L'apprendimento è un processo complesso e multiforme che va ben oltre la mera acquisizione di nozioni e competenze. Esso si nutre e si sviluppa in un terreno fertile, dove le esperienze cognitive si intrecciano indissolubilmente con le dimensioni emotive e affettive. Comprendere questa interdipendenza è fondamentale per promuovere un apprendimento efficace e per supportare al meglio lo sviluppo individuale, in particolare in contesti delicati come quello dell'infanzia e dell'adozione.
Le Fondamenta Affettive dell'Apprendimento
La modalità attraverso cui noi approcciamo il mondo viene costruita nei primi anni di vita, nelle prime relazioni che abbiamo con le persone che si prendono cura di noi. Queste interazioni primarie gettano le basi per la nostra capacità di apprendere e di relazionarci con la realtà circostante. Un bambino ha bisogno di figure che svolgano funzioni essenziali per il suo sviluppo: una figura che svolga la funzione materna, legata alla sicurezza in sé stessi e nel mondo, e una che rappresenti la funzione paterna, legata all’interiorizzazione del dovere e al confronto con la realtà. È importante sottolineare che queste due funzioni non sono più necessariamente svolte una dalla madre e una dal padre, anche se per lo più continua ancora oggi ad essere così.
Ruolo Materno e Ruolo Paterno: Due Pilastri dello Sviluppo
La madre, o la figura che ne svolge la funzione, trasmette quello che viene definito il codice materno, caratterizzato dall’accoglienza e dal contenimento. Il bambino, accanto a questa figura, si sente protetto e acquisisce sicurezza e fiducia in sé. La madre è come l’ancora a cui aggrapparsi quando le acque diventano tumultuose, il petto cui rifugiarsi quando si sente il bisogno di un appoggio. La funzione materna infatti è connessa al contenimento uterino, alla sensazione di protezione e di riparo che questo ci dà, alla certezza che niente di male possa accadere.
Il codice paterno, invece, è quello che aiuta a uscire dall’utero e ad affrontare il mondo. Non è casuale il fatto che sia il padre a dare il proprio cognome al figlio: è lui infatti colui che costruisce l’identità del figlio di fronte al mondo, che lo conduce alla vita, che lo presenta alla società. Il padre è colui che aiuta il bambino ad affrontare le fatiche, ad andare avanti nonostante le difficoltà e gli imprevisti, a confrontarsi con se stesso, con le sue risorse e a superare i suoi limiti, infine a osare, a prendere iniziative anche in situazioni nuove e poco chiare, ad aprirsi al mondo e a gestire il conflitto in modo equilibrato.
La mancanza della figura paterna, o per lo meno di una persona che ne svolga adeguatamente la funzione, potrebbe portare a difficoltà nell’acquisizione della capacità di mettersi alla prova e sostenere le frustrazioni e la fatica che la vita inevitabilmente comporta. Entrambe le funzioni sono importanti e la mancanza di una delle due può provocare fragilità e carenze anche dal punto di vista comportamentale. Padre e madre, insieme, forniscono la sicurezza che il mondo è qualcosa di gestibile, che si possiedono le risorse per camminare lungo il sentiero della vita con serenità e coraggio. Quando qualcosa si interrompe in questo percorso, può nascere una difficoltà, un impedimento, un problema.

Il Bambino e l'Immagine di Sé: Costruire un Modello Interno
La modalità attraverso le quali vengono vissute le relazioni durante l’infanzia e le caratteristiche che queste relazioni hanno, diventano strutturanti per la personalità del bambino. Le sue esperienze infantili, infatti, si organizzeranno in modelli operativi interni, cioè rappresentazioni del mondo, scenari immaginari che ci facciamo sulla vita e sulle relazioni con gli altri. Queste immagini mentali si struttureranno in modi di pensare alla realtà, di reagire alle esperienze che verranno fatte lungo la vita e che caratterizzeranno la personalità futura del ragazzo o della ragazza. È il modo in cui noi pensiamo al mondo e alla realtà, che condiziona il nostro comportamento. Se io imparo che posso fidarmi del mondo perché sono amato, vado incontro alla vita con fiducia, mi sentirò disponibile nei confronti degli altri, sarò fiduciosa perché so che tutto sommato la vita è bella e io ho le risorse per affrontarla, avrò voglia di conoscere e di esplorare il mondo e di affrontare le novità. L’esplorazione, infatti, è strettamente collegata al desiderio di conoscere e alla capacità di acquisire nuovi apprendimenti.
