La Guerra Cognitiva: Il Sesto Dominio della Battaglia per la Mente

L'evoluzione multidimensionale dei conflitti ha ampliato i perimetri spaziali in cui si gioca il confronto, estendendosi ben oltre gli effetti generati sul campo di battaglia per assumere una connotazione molto più trasversale. In questo contesto si inserisce la guerra cognitiva (CW - Cognitive Warfare), uno strumento di guerra non convenzionale volto a penetrare il processo decisionale e selettivo umano attraverso l'alterazione dei pensieri, delle percezioni e delle emozioni. La CW si colloca in un segmento più ampio rispetto all'Information Warfare e alle Psychological Operations (PsyOps), le quali costituiscono modalità eterogenee per la conduzione di operazioni che possono avere impatti nell'ambiente informativo o all'interno della propaganda narrativa.

Diagramma che illustra i domini della guerra cognitiva

Dalle Operazioni Psicologiche alla Guerra Cognitiva: Un Salto Qualitativo

La prima, l'Information Warfare, è infatti caratterizzata prettamente da attività di disinformazione e misinformazione, veicolabile mediante canali social o media locali e nazionali, in grado di generare effetti tendenzialmente in un arco temporale di medio termine. D'altra parte, le PsyOps si configurano per la capacità di influenzare il morale e le emozioni della popolazione, nonché del personale militare stesso, in situazioni mirate o specifici momenti del conflitto. Un'operazione psicologica efficace presuppone un'analisi dettagliata dell'obiettivo, comprensiva di codici linguistici e culturali, simbolismi, usi e costumi al fine di riuscire a disgregare la coesione e l'efficienza decisionale dell'avversario. Esse sortiscono degli effetti generalmente di breve termine, circoscritte appunto alla tipologia di flussi emotivi mobilitati.

La Cognitive Warfare, invece, ambisce a una penetrazione onnicomprensiva, alimentata da tecniche e tattiche diversificate, volte a permeare ed alterare la percezione della realtà circostante, agendo direttamente sui processi mentali. La diffusione massiva dell'Intelligenza Artificiale (AI - Artificial Intelligence) osservata negli ultimi anni ha rappresentato un importante catalizzatore per la conduzione di operazioni catalogabili nel segmento della guerra cognitiva.

Le Radici Storiche e le Manifestazioni Contemporanee

Sebbene non si possa attribuire a un singolo e preciso Paese l'origine esclusiva dell'utilizzo di questo strumento, tra le prime manifestazioni più significative di guerra cognitiva vi è l'Operazione Infektion, sostenuta dall'Unione Sovietica nel corso degli anni '80 del secolo scorso. In quel caso, l'apparato politico di Mosca diffuse la falsa notizia, secondo la quale gli Stati Uniti avrebbero creato il virus dell'HIV, all'interno di centri utilizzati per la sperimentazione biologica. La campagna, risultata compromettente per l'avversario, venne veicolata attraverso lo sfruttamento dei principali canali di comunicazione dell'epoca, inclusa la diffusione di notizie da parte di Paesi terzi manipolate, come poi emerso, dal KGB sovietico.

La Federazione Russa ha poi proseguito con il ricorso sistematico a strategie di CW, confluite sia nell'Information Warfare, sia nelle PsyOps. L'attuale impianto dottrinale russo inserisce tutte queste azioni nel macro-segmento dell'Information Confrontation, all'interno del quale si collocano gli aspetti multispettrali della guerra informativa e psicologica ricompresi nella cosiddetta Dottrina Gerasimov. In tale quadro, prima la guerra in Ossezia del Sud nel 2008, poi l'annessione della Crimea nel 2014 e successivamente l'inizio del conflitto russo-ucraino nel 2022, hanno contribuito a cristallizzare una strategia di Cognitive Warfare perenne e fortemente orientata al simbolismo ed alla narrativa nazionalista di supporto alle cause belliche. L'adattamento evolutivo delle diverse strategie di modellamento cognitivo ha avuto l'obiettivo primario di legittimare le azioni della Russia sia sul piano internazionale che sul fronte interno, attraverso la riscrittura della percezione pubblica, l'utilizzo di simboli storici, memorie collettive e sentimenti identitari.

