscenza teorica e tecnica, rischia di portare il terapeuta a incontrare un'"organizzazione nevrotica" o una "personalità psicotica" piuttosto che il singolo individuo.

Anche parlando di diagnosi relazionale, è necessario chiarire il significato. Si possono utilizzare premesse epistemologiche analoghe a quelle della diagnosi psichiatrica classica, impiegando termini della gnoseologia sistemica come "sistemi", "sottosistemi", "famiglie invischiate/disimpegnate", mantenendo una rigida distinzione tra normalità e patologia (famiglie funzionali/disfunzionali). Il modello strategico di Palo Alto, ad esempio, proponeva una distinzione tra problema e soluzione, rispetto alla quale si può pensare a Whitaker quando affermava che non c'è soluzione da trovare, ma semplicemente la necessità di cambiare prospettiva.

La psicoterapia, nella sua evoluzione, si muove verso una comprensione sempre più integrata dell'individuo, riconoscendo l'importanza della relazione, della consapevolezza e della complessità del sistema umano. La co-costruzione del significato e l'assunzione di responsabilità da parte del terapeuta segnano un passaggio fondamentale verso una pratica clinica più etica e consapevole.

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