Noi diventiamo quello che siamo grazie alle esperienze che abbiamo fatto. Non solo il fatto di essere o no amati, ma il modo in cui veniamo amati o accuditi ci condiziona e condiziona il modo in cui ci avviciniamo agli altri e alla realtà che ci circonda. Se io imparo che la realtà è un potenziale pericolo da cui devo proteggermi, con che spirito imparerò la lezione o le cose nuove che l’insegnante cercherà di insegnarmi? Che tipo di approccio avrò nei confronti della vita?
L'Impatto delle Esperienze Passate sull'Apprendimento
Le esperienze infantili, soprattutto quelle vissute in contesti di deprivazione o trauma, possono minare profondamente la capacità di apprendimento. Il bambino adottato, ad esempio, è portatore, sempre e in ogni caso, di sofferenze legate alla separazione dalla figura materna e a esperienze di vita pregresse, a qualunque età sia avvenuta la perdita delle figure genitoriali e a qualunque età sia avvenuta l’adozione. Viene minata la capacità di fidarsi dell’altro, la stabilità emotiva, la capacità di tollerare la frustrazione e la separazione e la capacità di stabilire relazioni di attaccamento funzionali e sicure. Arriva nella famiglia in una situazione di immaturità psicoaffettiva che costituisce un impedimento per un ottimale inserimento scolastico, se esso avviene prematuramente e in maniera inadeguata alle sue necessità profonde.
Quando arriva nella famiglia adottiva, dunque, il bambino ha dentro di sé tante domande irrisolte, uno stato di smarrimento e confusione che gli impedisce di apprendere nuovi contenuti: la sua testa è piena di domande, di pensieri, più spesso inconsapevoli, che gli impediscono di essere disponibile a nuovi apprendimenti. Non abbiamo fatto tutti noi esperienza di quanto sia difficile apprendere qualcosa quando siamo confusi, smarriti, addolorati?
Il bambino adottato, come qualunque bambino traumatizzato, ha bisogno di costruire un pensiero sulla sua storia e sulle sue esperienze di vita, dando un senso a ciò che gli è accaduto. È probabile, infatti, che non abbia avuto accanto delle figure che lo abbiano assistito amorevolmente quando era ammalato, cantato le canzoncine, coccolato quando era triste, dato sicurezza e stabilità. È probabile che non sia stato aiutato ad andare avanti, a superare le difficoltà e, altro aspetto importante, a gestire il conflitto. Allora può accadere che l’unico modo per affrontare il conflitto con l’autorità diventi quello di agirlo con aggressività, con forme di ribellione, oppure di chiudersi con paura e suscettibilità. Entrambi gli atteggiamenti sono inadeguati, evidentemente, ma per un bambino adottato spesso sono gli unici che ha imparato. Occorre pazienza, fermezza e rispetto per insegnargli una modalità differente di comportamento, e naturalmente, tempo. Come sempre, nelle questioni educative, ci vuole tempo.
La Priorità: Costruire Legami Familiari Solidi
È per questo che gli operatori consigliano di posticipare l’ingresso a scuola del bambino adottato anche di diversi mesi: il bambino ha bisogno di ricostruire dentro di sé l’immagine materna e paterna, come di persone su cui lui possa avere fiducia, ha bisogno di formarsi un concetto di stabilità familiare, prima di affrontare l’aula scolastica. È importante però sottolineare alcuni punti, che se non vengono affrontati nei modi corretti, possono provocare conseguenze spiacevoli nello sviluppo e nelle capacità di affrontare gli apprendimenti e le regole scolastiche.