Simbolo

L'Approccio delle Grandi Potenze: Russia, Cina e Stati Uniti

L'approccio russo alla guerra cognitiva non utilizza esplicitamente questa terminologia, preferendo il concetto più ampio di "operazioni informative". La dottrina russa si fonda sul principio del "controllo riflessivo", un concetto elaborato durante la Guerra Fredda che mira a indurre l'avversario a prendere decisioni apparentemente autonome ma in realtà predeterminate dall'operatore. L'obiettivo non è necessariamente far credere qualcosa di specifico, ma massimizzare la disorganizzazione dell'avversario e creare uno stato di incertezza permanente. La confusione è il prodotto, non il sottoprodotto. In questo quadro, la coerenza interna delle narrazioni è secondaria rispetto alla loro capacità di frammentare il consenso e paralizzare i processi decisionali. La Russia integra le operazioni informative con quelle cinetiche secondo la dottrina della "guerra senza contatto" sviluppata dagli anni Duemila. Nel conflitto ucraino questa integrazione è stata evidente: unità di guerra elettronica hanno operato accanto a campagne di intimidazione via SMS, jamming GPS e interferenze radio, mentre sui social network proliferavano deepfake e narrazioni contrapposte.

La Cina presenta una consolidata integrazione concettuale dell'ibridizzazione della guerra attraverso strumenti cognitivi. Già nel 2003, all'interno della Strategia dei Tre Conflitti (Three Warfares) - guerra psicologica, guerra dell'opinione pubblica, guerra legale - veniva menzionata la centralità dell'ambiente informativo, degli aspetti psicologici e del diritto legale. Per Pechino, la guerra cognitiva non è un'opzione tattica ma ha centralità strategica. L'obiettivo di lungo periodo, coerente con la tradizione sunziana, è vincere senza combattere, o meglio, aver già vinto prima che il combattimento inizi, avendo plasmato le percezioni e le aspettative dell'avversario. La Cina investe massicciamente nelle tecnologie abilitanti. Il China Brain Project, lanciato nel 2016 con un orizzonte quindicennale e finanziamenti nell'ordine delle decine di miliardi di dollari, mira a raggiungere la leadership mondiale nelle neuroscienze e nelle interfacce cervello-macchina. L'obiettivo dichiarato include lo sviluppo di "super-soldati" con capacità cognitive potenziate. A differenza dell'Occidente, che tende a concepire la guerra cognitiva principalmente come manipolazione dell'ambiente informativo, la dottrina cinese include esplicitamente l'interferenza diretta sul cervello.

Gli Stati Uniti hanno progressivamente definito ed integrato gli emergenti concetti di CW all'interno degli approcci operativi. Il Dipartimento della Difesa statunitense inserisce tali strumenti all'interno delle Operations in the Information Environment (OIE), equiparandole per rilevanza alla centralità che hanno il fuoco, la manovra e l'intelligence all'interno dello spazio di battaglia. L'approccio statunitense si impernia su una concezione multidimensionale della guerra cognitiva, enfatizzando l'uso della Strategic Communication (StratCom), le operazioni psicologiche a carattere offensivo e difensivo (PsyOps) e il miglioramento della resilienza cognitiva della popolazione. Contestualmente, si evidenzia un investimento rilevante in programmi sperimentali ed innovativi sostenuti dalla Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA), i quali integrano l'impiego di AI avanzata, algoritmi e neuroscienze al fine di creare un laboratorio virtuale all'interno del quale testare la resilienza del personale e l'efficacia di tecniche evolutive. L'applicazione della guerra cognitiva da parte degli Stati Uniti si incentra soprattutto sulla capacità di ottenere l'iniziativa informativa, dettare il frame narrativo e, parallelamente, prevenire e decostruire la disinformazione avversaria. Ne rappresenta un esempio l'Operazione Earnest Voice, una PsyOp ampliata fino a un livello di CW, condotta all'inizio del decennio scorso in Medio Oriente e Asia Centrale e volta a contrastare il proselitismo jihadista nell'area.