Nel percorso della vita niente viene perduto di ciò che viviamo: tutto rimane dentro di noi. Possiamo però elaborare e risolvere; le ferite possono cicatrizzarsi e diventare pensieri su cui costruire un significato, un senso, un perché.

L'Apprendimento: Un Processo Affettivo-Cognitivo
Oggi è appurato che lo sviluppo di queste due abilità procede parallelamente e che, anzi, l’apprendimento (e quindi lo sviluppo cognitivo) può avvenire solo se vi è un terreno affettivo sufficientemente stabile e sicuro che sia in grado di produrre emozioni positive legate al compito da apprendere. In altre parole, l’apprendimento è motivato dall’affettività che ne diventa condizione necessaria. Da recenti studi sembra che l’emozione provochi il rilascio di alcune sostanze che facilitano il fissaggio dell’esperienza in memoria. Laddove, invece, vi è un contesto emozionalmente neutro, l’esperienza viene registrata con minor forza e quindi viene successivamente richiamata alla memoria con più difficoltà. I primi apprendimenti, quindi, derivano dall’elaborazione delle sensazioni corporee e, infatti, il tatto è il senso maggiormente sviluppato alla nascita. Da queste esperienze corporee il bambino impara a formare delle categorie che, gradualmente, daranno senso cognitivo e affettivo a tali esperienze, di solito abbinate ad una sensazione piacevole o spiacevole.
L’intelligenza e la capacità di imparare non dipendono solo dai geni, ma anche da fattori ambientali: fisici e affettivi, come mostrato da Scarr e Grajek. Quando nasce il bambino ha un cervello sproporzionatamente grande in confronto al resto del corpo, e questo proprio perché esso rappresenta lo specifico della nostra specie, è un organo capace di accumulare esperienze e tale capacità si è rivelata vincente sul piano evolutivo. Secondo alcuni, il periodo di prolungata dipendenza del bambino dall'adulto sarebbe un vantaggio evolutivo in quanto consentirebbe al cervello una accumulazione maggiore di memorie.
Alla base dell’apprendimento vi è il sorgere di un interesse o curiosità (che fa capo alla motivazione ad esplorare) nei riguardi di qualche stimolo; questo interesse permette il collegamento tra l’informazione e la memoria. Questo interesse crea uno stato di attenzione e con essa la suspense che rappresenta l’aspetto emotivo piacevole legato all’esperienza. La prova è che tutti noi ricordiamo eventi che hanno avuto una forte connotazione emotiva.
Il Gioco: Un Ponte tra Affettività e Cognizione
Come avvengono adesso gli ulteriori apprendimenti? La risposta è nel gioco! Infatti, questa attività un tempo sminuita e considerata infantile, secondo la connotazione dispregiativa della parola, adesso è stata riabilitata completamente dalle moderne teorie psicologiche e pedagogiche e non solo per ciò che riguarda il bambino. Effettivamente, nell’attività ludica si vedono all’opera sia i processi di sviluppo cognitivi sia quelli attinenti allo sviluppo emotivo, entrambi costitutivi dell’intelligenza. Il gioco ha varie funzioni.
Il bambino gioca, quindi, con il proprio corpo che è il primo materiale che ha a disposizione, punto di partenza per tutte le conoscenze. Lo vedremo impegnato ad osservare colori vivaci e forme irregolari (capacità di attenzione), giocando scopre gli oggetti portandoli alla bocca e, quasi per caso, scopre di essere capace di produrre degli affetti sull’ambiente che lo circonda (capacità di comprendere la causalità) e subito impara questa abilità e la esercita, sperimenta, ripetendola e trasformandola in un gioco che gli procura soddisfazione (capacità di essere intenzionale). Sperimenterà i suoni affinando l’udito: è attratto dai rumori e allora lascia cadere gli oggetti per scoprire che suono fanno. E ancora metterà alla prova il tatto: già verso i 5 mesi il bambino si diverte ad esplorare il nostro viso, poi a manipolare materiali non strutturati come pongo, pasta di sale, pittura a dita ecc. proprio perché gli fanno sperimentare sensazioni tattili particolari che egli impara ad associare a categorie quali caldo/freddo, duro/morbido, ruvido/liscio ecc.
Lo sviluppo COGNITIVO ed EMOTIVO nei bambini attraverso il GIOCO
La Neuroscienza dell'Apprendimento e delle Emozioni
J. Panksepp, attraverso i suoi studi, ha messo in luce la profonda interconnessione tra affetti e apprendimento. Egli sottolinea come l’apprendimento non possa essere visto come una semplice associazione di idee. Nella prospettiva evolutiva di Panksepp, i meccanismi cerebrali di base degli affetti sono "strumentali rispetto al modo in cui avviene l’apprendimento", pertanto, "le risposte emotive incondizionate agli eventi ambientali sono le “ricompense” e “punizioni” percepite all’interno del cervello".
La memoria, strettamente legata all’apprendimento, viene considerata da Panksepp nel processo di tipo secondario. Quando si parla di memoria è centrale il concetto di «consolidamento», che è il nome che viene dato ai complessi processi cerebrali che «trasformano le esperienze fugaci in ricordi a breve termine, prima, e in ricordi a lungo termine, poi, dopo che quelle esperienze si sono ripetute alcune volte». La memoria è uno strumento utile per anticipare e affrontare gli eventi futuri, utilizzando le esperienze del passato.
Panksepp critica tre fondamenti importanti dell’apprendimento e della memoria. Spesso memoria e apprendimento vengono considerati dei processi intenzionali, intendendo l’apprendimento intenzionale come lo studio dovuto al desiderio di padroneggiare qualcosa. L’apprendimento intenzionale è tipicamente umano ma, per Panksepp, riguarda un campo molto ristretto di ricordi; infatti, la maggior parte dell’apprendimento negli animali e nell’uomo avviene quando sono coinvolti dei forti sentimenti e non per l’intervento dell’intenzionalità.
Un’altra concezione comune è quella che vede le funzioni cognitive sempre coinvolte nell’apprendimento e nella memoria. Secondo questa idea, noi impariamo quando comprendiamo consciamente qualcosa. Ma questo, sottolinea lo studioso, non avviene frequentemente. A tal riguardo, Panksepp porta l’esempio della memoria procedurale, cioè quella forma di memoria legata più alla pratica che alle cognizioni. Benché l’immaginazione attiva possa migliorarne la performance, il controllo cosciente può addirittura interferire nell’esecuzione; quindi è soprattutto la pratica dell’esecuzione che rende tali apprendimenti parte del nostro apparato di abitudini motorie.
Neanche nel caso di condizionamenti cerebrali, che producono apprendimento e memoria emotivi, le esperienze cognitive superiori svolgono un ruolo essenziale. L’apprendimento emotivo è quello che «coinvolge l’acquisizione di una risposta emotiva a un’esperienza che in precedenza era neutrale», mentre la memoria emotiva è «la conservazione di tali risposte nel tempo». Per esserci un apprendimento emotivo «le persone e gli animali devono essere attivati emotivamente da uno stimolo incondizionato». Pertanto, il condizionamento non è una funzione cognitiva ma è una risposta automatica del cervello che non richiede l’attivazione della neocorteccia e in cui gli stati affettivi sono decisivi nell’apertura delle porte di accesso all’apprendimento. Sicuramente le risposte affettive non sono richieste nelle forme più cognitive dell’apprendimento dichiarativo, come il calcolo matematico, ma sono sempre coinvolte nei ricordi di vita reale.