"Intelligenze artificiali - In mezzo a noi", puntata 9: guerra cognitiva e difesa delle narrazioni

Il Dominio Cognitivo: Anatomia del Sesto Campo di Battaglia

La dottrina militare tradizionale riconosce cinque domini operativi: terra, mare, aria, spazio e cyberspazio. A questi si aggiunge oggi un sesto dominio che non è fisico né puramente digitale, ma si colloca nell'intersezione tra tecnologia, psicologia e strutture sociali: il dominio cognitivo. A differenza degli altri ambiti, dove l'obiettivo è il controllo di spazi geografici o infrastrutture, nella dimensione cognitiva il bersaglio è la mente umana. Non si tratta semplicemente di propaganda o disinformazione, concetti antichi quanto la guerra stessa, ma di un approccio sistemico che sfrutta le vulnerabilità neurologiche, psicologiche e sociali degli individui e delle collettività per ottenere vantaggi strategici.

Il documento concettuale dello Stato Maggiore della Difesa italiano, pubblicato nel 2023, fornisce una mappatura articolata di questa dimensione. Il dominio cognitivo si struttura su più livelli interconnessi: uno strato psicologico, che comprende valori, cultura, credenze e volontà individuale; uno strato sociale, costituito dalle relazioni tra individui e gruppi che influenzano l'interpretazione delle informazioni; una dimensione virtuale, popolata da identità digitali, profili e algoritmi; e infine una dimensione fisica, fatta di infrastrutture, reti e dispositivi. La peculiarità della guerra cognitiva risiede nella sua trasversalità: opera attraverso tutti gli altri domini, sfruttando le connessioni tra ambiente informativo, spettro elettromagnetico e reti sociali per raggiungere il suo obiettivo ultimo, modificare il comportamento umano a vantaggio di chi conduce l'operazione.

Gli Strumenti della Guerra Cognitiva: Influenza, Interferenza, Alterazione

Gli analisti militari classificano gli strumenti della guerra cognitiva in tre categorie fondamentali, distinte per il livello di invasività e il punto di applicazione.

La prima categoria comprende le tecnologie di influenza, che operano "all'esterno" del cervello modificando l'ambiente informativo. Qui rientrano le tecniche di persuasione interattiva (la cosiddetta "captologia"), gli strumenti di social media marketing, engagement, monitoraggio, ascolto, analisi delle reti, e le strategie di disinformazione e persuasione. La differenza tra queste ultime due è significativa: la disinformazione punta a effetti rapidi e ad alto impatto ma bassa persistenza; la persuasione costruisce gradualmente nel tempo narrazioni durature che si radicano nel tessuto sociale.

La seconda categoria riguarda l'interferenza, che agisce direttamente sulla biochimica e sull'attività elettrica del cervello. Include l'uso di agenti farmacologici, dai nootropici per il potenziamento cognitivo ai composti che degradano le capacità mentali, dispositivi di stimolazione cerebrale come la stimolazione magnetica transcranica (TMS) o quella elettrica (tDCS), e sistemi a energia diretta come le armi a microonde, ipotizzate come causa della cosiddetta "sindrome dell'Avana" che ha colpito diplomatici americani in varie sedi nel mondo.

La terza categoria, la più avanzata e inquietante, comprende le tecnologie di alterazione basate sull'interfaccia cervello-macchina. I sistemi BCI (Brain-Computer Interface), sia nella versione non invasiva che in quella con impianti, e la prospettiva di una "confluenza uomo-computer" aprono scenari in cui il confine tra pensiero autonomo e input esterno diventa sempre più sfumato. I rischi includono l'hacking cognitivo, la distorsione della percezione della realtà e quello che alcuni ricercatori definiscono l'attacco "human joystick", la possibilità di influenzare direttamente le decisioni di un soggetto attraverso la manipolazione delle sue interfacce neurali.

Diagramma che illustra i livelli del dominio cognitivo

Le Dottrine delle Grandi Potenze: Tre Visioni, Un Obiettivo Comune

La guerra cognitiva rappresenta un dominio emergente e pervasivo del conflitto contemporaneo, la cui importanza strategica cresce esponenzialmente nell'era della competizione geopolitica digitale. A differenza dei domini tradizionali, questo nuovo paradigma di scontro non si combatte con armi convenzionali, ma con strumenti tecnologici e psicologici sofisticati, designati per infiltrarsi, influenzare e alterare i processi decisionali di individui e intere società. La guerra cognitiva è una forma di conflitto ibrido che integra le metodologie della guerra psicologica con le capacità operative della cyberwarfare. Il suo obiettivo non è limitato a influenzare cosa le persone pensano, ma si spinge fino ad alterare come pensano e, di conseguenza, come agiscono. Secondo la NATO, si tratta di attività condotte per influenzare attitudini e comportamenti agendo sulla cognizione a livello individuale, di gruppo o di popolazione, con lo scopo di ottenere un vantaggio sull'avversario. Questa forma di conflitto si distingue per la sua natura impalpabile e perpetua: non esiste un tempo di pace e un tempo di guerra, ma le operazioni si svolgono in continuazione, adattandosi al contesto per erodere progressivamente le capacità politiche e sociali del bersaglio.

La principale sfida strategica per i paesi democratici consiste nel contrastare efficacemente la CW senza cadere nel paradosso di adottare tecniche che ledano i diritti fondamentali dei cittadini. Le democrazie liberali presentano vulnerabilità strutturali che le rendono bersagli ideali per le operazioni cognitive. La libertà di espressione e l'accesso aperto all'informazione, pilastri delle società democratiche, vengono strumentalizzati da attori ostili per diffondere propaganda e narrazioni divisive. Le società moderne sono sommerse da un'enorme mole di messaggi, favorendo il sovraccarico informativo. Esiste una crescente tendenza a dare più credito alle informazioni provenienti dai propri pari (peer-to-peer) o da influencer sui social media, piuttosto che alle fonti istituzionali tradizionali come governi, media mainstream e comunità scientifica. L'obiettivo primario di molte operazioni cognitive è distruggere la fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche, nei media, nella scienza e persino nei processi elettorali. Le operazioni cognitive sono progettate per amplificare le divisioni preesistenti in una società, che siano di natura politica, etnica o culturale. L'esito finale di una campagna cognitiva di successo è l'annientamento della "volontà collettiva di resistere".

L'Europa: Un Territorio di Conquista Cognitiva?

Ciò che rende l'Europa particolarmente vulnerabile è la sua dipendenza strutturale dall'ecosistema digitale altrui. Nessuna piattaforma social di rilievo globale è europea. I cavi sottomarini che trasportano il traffico internet intercontinentale sono controllati da operatori americani. Non esistono fornitori europei di cloud hyperscale paragonabili ad Amazon, Google o Microsoft. In questo contesto, le sanzioni del Digital Services Act, per quanto significative sul piano dei principi, appaiono come strumenti spuntati. La risposta di attori privati con risorse superiori a quelle di molti stati, invocando l'abolizione di istituzioni sovranazionali, rivela che la posta in gioco va ben oltre il denaro: è la capacità stessa di un continente di regolare il proprio spazio digitale ad essere contestata.

Il triangolo USA-Cina-Russia vede oggi l'Europa non come un quarto polo competitivo, ma come territorio di conquista cognitiva. Le tre potenze dispongono di dottrine elaborate, strumenti sofisticati e volontà politica. L'Europa dispone di regolamenti. La necessità di una risposta sistemica è impellente. La guerra cognitiva è per definizione un'operazione che attraversa i confini tra pace e conflitto, tra pubblico e privato, tra domestico e internazionale. Richiede una risposta che sia altrettanto trasversale: sovranità digitale, resilienza informativa, alfabetizzazione critica della popolazione, capacità di attribuzione e risposta agli attacchi. L'Europa deve anzitutto riconoscere di essere già in una condizione di competizione cognitiva, una competizione che non ha scelto ma che non può evitare. Continuare a trattare episodi come le provocazioni di attori privati come incidenti estemporanei significa rifiutare di vedere il pattern.