Un’altra concezione che Panksepp critica è quella che vede un solo tipo di apprendimento e un solo tipo di memoria. Per quanto riguarda la memoria, una prima distinzione è quella tra ricordi espliciti, esperiti cognitivamente in modo chiaro, e ricordi impliciti, esperiti dal punto di vista affettivo più che cognitivo. I ricordi espliciti hanno una forma dichiarativa, episodica e autobiografica, mentre la forma più comune dei ricordi impliciti è la memoria procedurale. Un’ulteriore distinzione è quella tra memoria a breve termine, memoria a lungo termine e memoria di lavoro: tutti i ricordi, afferma Panksepp, hanno componenti sia a breve sia a lungo termine; la memoria di lavoro, invece, opera «con entrambe queste componenti, così come con contenuti episodici, autobiografici e semantici». La memoria di lavoro assume una particolare importanza perché, oltre a servirsi di vari sistemi mnemonici, è in grado di combinarli in vario modo. Per questo la memoria di lavoro è quanto più si avvicina al concetto comune di «pensare».
Dal punto di vista neurochimico è stato dimostrato che, per la maggior parte dei ricordi, il neurotrasmettitore fondamentale è il glutammato, anche se non è l’unico rilevante. Esistono, infatti, molte sostanze che rafforzano i ricordi e altre che possono attivamente cancellarli. Come sottolinea Panksepp, «il decadimento dei ricordi è importante quanto la loro formazione» e tale processo del dimenticare è presumibilmente un processo attivo, funzionando come un apprendimento al contrario.
La memoria e l’apprendimento, come abbiamo visto, non sono necessariamente dei processi intenzionali: animali e persone ricordano automaticamente le cose più importanti.
Empatia e Intelligenza Emotiva: Chiavi per l'Apprendimento Sociale
Navigare con successo nel nostro ambiente sociale è importante comprendere e sperimentare gli stati emotivi altrui, un processo generalmente indicato come empatia. Quando consideriamo la componente affettiva dell’empatia, l’enfasi è tipicamente posta sul vivere gli stati emotivi degli altri consapevolmente, il che implica una distinzione sé-altro, nonché una comprensione della provenienza dell’esperienza emotiva. Menon e Uddin (2010) suggeriscono che la consapevolezza emotiva si verifica perché l’insula crea una rappresentazione delle emozioni positive e negative integrando le stimolazioni ambientali con sensazioni corporee. La componente cognitiva dell’empatia si basa invece sull’attribuire stati emotivi agli altri e identificarsi con uno stato mentale altrui. Parzialmente richiama i meccanismi di fondo della teoria della mente.
In una recente meta-analisi di 40 studi di risonanza magnetica funzionale, Fan et al. (2011) hanno valutato come diverse regioni cerebrali fossero coinvolte nell’empatia affettiva e cognitiva. Alla luce di questo, in uno studio pubblicato sulla rivista Neuroimage, i ricercatori della Monash University hanno cercato di identificare se le diverse componenti dell’empatia siano anche associate a differenze di materia grigia.
Strettamente connessa all’empatia è l’intelligenza emotiva, cioè la capacità di riconoscere, comprendere e guidare (o gestire) al meglio le emozioni proprie e altrui, sul lavoro, nella vita di coppia e non solo. L’intelligenza emotiva si compone di diverse facoltà:
- Consapevolezza emotiva: La capacità di riconoscere le proprie emozioni e il loro impatto.
- Autoregolazione: La capacità di gestire e controllare le proprie emozioni e impulsi.
- Motivazione: La spinta interiore a raggiungere i propri obiettivi, guidata dalle emozioni.
- Empatia: La capacità di comprendere le emozioni altrui.
- Abilità sociali: La capacità di gestire le relazioni e costruire reti sociali.

L'Apprendimento dell'Empatia e dell'Educazione Affettiva
L’empatia può essere appresa e allenata. Fortunatamente, tutto ciò che ci riguarda è migliorabile e allenabile.