Mappa concettuale della guerra cognitiva

La Difesa: Resilienza, Alfabetizzazione e Sovranità Digitale

La difesa contro la manipolazione cognitiva sofisticata risiede nella resilienza societale, che dipende in gran parte dalla capacità critica del cittadino. La vera difesa contro la manipolazione cognitiva sofisticata risiede nella resilienza societale, che dipende in gran parte dalla capacità critica del cittadino. La vera difesa contro la manipolazione cognitiva sofisticata risiede nella resilienza societale, che dipende in gran parte dalla capacità critica del cittadino. L'agenzia statunitense CISA (Cybersecurity and Infrastructure Security Agency) ha introdotto il concetto di "infrastruttura cognitiva" come la più critica da proteggere. L'idea di manipolare la mente del nemico per ottenere un vantaggio strategico è antica quanto la guerra stessa. Tuttavia, è solo attraverso l'analisi delle sue radici storiche che si può comprendere la radicale trasformazione che la tecnologia digitale ha impresso a queste pratiche.

Le istituzioni di difesa occidentale hanno sviluppato posture e framework di risposta. L'Unione Europea (UE) affronta la minaccia attraverso il concetto di Sicurezza Cognitiva, definita come la protezione dei processi percettivi e decisionali umani dalla manipolazione esterna. L'approccio tradizionale alla sicurezza informativa e percettiva deve evolvere verso una logica sistemica, in cui la resilienza cognitiva sia trattata come componente della salute pubblica. Come nei modelli One Health e EcoHealth, che riconoscono l'interdipendenza tra salute umana, ambientale e sociale, anche la mente collettiva è un organismo vivente che si ammala o guarisce con l'ambiente che la circonda. Rafforzare la resilienza cognitiva significa quindi rigenerare i contesti di apprendimento, fiducia e cooperazione, non soltanto proteggere le infrastrutture digitali o monitorare le narrative tossiche.

La guerra cognitiva non si contrasta solo con strumenti tecnici, ma con politiche pubbliche che promuovano sicurezza oltre che cognitiva anche e soprattutto sistemico-relazionale e culturale. Serve una politica della sicurezza psicologica, ancor prima che cognitiva, dove la qualità psicologica traduce tutte dimensioni della psiche, comprese quelle sistemiche-relazionali che la coinvolgono. In altri termini, una politica sistemica della salute mentale e collettiva, capace di agire sulle condizioni di fiducia, sulla qualità del discorso pubblico, sulla coerenza etica delle istituzioni. La Pubblica Amministrazione può assumere un ruolo strategico come infrastruttura di intelligence relazionale: luogo di alfabetizzazione informativa, comunicazione coerente e promozione della fiducia civica. Difendere la cognizione, in ultima analisi, significa difendere la rete vitale di relazioni e significati che l'hanno preceduta e la rendono possibile: le scuole come spazi di fiducia interpersonale, la comunicazione pubblica come architettura simbolica condivisa, la formazione come rigenerazione del linguaggio comune.

Il rapporto NATO collega la difesa dalla guerra cognitiva a educazione, consapevolezza e resilienza sociale, promuovendo percorsi formativi su bias cognitivi, disinformazione e leve emotive sfruttate dagli attaccanti. In ambito cyber emergono iniziative concrete, come framework sul cognitive hacking e programmi di cognitive security, che propongono awareness training focalizzati su manipolazione, sovraccarico cognitivo e dinamiche psicologiche di phishing e social engineering. La formazione sulla sicurezza sta così evolvendo da approcci basati su checklist tecniche a modelli più ampi che integrano psicologia, media literacy e digital mindfulness, rafforzando le difese anche nella dimensione mentale. La cyber security deve includere la protezione dei processi decisionali. La protezione non solo di reti e dati, ma anche dei processi cognitivi, della capacità di giudizio e della resilienza psicologica di persone e organizzazioni. L'integrazione dell'information security con la difesa contro le manipolazioni informative e psicologiche e la conoscenza dei bias cognitivi (e non solo delle policy di difesa) sono passi fondamentali.

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