- Quando ti trovi a interloquire con un’altra persona, concentra la tua attenzione sulla comprensione delle sue emozioni e degli stati d’animo.
- Chi parla con te e ti espone dubbi o insicurezze, ha bisogno di un confronto arricchente e di un sostegno emotivo reale. Non liquidare o minimizzare le emozioni dell’altra persona, anche se il tuo punto di vista è diverso.
- Emozioni come dolore, tristezza, paura, vergogna, rimpianto, colpa, rabbia, ma anche felicità ed entusiasmo sono sentimenti universali, che tutti noi conosciamo.
L’educazione affettiva è fondamentale per tutti, ma assume un ruolo ancora più cruciale per le persone con disabilità cognitive. Spesso si tende a sottovalutare o evitare il tema dei sentimenti con questi soggetti, per timore, pregiudizio o mancanza di strumenti adeguati. Le disabilità cognitive non annullano il bisogno di affetto, di contatti sociali e di relazioni. Comprendere e rispettare questi bisogni è fondamentale per permettere ai soggetti di sviluppare una consapevolezza di sé, relazioni rispettose e un senso di dignità. Utilizzare un linguaggio diretto e comprensibile aiuta a spiegare concetti complessi come emozioni, confini personali e relazioni affettive. Ogni persona ha i propri tempi di apprendimento e livelli di comprensione. Il supporto di chi è vicino alla persona è fondamentale. Parlare di educazione affettiva nelle disabilità cognitive significa insegnare consapevolezza, rispetto reciproco e gestione delle emozioni. In conclusione, l’educazione affettiva è un diritto e un bisogno anche per chi ha disabilità cognitive.
Il Ruolo dell'Ambiente Educativo
L’insegnante che fa dell’empatia, benevolenza, equilibrio i tratti distintivi del proprio mandato contribuirà ad innescare sentimenti medesimi negli alunni su cui dovrà in qualche modo agire. È importante considerare come alcuni ricercatori sostengano, a dispetto di ciò che si potrebbe credere a tutta prima, che un dato livello d’ansia possa addirittura tornare utile nel migliorare le dinamiche di apprendimento. Tuttavia, stati d’animo caratterizzati da malumore costante, tristezza e depressione diffusa fungono come un contesto che induce a giudizi pessimistici. Il buon umore, al contrario, ha una funzione generica di stimolazione sull’attività cognitiva, determinando un contesto cognitivo particolarmente ampio e complesso da cui potrebbero originarsi criteri nuovi e diversi per la codifica e l’organizzazione delle informazioni.
Carl Rogers, psicologo statunitense, sottolinea che "il facilitatore deve darsi da fare per stabilire il clima o atmosfera iniziale in cui dovrà maturare l’esperienza di gruppo o di classe. Se la sua fondamentale filosofia si basa sulla fiducia nel gruppo e negli individui che lo compongono, questo punto di vista potrà essere comunicato tramite mille canali." Accade malauguratamente spesso che gli insegnanti ritengano una perdita di tempo dedicarsi ad ascoltare quanto i ragazzi vogliono comunicare: atteggiamenti di questa fatta portano a misconoscere il sentimento di accettazione e di fiducia che, come dicevamo, è di fondamentale importanza saper dimostrare ai discenti.
Benjamin S. Bloom, psicologo e pedagogista americano, definisce la disposizione affettiva verso la scuola come "una disposizione generale a considerare la scuola e l’apprendimento scolastico in modo positivo o negativo".
In definitiva, l’apprendimento cognitivo e quello affettivo non sono entità separate, ma due facce della stessa medaglia, in un dialogo continuo che plasma la nostra comprensione del mondo e il nostro modo di interagire con esso. L’investimento nell’educazione affettiva e nello sviluppo dell’intelligenza emotiva rappresenta, pertanto, un pilastro fondamentale per un apprendimento completo e significativo.
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